BIGLIETTO PER L’INFERNO “Vivi. Lotta. Pensa.”

BIGLIETTO PER L’INFERNO  “Vivi. Lotta. Pensa.”

BIGLIETTO PER L’INFERNO  “Vivi. Lotta. Pensa.”

AMS RECORDS, CD – LP 2015

di Alessandro Nobis

Non fosse stato per l’inopinata chiusura nel ’75 della Trident Records (che aveva in catalogo otto titoli tra i quali Dedalus, The Trip, Semiramis, Opus Avantra, Eneide e Claudio Fucci oltre al Biglietto per l’Inferno) e che operava in modo del tutto originale sia nel campo del rock italiano che in quello della musica contemporanea, il gruppo lombardo avrebbe regalato alla musica non solo un album, quello del 74, ma avrebbe potuto ancor più sviluppare il proprio percorso musicale riscuotendo un successo di pubblico e di critica che altri gruppi invece ebbero, come si intuisce ascoltando anche “Il tempo della semina” registrato nel ’75 ma pubblicato solo nel ’92.biglietto-per-l-inferno-vivi-lotta-pensa

Fatta la premessa, e ascoltato questo “Vivi. Lotta. Pensa” anche se con colpevole ritardo, mi viene da dire che l’idea del tastierista Giuseppe Cossa (che suona anche l’organetto diatonico e la fisa) e del batterista Mauro Gnecchi, ovvero quella di riformare il gruppo con l’inserimento di strumentisti legati alla musica popolare per rileggere vecchie scritture con i testi di Claudio Canali (che nel frattempo si è fatto frate) è stata un’ottima idea che non solo ha restituito a nuova vita il Biglietto per L’Inferno (nome per la verità mai dimenticato dagli amanti del cosiddetto progressive rock) ma ha ridato nuova linfa al repertorio – ed ai concerti -, che spazia dai brani dei primi due album già citati con in più l’inedito “Narciso e Boccadoro”.

Oggi il Biglietto oltre ai due musicisti già citati ha in formazione Mariolina Sala alla voce, Pier Panzieri alle chitarre, Carlo Redi al violino e plettri, Renata Tommasella ai flauti, Enrico Fagnoni al basso, e Ranieri Fumagalli alla cornamusa; il gruppo ha naturalmente spostato il baricentro del suono da quello tipico della metà dei Settanta ad un altro più acustico ma per questo non meno affascinante, anzi; se le composizioni hanno retto tutto il tempo passato significa che la loro struttura era valida – ma questo, nel ’74, lo avevamo già inteso – ed è stata per me una sorpresa graditissima ascoltare ad esempio la cornamusa nel brano inedito, e la nuova ed inaspettata veste del lungo brano “L’Amico Suicida” dà l’esatta misura del lavoro che il gruppo lombardo sta facendo in questi anni recentissimi.

Il superbo lavoro di stesura degli arrangiamenti e la scelta di non essere una “Tribute Band” di se stessi ha pagato, perché a mio modestissimo parere questa è musica di alto spessore che va al di là delle “barriere” di genere, e vi confesso concludendo che l’etichetta “rock progressivo” non l’ho mai  intesa né tantomeno condivisa.

Evidentemente “Vivere. Lottare. Pensare.” fa bene alla mente, ed è uno slogan che tutti dovremmo adottare.

http://www.bigliettoperl’inferno.com

 

 

 

 

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GEORGES RAMAIOLI: “L’Ultimo dei Mohicani”

GEORGES RAMAIOLI: “L’Ultimo dei Mohicani”

GEORGES RAMAIOLI: “L’Ultimo dei Mohicani”

Edizioni Segni D’Autore, 2016. Pagg. 79, € 21,00

di Alessandro Nobis

Pubblicato nel 1826 e scritto da James Fenimore Cooper, “L’Ultimo dei Mohicani” – secondo volume del ciclo “Leatherstockings Tales” – narra le vicende di Nathaniel Bumppo a.k.a. “Long Carabine” e dei due Mohicani sopravvissuti della tribù (Uncas e Chingadhgook).

img_1896-1Considerato erroneamente da molti ed anche lungamente un classico della letteratura per ragazzi e rimasto nei cataloghi delle case editrici specializzate per tutti gli Cinquanta, Sessanta e Settanta, il volume dal punto di vista storico è contestualizzato durante quello che viene considerato come il fronte nordamericano della Guerra dei Sette Anni tra britannici e francesi, in questo caso per il predominio di quello che oggi è il Nord Est degli Stati Uniti. In particolare le vicende del volume ruotano attorno all’assedio francese al Forte William Henry, nello Stato di New York, tra il 3 ed il 9 agosto del 1757, assedio che si concluse con l’abbandono della fanteria britannica e con il pesantissimo attacco francese in collaborazione con i nativi alleati (Huron), alla colonna che avrebbe dovuto percorrere invece indisturbata la strada verso Albany.

“Segni D’Autore” ha pubblicato alla fine del 2016 questo bel volume riunendo intelligentemente i due pubblicati in Francia dalla Soleil nel ’97 e nel ’98; e, vista la bravura dell’illustratore nizzardo Georges Ramaioli che in questa serie dà una personale rilettura dei già avvincenti romanzi di Fenimore Cooper, credo di poter dire che tra le decine e decine di riduzioni delle avventure di Long Carabine – in volume e cinematografiche – questa è senz’altro da annoverare tra le migliori in circolazione, vuoi per l’efficacia dei dialoghi che per il bel tratto grafico frutto della grande tradizione fumettistica d’oltralpe , per la colorazione delle tavole e – cosa che avevo notato anche nel volume precedente “Il cacciatore di daini” – per la particolare cura etnografica con la quale l’autore ha riprodotto pitture facciali, addobbi di guerra, armi bianche e fucili, vestiti ed ambientazioni rispettando pienamente quelli originali, sia dei nativi che delle truppe coloniali (e questo si nota soprattutto nelle tavole a piena pagina dove il formato è necessariamente più ampio).

Il volume precedente, come detto è il “Cacciatore di Daini” e in questo 017 verrà pubblicato “Il Lago Ontario”. La miglior traduzione del romanzo è quella della versione integrale curata da Fernanda Pivano (Einaudi)

 

DALLA PICCIONAIA: Richard Shindell

DALLA PICCIONAIA: Richard Shindell

LA PICCIONAIA: RICHARD SHINDELL

COHEN, Verona 23 febbraio 2017

di  Alessandro Nobis

A ventitrè anni dalla sua prima apparizione a Verona, è tornato – finalmente – il cantautore newyorkese Richard Shindell, uno dei più apprezzati storyteller sia oltreoceano che dalle nostre parti. Ed il fatto che numerosi spettatori presenti al Cohen – locale in zona San Zeno che coraggiosamente ed aggiungo arditamente Elena Castagnoli sta avviando in una città difficile e sonnolenta come Verona – fossero stati tra il pubblico di quel 4 gennaio del ’94 la dice lunga sull’affetto e sulla stima che Shindell gode nel nostro Paese. Ora vive in Argentina, nella pampa alle porte di Baires, scrive al solito grandi canzoni, suona spesso negli States ed incide album che mi permetto considerare delle autentiche perle del panorama cantautorale.shindell-scaletta

Shindell è una gran bell’autore, e come sanno fare i veri storyteller trasforma piccole ed apparentemente insignificanti frammenti di vita e piccole storie in narrazioni, in poesie accompagnandosi con la sua Martin (è anche un ottimo chitarrista naturalmente) ed eseguendo con grande rispetto anche brani di altri autori, cosa che ama molto fare e che rappresenta un altro aspetto che lo differenzia da molti suoi colleghi (l’interpretazione di “Darkness Darkness” di Jesse Colin Young – un altro di quegli autori che vorrei fosse più popolare anche da noi – e l’iniziale doveroso omaggio a Leonard Cohen ”Famous Blue Raincoat”, brano d’apertura con il quale Shindell ha voluto inaugurare lo spazio del Cohen sono due esempi).

Per il resto, Shindell ha presentato inizialmente il suo bellissimo nuovo lavoro “Careless” https://wordpress.com/post/ildiapasonblog.wordpress.com/1857 raccontando alcuni dei suoi brani come “Stray Cow Blues”, nata osservando come la sera una mucca della mandria del vicino preferisca passare la notte nella pampa anziché ritornare nella stalla, forse per ammirare il cielo stellato – e da qui nascono le impressioni dell’autore – , la struggente “Your Guitar” che narra come l’anima di una chitarra appartenuta ad un altro musicista scomparso riprende vita dopo un lungo inutilizzo nelle sue mani rilaciando antiche emozioni e sensazioni, o ancora il brano eponimo  e “Atlas Choking” e “Satellites”.

E poi il suo repertorio costruito negli anni attraverso numerosi lavori: ci tengo a ricordare “Transit” da “Somewhere Near Paterson” del 2000, “Get up Clara” (storia di un mulo e del suo conducente che attraversa l’Europa molti secoli or sono) da “Not for Now” del 2009, ed ancora “The Next Best Western” tratto dallo splendido “Reunion Hill” del ’97, “Are you Happy Now?” da “Sparrows Point” del 92 ed infine la struggente “The Ballad Of Maria Magdanele” tratta dal “Blue Divide” del ’94.

Sì ci sarebbe dell’altro, l’umanità, la sincerità e la semplicità di una persona che vive nutrendo di storie chi l’ascolta, un musicista come tanti altri che hanno scelto di vivere una vita semplice a contatto con persone reali lontano dallo show business.

Io l’ho apprezzato molto. In toto. Anche per avere resistito stoicamente ad un forte mal di denti che ho ha torturato per tutta la giornata.

Grazie Mr. Richard Shindell, a presto. Anche prima.

 

 

CHRIS THILE & BRAD MEHLDAU

CHRIS THILE & BRAD MEHLDAU

CHRIS THILE & BRAD MEHLDAU  “Chris Thile and Brad Mehldau ”

NONESUCH RECORDS, 2LP e CD 2016

di Alessandro Nobis

Per quello che vale il mio pensiero, questo disco del mandolinista – cantante Chris Thile e del pianista Brad Mehldau è già in corsa per il disco dell’anno. Seguo il percorso di Thile da un bel po’ e, al di là della sua straordinaria tecnica, ciò che sempre mi colpisce è la sua capacità di affrontare generi diversi regalando al pubblico musica di livello oggi difficilmente riscontrabile; le sue esecuzioni delle Sonate e Partite di J.S. Bach scritte originariamente per violino, il quartetto con Yo-Yo Ma, Stuart Duncan ed Edgar Meyer (con il quale ha inciso un disco in duo) sono splendide, direi imperdibili almeno per i cultori di questo strumento e per i “curiosi”. Brad Melhdau dal canto suo è uno dei più interessanti pianisti delle ultime generazioni che in ogni situazione – in solo, in duo, trio, quartetto – trova sempre il modo di affrontare il jazz e le sue composizioni originali con grande classe e tecnica.

La collaborazione tra i due non è recentissima, risale al 2013, e per confermare l’eclettismo e l’interazione tra i due musicisti basta dare una guardata anche veloce alla scaletta proposta: a parte un paio di originali, ecco Elliott Smith e Bob Dylan (“Don’t think twice it’s all right”), Joni Mitchell di “Marcie” e Fiona Apple di “Fast as you can”. Canzoni d’autore lontane dal jazz, ma che suonati da Mehldau e – cantati – da Thile si trasformano, si travestono fino a sembrare dei classici senza tempo della musica afroamericana e questo, lo sanno bene gli appassionati del genere, è una delle peculiarità per le quali il jazz è riconosciuto come la musica più rilevante emersa nel XX° secolo.

E poi mi si consenta di dichiarare pubblicamente che la rilettura di “Carolan’s Concerto” dell’arpista settecentesco irlandese Turlogh O’Carolan che chiude il disco, è un capolavoro di bellezza musicale.

Sontuoso.

 

 

 

 

SUONI RIEMERSI: SEDON SALVADIE “Faliscjes”

SUONI RIEMERSI: SEDON SALVADIE “Faliscjes”

SUONI RIEMERSI: SEDON SALVADIE “Faliscjes”

RIBIUM, Audiocassetta 1992

di Alessandro Nobis

Il 1992 era il decimo anniversario della costituzione della Sedon Salvadie, gruppo dell’area nord orientale italiana che si occupava in modo serio ed approfondito del recupero della tradizione musicale di quell’area e che nelle cui file avevano fatto parte straordinari musicisti e ricercatori come Lino Straulino, Giulio Venier e Marsa Scuntaro, tanto per citarne tre.

All’epoca dell’incisione di questo quarto album “Faliscjes” ne facevano parte Paola Biasutti (voce), Andrea Del Favero (armonica, organetto, percussioni e liron), Dario Marusic (violino, voce e fiati) e Gianni Brianese (basso e basso tuba). Il repertorio del disco in questione varia intelligentemente tra i più conosciuti canti narrativi come “Donna Lombarda” e “Un ciant a la cjargnele”, brani tradizonali rivisitati come “Maladet Napoleon” (inventore della leva obbigatoria) e “Aghe aghe” eseguito a cappella, canti religiosi e brani originali come i due che aprono e chiudono l’ascolto del disco e gli arrangiamenti rendono questo repertorio particolarmente gradevole ed interessante. Per tutti.

sedon-salvadieLa Sedon Salvadie è stato uno dei gruppi più significativi del folk revival italiano ed ha certo contribuito a far riscoprire – ed a fermare su supporti sonori – la lingua ed il repertorio orale di un’area che fino ai primi anni Ottanta era stato dimenticato o eseguito solamente da portatori originali. Naturalmente, come altri gruppi come La Ciapa Rusa, il Canzoniere Veronese o i Suonatori delle Quattro Province non godettero di grande popolarità al di fuori del circuito degli appassionati e dei frequentatori dei folk festival – almeno in Italia – e mamma RAI preferiva invece insistere in modo testardo con la promozione di gruppi che provenivano dall’Italia Meridionale di livello artistico eguale a quelli come la Sedon Salvadie.

Da riascoltare assolutamente.

MICHAEL SHEEHY “The Cat’s Rambles ”

MICHAEL SHEEHY  “The Cat’s Rambles ”

MICHAEL SHEEHY  “The Cat’s Rambles ”

VETERAN RECORDS, 2016

di Alessandro Nobis

In questi ultimi anni in Irlanda è cresciuta una generazione di musicisti e di gruppi che attraverso la composizione di nuovi repertori e la rivitalizzazione di quelli vecchi con nuovi arrangiamenti stanno portando avanti nel tempo uno straordinario scrigno musicale, apprezzato in tutto il mondo. Ci sono ancora, per fortuna, anche un nutrito gruppo di preparatissimi musicisti che hanno fatto una scelta diversa e che si ispirano a repertori tradizionali eseguiti rispettando i canoni della più pura scuola, ed il fisarmonicista Michael Sheehy – trapiantato a Manchester ma originario del West Limerick – appartiene ai secondi.

61f25chrizlQuesto suo recente “The Cat’s Rambles” (le passeggiate del gatto) propone il “suo” repertorio, quello della Sliabh Luachra, zona montagnosa tra le Contee di Kerry, Cork ed appunto Limerick; un repertorio poco conosciuto e poco praticato anche in altre aree irlandesi e formato soprattutto da Polche, Slides (i Chieftains registrarono una polca del Kerry molti anni or sono), Reels ed Hornpipes; due i fondamentali riferimenti della musica di Michael Sheehy, il padre Mick con la sua fisa a bottoni che loro casa di Manchester preferiva dedicarsi ad insegnare al figlio la musica della sua terra natale piuttosto che suonare nei numerosi pub irlandesi e Jackie Daly (ricordate i Patrick Street, i De Danann e compagnia bella) straordinario strumentista che con il fiddler Séamus Creogh diede una certa popolarità fuori dalle Sliabh Luachra, ravvivando la tradizione della musica contestualizzata soprattutto al ballo di questa parte d’Irlanda.

Musica popolare che dal violinista Pàdraig O’Keefe è giunta fino a noi e che Sheehy con la sua fisa a tastiera esegue in modo sincero, fresco e straordinariamente preciso, conservando preziosi repertori che potranno in futuro essere diversamente arrangiati, suonati e ballati dalle più giovani generazioni irlandesi. Un lavoro realizzato con i cammei dei violinisti Ed Barrette e Alan Block ed il chitarrista John Howson che suonano in alcuni set.

Anche se la qualità della registrazione non è proprio eccelsa, “The Cat’s Rambles” è un bel disco che si ascolta tutto d’un fiato. Fisarmonicisti siete avvisati.

Il cd si trova sulla maggiore piattaforma di commercio on-line, o attraverso il suo contatto diretto su facebook.

 

WWW.VETERAN.CO.UK

 

 

“The Blues Masters: an Italian Tribute”

“The Blues Masters: an Italian Tribute”

AA.VV.: “The Blues Masters: an Italian tribute”

BLUES MADE IN ITALY, 2017

di Alessandro Nobis

Questa antologia in 300 copie dedicata a Guido Toffoletti e Herbie Goins e realizzata dall’Associazione BLUES MADE IN ITALY è la fotografia – per ovvi motivi di spazio non completa – del panorama del blues nel nostro BelPaese: venti brani, venti artisti, venti sinceri omaggi ad altrettanti “padri fondatori” del blues che sia elettrico, acustico, americano o british. Da Robert Johnson, a John Mayall, da Freddie King a Koko Taylor passando per Son House e Memphis Minnie, qui ci trovate la storia del blues e degli audaci che in Italia chi da tempo chi recentemente “sono in missione per conto di Dio”, per dirla alla John Belushi. scansionebluesQualità delle esecuzioni sempre sopraffina, e la scelta di Lorenz Zadro mi sembra ottima, equilibrata e capace di dare una visione completa di questo straordinario genere musicale sia per ciò che concerne gli autori che la maturità artistica degli esecutori. Diciassette brani erano già stati pubblicati negli album dei rispettivi blues men / women, tre sono dei notevoli inediti, ovvero quelli di Mike Sponza, Linda Valori e Gabriel Delta Band. Tra i primi per ragioni affettive scelgo “Hideway” di Freddie King (Rudy Rotta), I Walked Away di T-Bone Walker (Dave Moretti Blues Revue), “Diddy Wah Diddy di Blind Blake (Roberto Menabò) e “Cherry Ball Blues” di Skip James (Angelo Leadbelly Rossi), tra gli inediti “I took a long time” della grande Koko Taylor interpretata alla “chicagoana” dalla potente voce di Linda Valori, ma è tutto il progetto che funziona egregiamente,  e spero serva per diffondere “il verbo” non solo nei locali dove si suona musica dal vivo, ma anche nei festival estivi o nei teatri più prestigiosi.

Grafica molto bella di Antonio Boschi, confezione cartonata a quattro ante con all’interno le parole ben chiare e ben-venute del direttore della prestigiosa rivista BLUES, Marino Grandi.

Un ottimo disco, acquistandolo darete una mano anche alla Fondazione ONLUS Francesca Rava. Fatelo.

http://www.bluesmadeinitaly.com