SUONI RIEMERSI: KORNOG “Ar Seizh Avel”

SUONI RIEMERSI: KORNOG “Ar Seizh Avel”

SUONI RIEMERSI: KORNOG “Ar Seizh Avel / On Seven Winds”

GREEN LINNET, CD,  1985

di Alessandro Nobis

Questo “On Seven Winds” è il terzo album dei meravigliosi Kornog, a mio avviso il più significativo gruppo tra quelli emersi dal fenomeno del folk revival di matrice celtica ed in particolare bretone, con i loro cinque album incisi tra il 1983 ed il 2000 (“Kornog”, 1983 –  “Premiere: Live in Minneapolis”, 1984 –  “Ar Seizh Avel”, 1985 – “Kornog IV”, 1987 ed infine “Korong”, 2000); il loro repertorio fatto di una combinazione di temi a danza e ballate, i perfetti arrangiamenti che rinnovano una tradizione secolare, in una parola il suono d’insieme li rendeva unici, senza contare il livello artistico dei loro componenti ovvero il violinista Christian Lemaitre, il chitarrista Soig Siberil, il flautista Jean-Michel Veillon ed il cantante e suonatore di bozouky, lo scozzese Jamie McMenemy (uno dei co-fondatori anche della davvero leggendaria Battlefiel Band) che in seguito hanno partecipato ad altri progetti musicali di altissimo livello, un nome su tutti Pennoù Skoulm.MI0001957227

La raffinatezza e dolcezza di “Trip to Flagstaff” (scritta a quattro mani da Siberil e McMenemy), i due set di “Gavotte”, (il secondo eseguito dal solo Lemaitre), il Kan ha diskan di “Toniou Bale”,  la danza in 7/16 della danza bulgara “Varbishka Ratchenitza” e la rivisitazione della Child Ballad 59 (Sir Aldingar) cantata da McMenemy che sembra uscita dal repertorio della Battlefield delle origini sono solo alcuni dei tratti più significativi di questo splendido disco di un gruppo che, ne sono certo, ha stimolato molti giovani musicisti bretoni allo studio ed alla pratica della tradizione musicale della Bretagna.

Un disco il cui ascolto dopo trentatre anni mantiene integra la sua bellezza ed il suo fascino.

THE BIG BLUE HOUSE “Binne My”

THE BIG BLUE HOUSE “Binne My”

THE BIG BLUE HOUSE “Binne My”

AUTOPRODUZIONE, CD, 2018

di Alessandro Nobis

Sotto le grandi ali di AZ-Blues e di Blues Made in Italy è stato da pochissimo pubblicato questo “Binne My” di “The Big Blue House”, solido quartetto che propone un blues elettrico scoppiettante e sincero e, ci tengo a dirlo, italiano. Certo, il blues è un genere piuttosto schematizzato, le dodici battute sono sempre dodici ed è davvero difficile uscire dalla sua autoreferenzialità ed è più comodo cercare di ripetere le gesta dei grandi maestri del passato; a mio avviso un modo c’è ed è quello, come altre volte ho sottolineato, di produrre propria musica e testi facendo naturalmente riferimento a stilemi noti ma impegnandosi a creare un proprio percorso. Questo è quello che fanno, e fortunatamente non sono soli in questo, i “The Big Blue House”, come dicevo in apertura solido quartetto che compone e suona brani propri di ottimo livello, con fonti ispirative gli stili di bluesman delle generazioni più recenti che non voglio nominare per lasciarvi il piacere di scoprirle da soli. C’è il soul di “Black Eyes”, l’immancabile slow del seguente “Playing this Tune”, la ballata acustica di “Binne my” con il cammeo di Maurizio Pugno, lo shuffle di “Binne My” ed il blues tirato di “The Middle Passage”; Sandro Scarselli (tastiere), Danilo Staglianò (voce e chitarra), Andrea Berti (batteria) e Luca Bernetti (basso) hanno come si dice “un bel tiro” e queste otto tracce sono un’ottima credenziale per mettersi in evidenza nei Festival Blues che in Italia da qualche tempo sono ritornati ad un livello notevole grazie anche ai nuovi musicisti che affrontano “la musica del diavolo” con tanta passione e capacità. Avanti così.

http://www.a-zblues.com

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

MERCURI – BAZAN – RISPOLI  “La disfatta dei cavalieri grigi”

MERCURI – BAZAN – RISPOLI  “La disfatta dei cavalieri grigi”

MERCURI – BAZAN – RISPOLI  “La disfatta dei cavalieri grigi”

Edizioni Segni D’Autore, 2017, cm 22 x 30, pp. 104, € 23,00

cavalieri-grigi (1)Questo bel volume chiude il prezioso dittico iniziato nel 2014 con “La Coccarda Rossa 1861” e ambientato tra la fine della guerra civile tra piemontesi e truppe fedeli a Francesco II di Borbone e la Guerra di Secessione Americana. Due volumi che al di là del loro indiscusso valore grafico, aprono una finestra per molti inaspettata su alcuni aspetti sconosciuti della storia dei Paesi che vi sono coinvolti, il Regno dei Savoia, quello delle Due Sicilie e le repubbliche Confederata e Unionista al di là dell’Atlantico.la-coccarda-rossa (1).jpg

Lo sceneggiatore Carlo Bazan, l’illustratore Carlo Rispoli e lo storico / soggettista Mauro Mercuri (autore anche de “L’Anello di Zinco” https://ildiapasonblog.wordpress.com/?s=zinco) mettono in scena la storia (non quella riportata dai libri, spesso raccontata dai vincitori) identificando in Nicola Cardone le migliaia di soldati borbonici – e piemontesi – sbarcati nel nuovo Mondo e ritrovatisi ancora nemici protagonisti di infernali battaglie di quel bagno di sangue fratricida che fu la Guerra di Secessione. Una preziosa quanto piacevole occasione per far conoscere ai voraci lettori di graphic novels ed anche a chi frequenta le nostre scuole – insegnanti e studenti – le avventure personali di Cardone, di Rosaria e di Antonio Izzo sullo sfondo degli avvenimenti in corso intorno a quel fatidico 1960 che sancì la nascita del Regno d’Italia.

La microstoria di Nicola Cardone già sergente delle truppe di Francesco II sbarca a New Orleans grazie ad un accordo che il generale italiano Enrico Cialdini fece tramite Giuseppe Garibaldi con il generale Chatam R. Wheat per favorire l’espatrio “volontario” di parte dei numerosissimi prigionieri borbonici (l’alternativa erano il forte lager di Fenestrelle o la fucilazione”) e che diventa ufficiale delle truppe confederate con il Generale Thomas Jackson e poi generale dell’Esercito USA è qui narrata con le sempre delicate coloriture della tavole di Rispoli (sette a piena pagina) e le stringate ed efficaci “nuvolette” di Bazan che mettono su carta le approfondite ricerche storiche di Mercuri. Utilissime infine la bibliografia ed i brevi saggi inseriti ad inizio e fine volume che aiutano a scoprire, come detto, pagine mai aperte e ferite mai rimarginate della storia italiana.

http://www.segnidautore.it

ANNA VENTIMIGLIA “Panuya”

ANNA VENTIMIGLIA “Panuya”

ANNA VENTIMIGLIA “Panuya”

DODICILUNE Records CD, 2017

di Alessandro Nobis

Nel catalogo della salentina Dodicilune uno spazio è da sempre riservato alle “nostre” donne in jazz. Ricordo tre titoli dei quali vi ho parlato: il tributo a Billie Holiday (https://ildiapasonblog.wordpress.com/2015/12/27/aa-vv-hunger-and-love-billie-holiday-1915-2015/), il recente lavoro di Tiziana Ghiglioni (https://ildiapasonblog.wordpress.com/2018/01/06/ghiglioni-potts-lenoci-no-baby/) o quello di Chiara Papa (https://ildiapasonblog.wordpress.com/2017/07/08/chiara-papa-donne%E2%80%A8/), ed ora questo “Panuya” della flautista, compositrice e cantante siciliana Anna Ventimiglia, qui con un eccellente quartetto del quale fanno parte il sassofonista Bruno Morello, il valente pianista Giuseppe Finocchiaro (di lui segnalo “Prospectus”, https://ildiapasonblog.wordpress.com/2016/07/09/giuseppe-finocchiaro-prospectus/),  il contrabbassista Fabrizio Scalzo ed il batterista Pucci Nicosia.

Tecnica di primordine e sempre misurata, “groove” perfetto, gran gusto e misura nei soli e negli abbellimenti, l’amore per la musica brasiliana ed una solida preparazione fatta anche di frequentazioni a largo spettro come quelle con Giovanna Marini, Franco D’Andrea, Giancarlo Schiaffini e Keith Tippett ovvero dal canto colto e popolare al miglior jazz europeo legato al free ed al maistream. Questo si può leggere dall’ascolto di questo bel “Panuya”, la dedica al Brasile del brano eponimo, la libertà in “Etnande”, le composizioni mainstream di “11 novembre 2011” con l’intro al sax soprano di Bruno Morello che ne scrive lo spartito, la leggerezza le tema di “Twenty Miles Away” con i significativi soli di Giuseppe Finocchiaro e di Pucci Nicosia “alle spazzole” oltre che del prezioso e sempre inappuntabile flauto di Anna Ventimiglia.

Piacevolissimo e come si dice, “denso di contenuti”.

DALLA PICCIONAIA: EDNA, Cohen Verona, 8 febbraio 2018

DALLA PICCIONAIA: EDNA, Cohen Verona, 8 febbraio 2018

DALLA PICCIONAIA: EDNA, Cohen Verona, 8 febbraio 2018

di Alessandro Nobis

Vorrei che rimanesse qualche traccia scritta, qualche ricordo del concerto che Andrea Bozzetto, Mattia Barbieri e Stefano Risso (a.k.a. “Edna”) hanno tenuto al Cohen di Verona giovedì 8 febbraio 018; un peccato sarebbe far cadere nel perpetuo oblio questa intrigante esibizione che, rispetto alle attese e dispetto allo spiacevole esposto in Comune che al momento penalizza la programmazione del locale di Elena Castagnoli, ha rivelato una forma polifmorfica del trio altrettanto interessante e per certi versi ancora più stimolante del disco d’esordio appena pubblicato, “Born to be why”.EDNA 01.JPG

Il sopracitato esposto ha costretto i musicisti, soprattutto Barbieri, a presentarsi con una serie di marchingegni elettronici in luogo della batteria, una sorta di campionario di “Live electronics”, mentre Bozzetto anziché il Fender Rhodes ha suonato un piano acustico; la necessità stimola la virtù si dice, ed in effetti questi cambi di strumentazione hanno stimolato i tre musicisti a rivedere i loro piani dimostrando in questo una preparazione tecnica ed una creatività davvero approfondite.

I brani presentati provenivano in gran parte dal loro lavoro d’esordio per la Auand Records ma come al solito capita ai musicisti di razza sono stati arricchiti da lunghi momenti improvvisativi, da fitti dialoghi, da invenzioni sonore – e qui un ruolo fondamentale sono stati suoni creati e “pennellati” da Barbieri e le sue live electronics –  che hanno fatto diventare i temi di “Born to be why” quasi solamente un pretesto per giocare con le partiture e per divertirsi – e divertire – interloquendo sempre in modo intelligente e mai ripetitivo; la citazione colta di “Life on Mars” e “Gomma Blues”, sono solo due dei titoli che cito solamente per dovere di cronaca. Musica di indubbio fascino e bellezza, intrigante come dicevo prima, per un trio coeso ed affiatato, musica magari un po’ difficile – ma va benissimo così – che aspetta solo di essere catturata e messa su disco anche se, citando e parafrasando per l’ennesima volta l’ortodosso Derek Bailey, “la musica improvvisata nasce e muore con l’esibizione stessa, riascoltarla sarebbe come negare il principio stesso dell’improvvisazione”; personalmente mi auguro al contrario di avere presto tra le mani un nuovo CD di EDNA.2.

Stiamo a vedere cosa succede …………

MAKAM “Ezeregyéjszaka (Le Mille e una notte)”

MAKAM “Ezeregyéjszaka (Le Mille e una notte)”

MAKAM “Ezeregyéjszaka (Mille e una notte)”

Fono Records ZPCD020, CD, 2017

di Alessandro Nobis

I Makàm di “Approaches” (https://ildiapasonblog.wordpress.com/2017/04/10/suoni-riemersi-makam-ensemble-kozelitesek-approaches/) non esistono più da molto tempo; non sono più quelli che qui vennero definiti “gli Oregon danubiani”, di quel gruppo resta il timoniere, chitarrista e compositore Zoltan Krulik che guida il gruppo verso sentieri musicali che seppur intrisi sempre in misura minore di sfumature sonore del lontano Oriente (nel gruppo degli esordi ascrivibili soprattutto a Szabolc Szoke e Peter Szalai che non fanno più parte del gruppo da parecchi anni ormai) hanno assunto la struttura della forma canzone. Non sono migliori o peggiori dei Makam degli esordi, sono solamente diversi. E quindi si rende necessario affrontare questi nuovi lavori senza troppi riferimenti al passato, in modo da apprezzare pienamente le composizioni che il chitarrista e compositore budapestino Krulik Zoltan propone. Questo lavoro è a mio avviso uno dei più riusciti del gruppo, con tre brani costruiti attorno alle liriche di Petofi Sandor, poeta ed una delle figure cardine della rivolta del 1948 guidata da Lajos Kossuth, una vera e propria “primavera magiara” che per quale mese portò alla costituzione di una stato magiaro libero dagli Asburgo che con forza e successo represse con la forza (vi ricorda niente questo?).

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La musica, suonata con strumenti acustici a parte l’elegante basso fretless di Attila Boros, si ascolta molto volentieri, con le melodie ed i ritmi che gli estimatori di Krulik ben conoscono ed apprezzano; “Egi Tunder” con la voce della violinista Barbara Kuczera e la dolcissima ballad “Hat Haiku” con un bel solo di Janos Korényl, ma soprattutto i brani con i testi di Petofi (“Le stelle cadranno” ovvero “A csillagok Lehullanak”, “Petofi Blues” e “Siamo Lontani”, “Mi messze”) che riportano ai nostri giorni le lotte di indipendenza del popolo magiaro son quelli che più mi sono piaciuti e che più ho riascoltato, nonostante la lingua sia veramente ostica per noi non-magiari. Un gran bel lavoro pubblicato dalla Fono Records di Budapest che sta cercando di proseguire il lavoro della leggendaria Hungaroton che ebbe il grande merito di far conoscere la musica ungherese in tutte le sue sfaccettature e fasi storiche.

Oggi, con Zoltan Krulik, fanno parte del Makam Egyuttes Bori Magyar alla voce, i già citati Barbara Kuczera e Attia Boros oltre a Laszlo Keonch alle percussioni. Nella discografia dei Makam segnalo il primo lavoro, quello con i Kolinda e “Szerelem” del 2016.

www.makam.hu

 

IL CANZONIERE DEL PROGNO “La Moscarola”

IL CANZONIERE DEL PROGNO “La Moscarola”

ASSOCIAZIONE CULTURALE IL CANZONIERE DEL PROGNO “La Moscarola”

GIANNI BUSSINELLI EDITORE, LIBRO + CD, 2017. 21 cm X 21 cm, 270 PAGG. € 20,00

di Alessandro Nobis

Il Canzoniere del Progno di Illasi, nell’omonima valle dell’est della provincia di Verona, è una delle più longeve comunità di ricercatori, interpreti ed appassionati della cultura popolare dell’area veronese essendo nata agli albori degli anni Novanta. Sul finire dello 017 ha pubblicato questo prezioso volume con un CD allegato, che testimonia il valore qualitativo e quantitativo della ricerca sviluppata nel tempo e la cura con la quale questo materiale è stato assemblato per questo volume; qui troviamo tutto l’”arsenale” della cultura popolare ovvero canti, filastrocche, preghiere, credenze popolari, racconti di vita vissuta, giochi e tutto quello che nei decenni si è riusciti a tramandare oralmente di generazione in generazione. Da questo nasce il titolo, azzeccatissimo, “La Moscarola”, ovvero quel contenitore con telaio in legno ed i lati di retina metallica che nelle campagne sostituiva prima la ghiacciaia e poi il frigorifero nel quale venivano conservati i cibi “a rischio insetti”.

LA MOSCAROLAIl volume consta di otto capitoli che trattano tutti gli aspetti della vita nelle campagne e nei piccoli centri urbani del veronese:”Lunario e Calendario agricolo”, “La casa”, La piazza e la vita in paese”, “Il lavoro”, “Il corteggiamento, l’amore, il matrimonio”, “L’infanzia e le malattie”, e i capitoli più toccanti a mio modesto avviso sono senz’altro “La guerra” e “L’emigrazione”; soprattutto quest’ultimo assume un particolare valore vista la sua attualità, e le trascrizioni delle registrazioni riguardanti questo argomento potrebbero uscire dalla bocca dei profughi che da qualche anno arrivano in Europa. Racconta ad esempio l’informatore Pietro Paggi (classe 1937, di Roverè Veronese): “……..mio padre aveva voluto andare in Argentina perché era stufo della guerra e non ne voleva più sapere, aveva paura che ne potesse venirne un’altra e allora è partito subito e ha voluto che noi andassimo con lui.”

Una raccolta di testimonianze importante costituendo il valore aggiunto fa distinguere questo volume da molti altri in circolazione; forse sarebbe stato utile riportare anche la traduzione delle testimonianze in lingua italiana, perdendo sicuramente la spontaneità del dialetto ma magari allargando la nicchia degli appassionati e studiosi della cultura popolare di altre aree.

Il CD contiene ventidue tracce, registrate dal vivo dal Canzoniere con alcuni frammenti delle voci degli informatori: semplici arrangiamenti senza tanti fronzoli e vicino alle prassi esecutive di un passato che non tornerà mai più, conditi da tanta passione per le proprie radici, nel più puro stile del Canzoniere del Progno.

www.canzonieredelprogno.it

 

EDNA “Born to be why”

EDNA “Born to be why”

EDNA “Born to be why”

Auand Records, CD 2018

di Alessandro Nobis

Personalmente mi sono bastate tre note di questo “Born to be why” per farmi ricordare il riff al Fender Rhodes di Mike Ratledge in “Gesolreut” del Soft Machine; questo non perché la musica abbia a che fare con quella della “Macchina Soffice” ma perché quel particolare suono del piano elettrico mi ha sempre affascinato, e quindi avere tra le mani un intero disco di composizioni suonate anche con questo strumento mi ha stuzzicato non poco.

Di Edna fanno parte il pianista Andrea Bozzetto, il contrabbassista Stefano Risso (autore dell’ottimo disco in solo “Tentacoli” per la coraggiosa etichetta Solitunes, label da seguire per chi ama l’avanguardia e la sperimentazione) ed il batterista Mattia Barbieri, ed il repertorio di questo “Born to be why” è soprattutto fatto di brani originali a parte “Piani Inclinati” ed una intrigante quanto efficace rilettura di un superclassico come “Life on Mars” di Bowie.au9066

Musicisti ineccepibilmente preparati ed affiatati che propongono una musica che si muove tra il jazz “mainstream” – sto largo nella definizione – con una buona dose di improvvisazione come il brano eponimo e “Hicups” (composizioni di Risso) dove il Fender è affiancato dal synt Korg o la lunga “Iride” con l’ipnotico fraseggio del piano, un equilibrato e gustoso solo di contrabbasso – ascoltate anche quello in “Gomma Blues” –  ed una azzeccata ed inaspettata “ripartenza” al minuto 3’45”; disco godibilissimo fino all’ultima nota (nello specifico quella della bonus track “Joga Digital”), un’altra bella produzione dell’etichetta Auand e del produttore Marco Valente, dal 2001 sempre vigili a quanto succede nel fortunatamente ricco mondo del jazz italico.

http://www.auand.com

MISSING IN ACTION: SUONARE A FOLKEST 2018, La Fontana ai Ciliegi. 1 e 2 febbraio 2018

MISSING IN ACTION: SUONARE A FOLKEST 2018, La Fontana ai Ciliegi. 1 e 2 febbraio 2018

MISSING IN ACTION: SUONARE A FOLKEST 2018, La Fontana ai Ciliegi. San Pietro in Cariano, 1 e 2 febbraio 2018

E per oggi i “Missing in Action” sono due. Ora basta eh!

di Beppe Montresor

Oggi la folk music non ha più sul grande pubblico l’impatto culturale e sociale goduto, nel secondo dopoguerra fino agli anni ’80. Il pubblico che continua a seguirla è di nicchia, pur non essendo diminuita la qualità delle proposte nell’ambito della musica popolare tradizionale che, per sua natura è espressione intima, quasi fisiologica dell’animo umano. Un po’ come la canzone d’autore – con la quale spesso si intreccia in quel che chiamiamo folk d’autore – la folk music può conoscere momenti di maggior o minor diffusione commerciale, ma rimarrà sempre viva. E’ importante, comunque, sostenerne la voce, e in questo senso è altissima la valenza di “Suonare@Folkest”, vetrina di selezione di gruppi che parteciperanno in estate all’edizione 2018 di “Folkest”, e si svolge, per il Triveneto, giovedì 1 e venerdì 2 febbraio alle 21 (ingresso libero) alla Fontana ai Ciliegi di San Pietro in Cariano, da alcuni anni sede privilegiata della manifestazione. “Folkest” è, dal 1979, il festival italiano più celebrato di estrazione folk: nella sua storia ha ospitato tra i tanti Alan Stivell, Donovan, Fairport Convention, Joan Baez, Noa, Los  Lobos, Bob Dylan, David Byrne, Jacqui McShee’s Pentangle, Klezmatics, James Taylor, Inti Illimani,  Michelle Shocked, Mark Knopfler. Accanto ai nomi di richiamo internazionale, ogni anno il festival riserva spazio ad artisti emergenti selezionati con “Suonare@Folkest”, serie di eliminatorie con esibizioni live in diversi club italiani, dopo una precedente selezione operata sulla base del curriculum e del materiale inviato da ogni gruppo alla commissione esaminatrice. Tre le band che si disputeranno due posti alla Fontana giovedì 1 febbraio. Almakantica è un ensemble di ben nove musicisti di diversa provenienza (Sicilia, Veneto, Puglia, Campania), e conseguentemente il loro linguaggio musicale è di origine mediterranea…di esportazione, visto che il gruppo si è conosciuto e formato a Padova, tanto che la sua precedente denominazione era Pizzica Patavina. The Famous Python’s Foot è un trio, anch’esso padovano, sviluppatosi dalla preesistente folk band Lake District. Spaziano, tra pezzi tradizionali e originali, su un folk acustico ad ampio raggio: Irlanda, Bretagna, Galizia, Bulgaria, Brasile. Il polistrumentista del trio, Francesco Mattarello (caratterista la sua chitarra Dadgad in accordatura aperta) fa anche parte degli Ajde Zora, musica zingaro-balcanica. La Taverna Umberto I, infine è invece un duo di fratelli siciliani provenienti dalla splendida città di Piazza Armerina. Fanno folk cantautorale, “Passo dopo passo” il loro primo album in uscita. Venerdì 2, sempre per “Suonare@Folkest” 2018, si esibiranno alla Fontana i Terradimezzo e la Contrada Lorì, entrambe band veronesi, già ammessi al Folkest Festival di luglio.

MISSING IN ACTION: NEW EAR’S EVANS AL COHEN, Verona

MISSING IN ACTION: NEW EAR’S EVANS AL COHEN, Verona

MISSING IN ACTION: NEW EAR’S EVANS AL COHEN, Verona

Purtroppo mi tocca ancora una volta dare volentierissimamente spazio ad uno scritto di Beppe Montresor che segnala il concerto di stasera al Cohen, articolo “Missing in Action”, appunto.

Di Beppe Montresor

New Ear’s Evans è il nome del trio protagonista dell’appuntamento con il “Jazz Club” al Cohen di via Scarsellini giovedì 1 febbraio. S’intuisce dunque come obiettivo del gruppo, classicamente un trio, sia un differente approccio alla poetica di Bill Evans, pianista/compositore tra i più influenti e originali protagonisti del jazz moderno, scomparso prematuramente – a soli cinquant’anni – nel 1980. New Ear’s Evans è formato da Giacomo Papetti al contrabbasso, Emanuele Maniscalco al pianoforte (entrambi bresciani), e il veronese Nelide Bandello alla batteria, ma per questa occasione il trio si ridurrà ad un duo.

Bill Evans lasciò il primo grande segno nella storia jazz partecipando alle sessioni dello storico album “Kind of Blue” di Miles Evans nel 1959. Espresse al massimo il lirismo unico del suo pianismo in trio, in particolare quello con Scott LaFaro al contrabbasso e Paul Motian alla batteria. Sue composizioni e interpretazioni come “Blue in Green”, “Waltz for Debbie” o “I Do It For Your Love” sono assurte allo status di grandi classici del jazz. Maniscalco Patetti e Bandello “affondano le mani in un repertorio incantevole a lungo interiorizzato, lo lasciano riaffiorare come un plasma mnemonico…lo sbrandellano, lo ripensano, lo ritessono”. Inizio alle 21,30.