SUONI RIEMERSI: COLOSSEUM “The Grass is Greener”

SUONI RIEMERSI: COLOSSEUM “The Grass is Greener”

SUONI RIEMERSI: COLOSSEUM “The Grass is Greener”

ABC DUNHILL Records. LP, 1970

di alessandro nobis

The grass is greener” ovvero “una copertina per due dischi” verrebbe da dire per il terzo album pubblicato per il mercato americano nel 1970 diventato già nel ’70 oggetto di collezionismo in Europa, dove pochissimi ebbero l’occasione di acquistarlo sul mercato d’importazione come si chiamava mezzo secolo fa (personalmente, questa versione non l’ho mai vista!). Altri gruppi dell’epoca come i Van Der Graaf Generator o i Gentle Giant pubblicarono dischi con copertine diverse (“H to He Who am The Only One” e “Octopus” rispettivamente)  ma i Colosseum seppero fare di meglio utilizzando la copertina del precedente “Valentyne Suite” virandola leggermente al blue e cambiandone anche il font delle scritte; giusto quel poco per farne un rompicapo capace di far dannare i non pochi fans dell’epoca (ora si chiamerebbero followers) della straordinaria band di John Hiseman & C; band che seppe mescolare con equilibrio ed eleganza il blues elettrico, il rock ed il jazz ma che fu erroneamente spesso collegata alla corrente che molti chiamano “progressive”, un termine a mio avviso senza alcun significato tanto meno se accostato al suono dei Colosseum.

Ma andiamo con ordine: l’unico brano che hanno in comune i due album è “Elegy”, mentre altri tre (“Betty’s Blues”, “The Machine Demands a Sacrifice” aperta dal flauto di H.S. e dal basso di Tony Reeves e lo splendido brano eponimo introdotto dai sassofoni, con un bel solo di basso ed una davvero notevole parte di chitarra) presentano una versione differente rispetto a “Valentyne Suite” con il chitarrista Clem Clempson anche come voce solista in sostituzione di Litherland che nel frattempo aveva lasciato il gruppo diventando quindi una chicca preziosa per gli appassionati dei Colosseum visto il suono più legato al blues elettrico di Clempson che caratterizzerà l’ultima fase di vita della band. Il nuovo missaggio risale al ’69 durante il quale vennero registrati anche i quattro brani inediti: due diventarono cavalli di battaglia dei concerti, e mi riferisco in particolare al blues scritto da Jack Bruce e Pete Brown “Rope Ladder to the Moon” con un bell’arrangiamento per la marimba ed a “Lost Angeles” scritta a quattro mani da Greenslade ed Heckstall – Smith, una versione che in questo lavoro ha la durata di cinque minuti e mezzo ma che nelle esibizioni dal vivo supera il quarto d’ora grazie all’immaginifica introduzione dell’Hammond di Dave Greenslade. Gli altri due brani inediti sono un arrangiamento del “Bolero” di Maurice Ravel (personalmente lo ritengo il brano più debole, non mi sono mai piaciuti gli arrangiamenti rock di brani classici, lo devo dire) ed una bella composizione di Mike Taylor e Dave Tolin, “Jumpin’ Off the Sun” introdotta dalle campane tubolari di Hiseman e con significativo assolo di chitarra.

A fare un po’ d’ordine ci ha pensato nel 2002 la Sanctuary Records pubblicato un doppio CD che contiene sia “Valentyne Suite” che “The Grass is Greener” con due inediti (“Arthur’s Moustache” e “Lost Angeles” provenienti dalla trasmissione Top Gear re mandati in onda il 22 novembre del 1969.

SUONI RIEMERSI: NORMAN BLAKE · RED RECTOR “Norman Blake & Red Rector”

SUONI RIEMERSI: NORMAN BLAKE · RED RECTOR “Norman Blake & Red Rector”

NORMAN BLAKE ·RED RECTOR “Norman Blake & Red Rector”

County Records. LP, 1976

di alessandro nobis

Attribuito a Norman Blake ed al mandolinista del North Carolina Red Rector (1929 – 1990), questo ellepì si avvale anche della fondamentale opera della ritmica formata da Charlie Collins alla chitarra e da Roy Huskie Junior al contrabbasso, ed è l’unico lavoro di Blake pubblicato dalla County Records di Dave Freeman che nel 2018 ha chiuso i battenti. Le fonti dalle quali Blake e Rector hanno attinto per arrangiare i brani – nessuno è originale – ed inciderli in questo che resta dopo quasi mezzo secolo un meraviglioso lavoro, uno degli highlights della discografia di Norman Blake, sono numerose; alcuni brani sono classificati come “tradizionali” e quindi di autore sconosciuto, mentre altri sono stati registrati e composti in varie epoche da musicisti considerati “colonne” del folk americano. Immagino un lungo e certosino lavoro nella ricerca e trascrizione dei 78giri degli anni Venti e Trenta che fa di questo disco un doveroso e riuscito omaggio alle radici della musica americana. C’è “Denver Belle”, una fiddle tune del grande Kenny Baker, c’è “Darling Nellie Across the Sea” dal repertorio della seminale Carter Family (1929) e, sempre da quell’anno “Mississippi Sawyer” 78giri di esordio della string band – che suonava l’old time music – “The Hill Billies” e “Sweet Lorena” ballad cantata da Blake e scritta dai fratelli Henry e Joseph Webster con un bel solo di mandolino ed il preciso contrabbasso di Roy Huskie, lo splendido strumentale “Girl I Left Behind Me”, una dance tune con il perfetto alternarsi chitarra – mandolino, uno dei brani più significativi di questo album a mio avviso ed infine “Limehouse Blues” di Douglas Furber e Philip Braham suonato per la prima volta nel ’21 da Gertrude Lawrence e Jack Buchanam, con al solito strepitosi soli di Red Rector e Norman Blake.

Disco notevole, come detto uno dei più interessanti del chitarrista di Sulphur Springs che mette in luce anche il mandolinista Red Rector.

SUONI RIEMERSI: GRATEFUL DEAD “American Beauty”

SUONI RIEMERSI: GRATEFUL DEAD “American Beauty”

SUONI RIEMERSI: GRATEFUL DEAD “American Beauty”

Warner Bros. Records. LP, 1970

di alessandro nobis

“American Beauty”, pubblicato nel 1970, è a mio avviso uno dei più significativi dischi dei Grateful Dead assieme al coevo “Workingman’s Dead” (https://ildiapasonblog.wordpress.com/2020/08/30/grateful-dead-workingmans-dead-50th-anniversary-edition/) per il suono elettroacustico e soprattutto per l’evidente forte legame con il folk americano d’autore. Gli arrangiamenti delle parti vocali sono splendidi, i brani, quasi tutti originali, saranno suonati dal vivo con lunghissime improvvisazioni, caratteristica questa che ha da sempre contraddistinto i concerti dei Dead. American Beauty”, e questa è una novità, non è solamente un lavoro della band di Garcia & C. ma ospita alcuni eccellenti musicisti della Bay Area alcuni dei quali coinvolti nella riproposta in una versione più moderna e quindi meno ortodossa della tradizione: tra questi Dave Torbert, David Nelson, David Grisman e Howard Wales, e non è un caso se i primi due, assieme a Garcia, Lesh e Hart daranno origine ai New Riders of the Purple Sage, una sorta di avventura parallela “roots”, almeno per i primi due album, al gruppo madre dei Dead. Il mandolinista Grisman da un apporto importante a “Friend of the Devil”, brano quasi sempre presente nei set acustici dal vivo, Torbert e Nelson in una delle composizioni più conosciute dei Dead, “Box Of Rain” che apre il disco (con il testo di Robert Hunter), “Candy Man”, un’altra delle hit dei Grateful Dead (ma anche dei “cugini” Hot Tuna di Jorma Kaukonen e Jack Casady), ci riporta alle tradizioni della musica americana (e qui c’è Howard Wales all’hammond) e “Ripple” è una delicatissima ballata scritta dalla coppia Garcia / Hunter.

I Grateful Dead aprirono il decennio dei Settanta con due capolavori, questo e “Workingman’s”, con la formazione a sette (Ron McKernan sarà della partita fino al ’73, anno della sua dipartita) a mio giudizio il loro periodo più significativo almeno per ciò che concerne, come detto, le registrazioni in studio. Dal vivo, come ben si sa, il livello dei concerti si manterrà altissimo fino al loro scioglimento nel 1995: i Dead, senza Jerry Garcia, non avrebbero più avuto motivo di continuare.

Nel cofanetto “The Golden Road 1965 – 1973” pubblicato nel 2001 sono stati inseriti otto inediti tra cui sei dal vivo mentre nella versione del 2020 a celebrazione del cinquantennale sono presenti due CD che riportano il concerto del 18 febbraio 1971 al Capitol Theatre di Port Chester, New York.

SUONI RIEMERSI: JON HISEMAN “Ganz schön heiss, Man!”.

SUONI RIEMERSI: JON HISEMAN “Ganz schön heiss, Man!”.

SUONI RIEMERSI: JON HISEMAN “Ganz schön heiss, Man!”. VeraBra Records. LP, 1986

di alessandro nobis

Questo disco “in solo” dello straordinario batterista inglese Jon Hiseman è non solo un’occasione per ammirare la sua tecnica strumentale ma anche e soprattutto la sua creatività nel comporre ed eseguire brani concepiti per questo strumento. Attenzione, qui non siamo davanti ad assoli spesso troppo autoreferenziali ma piuttosto all’uso nella sua totalità di tutte le potenzialità timbrico – ritmiche della batteria.

I brani del disco derivano da concerti eseguiti da Hiseman a Berlino, Mannheim e Hannover, tra la sessantina che nel 1985 tenne con i Paraphernalia, quintetto capitanato da Barbara Thompson e con l’United Jazz & Rock Ensemble, con alcuni dei più prestigiosi esponenti del jazz europeo come Kenny Wheeler, Albert Mengelsdorff, Ian Carr, Eberherd Weber e Wolfgang Dauner.

La prima facciata si apre con “The Metropol”, un brano di sedici minuti registrato a Berlino; qui Hiseman si fa accompagnare dal basso elettrico di Dave Bell (Paraphernalia) in una composizione che vive di luce propria e non ha il bisogno di essere inserita nella registrazione completa del brano che la contiene mentre il secondo brano, “Ganz schön heiss, Man!”, di più breve durata viene dal concerto di Brig, in Svizzera dell’Orchestra mette in evidenza lo straordinario trombone di Mengelsdorff che con i suoi interventi, seppur brevi – qui non ci sono i brani completi –  sposta il baricentro dal jazz più vicino al rock verso la creazione di musica spontanea

La seconda facciata si apre con la ripresa di “Ganz schön heiss, Man!”, estratto da un concerto tenutosi a Mannheim sempre dalla United Jazz & Rock Ensemble che espone in apertura e chiusura il tema e lascia lo spazio al solo di Hiseman e si conclude con l’assolo registrato ad Hannover, “The Pavillion” presumibilmente il nome del teatro dove si tenne il concerto.

Per chi ha saputo apprezzare prima il suono seminale della Graham Bond Organisation, il blues intriso di jazz di Bare Wires di John Mayalls, il robusto blues legato al rock dei Colosseum e quello più hard dei Tempest non faticherà a gustare ogni singolo passaggio di questi soli di John Philipp Hiseman che, in calce alle note di copertina alla domanda ricorda che qualcuno gli avrebbe detto: “Un album di sola batteria? Sei un pazzo! E chi se lo comprerebbe?” Beh, qui ce n’è uno, di questi “pazzi”.

SUONI RIEMERSI: ATRIUM MUSICAE DE MADRID “Musique Arabo – Andalouse”

SUONI RIEMERSI: ATRIUM MUSICAE DE MADRID “Musique Arabo – Andalouse”

SUONI RIEMERSI: ATRIUM MUSICAE DE MADRID “Musique Arabo – Andalouse”

Harmonia Mundi. LP, CD, 1977

di alessandro nobis

Si parla e si scrive spesso di “dischi seminali” e non spetta certo a me dire se a proposito o a sproposito; certo è che questo lavoro di Gregorio Paniagua e del da lui diretto e fondato Atrium Musicae de Madrid rientra nella categoria a pieno diritto. Fino al ’77, anno della sua pubblicazione, della musica arabo-andalusa, della sua storia, del suo repertorio e dei suoi suoni ben poco o nulla si conosceva dalle nostre parti. Ebbene, la pubblicazione di questo straordinario ellepì per la prestigiosissima Harmonia Mundi rimane a tutt’oggi una pietra miliare, un seme piantato nei musicofili più curiosi per i quali si è aperto un mondo culturale ricchissimo e non è un caso se nei decenni è stato ristampato numerose volte come compact disc. Si tratta di frammenti delle undici “nube” andaluse arrivate fino a noi – molte altre sono andate perse nei passaggi generazionali orali – conservatesi nel nordafrica occidentale (El Maghrib) da quando dopo il lungo assedio di Granada il 2 gennaio del 1492 il califfato fu costretto a “riparare” dalla Spagna Islamica (Al-Andalus) in quello che oggi è il Marocco. Non ci sono “nube” complete qui, e nemmeno le loro esecuzioni orchestrali: sono esecuzioni davvero minimali, più adatte ad ambienti chiusi e raccolti, al cospetto di un pubblico ridotto, familiare, attento alla musica piuttosto che al contorno.

Come sottolineavo in apertura, questo lavoro deve anche essere considerato un compendio, un’introduzione alla musica arabo-andalusa vista la varietà dei repertori e soprattutto la ricchezza timbrica per la quale va assolutamente sottolineato l’enorme lavoro di ricerca sia tra gli strumenti tradizionali tuttora utilizzati (il rabab, i tamburi a cornice ad esempio) sia tra quelli illustrati nelle splendide miniature delle Cantigas de Santa Maria raccolte nel XIII secolo dal Re Alfonso X “El Sabio” che mostrano armi, strumenti ed abbigliamento di quelle parte di Medioevo. Basta leggere gli strumenti suonati dall’ensemble: kamanjeh, rabab, ‘ud, cetra, zamar, qitar(Gregorio Paniagua), rabab, nay, darabukka, surnay, hella, daff, qanun, tarrija, arghul, mizmar, tar, nuqqeyrat(Eduardo Paniagua), jalali, tar, qanun, nay, santur, tarrenas, cliquettes, qaraqeb, jank, zil, gsbab(Christina Ubeda), rabab, al-urgana, tar, qanun (Pablo Cano), tae jalalil, sinj, bandayr, al-buzuq, castagnettes, qanun, ghaita, bordun (Beatriz Amo), tambur, darabukka, ‘ud, zil, rabab, (Luis Paniagua), rabab, darabukka, tarrija, tar, nay, santur, peihne en bois (Carlos Paniagua), ben  descritti nel libretto che accompagna l’ellepì (ma non il CD)

Come detto, disco fondamentale considerato che ha ispirato numerosi ensemble nei decenni successivi ad affrontare repertori e suoni, il prologo all’enorme e prezioso lavoro che Paniagua (Edoardo) sta facendo con la sua etichetta Pneuma.

COLOSSEUM “Lost Angeles · Live in Bremen 20 · 11 · 1970”

COLOSSEUM “Lost Angeles · Live in Bremen 20 · 11 · 1970”

SUONI RIEMERSI: COLOSSEUM  “Lost Angeles · Live in Bremen 20 · 11 · 1970”

Bootleg. LP, 1997

di alessandro nobis

Negli anni Settanta avevamo così fame di musica dal vivo su disco che qualsiasi “bootleg”, con vinile di qualsiasi qualità ed altrettanto qualsiasi qualità di registrazione riusciva a sfamarci. Pertanto rimasi colpito quando trovai in un negozio veronese, e questo parecchi anni or sono e quindi in piena era compact disc, questo ellepì dei Colosseum di Jon Hiseman che mi ricordò per filo e per segno, anche per l’etichetta totalmente bianca, quei “bootlegs” quasi inascoltabili. Qui comunque la qualità è decisamente decente per i parametri di mezzo secolo fa, e appena sufficiente per quelli odierni dove spesso purtroppo conta di più la qualità della registrazione che quella della musica.

Siamo nel novembre del 1970 a Brema quattro mesi prima della registrazione del loro leggendario doppio ellepì “Live” (18 e 27 marzo del ’71) per un concerto organizzato e presumo anche trasmesso all’epoca dalla benemerita emittente “Radio Bremen” che ogni tanto pubblica qualche sua registrazione (Nucleus, Clannad e Planxty per fare tre esempio); i Colosseum sono qui nella loro migliore line-up, quella con Chris Farlowe per capirci, ed il disco propone quattro brani, due tratti da “Daughter of Time”, uno da “The Grass is Greener” e “Tanglewood ‘63” presente sul già citato doppio. Una facciata riporta la registrazione dell’immancabile “Lost Angeles” in una proto-versione aperta da Dave Greenslade al vibrafono e “Tanglewood ‘63” con uno splendido assolo di organo e con la ritmica Hiseman – Clarke che introduce il lungo e brillante “solo” di Heckstall-Smith al tenore al quale aggiunge il soprano in pieno stile “Roland-Kirk”, quindi con il doppio sassofono. L’altra facciata, sembrerebbe la prima, contiene come detto due brani di “Daughter of Time”, album coevo a questo concerto; “Downhill and Shadows” è uno slow blues composto da Hiseman, Clempson e Tony Reeves – il primo bassista della band – con un efficacissimo assolo di chitarra ed una interessante improvvisazione dove si intrecciano tutti i componenti del sestetto e che chiude sul riff di “Spoonful” di Willie Dixon, e “Take me Back to Doomsday” di Greenslade, Hiseman e Clempson è una ballad aperta dal pianoforte e si contraddistingue per gli assoli del bravissimo Heckstall-Smith e di Clem Clempson. Performance davvero notevole, registrazione non perfetta ma, come dicevo sopra, quello che conta è la sostanza, e qui ce n’è davvero tanta.

Una curiosità: la copertina riporta un ritratto del gruppo, ma manca uno dei componenti.

SUONI RIEMERSI: NORMAN BLAKE “Home in Sulphur Springs”

SUONI RIEMERSI: NORMAN BLAKE “Home in Sulphur Springs”

NORMAN BLAKE  “Home in Sulphur Springs”

Rounder Records. LP, 1972

di alessandro nobis

Classe 1938, nativo del Tennessee ma subito trasferitosi con la famiglia a Sulphur Springs in Georgia, Norman Blake è cresciuto molto vicino alla linea ferroviaria che molto più tardi descrisse in seguito così bene nelle sue ballate, visto che l’occupazione principale della popolazione residente in quell’area era appunto lo svolgimento di mansioni di ogni tipo per la compagnia che gestiva la ferrovia. Legato fortemente alla tradizione musicale ma con una sempre fervida vena compositiva, Blake è considerato anche dagli esperti, ed anche da me in quarta battuta, uno straordinario poli strumentista che ha saputo far sua la lezione dei Maestri come Doc Watson, indissolubilmente legato alla più pura delle tradizioni musicali e tra i fondatori del genere chiamato da molti “americana”.

Registrato il 30 dicembre del ’71 e pubblicato l’anno successivo dall’allora attivissima Rounder Records, “Home in Sulphur Springs” è lo splendido disco d’esordio di Blake che si fa accompagnare dall’amico dobroista Tut Taylor che a sua volta lo aveva ospitato nel suo “Friar Tut” registrato il giorno prima (https://ildiapasonblog.wordpress.com/2021/05/21/tut-taylor-·-norman-blake-·-sam-bush-·-daniel-taylor-friar-tut/). “Bully of the Town” che apre il disco è stata ispirata alle “fiddle tunes” ed eseguita impeccabilmente dalla chitarra, un autentico biglietto da visita per Blake e per la sua seguente carriera artistica assieme alla seguente “Randal Collins”, ballad composta in quel di Chicago pensando alla sua Sulphur Springs alla quale dedica anche la toccante “Down Home Summertime Blues” alla slide; il dobro di Tut Tayor emerge in tutta la sua liricità in “When the Fields are White with Daises”, ballad scritta da Blake che ha completato un breve tema tradizionale seguita un arrangiamento di un’altra fiddle tunes, “Clattle in the Cane” per sola chitarra. Chiude questo magnifico esordio “Bringing in the Georgia Mail”, scritta da Bill Monroe, nientedimeno.

Disco splendido, grande autore ed immenso chitarrista, un lavoro che mi affascinato si dal primo ascolto.

E infinite grazie alla Nitty Gritty Dirt Band che con “Will the Circle be Umbroken” mi ha spalancato il portone al folklore americano ed ai suoi autori. Come, appunto, Norman Blake, che in quel triplo testo sacro giocava un importante ruolo.

BRUNO PIANTA & ROBERTO LEYDI (a cura di):  Bagpipes in Europe. Ireland, Scotland, Brittany & Galicia

BRUNO PIANTA & ROBERTO LEYDI (a cura di):  Bagpipes in Europe. Ireland, Scotland, Brittany & Galicia

SUONI RIEMERSI: BRUNO PIANTA & ROBERTO LEYDI (a cura di):  Strumenti popolari europei. LA ZAMPOGNA 

“Volume 1: Irlanda – Scozia – Bretagna – Galizia”

ALBATROS DISCHI. LP, 1972

di alessandro nobis

Tra il 1969 e il 1971 Roberto Leydi (1928 – 2003) e Bruno Pianta (1943 – 2016), due autorevolissimi etnomusicologi italiani compiono un viaggio nelle terre celtiche dell’Europa Occidentale alla scoperta delle varianti della cornamusa per un progetto che si chiamava “Strumenti Popolari in Europa” di cui questo disco rappresenta il primo volume raccogliendo preziose testimonianze sonore.

La ricerca inizia prima dell’esplosione del fenomeno del folk revival anglo-scoto-irlandese (e questo è un valore aggiunto dell’opera), nella primavera del ’69 in Galizia con una registrazione effettuata nell’isola di Arosa dove Os Arinos das rias Baixas esegue una melodia tradizionale, una “Muineira” (che significa “macina da mulino” o “moglie del mugnaio”) proseguendo nella primavera – estate del ‘71 in Bretagna dove i protagonisti delle registrazioni sono il suonatore di bombarda bretone Daniel Philippe in duo con Yann Le Bars al binjou con un repertorio formato da una “Wedding March”, due melodie “a ballo” ed una legata alle feste natalizie, il tutto catturato dal registratore a nastri nelle località di Bourbriac nel Cote du Nord e Scrignac nel Finisterre dove registrano un duo vocale misto che presenta canto un “Tamm Diweza”. Nel giuno del 1971 visitano la Scozia e di quel viaggio sono qui presenti quattro brani: un bellissimo frammento “pitbroch” vocale di Mary Morrison (“Canntaireachd”) e la cornamusa di Calum Johnston (un altro brano dal repertorio pitbroch, “Makintosh Lament”) entrambi residenti nell’isola di Barra nelle Outer Hebrides mentre sulla mainland, precisamente a Blairgowrie nel Pertshire catturano la voce della cornamusa di Alex Stewart, forse il Pipe Major Alex Stewart del Reggimento Argyll & Sutherland Highlanders che suona un set formato da una marcia e da un reel.

Le tre tracce registrate in Irlanda, purtroppo, non riportano in modo completo né il nome degli esecutori né i titoli dei brani con una eccezione; sono state registrate in un pub dublinese il 3 aprile del ’71 e le parche note di copertina ci dicono che gli esecutori sono un uilleann piper, un banjoista ed un chitarrista che eseguino un jig,  una composizione probabilmente scritta da Turlogh O’ Carolan e “The lark’s Song”.

Il libretto inserito nella copertina dell’ellepì racconta la storia della uilleann pipes, delle highland bagpipes e della gaita con grande dovizia di particolari e ovviamente competenza visti gli autori sia in lingua inglese che italiana con esempi musicali e qualche incisione.

Disco importante – come del resto tutti quelli che raccolgono registrazioni dei due etnomusicologi – che fa parte delle opere originali dell’Albatros Records al tempo anche coraggiosamente impegnata nelle versioni italiane dell’importantissima etichetta americana Folkways Records e che meriterebbe una ristampa in compact-disc.

Mi piacerebbe sapere in quale archivio sono conservate le registrazioni di questi viaggi “celtici” di Leydi e Pianta, magari c’è dell’altro materiale proveniente da questi loro viaggi. Qualcuno ne sa qualcosa?

SUONI RIEMERSI: CRAOBH RUA “No Matter How Cold & Wet You Are as Long as You’re Warm and Dry”

SUONI RIEMERSI: CRAOBH RUA “No Matter How Cold & Wet You Are as Long as You’re Warm and Dry”

“No Matter How Cold & Wet You Are as Long as You’re Warm and Dry”

Lochshore Records. CD, 1995

di alessandro nobis

Questo è il terzo lavoro di questo brillante quartetto irlandese proveniente da Belfast formato dal piper Mark Donnelly, dal violinista Michael Cassidy, da Brian Connoly (banjo, bodhran e plettri) e dal chitarrista cantante Jim Byrne ed è il loro primo pubblicato dalla prestigiosa label Lochshore. Visti in Italia parecchi anni or sono (nel 1999 tennero un magnifico concerto nella centrale Piazza Dante a Verona nell’ambito di una importante rassegna, “I Concerti Scaligeri” naturalmente cancellata dalla giunta leghista) grazie al fiuto di Gigi Bresciani e di Geomusic, i Craobh Rua riescono a mantenere nelle registrazioni in studio il suono compatto, energico, grintoso, con pochi fronzoli che caratterizza le loro esibizioni dal vivo sia durante l’esecuzione dei temi a danza che delle ballate che da sempre caratterizzano la musica popolare irlandese.

In questo terzo loro lavoro spiccano a mio avviso uno dei più celebri spartiti di Turlough O’Carolan, “Sir Festus Burke” (un’altra magnifica versione è quella degli Horslips nel loro “Drive the Cold Winter Away”, il set di Jigs “The Kings of Inishbofin di Charlie Lennon/ The Whin Bush / Paddy Kierce’s – scritta dal suonatore di concertina della Contea di Clare – ” con lo splendido violino di Michael Cassidy in gran spolvero, il set di hornpipes “The Castleton Hornpipe / Spellan the Fiddler – dalla raccolta di O’Neill stampata nel 1907–  / The Independent” con il brano centrale eseguito dal violino in “solo”, la ballad scritta da Sean Mac Ambrois “Aird Uí Chumhaing” dove il protagonista sogna il ritorno alla propria terra, tema carissimo agli irlandesi emigrati e le uilleann pipes di Mark Donnelly che aprono in solitudine il set “Haughey’s Fort / Bareny Ballaghan / The Tullysarron Ambassador”.

Il loro più recente album di cui ho contezza risale al 2015, ovvero “I’d Understand You If I Knew What You Meant” e, prima della pandemia, mi risulta fossero ancora in attività avendo suonato nell’ottobre del 2019 in Germania.

SUONI RIEMERSI: JOHN HARTFORD · NORMAN BLAKE · DAVE HOLLAND “Morning Bugle”

SUONI RIEMERSI: JOHN HARTFORD · NORMAN BLAKE · DAVE HOLLAND “Morning Bugle”

JOHN HARTFORD · NORMAN BLAKE · DAVE HOLLAND “Morning Bugle”

Warner Bros. Records. LP, 1974

di alessandro nobis

Una mattina chiama il mio manager e dice che ero stato richiesto per delle session con musicisti americani che non erano dei jazzisti. Confermai con grande curiosità la mia presenza e ti devo confessare che raramente mi sono divertito coì tanto in sala di registrazione”: queste le parole del contrabbassista Dave Holland che mi disse alla fine di un concerto “in solo” a Verona al Teatro Camploy. Ed in effetti questa gioia di suonare è nettamente percepibile sia all’ascolto di questo LP accreditato a John Hartford che di quello registrato in compagnia di Vassar Clements, Norman Blake, Butch Robins, Sam Bush, Tut Taylor e Jethro Burns registrato nel ’75 per la HDS Records.

John Hartford, cantante banjoista, violinista e chitarrista scomparso nel 2001 è stata senz’altro una delle menti più fertili del cosiddetto bluegrass alternativo, spesso fuori degli schemi, ironico e sempre sorprendente che ha saputo rompere gli schemi di una musica quasi sempre autoreferenziale e ripetiviva (“Aero plane” del 1971 e “Mark Twang” del ’76 sono alcune una delle prove più lampanti di ciò) e se Hartford e Blake richiesero la presenza di un contrabbassista come Holland piuttosto che quella di uno come Roy Huskey Jr. (un vero e perfetto metronomo, compagno di suonate di un certo Doc Watson ma lontano dal mondo del Prog Bluegrass, n.d.r.) significa che le loro menti erano piuttosto “aperte”. In quel periodo il bassista inglese stava lavorando con Sam Rivers, Barry Altshul e Antony Braxton ma in queste session “americane” emerge tutta la sua tecnica ed il lirismo che ho sempre contraddistinto: i suoi interventi in “All Fall Down”, il suo regale accompagnamento in “Street Car” il suo coinvolgimento in tutte le composizioni di Hartford ed il suo “bilanciare” le personalità del banjoista / cantante e di Norman Blake non sono un valore aggiunto al disco ma rappresentano la sua totale condivisione alle idee di Hartford che ebbe a mio avviso un colpo di genio nel coinvolgere David Holland in questo straordinario progetto. Un lavoro meraviglioso questo “Morning Bugle” un tuffo nella musica “americana” la cui storia ed i cui stili sono filtrati dalla personalità di Hartford, uno dei più grandi ed unici talenti di questo bluegrass alternativo la cui scomparsa ha lasciato negli amici musicisti e nei suoi fans un grande vuoto.

Non ci sono outtakes di questo disco, i musicisti hanno suonato in cerchio guardandosi dritti negli occhi, e questo è il meraviglioso risultato di quelle sessions.