DALLA PICCIONAIA: W. KENNEDY PIPING FESTIVAL 2018. Armagh, Co. Armagh, Irl. (Prima Parte).

DALLA PICCIONAIA: W. KENNEDY PIPING FESTIVAL 2018. Armagh, Co. Armagh, Irl. (Prima Parte).

DALLA PICCIONAIA: WILLIAM KENNEDY PIPING FESTIVAL 2018

15 – 18 novembre. Armagh, Co. Armagh, Irlanda. Prima Parte.

di Alessandro Nobis

Con l’indovinata scelta di portare la location principale dall’Hotel Charlemont (ottimo per le sessions ma angusto per i concerti serali) al Market Palace Theatre (capace invece di offrire oltre ad un bello e capiente teatro principale altri angoli per le esibizioni), l’Armagh Pipers Club ha centrato l’obiettivo di organizzare una splendida 25° edizione del Festival nel migliore dei modi nonostante promessi ma mancati finanziamenti e qualche disguido dovuto a ritardi nei voli aerei che hanno costretto a qualche variazione del programma; un’edizione che davvero resterà nella memoria dei presenti (davvero molti, anche provenienti dal continente) anche perché si celebrava il 250 anno dalla nascita del piper e pipe-maker William Kennedy originario di Tandragee, borgo non lontano da Armagh al quale il festival è dedicato.

Altra indovinata ed apprezzabilissima scelta, questa volta artistica, è stata quella di dedicare lo spazio più ampio possibile alle esibizioni soliste dei suonatori di cornamuse attraverso l’organizzazione di 4 eventi chiamati “A WORLD OF PIPING” che hanno presentato in quattro diversi luoghi storici di Armagh la cornamusa in alcune delle sue varianti, dalle launeddas alle gaite bulgare, dalle highland pipes alle border pipes fino naturalmente alla cornamusa “padrona di casa”, la uilleann pipes.

Gli eventi come nei festival che si rispettano sono numerosi e di alto profilo, con diversi orari ed in diversi luoghi e come è facilmente immaginabile diventa problematico se non impossibile seguirli tutti, specialmente se fate base ad Armagh e desiderate durante la giornata ammirare alcune delle numerose bellezze naturali che l’Ulster offre.

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IVAN GEORGIEV

Quindi si fanno delle scelte; personalmente ho partecipato alla prima delle serate di “A WORLD OF PIPING”, alle due serate al Market Place Theatre ed a qualche session davanti a “qualche” pinta nei suggestivi e storici pub che animano il festival – ed Armagh – nelle serate specie dei fine settimana. La spaziosa sede dell’Armagh Pipers Club è impregnata di tutto ciò che è tradizione irlandese: l’aria che vi si respira a pieni polmoni, i poster sulle pareti, le fotografie, il viavai di musicisti giovani, di quelli giovanissimi e di quelli già affermati, dei docenti, dei cultori, tutto ci dice che questo luogo in Scotch Street è il centro culturale di riferimento di Armagh e tra i più importanti dell’intera Irlanda. La famiglia Vallely, da John Brian ed Eithne, lo ha ideato e creato decenni or sono e non può che essere fiera del proprio lavoro e della passione per la tradizione che ha saputo così brillantemente passare ai figli ed a quanti ne fossero interessati, ad iniziare dai bambini in età scolare.

Dicevo del primo appuntamento, quello del tardo pomeriggio di giovedì, appena conclusa la cerimonia dell’inaugurazione al Primate’s Palace: Tiarnan O’Duinnchinn ha fatto gli onori di casa con il suo set di uilleann pipes e di seguito Ross Ainslie, scozzese, Brighde Chaimbaul, delle Isole Ebridi,  il bulgaro Ivan Georgiev ed il galiziano Anxo Lorenzo hanno sfoderato arie di danza e slow air dalle loro aree di origine. Difficile scegliere, ma l’improvvisazione di Georgiev con la sua gaida e l’intervento di O’Duinnchinn mi hanno lasciato senza fiato; nel complesso due ore e trenta di tradizione purissima, di grande passione e di virtuosismo, che non può mancare in queste esibizione solistiche il cui scopo è appunto di mostrare le proprie abilità senza il vincolo di affiancare altri musicisti, anche se per dirla tutta Anxo Lorenzo ha gareggiato in velocità e ritmo con Xosè Liz ed il suo bozouky. Defli altri tre appuntamenti, presso la Biblioteca Robinson, la Chiesa Presbiteriana ed al museo della Contea di Armagh ricordiamo per dovere di cronaca solamente il sardo Luigi Lai con le sue launeddas, l’asturiano Josè Manuel Tejedor, Cillian Vallely dei Lunasa e lo scozzese Finlay McDonald ed il greco Georgi Makris (che aveva già fatto un intervento all’inagurazione del WKPF con gli scozzesi Daimh). Ripeto, formula indovinata questa della piccola rassegna nella quale vedrei benissimo far conoscere al pubblico eterogeneo di Armagh anche i suonatori delle pive, baghet e zampogne italiane, una considerazione questa dettata dal cuore. Tutto qua.

Il report delle due serate al Teatro nella seconda parte, che seguirà a breve.

(fine parte 1)

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DALLA PICCIONAIA: THE COHEN UNDERGROUND 2018 2019

DALLA PICCIONAIA: THE COHEN UNDERGROUND 2018 2019

DALLA PICCIONAIA: THE COHEN UNDERGROUND 2018 2019

di Alessandro Nobis

underground 18 19A seguito della bella e partecipata performance di Federico Mosconi e di Francis M. Gri della passata stagione, appuntamento che per l’occasione avevamo chiamato “Cohen Underground”, ho pensato di proporre ad Elena Castagnoli, la coraggiosa, caparbia e preparata titolare del Cohen tre serate per allargare lo spettro delle proposte del Jazz Club 2018 – 2019 di cui mi occupo; tre performance che pur essendo incluse nella programmazione jazz ho ritenuto opportuno differenziare ed inserirle in una piccola sotto-rassegna mantenendo il nome di “The Cohen Underground”.

A Verona sappiamo bene che la musica contemporanea, i reading, la sperimentazione musicale in una parola ciò che rappresentano le avanguardie sono pressoché bandite, e – tra l’altro – basta leggere la programmazione degli ultimi Verona Jazz per rendersene conto; solo la purtroppo breve  kermesse della lodevolissima “Verona Risuona” e qualche sporadico evento spesso privato riescono per qualche ora a rompere questo autentico muro del disinteresse favorito da coloro che istituzionalmente avrebbero invece il compito di promuovere e supportare. “Non ci sono soldi”, “Non viene nessuno”, “cos’è ‘sta roba qua?” sono le risposte che danni arrivano dal “Palazzo”; più opportuno navigare in acque sicure, garantendo una “certa” affluenza di pubblico senza rischiare troppo voli pindarici e critiche negative dei media, soprattutto locali. Mantenere vivo l’interesse, finanziare progetti, provocare la curiosità dei giovani ma più in generale del pubblico è a mio parere obbligo morale e culturale se si vuole che artisti, performer ed autori possano proseguire i loro cammini di ricerca. Insomma le forme d’arte musicale che ascoltiamo oggi sono sempre il frutto di movimenti avanguardistici che hanno operato ed ancora sono attivi e che in qualche caso dopo una fase di esplorazione e sperimentazione, si trasformano in rami culturali consolidati se non addirittura in mainstream.

Questo è quanto e così “noi del Cohen”, e voglio usare indebitamente il plurale, abbiamo pensato ad una sezione “Underground” con tre sorprese, tre proposte molto diverse tra loro che speriamo trovino il gradimento del pubblico più attento.

Ecco il calendario.

– Si inizia domenica 25 novembre con una performance di violoncello solo di Leonardo Sapere dei Solisti Italiani ed ammirato nel locale di Via Scarsellini con il trio “Tango x 3”; difficile dire che cosa proporrà il violoncellista argentino, ma conoscendo un poco i suoi interessi musicali, sarà un memorabile viaggio tra l’improvvisazione, la musica classica e chissà cos’altro. Per gli assetati di musica serata imperdibile.

– Il secondo appuntamento, domenica 9 dicembre, è con una delle più importanti avanguardie letterarie americane del secolo scorso, la Beat Generation, ed in particolari con uno dei suoi padri fondatori, Jack Kerouac; Mauro Dal Fior, sempre a suo agio con questo repertorio, leggerà alcuni passi di “Big Sur”, ed il pianista mantovano Giulio Stermieri con il suo Fender Rhodes avrà il compito di far rivivere quel momento storico improvvisando con il piano elettrico e prendendo spunto da brani coevi a Kerouac vicino ad altri più vicini al nostro tempo.

– L’ultimo “Underground”, domenica 27 gennaio, sarà dedicato alla musica improvvisata ed avrà come “instant performer” il chitarrista Roberto Zorzi: profondo conoscitore dei movimenti improvvisativi europei e di oltreoceano, ha dedicato la sua vita di musicista allo studio ed alla pratica dell’improvvisazione – soprattutto non idiomatica – sia in veste solista che in piccoli combos come testimoniano le collaborazioni con i più importanti esponenti di questo movimento radicale e sue notevoli registrazioni apprezzate dalla critica specializzata.

DALLA PICCIONAIA: “Luca Boscagin” guitar solo

DALLA PICCIONAIA: “Luca Boscagin” guitar solo

DALLA PICCIONAIA: “Luca Boscagin” guitar solo, Cohen Verona 30 settembre 2018

di Alessandro Nobis

Con il bassista Silvio Galasso (londinese ormai d’adozione) e Riccardo Massari, giovanissimo tastierista con Rudy Rotta che ha da qualche anno trovato nell’ambiente culturale di Barcellona gli stimoli giusti per esprimere il suo talento di performer e di compositore, tra i “cervelli in fuga” veronesi c’è anche il chitarrista Luca Boscagin, talentuoso strumentista – e compositore -, che da Londra è arrivato al Cohen di Via Scarsellini sfoderando tutta la sua pregevolissima tecnica attraverso un repertorio fatto di brani originali e di intelligenti riletture; serata da incorniciare, come si diceva un tempo, serata dove la sua chitarra ha stregato il numeroso pubblico silenzioso ed attento come si conviene.42851590_2260599237336411_8298888465353801728_n.jpg

Naturalmente le chiavi di volta dello stile di Boscagin sono la bellezza e l’articolazione dei brani di sua composizione, tra i quali segnalo “Gil O Maestro” dedicata al compositore sudamericano e la capacità improvvisativa, non sempre di facile lettura ma comunque sempre capace di attirare l’attenzione del fruitore, improvvisazione che nasce delle brevi citazioni di temi non necessariamente legati alla musica afroamericana ma che ti raccontano il vasto retroterra musicale di questo chitarrista. E così l’ascolto del concerto si trasforma per chi ascolta nel gioco a riconoscere i temi così brevemente esposti e per Boscagin in quello di nasconderli nelle pieghe della performance. Ecco il riff di Jimmy Page di “Kashmir”, la penna di Pino Daniele e la sua “Quando” eseguita in apertura, quella di Lucio Battisti di “E penso a te” o ancora il Brasile stavolta di Milton Nascimento di “Anima”; poi la ciliegina sulla torta con i due brani eseguiti in compagnia del trombettista Fulvio Sigurtà, ancora Brasile ed il jazz di Enrico Rava di “Le solite cose”.

Bella serata, dicevo, il prossimo appuntamento con la chitarra acustica è con Krishna Biswas, 21 ottobre.

DALLA PICCIONAIA: RACHELE COLOMBO, 27 luglio, Caprino Veronese

DALLA PICCIONAIA: RACHELE COLOMBO, 27 luglio, Caprino Veronese

DALLA PICCIONAIA: RACHELE COLOMBO, 27 luglio, Caprino Veronese

di Alessandro Nobis

Si è chiusa venerdì 27 luglio nello splendido giardino antistante a Villa Carlotti, sede del municipio di Caprino Veronese, la rassegna “Musica tra valli ed altipiani” intelligentemente promossa dalla Cassa Rurale della Vallagarina per celebrare i 120 anni dalla sua fondazione: cinque concerti (Tiziana “Tosca” Donati ad Ala, Antonio Forcione e Adriana Adewale ad Isera, Nite Noire a Folgaria, Elida Almeida a Bosco Chiesanuova e Rachele Colombo a Caprino Veronese) tra l’altopiano della Lessinia e la val D’Adige (e dintorni) pensati dal direttore artistico di Velo Veronese Alessandro Anderloni. Desktop23Per il concerto di chiusura è stata chiamata come accennato Rachele Colombo, ricercatrice ed interprete già con i Calicanto ed Archedora, per presentare il suo lavoro “Cantar Venezia: canzoni da battello” con Domenico Santaniello al violoncello e tamburo e Marco Rosa Salva ai flauti; Cantar Venezia è il risultato di un lungo lavoro di ricerca, di trascrizione dei manoscritti, di arrangiamento – la formazione a tre è risultata perfetta per l’equilibrio sonoro – che ha impegnato Rachele Colombo per cinque anni e che si è concretizzato nel doppio significativo CD (https://ildiapasonblog.wordpress.com/2017/04/27/rachele-colombo-cantar-venezia-canzoni-da-battello/) pubblicato nel 2016 dalla Nota, che presenta una quarantina di queste straordinarie canzoni da battello di autore anonimo tra le circa cinquecento raccolte negli archivi.

Più che un concerto quello visto a Caprino Veronese è stato un racconto brillantemente narrato di scene di vita nella Venezia che si fa ancora vedere – per chi la vuole vedere – nelle calli più nascoste dove il sole non batte quasi mai, sotto i “porteghi” lontani nello spazio e nel tempo da quella parte di Venezia battuta dai turisti; la voce di Rachele Colombo – perfetta anche per questo repertorio –  racconta dei mestieri della Venezia del Settecento – il mercante armeno, il maestro di ballo (“Madam carissima” con una melodia e due lezioni di testo che ha aperto l’incontro), il pasticcere (“scaleter”) o il “fiorer”, l’arrotino o l’astrologo con nella parte testuale spesso il segno della Venezia libertina, evidente in “Semo alla riva”. Si racconta in “Che bela festa” anche di come affrontare i passi di una danza popolare di corte come la Gagliarda (di origine rinascimentale) o di fare una serenata in “Cara Nina el to bel sesto”, il tutto presentato in una chiave colta (il violoncello) ed allo stesso tempo popolare e, valore aggiunto, presentando i testi in lingua italiana vista la difficoltà di comprensione del veneziano settecentesco. Insomma, il valore del recupero di questo ricchissimo repertorio è altissimo e potrebbe rappresentare solamente l’inizio per lo studio e la riproposizione completa di un repertorio che in quantità e qualità ha pochi eguali, non solo in Italia.

Il concerto si è chiuso con il passaggio storico a cavallo del 1800 dalle canzoni da battello (anonime come detto) alle barcarole (a stampa e d’autore) dando via ad una loro maggiore diffusione ed allinizio del commercio di questi fogli volantinelle strade e nelle piazze, che nei Paesi anglofoni si sarebbero poi chiamati Broadside Sheetso Broadside Ballads: a fare da ponte tra i due secoli una versione de “La biondina in gondoleta”, canzone tra le più conosciute – la più conosciuta – del repertorio veneziano. Si chiude un’epoca per la Serenissima; quella del Settecento descritta anche dai Vedutisti non c’è più, inizia quella che poco a poco diventerà quella turistica, con gli eccessi di questi ultimi anni.

CLANNAD “Turas 1980”

CLANNAD “Turas 1980”

CLANNAD “Turas 1980”

MIG RECORDS – RADIO BREMEN. Cd2, 2018

di Alessandro Nobis

Questo ottimo doppio cd raccoglie la registrazione del concerto che il gruppo irlandese Clannad, originario di Gaoth Dobhair nel Donegal tenne in Germania all’Università di Brema il 29 gennaio 1980 organizzato da Radio Bremen che già ha pubblicato parecchie delle sue registrazione storiche in ambito folk ed anche jazz. Era il tour europeo di presentazione di “Crann Ull”, quinto album (il quarto in studio) di questo eccezionale ensemble irlandese formato dai tre fratelli Brennan e dai due zii Duggan. Un gruppo formato da membri della stessa famiglia dunque, cosa quasi normale in quelle lande irlandesi, tanto è che il nome scelto è la contrazione di “An Clann as Gaoth Dobhair” (qualcosa come “la famiglia di Gaoth Dobhair”). Gruppo eccezionale perché la composizione del quintetto dal punto di vista strumentale era ed è rimasta atipica nel panorama del recupero della tradizione irlandese: niente violino, uillean pipes e bozouky ma un’attenzione massima verso gli arrangiamenti vocali come ad esempio in “An Buinne°nBui” (tutti e cinque ottimi cantanti e la straordinaria voce solista di Moya Brennan, sorella della più famosa Enya che militò nella band registrando “Fuaim”) ed una strumentazione formata da chitarre, flauti tradizionali, arpa celtica e contrabbasso che fusi assieme davano quel suono a tratti cameristico, marchio di fabbrica inimitabile dei Clannad. Il repertorio quindi che il gruppo presentò in quella serie di concerti del dicembre 1980 venne ricavato come detto da “Crann Ull” (segnalo “Gathering Mushroom” e “Ar a Ghabháil ‘n a ‘Chuain Domh”) inserendo in scaletta tra gli altri anche brani di “Duleman” come il brano eponimo, “Siùil a Run” e  “Two Sisters”.

Registrazione ottima, un doppio CD che tutti gli appassionati del folk irlandese dovrebbero avere e che conferma a distanza di quasi quarant’anni come il progetto della famiglia di Gweedore fosse valido ed originale.

EVENTI: TERRA in-CANTA FESTIVAL. Opificio dei Sensi, San Martino Buon Albergo, Verona

EVENTI: TERRA in-CANTA FESTIVAL. Opificio dei Sensi, San Martino Buon Albergo, Verona

EVENTI: TERRAinCANTA FESTIVAL, 13 – 28 luglio 2018. Opificio dei Sensi, San Martino Buon Albergo, Verona

di Alessandro Nobis

TERRA IN CANTAE meno male che ci sono associazioni come la Cooperativa ONLUS veronese Opificio Dei Sensi che, senza l’intervento di alcun partner pubblico, si adoperano per la diffusione della cultura in uno spettro il più ampio possibile ed operando nel sociale coinvolgendo nelle proprie attività di servizio anche persone svantaggiate, come si evince visitando il loro sito web.

Da venerdì 13 luglio vedrà la luce una nuova iniziativa, una rassegna culturale chiamata “Terra in-Canta che fino al 28 proporrà sei incontri musicali e quattro appuntamenti culturali presso la sede della Cooperativa, ovvero in Via Brolo Musella 27 in Località Ferrazze a due passi dal centro di San Martino Buon Albergo e ad una ventina di minuti da Verona. Tutte le edizioni del “Festival di Musica, culture e Tradizioni” saranno dedicate all’Italia con un Paese ospite che per questa prima e’ il Marocco; oltre ad esplorare la cultura maghrebina verrà data la possibilità al pubblico di cenare con piatti tipici dei due Paesi. I sei concerti, pensati e coordinati da Paolo Marocchio della Contrada Lorì spaziano dalla musica de “Lì Filari” che raccontano la terra salentina, la sua ricchezza, le sue problematiche e la fatica della sua coltivazione a quella delle bravissime toscane “Dè Soda Sisters” – già viste a Verona in occasione della serata finale del “Premio Roberto Rizzini” – con i loro stornelli, la loro ironia ed il patrimonio tradizionale della loro terra, passando dalle serate dedicate ai cantastorie con Otello Perazzoli (https://ildiapasonblog.wordpress.com/2017/01/17/il-diapason-intervista-otello-perazzoli/)ed il marocchino Bachir Charaf e la affascinante ed inedita musica berbera ed araba in senso lato. Il folklore del Marocco è rappresentato da “Dakka Royal”, ensemble di percussioni che rappresenta nel nostro Paese la cultura musicale del Maghreb attraverso i suoni urbani e quelli rurali e da “Jedbalak” con l’antica cultura Gnawa rappresentata nell’odierno attraverso sonorità del nostro tempo. Il sesto concerto sarà quello dell’apprezzatissimo “Sarab Duo” (https://ildiapasonblog.wordpress.com/2015/12/28/sarab-duo-sarab/)di Roberta Stanco (viola) e Hamza Laobdia Sellami (liuto arabo), un ponte ideale tra Sicilia ed Algeria costruito attraverso le composizioni originali dei musicisti.

Gli altri appuntamenti prevedono una esposizione di opere d’arte realizzate dagli studenti del Liceo Copernico e dell’Istituto D’arte Nani – una bella idea questa di coinvolgere gli Istituti Superiori del territorio –, due incontri con l’autore algerino Tahar Lamri e la kallas Viaggi che presenterà alcuni aspetti di un Marocco “diverso” e la proiezione del documentario girato nel 2012 da Rossella Schillaci “Il Limite” che narra gli spostamenti di un peschereccio con un equipaggio italo – tunisino.

Il programma dei concerti (dalle 21:15):

Venerdì 13: Dakka Royal

Sabato 14: Lì Filàri. Musiche popolari del Sud Italia

Venerdì 20: Dè Soda Sisters. Musica  Agrifolk

Sabato 21: Sarab Duo

Venerdì 27: Otello Perazzoli e Bachir Charaf

Sabato 28: Jedbalak

Gli altri appuntamenti:

Sabato 14 ore 18:30: “Marocco, un viaggio tra dune, montagne e civiltà”. A cura di Kallas Viaggi

Giovedì 9 ore 21:30: “Il Limite” di Rossella Schillaci. Documentario

Sabato 21 luglio ore 18:30: Incontro con Tahar Lamri

Esposizione “Progetto Record”, Associazione Le Fate Onlu

www.opificiodeisensi.it Via Brolo Musella 27. San Martino Buon Albergo, Vr.

Prenotazioni cene e concerti: info.opificiodeisensi@gmail.com

045.8947356

DALLA PICCIONAIA: CROSS CURRENTS TRIO, VERONAJAZZ 2018

DALLA PICCIONAIA: CROSS CURRENTS TRIO, VERONAJAZZ 2018

DALLA PICCIONAIA: CROSS CURRENTS TRIO, VERONAJAZZ 2018

di Alessandro Nobis

Si è consumato domenica 24 giugno nella prestigiosa cornice del Teatro Romano l’evento conclusivo di questa edizione 2018 di Verona Jazz, serata purtroppo disertata dal grande pubblico – metà del teatro era vuoto – nonostante il gruppo in cartellone fosse tra i più prestigiosi comprendendo il contrabbassista Dave Holland, il sassofonista Chris Potter e l’hindustano Zakir Hussain con il suo set di tabla, ovvero il Cross Currents Trio, quasi una costola dell’omonimo settetto capitanato da Hussein.

Senza entrate nel dettaglio delle ben conosciute diamantine carature artistiche dei tre, va detto che la musica – splendida, interessante, fresca e che spero presto venga fissata su disco – si è sviluppata attorno a temi originali di largo respiro, di grande cantabilità e di diverse ispirazioni – dal caldo vento sahariano alla spiritualità indiana – composti appositamente per questa line-up da tutti i musicisti con ampi spazi per assoli e improvvisazioni, ennesima dimostrazione di come il jazz sia in continua evoluzione, e sia almeno a questi livelli sempre meno autoreferenziale e sempre più invece in grado di assorbire culture che solo apparentemente poco hanno a che fare con la musica afroamericana: le voci e le pulsioni delle tabla di quello straordinario Maestro che è Ustad Zakir Hussain (e John McLaughlin, al quale è stato dedicato un brano del concerto, lo sa bene avendo fatto parte con lui del progetto Shakti), i sassofoni di Potter, una voce potente ed espressiva da essere considerato uno dei maggiori interpreti di questo strumento e la cavata incisiva e delicata del contrabbasso di Holland (musicista in grado passare dal violoncello al flamenco, dal bluegrass meno ortodosso alla più radicale dei linguaggi improvvisativi) con un interplay sempre efficace hanno fatto di questo concerto uno dei più interessanti visti a Verona di recente, e parlo di anni a questa parte.

Peccato, ripeto, che il pubblico non abbia risposto in modo adeguato – che sarebbe stato registrare un “tutto esaurito” -: questo Verona Jazz va rifondato, va fatto ritornare piano piano agli antichi fasti ottimizzando le scarse risorse ed utilizzando anche altri spazi – che ci sono –, e soprattutto deve in ultima analisi uscire anche in parte dal Teatro Romano perché la città deve in qualche modo riappropriarsi del Festival. Ma credo purtroppo manchi da almeno quindici anni la volontà politica per fare questo, facciamocene una ragione.