SUONI RIEMERSI: JOHN HARTFORD · NORMAN BLAKE · DAVE HOLLAND “Morning Bugle”

SUONI RIEMERSI: JOHN HARTFORD · NORMAN BLAKE · DAVE HOLLAND “Morning Bugle”

JOHN HARTFORD · NORMAN BLAKE · DAVE HOLLAND “Morning Bugle”

Warner Bros. Records. LP, 1974

di alessandro nobis

Una mattina chiama il mio manager e dice che ero stato richiesto per delle session con musicisti americani che non erano dei jazzisti. Confermai con grande curiosità la mia presenza e ti devo confessare che raramente mi sono divertito coì tanto in sala di registrazione”: queste le parole del contrabbassista Dave Holland che mi disse alla fine di un concerto “in solo” a Verona al Teatro Camploy. Ed in effetti questa gioia di suonare è nettamente percepibile sia all’ascolto di questo LP accreditato a John Hartford che di quello registrato in compagnia di Vassar Clements, Norman Blake, Butch Robins, Sam Bush, Tut Taylor e Jethro Burns registrato nel ’75 per la HDS Records.

John Hartford, cantante banjoista, violinista e chitarrista scomparso nel 2001 è stata senz’altro una delle menti più fertili del cosiddetto bluegrass alternativo, spesso fuori degli schemi, ironico e sempre sorprendente che ha saputo rompere gli schemi di una musica quasi sempre autoreferenziale e ripetiviva (“Aero plane” del 1971 e “Mark Twang” del ’76 sono alcune una delle prove più lampanti di ciò) e se Hartford e Blake richiesero la presenza di un contrabbassista come Holland piuttosto che quella di uno come Roy Huskey Jr. (un vero e perfetto metronomo, compagno di suonate di un certo Doc Watson ma lontano dal mondo del Prog Bluegrass, n.d.r.) significa che le loro menti erano piuttosto “aperte”. In quel periodo il bassista inglese stava lavorando con Sam Rivers, Barry Altshul e Antony Braxton ma in queste session “americane” emerge tutta la sua tecnica ed il lirismo che ho sempre contraddistinto: i suoi interventi in “All Fall Down”, il suo regale accompagnamento in “Street Car” il suo coinvolgimento in tutte le composizioni di Hartford ed il suo “bilanciare” le personalità del banjoista / cantante e di Norman Blake non sono un valore aggiunto al disco ma rappresentano la sua totale condivisione alle idee di Hartford che ebbe a mio avviso un colpo di genio nel coinvolgere David Holland in questo straordinario progetto. Un lavoro meraviglioso questo “Morning Bugle” un tuffo nella musica “americana” la cui storia ed i cui stili sono filtrati dalla personalità di Hartford, uno dei più grandi ed unici talenti di questo bluegrass alternativo la cui scomparsa ha lasciato negli amici musicisti e nei suoi fans un grande vuoto.

Non ci sono outtakes di questo disco, i musicisti hanno suonato in cerchio guardandosi dritti negli occhi, e questo è il meraviglioso risultato di quelle sessions.

SUONI RIEMERSI: EDDIE & FINBAR FUREY “I live not where i love”

SUONI RIEMERSI: EDDIE & FINBAR FUREY  “I live not where i love”

SUONI RIEMERSI: EDDIE & FINBAR FUREY  “I live not where i love”

INTERCORD Records. lp, 1975

di alessandro nobis

Registrato nel ’75 in Germania, ad Neunkirken, questo “I live not where i love” è un altro viaggio nella tradizione musicale irlandese e nelle nuove composizioni dei fratelli Furey e precede l’album di addio registrato l’anno successivo e pubblicato dalla stessa etichetta tedesca Intercord (https://ildiapasonblog.wordpress.com/2020/11/02/suoni-riemersi-eddie-finbar-furey-the-farewell-album/). Questi tour in Europa continentale furono molto utili per i Fureys tanto che Finbar diceva che “mentre frequentavamo il circuito folk continentale negli anni ’60 e ’70 capimmo che quello che custodivamo – la tradizione irlandese – era una cosa importante, lo capimmo grazie all’accoglienza, all’interesse ed al calore che ricevevamo dai pubblico francese e tedesco”.

La famiglia Furey appartiene al gruppo degli Irish Travellers, custodi di una buona parte della tradizione delle uilleann pipes e Finbar, che in questo lavoro dedica un brano all’indimenticato Leo Rowsome, come molti altri traveller pipers fu enormemente influenzato dallo stile del leggendario Johnny Doran (https://ildiapasonblog.wordpress.com/2019/02/26/dalla-piccionaia-johnny-doran-traveller-piper-1908-1950/): “mio padre quando avevo sei anni mi disse di ascoltare il modo di suonare di Johnny Doran, io lo feci osservando bene anche come muoveva le sue dita mentre suonava, trovavo bellissimo ascoltarlo e da lui ho imparato molto e quando Doran e la sua famiglia passava nella contea di Clare ci organizzavamo per incontrarlo e scambiare con lui i brani che conoscevamo. Johnny Doran è probabilmente il più grande suonatore di uilleann pipes che io abbia mai incontrato.”

Detto delle sue radici “musicali”, “I live not where i love” è un gran bel disco, convincente, con riuscite scritture orginali come “Wounded Knee”, ballata scritta dopo la lettura di “Seppellite il mio cuore a Wounded Knee” e l’omaggio a Rowsome, interpretazione di brani altrui come “Lord Lovell” il cui testo è un antico canto narrativo (la Child Ballads 75 la cui versione originale risale al medioevo) musicato da di Dave Burland e “Miss MacDonald / Tarbolton” da repertorio del violinista Brian Patton del Donegal.

SUONI RIEMERSI: NORMAN BLAKE “Old And New”

SUONI RIEMERSI: NORMAN BLAKE  “Old And New”

SUONI RIEMERSI: NORMAN BLAKE  “Old And New”

FLYING FISH RECORDS. LP, 1975

di alessandro nobis

A parte Arthel Lane “Doc” Watson (1923 – 2012), autentico monumento del folklore americano, informatore lui sesso ma anche interprete ed autore oltre che uno straordinario talento chitarristico, – e voglio citare anche Donald Wesley Reno, se permettete – è Norman Blake il mio chitarrista preferito “flat-picker” e questo suo “Old and New” è il suo disco che più ho ascoltato ed amato, forse solamente perché è stato il suo primo che acquistai in quel lontano ’75, quando i dischi “d’importazione” erano merce rara a trovarsi ed i vinili si consumavano a casa di amici appassionati ascolto dopo ascolto oppure perché il brano “Billy Gray” è stato rivisitato dal gruppo irlandese Planxty nel loro disco “The Woman I Loved so Well” con diverso titolo, “True Love Knows no Reason” (https://ildiapasonblog.wordpress.com/2021/01/19/suoni-riemersi-planxty-the-woman-i-loved-so-well/). Originario del Tennessee, classe 1938 e cresciuto a Sulphur Springs in Alabama, Norman Blake si contraddistingue dalla voce sempre pacata con la quale interpreta nel miglior modo possibile i canti narrativi da lui composti accanto a quelli della tradizione, per la sua straordinaria a pulitissima tecnica con la quale suona la chitarra ed anche per l’abilità di polistrumentista essendo ottimo mandolinista e violinista. Blake ha conosciuto gli informatori originali e da quando per ragioni storico anagrafiche questi non sono più tra noi, ha approfondito la conoscenza del folklore americano dal suono gracchiante dei 78giri (gira la voce che ne abbia lui stesso un’imponente collezione) regalandoci brani straordinari ed inediti, ballate ed arie di danza arrangianti sia per sola chitarra che per formazioni più complesse come il duo di chitarre (con Tony Rice o Charlie Collins) o il glorioso “Rising Fawn String Ensemble” sempre alla ricerca di una suono “antico” riportato con nuovi arrangiamenti al presente.

E, a parte la già citata storia del bandito Billy Gray e della sua amata, Blake ci racconta dell’epopea dei treni in “The Railraod Days” e ci suona magistralmente il “Miller’s Reel” in duo con Collins e lo splandiodo originale “Dry Grass on the High Fields” con lo stesso Norman Blake alla viola, la Moglie Nancy al violoncello, ancora Collins alla chitarra e Ben Pedigo al banjo ed infine ci tengo a segnalare il grande suonatore di dobro Tuta Yalor che esegue con le chitarre di Collins e Blake il tradizionale “Witch of the Wave”.

Disco straordinario per un autore e musicista che ha saputo portare il bluegrass e l’old time music in una dimensione cameristica, caso forse unico nella musica “americana”.

SUONI RIEMERSI: TONY CUFFE “When First I Went to Caledonia”

SUONI RIEMERSI: TONY CUFFE  “When First I Went to Caledonia”

SUONI RIEMERSI: TONY CUFFE  “When First I Went to Caledonia”

IONA Records IR 011. LP, 1988

di alessandro nobis

Alcuni dei migliori ensemble del folk revival di matrice scozzese lo hanno visto come fondamentale protagonista, e mi riferisco ai “Jock Tamson’s Bairns”, “Alba” ed “Ossian”. E’ l’autore e raffinato chitarrista – ma anche pluristrumentista come vedremo – Tony Cuffe, scomparso purtroppo nel 2001 a soli 37 anni nel pieno della sua creatività musicale rallentata nei suoi ultimi anni dal cancro. La sua impronta nei gruppi succitati e soprattutto nei quattro album degli Ossian a cui ha partecipato (“Seal Song”, “Dove Across the Water”, “Borders and light” e “Light on a Distant Shore”) è determinante grazie al suo raffinato chitarrismo ed alla sua riconoscibile voce.

Nel 1988, poco prima di trasferirsi con la famiglia negli Stati Uniti registrò questo bellissimo lavoro negli studi di Edimburgo cimentandosi oltre che con la chitarra e canto con flauti, harmonium ed un pizzico di suoni elettronici ma soprattutto componendo molti dei brani contenuti in questo “When First I Went to Caledonia”.

Qui trovate tutte coordinate del suo grande spessore artistico, trovate il raffinato chitarrismo nell’esecuzione di arie da danza come “Miss Wharton Duff / The mare” e le due hornpipes “Dr.McInnes Fancy / Jom Tweedie’s Sea Leg”, trovate frammenti della storia di Scozia (“Otterburn” dove nel 1388 i baroni scozzesi ed il loro esercito si scontrarono con quello inglese nel tentativo di invadere l’Inghilterra) e storie di emigrazione e di amore come il brano eponimo del disco, originario della Nuova Scozia nel quale “Caledonia” si riferisce alle miniera di carbone di Glace Bay.

Un disco importante questo perchè mette in primo piano tutto il talento di Tony Cuffe, talento di primissimo grado che manca alla comunità di musicisti scozzesi e, se mi permettete, anche ai suoi numerosissimi appassionati.

SUONI RIEMERSI: THE BOYS OF THE LOUGH “Welcoming Paddy Home”

SUONI RIEMERSI: THE BOYS OF THE LOUGH  “Welcoming Paddy Home”

SUONI RIEMERSI: THE BOYS OF THE LOUGH  “Welcoming Paddy Home”

LOUGH RECORDS 001. LP, 1985 / 86

di alessandro nobis

Pubblicato in America nel 1985 dalla Shanachie Records con un titolo simile (“To Welcome Paddy Home”) e naturalmente con copertina diversa e ripubblicato in Scozia dalla neonata etichetta Lough nell’anno seguente, questo ottimo LP vede l’esordio nella band di due irlandesi, l’uilleann piper  e cantante Christy O’Leary dalla Contea di Kerry ed il chitarrista e pianista John Coakley dalla Contea Cork che vanno ad affiancare il violinista Aly Bain (Isole Shetland), Dave Richardson (northumberland) ed un altro irlandese, il flautista Cathal McConnell. Il gruppo, che ha contribuito in modo determinante allo sviluppo del folk revival di matrice scoto irlandese, nelle sue diverse formazioni si è sempre distinto per la perfetta armonia, per la sobrietà dei suoni – il pianoforte acustico, per fare un esempio – l’equilibrio tra gli strumenti e per la scelta del repertorio che dall’Irlanda va alla Scozia “pescando” anche oltreoceano nell’area di Cape Breton: per la prima volta come detto qui appare il suono delle uilleann pipes che con il loro apporto identificano i brani portati in eredità dalla parte irlandese della band: il reel che apre la seconda facciata del disco “The Antrim Rose” dell’accordeonista Paddy O’Brien (1922 – 1991) eseguito magistralmente da O’Leary ed abbinato ad altri due reels, “Miss McGuinness” e “Brereton’s”, oppure la ballata “The Song of Ardee” di Gaby McArdle che si caratterizza per il sontuoso accompagnamento del pianoforte di Coakley alla voce e le pipes di O’Leary che suonano la melodia ed infine le due hornpipes (“Alexander’s” e “The Green Cockade”) con il violino di Aly Bain in grande evidenza.

I Boys of the Lough nella loro storia hanno saputo sempre mantenere una forte indentià restando fedeli al patrimonio tradizionale senza mai cedere a “collaborazioni” con suoni e musicisti alloctoni: non sono mai venuti a suonare in Italia, e questo resterà sempre un cruccio per noi di Folkitalia che abbiamo per anni, forse decenni, di poter ammirare questo ensemble dal vivo. Personalmente confesso di avere avuto la fortuna di assistere ad un loro concerto sull’Isola di Skye, circa quattro decenni fa: grande performance naturalmente, chi c’era non la dimenticherà.

SUONI RIEMERSI: PLANXTY “The woman I loved so well”

SUONI RIEMERSI: PLANXTY “The woman I loved so well”

SUONI RIEMERSI: PLANXTY “The woman I loved so well”

TARA Records. LP, 1980

di alessandro nobis

Nel luglio del 1980 i Planxty entrano negli Studi Windmill Lane a Dublino in compagnia di Tony Linnane, Matt Molloy, Noel Hill e Bill Whelan per registrare il loro quinto album“The Woman I Loved so Well”, a mio modesto parere uno dei loro migliori lavori vuoi per la scelta del repertorio, sempre oculata, per lo sguardo alle “collezioni” ottocentesche e per la combinazione di suoni che questi straordinari musicisti riescono a realizzare: un esempio su tutti il reel “The woman I never forgot” suonato da Hill (concertina) e Linnane (violino).

Due le ballate sulle quali mi voglio soffermare: la prima, “True love knows no reason” è una cowboy ballad proveniente dal repertorio del chitarrista e compositore americano Norman Blake che incise nel ’75 assieme ad un altro chitarrista, Charlie Collins con il titolo di “Billy Gray”. E’ la storia di una ragazza di Gantry che si innamora di un fuorilegge (Billy Gray) che come narra il testo viene ucciso da un cacciatore di taglie (“Il vero amore non conosce stagioni o ragioni / la giustizia è fredda come la sabbia della Contea di Granger” così fa incidere sulla tomba di Billy la sua amante); è Christy Moore che “porta” ai Planxty questa ballata americana, ascoltata per la prima volta in un pub di Cork suonata da Noel Shine, e l’arrangiamento “irlandese” mette in straordinaria evidenza il dialogo tra i plettri e soprattutto le uilleann pipes di Liam O’Flynn. Brano straordinario. La seconda è una “murder ballad”, ovvero “Little Musgrave (and Lady Barnard)”conosciuto negli Stati Uniti (e dai fans dei Faiport Convention) come “Matty Groves” (Child Ballads # 81, ROUD # 52); è uno di quei numerosi casi nei quali la melodia è andata smarrita nel tempo nelle isole britanniche ed è stata recuperata oltreoceano da Francis James Child dove è entrata nel repertorio ad esempio di Doc Watson mentre il testo risale al 17° secolo ed è riportato in “English and Scottish Popular Ballads” ed anche nei fogli a stampa detti “broadside held”. E’ la storia di un adulterio dove il marito della donna viene a scoprire la relazione della moglie (Lady Barnard) con un altro uomo (Little Musgrave) ed uccide entrambi. In questa versione dei Planxty cantata da Christy Moore molto interessante è la seconda voce interpretata dalle pipes di O’Flynn.

Disco da scoprire per i nuovi fans dei Planxty e da riascoltare per i “vecchi” amanti del folk revival irlandese. Per me, come detto, un disco strepitoso.

Sui Planxty, qui un altro articolo: https://ildiapasonblog.wordpress.com/2018/09/12/planxty-one-night-in-bremen/

SUONI RIEMERSI: THE BATTLEFIELD BAND “Farewell to Nova Scotia”

SUONI RIEMERSI: THE BATTLEFIELD BAND  “Farewell to Nova Scotia”

THE BATTLEFIELD BAND  “Farewell to Nova Scotia”

Arfolk / Escalibur Records. LP, 1976

di alessandro nobis

Questo è il primo seminale lavoro del gruppo scozzese The Battlefield Band, allora composto da Alan Reid (tastiere), Brian McNeill (voce, violino) e Ricky Stars (voce e plettri) considerato in compagnia di Ossian, Silly Wizard e Boys of the Lough come il più rappresentativo ensemble della corrente musicale che ha saputo rinnovare lo straordinario patrimonio della tradizione musicale scozzese. Ricordo bene i loro concerti nel veronese (a Cadidavid il 30 ottobre del 1981, a Lugagnano l’8 giugno dell’84 ed in città il 9 dicembre dell’anno successivo): grande energia, impatto sonoro straordinario, repertorio scelto in modo preciso e non da ultimo, splendide e molto affabili persone.

Per questo loro primo disco risalente alla metà degli anni Settanta la “band” era in realtà un trio (McNeill e Reid, veri motori del gruppo, poi restarono lungamente nel gruppo), ma la qualità del suono, gli arrangiamenti e la delicatezza nell’esecuzione delle ballad e la purezza nell’esecuzione dei set di danze – scritte originariamente per highland bagpipes – erano qui già ben evidenti, eccome, e la perfetta sintonia tra McNeill e Reid, autentico marchio di fabbrica della band riconoscibile in tutti i lavori seguenti, ha saputo nei decenni accogliere il fior fiore della musica scozzese come Jamie McMenemy e Duncan McGillvray rivitalizzando un repertorio secolare intriso di Storia e di miscrostorie. Si viaggia dalla Scozia all’Irlanda fino alla Nuova Scozia canadese, come lascia presagire il titolo di questo loro album d’esordio.

Da oltre oceano proviene la ballata “Farewell to Nova Scozia”, un adattamento di “The Soldier’s Adieu” pubblicata a Glasgow nel 1903, la storia di un soldato che viene arruolato e lascia la sua terra forse per l’ultima volta per andare a combattere, mentre dallo scrigno musicale irlandese la Battlefield Band propone una ballata molto conosciuta, “Paddy’s Green Shamrock Shore” che racconta dell’emigrazione irlandese oltreoceano dovuta alla carestia che colpì l’isola nel diciannovesimo secolo: molti sognavano di ritornare prima o poi in Irlanda, pochissimi vi riuscirono. Del repertorio scozzese mi sembra importante segnalare il medley strumentale “The Highland Brigade Waterloo / The 74 Highlanders / The 93rds Farewell to Gibraltair”; la prima, un jig scozzese, fu composta da John Gow (1764 – 1826) che ricorda la Brigata scozzese che prese parte alla battaglia di Waterloo (18 giugno 1815) mentre la terza fu composta nel 1848 da John MacDonald per il 93° reggimento dei Sutherland Highlanders. Notevole anche “The Forfar Sodger” (raccolta Roud 2857) scritta da quello che è considerato “il poeta dei tessitori”, David Shaw (1786 – 1856) che ha “cucito” due testi di provenienza diversa, uno irlandese ed uno inglese.

Disco importante perché fondamentale nello sviluppo del “folk revival” della terra di Scozia.

Stranamente, nella discografia pubblicata nel sito del gruppo scozzese, di questo disco e del successivo “Wae’me for prince Charlie” non c’è traccia. Questo per la cronaca.

SUONI RIEMERSI: SCULLION “Scullion”

SUONI RIEMERSI: SCULLION “Scullion”

SUONI RIEMERSI: SCULLION “Scullion”

Mulligan Records 0037. LP, 1979

di alessandro nobis

C’è sempre stata una “linea evolutiva” indipendente nella storia del folk revival irlandese, una linea che parte dai Tír na nÓg e che ha visto negli anni più recenti le esperienze dei Nightnoise, del duo Atlas, dei Moving Hearts o ancora del suonatore di concertina di Armagh Niall Vallely (capace di staccarsi dal mainstream e produrre un eccellente progetto di collaborazione con musicisti iraniani visto al WKPF nel 2019) e dei musicisti che ruotano attorno all’area della Realach Records, per citarne alcuni.

Gli Scullion sono un esempio di quanto detto, e guarda caso il cantante e chitarrista Sonny Condell era uno dei musicisti del duo Tír na nÓg assieme a Leo O’Kelly (splendido il loro disco d’esordio del 1971); bene, nel 1976 Condell incontra il chitarrista Greg Boland, il cantante Philip King ai quali si aggiunge qualche tempo dopo il piper Jimmy O’Brien Moran. Nel ’79 gli Scullion entrano in studio per registrare questo ottimo lavoro e viene chiamato a collaborare tra gli altri il piper Peter Browne; è un disco che pur essendo di matrice cantautorale contiene forti legami con la tradizione musicale irlandese come dimostrano la slow air “World About Collour” eseguita da Browne e l’arrangiamento curato da Philip King di una lirica irlandese del 17° secolo tradotta dall’irlandese ai primi del ‘900 da Frank O’Connor, “I am stretched on your grave” (“Táim sínte ar do thuama” è il titolo originale) incisa anche da Sinead O’Connor e dai Dead Can Dance tra gli altri e “The Fruit Smelling Shop”, un pregevole adattamento di Condell dell’Ulysse di James Joyce.

Sonny Condell è l’autore della maggior parte dei restanti brani, dei quali tengo a segnalare il canto narrativo “The Kilkenny Miners” che racconta delle lotte sindacali dei lavoratori delle miniere di carbone di quella Contea.

Disco davvero eccellente, assolutamente da riscoprire. Una visione “diversa” del folk irlandese.

SUONI RIEMERSI: BEPPE CASTELLANI 4et “Italian Standards vol. 1 & 2”

SUONI RIEMERSI: BEPPE CASTELLANI 4et “Italian Standards vol. 1 & 2”

SUONI RIEMERSI: BEPPE CASTELLANI 4et “Italian Standards vol. 1 & 2”

IL POSTO RECORDS, 1989, 1990. lp

di alessandro nobis

I due dischi realizzati per “Il Posto Records” a cavallo del 1990 dal quartetto guidato dal tenorista Beppe Castellani con Ares Tavolazzi al contrabbasso, Riccardo Biancoli alla batteria e Giorgio “Cigno” Signoretti alla chitarra sono tra i più significativi progetti nati a Verona in quegli anni ed uno dei primi a rendere finalmente omaggio ai brani di due grandi cantautori italiani come Luigi Tenco e Gino Paoli. A distanza di trent’anni il progetto “Italian Standars” mantiene inalterata la bellezza della musica, la scelta oculata della scaletta ed i preziosi arrangiamenti curati dalla coppia Castellani – Signoretti che lasciavano ampio spazio all’interplay tra i quattro strumenti ed anche all’esecuzioni di assoli sempre di ottima fattura e misurati. Ad esempio la splendida riproposizione del brano di Paoli “Gli innamorati sono sempre soli”: tema esposto dal tenore di Castellani con seguente lungo assolo che introduce quelli di Signoretti e di Tavolazzi e il tenore che chiude il cerchio. Oppure nella seguente struggente e pacata ballad “Mi sono innamorato di te” uno degli high-lights di “Italian Standards” a mio avviso per l’intensità che comunica. Jazz mainstream di eccellente fattura, suonato con grande perizia ed intelligenza che ha saputo translare gli spartiti di Paoli e Tenco nel mondo della musica afroamericana ad un livello inedito per quegli anni. Dispiace solamente che la diffusione di questi due lavori, a mio avviso due perle del jazz italiano, non sia stata al livello della qualità della musica ma, come si dice, “del senno di poi son piene le fosse”. Dispiace comunque.

Le evocative foto di copertina sono di Beppe Castellani, che negli ultimi anni si è dedicato alla fotografia artistica con ottimi risultati (https://beppecastellani.jimdofree.com).

Il progetto “Italian Standards” avrà un seguito nel 1992 con “A new page” pubblicato dalla Modern Times ed accreditato allo Stefano  Benini – Beppe Castellani Quintet con Piero Leveratto al contrabbasso ed il co-leader, Stefano Benini, al flauto traverso.

VOLUME 1: registrato nel maggio 1989.

Lato A

Gli innamorati sono sempre soli (G. P.)

Mi sono innamorato di te (L. T.)

Se sapessi come fai (L. T.)

Lato B

Senza fine (G. P.)

Un giorno dopo l’altro (L. T.)

Volume 2: registrato nel marzo 1990.

Lato A

Ragazzo mio (L. T.)

Tu non hai capito niente (L. T.)

Un uomo vivo (G. P.)

Vedrai vedrai (L. T.)

Ho capito che ti amo (L. T.)

SUONI RIEMERSI: THE CHIEFTAINS “4”

SUONI RIEMERSI: THE CHIEFTAINS “4”

SUONI RIEMERSI: THE CHIEFTAINS “4”

CLADDAGH RECORDS. LP, CD 1973

di alessandro nobis

Il quarto album degli irlandesi Chieftains è considerato una svolta nel suono e nella storia del gruppo, svolta dovuta all’ingresso dell’arpista Derek Bell con il suo bagaglio classico e con il suo straordinario talento che ha reso qualche modo più soffice il sound dei Chieftains che, lo ricordo, nell’ambito del folk revival irlandese si caratterizzava in quegli anni per la totale assenza degli strumenti a plettro prediligendo il suono del violino (Sean Keane e Martin Fay), delle uilleann pipes di Paddy Moloney, dei flauti (Sean Potts e Michael Turbridy) e delle percussioni di Peadar Mercier.

La copertina Italian del 45 giri “Woman of Ireland” con l’errore nel titolo.

Ascoltate per esempio lo standard “Carrickfergus” introdotto dalla maestosa arpa di Bell un arrangiamento cameristico e la linea melodica vocale è sostituita dall’arpa e dal violino o le composizioni attribuite a Turlogh O’Carolan “Morgan Magan” e “Sláinte Bhreagh Hiulit (Hewlett)”:è la magia del suono dei Chieftains che all’epoca soprese anche il regista Stanley Kubrick che per la colonna sonora del suo capolavoro “Barry Lyndon” scelse la slow air “Mná na hÉireann (Women of Ireland)”,scritta dal grande Sean O’Riada, perfetta per ambientare le vicende narrate nel film grazie alla sua potenza descrittiva e dal suo arrangiamento straordinario, uno dei (tanti) capolavori del gruppo irlandese che aumentò a far crescerne la popolarità.

La seconda facciata si apre con il dialogo tra il bodhran di Peadar Mercier e il tin whistle di Sean Potts che apre “The Mornig Dew” – uno dei cavalli di battaglia live del gruppo – e se cercate altri riferimenti ai maestri irlandesi delle precedenti generazioni ne trovate uno nel set di danze che chiude la facciata, quel “An Suisin Ban (The White Blanket)” che Moloney ascoltò dal violinista Junior Crehan ai funerali di Willie Clancy.

Il quarto ellepì dei Chieftains è considerato uno dei migliori della loro sterminata discografia assieme a “Bonaparte’s Retreat” ed appartiene alla prima fase artistica del gruppo nella quale l’attaccamento alle radici irlandesi era assoluto: poi iniziarono le collaborazioni con artisti “alloctoni” che diedero a Moloney & C. meritati visibilità e successo planetario. “Irish Heartbeat” con Val “The Man” Morrison pubblicato nel 1988 fu una straordinaria eccezione di quel periodo.

QUI UN ARTICOLO SUL PRIMO DISCO DEI CHIEFTAINS: https://ildiapasonblog.wordpress.com/2020/02/05/suoni-riemersi-the-chieftains/