Succede a Verona: CHITARRE PER SOGNARE 2022

Succede a Verona: CHITARRE PER SOGNARE 2022

CHITARRE PER SOGNARE, XVI edizione

Terme di Giunone, Caldiero (VR), 27 agosto 2022

di alessandro nobis

Sul finire di agosto, esattamente sabato 27 con inizio alle 21, si terrà alle Terme di Giunone nei pressi di Caldiero, la sedicesima edizione di “Chitarre per Sognare” ideata e concretizzata da Giovanni Ferro con la preziosa collaborazione dell’Assessorato alla Cultura del Comune appunto di Caldiero.

Quattro i set previsti che presentano chitarristi dagli stili diversi, dal flatpcking al fingerpicking alla chitarra classica.

Quest’ultima sarà imbracciata da Ilaria Pellegrino, chitarrista da una formazione classica ma che come altri suoi colleghi è rimasta affascinata dai compositori ispanici e sudamericani che tanto hanno dato allo sviluppo del repertorio classico del ventesimo secolo. Avremo coì modo di conoscere il venezuelano Rodrigo Rieira (1923 · 1999), autore di un corposo repertorio ispirato alla regione di provenienza (lo stato di Lara per la precisione) e importante didatta, João Teixeira Guimarães , meglio conosciuto come João Pernambuco  (1883 · 1947) del quale Ilaria Pellegrino eseguirà il choro “Sons de carrilhõesI” risalente agli anni ’20 (lo registrò nel 1926) e lo spagnolo Federico Moreno Torroba (1891 · 1982), Un’altra composizione molto nota anche nel nostro Paese che avremo l’occasione di ascoltare sarà “Eu sei que vou te amar” di Antonio Carlos Jobim e Vinicius de Moraes che venne tradotta anche in italiano ed interpretata da Ornella Vanoni con il testo di Bardotti.

Lo stile flatpicking sarà il tema del set di Federico Franciosi a.k.a. “Ciosi”, autore dell’ottimo cd “The Big Sound” (https://ildiapasonblog.wordpress.com/2018/09/15/ciosi-the-big-sound/); il suo repertorio presenta brani originali – e già questo fa capire la cifra stilistica del chitarrista – e vicino a riletture dei grandi maestri del folk americano (etichetta che contiene numerosi mondi musicali) in particolare dei grandi maestri che hanno fatto di questo linguaggio quasi una “religione”.

Dario Fornara, autore di due bei dischi (“Amore e Psiche” del 2009 e “Sequeri” del 2013), è fine chitarrista e compositore (anche giornalista viste le sue collaborazioni con la rivista “Chitarra Acustica” ed il suo raffinato fingerpicking lo pone ai vertici di questo stile per la sua costante ricerca della melodia perfetta senza mai eccedere in sterili virtuosismi, ed è questo ultimo aspetto che lo apprezzare così tanto dai cultori della chitarra acustica. A Caldiero, e sono consapevole di scrivere una frase “obsoleta”, Dario Fornara presentarà il suo “ultimo 45 giri”, naturalmente in vinile, con i suoi due brani inediti come da copione: “Portata dal vento“, che dà il titolo al disco, e “Momenti di te“.

Naturalmente sarà della partita anche Giovanni Ferro con il suo repertorio composto da riletture di brani della canzone d’autore – con la seconda chitarra di Francesco Bonsavier in occasione delle riproposta di “Cara” di Lucio Dalla – opportunamente arrangiati in modo originale ed efficace dallo stesso chitarrista veronese oltre a brani che faranno parte del lungamente atteso secondo CD.

L’appuntamento è quindi per sabato 27 agosto alle ore 21 con ingresso gratuito come di consueto per questa manifestazione; in caso di malaugurato maltempo “Chitarre per Sognare” si terrà presso il Teatro Comunale di Caldiero.

ROSWELL RUDD · DUCK BAKER “Live”

ROSWELL RUDD · DUCK BAKER “Live”

ROSWELL RUDD · DUCK BAKER “Live”

DOT TIME RECORDS. CD, 2021

di alessandro nobis

Nell’ampio (molto ampio) repertorio di Duck Baker gli spiriti benevoli di Herbie Nichols e Thelonious Monk aleggiano spesso, quando poi ci si mette di mezzo anche un pezzo da novanta come il trombonista americano Ruswell Rudd la qualità della musica è assicurata; questo “Live” pubblicato qualche mese or sono dalla Dot Time testimonia due incontri tra i due musicisti, quello a New York del 5 gennaio 2002 e quello di Albuquerque del 28 marzo 2004. Magari chi segue il Baker solista che affronta la musica di derivazione tradizionale americana conosce poco la figura di Roswell Rudd, straordinario trombonista ed etnomusicologo – ha lavorato anche con Alan Lomax – purtroppo scomparso nel 2017 e sempre in prima linea nel jazz d’avanguardia godendo della compagnia tra gli altri di Steve Lacy (un altro monkiano DOC), Pharoah Sanders o Archie Shepp.

The Happenings” che apre il disco – e della quale Baker ne ha incisa una versione solistica in “The Spinning Song” – è una eccitante versione di un blues  del pianista di Manhattan e “Well, You Needn’t” e “Bemsha Swing” sono naturalmente due brani monkiani dove l’esposizione degli inconfondibili temi sono solo un “pretesto” per dialogare e improvvisare e i due assoli nel primo brano sono davvero significativi. Mi ha colpito anche la rilettura di “Buddy Bolder’s Blues” (una rielaborazione di “Funky Butt” dello stesso Bolden), composto dal cornettista Charles B. B. (1877 · 1931) che pur non avendo registrato nulla, diede un’impronta decisiva alla nascita del jazz grazie alle sue improvvisazioni all’interno del gruppo di ragtime nel quale militava, e benissimo hanno fatto Rudd e Baker a inserire nel programma questo brano, a conferma della ricerca etnomusicologica che entrambi hanno svolto. Segnalo infine “A Boquet for JJ“, eseguita in solo da Roswell Rudd, che sembra essere – ne sono “quasi certo” – un omaggio al leggendario Jay Jay Johnson, un altro pilastro del jazz dagli anni cinquanta, riferimento assoluto per chi si dedica a questo strumento.

Certo che l’abbinamento chitarra acustica e trombone, del tutto inedito, sembra un po’ forzato ma basta ascoltare i brani citati per comprendere che se ci sono la tecnica, la conoscenza del repertorio e la comune voglia di dialogare nel reciproco rispetto – che sono poi le architravi dell’improvvisazione spontanea – il risultato è magnifico.

http://www.dottimerecords.com

ANTONIO FUSCO QUINTET “Peaceful Soul”

ANTONIO FUSCO QUINTET “Peaceful Soul”

ANTONIO FUSCO QUINTET “Peaceful Soul”

DA VINCI JAZZ RECORDS. CD, 2022

di alessandro nobis

Ho apprezzato il drumming di Antonio Fusco ascoltando “Gershwin on Air” del contrabbassista Massimilano Rolff (https://ildiapasonblog.wordpress.com/2021/11/23/massimiliano-rolff-gershwin-on-air/) ed ora ho avuto il piacere di ascoltare questo “Peaceful Soul” in cui svolge il ruolo di band leader e compositore considerato che sei degli otto brani registrati portano la sua firma. E nonostante le sue frequentazioni ed interessi verso le avanguardie sceglie di allestire un quintetto assieme al contrabbassista Satoshi Tokuda, al pianista Yuki Hirate, al trombettista Noah Lynn Hocker ed al sassofonista Yasuhiro Kohama scrivendo spartiti all’interno del fiume mainstream. Giusto per circoscrivere l’ambientazione, vista la formazione ed ascoltata la musica siamo nell’ambito dei quintetti che hanno reso celebri etichette come la Blue Note nell’ormai lontano passato e se devo dare un riferimento meno antico, al quintetto degli anni ottanta di Tony Williams, ovvero jazz ben scritto e dai temi molto cantabili, ottimamente suonato in grado di ricostruire molto bene lo spirito di quella musica rinnovandola con nuovi brani. Anche perchè le due composizioni che il quintetto interpreta brillantemente sono di due “pericolosi” giganti come Duke Ellington (“Take the Coltrane“) e Theloniuos Monk (“Evidence“) riletti, ricomposti ma mai calligrafici. L’interplay è senz’altro all’altezza della situazione, i cinque sono musicisti molto preparati e gli spartiti di Fusco sono suonati con grande verve e passione: “Around Milan” che apre questo “Peaceful Soul” è un waltz che sembra scritta appositamente per mettere in evidenza il tocco di Yuki Hirate che la introduce lungamente prima del tema esposto dai due fiati, “Together” è un’altra bellissima ballad aperta dal batterista che pur essendo il titolare del disco accompagna sempre con grande misura i suoi compagni di viaggio senza mai sovrapporvisi (si concede pochi ma misurati soli come nel brano ellingtoniano ed in “18th Floor“), e bello qui il dialogo tra sassofono e tromba come ancora una volta efficace il pianismo di Hirate.

Insomma mi è piaciuto questo moderno “post – bop” se così lo vogliamo chiamare e fa sempre piacere rilevare la qualità del jazz italiano, anche se qui dovremmo parlare di “internazionale”; il problema comunque rimane quello, ovvero che nei programmi dei grandi festival jazz del nostro strano Paese lo spazio per il jazz italiano è sempre limitato ai soliti nomi.

www.antonio-fusco.com

NORMAN BLAKE “The Rising Fawn String Ensemble”

NORMAN BLAKE “The Rising Fawn String Ensemble”

NORMAN BLAKE “The Rising Fawn String Ensemble”

Rounder Records. LP, 1981

di alessandro nobis

Pubblicato nel 1981, questo è il primo ellepì dove appare il nome “The Rising Fawn String Ensemble“. È il primo embrione di quella che diventerà una formazione a cinque che l’anno seguente pubblicherà “Original Underground Music from the Mysterious South” (https://ildiapasonblog.wordpress.com/2022/01/06/the-rising-fawn-string-ensemble-original-underground-music-from-the-mysterious-south/) tant’è che il disco, attribuito al solo Norman Blake, presenta in copertina il trio dove il chitarrista non si trova al centro del trio: forse un indizio criptato del futuro progetto?

Il livello di questo lavoro è a mio avviso davvero notevole sia per la scelta del repertorio che per la bellezza e le scelte strumentali negli arrangiamenti favoriti dal fatto che i tre sono polistrumentisti, e la terza traccia sul secondo lato mi pare emblematica di quanto detto: il medley di tre brani, il primo di origine scozzese dalle isole Shetland scritto da Tom Anderson (“Da Sockit Light“), il secondo è una fiddle tune scritta da Buddy Thomas dal Kentucky (“Briarpicket Brown“) ed infine “Stony Fork” del violinista Ellis Hall del West Virginia e lo stesso dicasi per l’originale slow air di Nancy Blake “The Promise“; Blake e James Ryan al violino e Nancy Blake al violoncello ne danno un’ambientazione personale, colta e cameristica che si ascolta anche nella rilettura di una ballad  (“Old Ties“) che il banjosta Uncle Dave Macon registrò quasi cento anni or sono, qui cantata e suonata da Blake con la chitarra accompagnato da violino e violoncello.

Da ultimo tengo in particolare citare per il suo arrangiamento un brano scritto per due mandolini e violino da Norman Blake, “Jeff Davis“, dedicato al Presidente Confederato Jefferson Davis e nato nell’omonimo pub di Lexington, nel Kentucky. Disco bellissimo.

MOVING HEARTS “Moving Hearts”

MOVING HEARTS “Moving Hearts”

MOVING HEARTS “Moving Hearts”

WEA Records. LP, 1981

di alessandro nobis

Per gli appassionati di musica irlandese questo primo ellepì dei Moving Hearts fu una sorta di pugno nello stomaco: vedere Donal Lunny, Dave Spillane e Christy Moore “contaminare” la loro purissima cultura tradizionale con musicisti di ambito rock fece un certo effetto. Per chi invece aveva già conosciuto queste “contaminazioni” nel decennio precedente come quelle provenienti dalla vicina Inghilterra fu una grandissima sorpresa, erano due idiomi che si fondevano alla perfezione dando origine ad uno straordinario nuovo mondo musicale inedito per l’Irlanda che sfruttava tutta l’energia portata non solo dai tre “tradizionalisti” citati sopra ma anche da Noel Eccles, Eoghan O’Neill, Declan Sinnott (gran chitarrista anche acustico che in seguito accompagnerà Moore in numerosi tour), Keith Donald e Brian Calman.

Non è difficile trovare le tracce della tradizione irlandese soprattutto grazie alle pipes di Spillane o della migliore canzone d’autore, ma soprattutto leggendo la scaletta ed i testi è facile comprendere il contenuto fortemente politico che i Moving Hearts hanno voluto dare a questo disco: la travolgente “Hiroshima Nagasaki Russian Roulette” scritta dal songwriter americano Jim Page ci narra naturalmente dell’olocausto nucleare ed ha dei magnifici break di Spillane (il primo piper a decontestualizzare le uilleann dal contesto tradizionale) e Sinnott, le pipes sono protagonista dello strumentale “McBrides“, composizione di Lunny e Sinnott dedicata alla figura dell’attivista pacifista Sean McBride, la splendida rilettura cantata da Christy Moore della “Before the Deluge” di Jackson Browne dell’attivismo ecologista, “Irish Ways and Irish Laws” è un brano di notevole impatto scritto da John Gibbs che ricorda come prima dell’arrivo dei Vichinghi – i primi ad arrivarvi nel 795 – l’Irlanda fosse una terra “libera” con la propria vita e le proprie leggi.

Da segnalare inoltre una rilettura di “Faithful Departed” di Philip Chevron dei Pogues, è la storia d’Irlanda rappresentata dall’emigrazione oltreoceano, dalla disoccupazione e dal secolare conflitto nelle contee dell’Ulster.

Questo disco eponimo degli Hearts rappresenta una sorta di disco “perfetto” dove l’equilibrio del suono tra rock, folk ed anche in qualche misura jazz (i break di Keith Donald) e la forza dei testi è a mio avviso perfetto; uno dei dischi dai quali non mi separerei mai.

SERENA SPEDICATO “Io che amo solo te: le voci di Genova”

SERENA SPEDICATO “Io che amo solo te: le voci di Genova”

SERENA SPEDICATO “Io che amo solo te: le voci di Genova”

DODICILUNE RECORDS. CD + libro 20 x 20 cm,, 2022

di alessandro nobis

Per chi come me ha una conoscenza epidermica della canzone d’autore italiana ed in particolare della cosiddetta “scuola genovese”, questo recentissimo album di Serena Spedicato mi sembra il punto iniziale perfetto per approfondirne la conoscenza; per chi invece ha seguito da sempre e segue ancora oggi il gruppo degli straordinari poeti e musicisti che ne fanno parte, questo cd rappresenta un modo diverso di affrontare allo stesso tempo le diversità, le poetiche e le musiche che hanno portato quei musicisti ad essere ancora celebrati dopo mezzo secolo godendone di una prospettiva filtrata dagli autori del progetto.

Io che amo solo te: le voci di Genova” è un recital, come si diceva un tempo, un esempio di “teatro canzone” dove si narra di Luigi Tenco, Fabrizio De André, Ivano Fossati, Gino Paoli, Sergio Endrigo, Umberto Bindi e Bruno Lauzi, dove si ascoltano le loro canzoni e dove si ascoltano le parole di Osvaldo Piliego dalla voce narrante di Serena Spedicato con gli arrangiamenti curati dal fisarmonicista Vince Abbracciante che assieme al chitarrista Nando Di Modugno e il contrabbassista Giorgio Vendola hanno curato la parte musicale.

Il disco si ascolta tutto d’un fiato, il narrato è in perfetto equilibrio con il cantato e la scelta degli autori e dei brani mi pare molto indovinata: i brani sono autentici “standards” della canzone d’autore italiana ed il loro valore musicale risalta ancor più perchè si adattano ad ambientazioni musicali diverse.

Del resto la capacità di Serena Spedicato di raccontare sè stessa affrontando repertori inaspettati (vedi l’ottimo lavoro sulle composizioni di Sylvian – https://ildiapasonblog.wordpress.com/2019/10/11/serena-spedicato-nicola-andrioli-the-shining-of-things/ -) è ben nota e la bravura e duttilità di Vince Abbracciante (appena pubblicato “Opera!” con Paola Arnesano) si completano in modo efficace come sono convincenti i ruoli di Vendola e Di Modugno. “Io che amo solo te” con l’intro di chitarra e contrabbasso sono una toccante rilettura del brano di Sergio Endrigo, “Il nostro concerto” di Umberto Bindi, la rilettura con tempo più andante di “Un giorno dopo l’altro” di Tenco ed infine la conclusione con il narrato che precede una essenziale versione di “Anime Salve” sono solamente i quattro brani che segnalo, quattro brani di un disco davvero ben riuscito, un omaggio alla scuola genovese, omaggio delicato, di rara raffinatezza e quel che più conta, davvero originale.

Il cd è accompagnato da un volumetto che oltre a riportare i testi di Piliego, ospita le fotografie di Marina Damato e Maurizio Bizzocchetti.

http://www.dodicilune.it