SUONI RIEMERSI: SUCCI SAIU PAPETTI “Three Branches”

SUONI RIEMERSI: SUCCI SAIU PAPETTI “Three Branches”

SUONI RIEMERSI: SUCCI SAIU PAPETTI “Three Branches”

EL GALLO ROJO, CD 2016

di Alessandro Nobis

La definizione che Achille Succi (clarinetti), Giacomo Papetti (contrabbasso) e Francesco Saiu (chitarra) hanno dato del loro progetto pubblicato nel 2016 è “no-leader trio”, tre semplici parole che perfettamente danno il senso di quello che si percepisce ascoltando questo lavoro, uno dei ultimi lampi della gloriosa etichetta italica “El Gallo Rojo”. Un progetto che conferma come il jazz italiano negli ultimi anni si sia arricchito notevolmente non solo di talenti capaci di guadare il fiume del mainstream ma di cercare nuovi percorsi musicali. Qui abbiamo undici composizioni accreditate ai tre musicisti, di cui l’ultima “Satolly” è un momento improvvisativo, quello più emblematico che rende bene l’idea di come nasca e si sviluppi l’intesa all’interno del trio: apre l’archetto del contrabbasso, si inserisce il clarinetto e la chitarra completa la creazione del brano che si regge con un perfetto equilibrio sonoro fino al suo termine. La ballad “Oslo” composta da Saiu è uno dei momenti più lirici con la sua introduzione di chitarra (insomma, lo voglio dire, il grande Bill Frisell ha tracciato un solco seguito da molti tra i quali mi sembra di poter dire ci sia anche Saiu) raggiunta poi da clarinetto basso e contrabbasso che espongono il tema prima del lungo avvolgente solo di Succi, la lunga “Odore di corriera” (di Succi) è introdotta da Saiu e da Papetti con un pacato dialogo a tre e con bel solo di clarinetto basso.

Tre musicisti “indipendentemente dipendenti” uno dall’altro per questo lavoro che pubblicato tre anni fa non ha avuto la diffusione che avrebbe meritato e che ancora naturalmente merita, un disco “a vita lunga” quindi. Un aspetto, quello della diffusione e della distribuzione che ha a mio avviso accelerato la chiusura dell’intelligente progetto Gallo Rojo dopo oltre cinquanta produzioni di notevole fattura; ma per nostra fortuna il trio è ancora in attività, quindi informatevi per i prossimi appuntamenti (il più vicino, al Cohen JazzClub di Verona, sarà domenica 10 marzo).

 

 

KING CRIMSON  “Live in Vienna December 1, 2016”

KING CRIMSON  “Live in Vienna December 1, 2016”

KING CRIMSON  “Live in Vienna December 1, 2016”

KCXP5002 3CD, 2018

di Alessandro Nobis

Se vi balena per la mente anche solo in un momentaneo spasmo di entusiasmo di andare a Venezia il prossimo luglio con l’intenzione di procuravi un biglietto per il concerto dei King Crimson al Teatro La Fenice, sappiate che l’unica tipologia di biglietti “disponibili” saranno solo quelli per “solo ascolto”; significa molto probabilmente che vi sistemeranno in una postazione dalla quale non avrete alcuna possibilità di abbinare l’aspetto visivo a quello uditivo, forse non vi daranno nemmeno una comoda sedia. Questo per la “modica cifra” di € 46,00. Ecco, per dire a punto siamo arrivati e mi domando se al di fuori del Belpaese le cose funzionino allo stesso modo.

Acquistando invece questo “Live in Vienna” che arriva ad un anno di distanza da “Live in Chicago” (https://ildiapasonblog.wordpress.com/2017/11/06/king-crimson-live-in-chicago/)ma che contiene registrazioni ad esso antecedenti, risparmierete la metà del biglietto, le spese di viaggio, e – questi sì a malincuore – un paio di cicchetti, e potrete invece gustare nota dopo nota seduti su una comoda poltrona o spaparanzati sul divano il concerto che la band inglese tenne in quel di Vienna il primo dicembre del 2016; osannare la qualità della musica suonata, della perfezione del suono e dei perfetti meccanismi nell’esecuzione dei brani di questo triplo CD mi sembra uno sterile esercizio di forma, del repertorio invece mi preme sottolineare ancora la voglia di accontentare i crimsoniani della prima ora, quelli entrati nel club più di recente e quelli che apprezzano i lunghi momenti improvvisativi che l’orchestra frippiana ha sempre amato fare a fianco dei riff più “richiesti” come “Red”, “Larks Tongues”, “In The Court” o “1st Century”. Finalmente si dà spazio al repertorio di “In the Wake of Poseidon” e di “Island”, raffinatissima musica nata in studio e sviluppata con musicisti legati al jazz inglese che in quel periodo stava assumendo forma propria. Dopo cinquant’anni le musiche scritte allora sono ancora attuali ed identificano alla perfezione l’idea che Robert Fripp aveva per la sua creatura, e anchei lunghi spazi improvvisativi all’interno di brani come “Easy Money” o creati ex novo come “Schoenberg Softened His Hat” e “Ahriman’s Ceaseless Corruptions” sono paradigmatici alla musica che il settetto crimsoniano propone nei suoi davvero imperdibili concerti live.

I primi due CD sono dedicati all’esibizione viennese assieme a “Heroes” e “”1st Century Schizoid man” che aprono il terzo CD all’interno del quale sono riportati anche brani provenienti dai concerti di Copenhagen, Antwerp, Roma, Milano e Firenze.

 

 

 

BILL FRISELL & THOMAS MORGAN “Small Town”

BILL FRISELL & THOMAS MORGAN “Small Town”

BILL FRISELL & THOMAS MORGAN “Small Town”

ECM RECORDS 2525, 2LP, 2017

di Alessandro Nobis

Su Bill Frisell sono stati scritti fiumi di parole alla ricerca di una giusta definizione della sua musica: da “eclettico chitarrista” ad “artista a trecentosessanta gradi”, da “enciclopedico” ad “artista a tutto tondo”. Mi permetto, più modestamente, di descriverlo come intelligente, curioso ed attento. “Intelligente” per il rispetto che sempre ha avuto rispetto al repertorio dei grandi padri del jazz, “curioso” per avere esplorato ambienti musicali ed averli rivisitati con la sua sensibilità e talento, “attento” per saper guardare fuori dall’ambiente jazzistico alla ricerca di  melodie nei più impensabili generi musicali.

Unknown.jpegE questo mirabile doppio LP edito dall’ECM e registrato nel 2016 al tempio del jazz, il Village Vanguard, in compagnia del contrabbassista Thomas Morgan non fa certo eccezione: si apre con un omaggio al batterista e compositore Paul Motian, suo compagno di viaggio assieme a Joe Lovano, con “It Should Have Happened A Log Time Ago” (anche titolo di un CD del trio) e si chiude con una personale rilettura del tema di “Goldfinger” scritta da John Barry, autore ben conosciuto da Frisell dai tempi di “Naked City” (geniale la rilettura del “Tema di James Bond”) in cui militava nella “Banda Zorn”. Nel mezzo una splendida interpretazione di “Wildwood Flower” del repertorio di Mother Maybelle Carter (capostipite della Carte Family, fondamentale il suo ruolo agli albori del genere oggi chiamato “Americana”), ”Subconsciuos Lee” di Lee Konitz e “What a Party”di Fats Domino. Non manca qualche originale di Frisell in questo lavoro che affascina per l’assoluta bellezza del suono naturale e la raffinatezza del dialogo che si instaura tra questi due musicisti, favorito senz’altro dalla dimensione “Live” e dal prestigio del Village Vanguard.

Un’ottima occasione per avvicinarsi al mondo musicale di Bill Frisell o per continuare a seguire le gesta di questo straordinario musicista. La versione in vinile contiene un codice personale per scaricare la musica da sito ECM. Cosa di meglio?

DALLA PICCIONAIA: Jon Hicks e Cornelia Keating al Cohen, Verona

DALLA PICCIONAIA: Jon Hicks e Cornelia Keating al Cohen, Verona

DALLA PICCIONAIA: Jon Hicks e Cornelia Keating al Cohen. 9 settembre 2017

di Alessandro Nobis. Fotografia di Mauro Regis.

Arrivati a Verona da un concerto in quel di Montefano, nel maceratese, con un viaggio a dir poco rocambolesco, Jon Hicks e Cornelia Keating sono riusciti nonostante la stanchezza a sfoderare novanta minuti di ottima musica, lasciando intendere che la loro performance avrebbe potuto proseguire per quasi altrettanto tempo. Il pubblico, finalmente numeroso, ha gradito la musica proposta dal duo anglo irlandese e chi si aspettava una cavalcata nella tradizione – come chi scrive – è rimasto non deluso ma invece affascinato dallo spettro musicale proposto: ed in effetti, ascoltando l’unico CD inciso dai Lua Lauchra – di cui Hicks era il chitarrista – si poteva intuire che la musica proposta sarebbe stata ben più a largo raggio dei reels e dei jigs suonati al Cohen, peraltro egregiamente visto il talento -. A parte qualche brano originale il concerto è stato una lunga cavalcata nella musica del novecento, spaziando dai gospel come “Nobody’s fault but mine” e “In my time of dying” (un caso che la scelta sia caduta su due brani entrambi nel repertorio degli Zeppelin?) al jazz (Billie Holiday, Juan Tizol e Duke Ellington, Paul Desmond e Ira Brubeck) al rock d’autore griffato J.J.Cale oltre naturalmente al graditissimo omaggio alla musica d’Irlanda dove Jon Hicks ha scelto di vivere (lui è inglese) con Cornelia Keating: le danze tradizionali già citate ed una bella versione in apartura di concerto dello struggente blues “There’s a Light” dell’indimenticato quanto grandissimo chitarrista di Ballyshannon, Rory Gallagher.

Sembra, a prima vista, una scaletta male assortita formata da diversi generi musicali, ma la chitarra di Hicks – e la sua bella, calda ed espressiva voce – combinata con il canto intimo, quasi sussurrato di Cornelia Keating hanno saputo dare una rilettura omogenea, convincente ed equilibrata di questo “repertorio”. Alla prossima.

 

BENOZZO, BONVICINI, F. lli MANCUSO “Un Requiem Laico”

BENOZZO, BONVICINI, F. lli MANCUSO “Un Requiem Laico”

BENOZZO, BONVICINI, FRATELLI MANCUSO “Un requiem Laico”

Arci – Fondazione Ex Campo di Fossoli, CD, 2016

di Alessandro Nobis

“Un Requiem Laico” è l’importante, splendido e toccante frutto della collaborazione tra Fabio Bonvicini, Francesco Benozzo ed i Fratelli Mancuso sfociata nello spettacolo tenutosi a Fossoli il 25 aprile 2015 (e qui ne viene riportato l’audio), ed è a mio avviso uno di quei dischi che “servono”.

“Serve” a farci ricordare un luogo, Fossoli nel modenese nei pressi di Carpi, che dal 1942 al 1947 ha visto prima transitare nel campo di concertamento e transito migliaia di prigionieri in attesa di essere trasferiti nei lager nazisti (anche Primo Levi “passò” di qui prima di essere portato ad Auschwitz) e poi detenere prigionieri coinvolti con il regime fascista; “serve” a farci ricordare nel modo più profondo il giorno della Liberazione, “serve” a puntualizzare ancora una volta quanto sia ricco il patrimonio della cultura popolare e quanto importanti siano coloro che – raccogliendo, studiando, rielaborando e suonando – dedicano parte della loro vita a mantenere acceso il fuoco della cultura tradizionale: un lavoro encomiabile e preziosissimo questo,  da sempre conosciuto da pochi ma patrimonio invece di tutti noi. CD requiem digipack - esecutivo (1)Queste considerazioni – forse banali ed ovvie ma che trovo sempre opportuno ripetere – per ribadire la validità del progetto di cui vi parlo: un incontro tra musicisti e ricercatori competenti, apprezzati e ben conosciuti come Francesco Benozzo (arpa e voce), Lorenzo (chitarra e voce) ed Enzo (violino, chitarra, colascione e voce) Mancuso ed infine Fabio Bonvicini (flauti, voce e percussioni) con un repertorio che si muove tra le parole (ad esempio quelle scritte da un prigioniero, Giangio Banfi, alla moglie Julia che aprono “Disiu ti tia” dei Frantelli Mancuso) e la musica, fatta di brani più conosciuti (“Fuoco e mitragliatrici” in una lezione emiliana e “La figlia del soldato”) ad altri originali come “Quando il mondo fu creato” scritto da Benozzo e Bonvicini e “Cinno Zòbei”, canto militante che richiama la figura di Eliseo Zòbei ed infine “Deus Meus”, ancora dei Mancuso. Un gran bel lavoro curato nei suoni e negli arrangiamenti, dedicato alla memoria, ed a tutte le “donne e uomini spezzati” che lasciarono le loro vite non solo a Fossoli ma negli eventi bellici. Tutti.

 

 

DUCK BAKER “Shades of Blue”

DUCK BAKER “Shades of Blue”

DUCK BAKER “Shades of Blue”

FULICA RECORDS FCD – 102, 2016

di Alessandro Nobis

Questa è la seconda pubblicazione per la Fulica Records di materiale registrato dal chitarrista americano Duck Baker nel corso della sua carriera (della prima ve ne avevo parlato qui:  https://ildiapasonblog.wordpress.com/2016/07/02/duck-baker-trio/): per questo “Shades of Blue” Baker ha selezionato materiale che cronologicamente copre il periodo che va dal 2000 al 2015, registrato in varie locations e con diversi musicisti. baker 1E meno male che Baker ha registrato tutte queste sessions, perché la musica da lui accuratamente selezionata è di gran valore e, pur essendo stata registrata in periodi diversi, dà una chiara, ulteriore visione alla cultura musicale di questo chitarrista fingerpcking: “Shades of Blue” è “americana”, è musica che include il jazz, il blues, la tradizione bianca insomma tutto il meglio di ciò che nel XX° secolo si è formato nel mondo musicale d’oltreoceano, il tutto naturalmente condito dalla tecnica sopraffina condizione essenziale per riuscire a smontare e rimontare quei repertori come solo Duck Baker sa fare. “Lady sings the blues” (2004) in compagnia di una leggenda come Roswell Rudd al trombone, “The Happenings” (2000) con Carla Kihistedt al violino e Ben Goldberg al clarinetto, lo straordinario duetto con il chitarrista hawaiano Ken Emerson nel conclusivo “Buddy Bolden’s Blues” (2003) – peccato non sia stato pubblicato nulla del duo –  e “Crawl, don’t walk” (2015) in compagnia di due leoni dell’improvvisazione britannica come Alex Ward e John Edwards i brani che più mi sono piaciuti. Gran bel lavoro, che precede “The Preacher’s Son” del quale vi parlerò prossimanente.

La “fruia” di Baker funziona ancora alla grande.

http://duckbaker.com

 

RACHELE COLOMBO “Cantar Venezia. Canzoni da battello”

RACHELE COLOMBO “Cantar Venezia. Canzoni da battello”

RACHELE COLOMBO “Cantar Venezia. Canzoni da battello”

NOTA RECORDS, 2cd 2016

di Alessandro Nobis

Nello splendore culturale settecentesco della Città di Venezia, le cosiddette “Canzoni da battello” (o “Venetian Ballads” come erano conosciute a Londra) reppresentarono – anche in termini di popolarità – un fenomeno davvero interessante, quasi da considerare canzoni “pop” del tempo.Copertina fronte CANTAR VENEZIA

Rachele Colombo, veneta di Vicenza, ricercatrice e con un passato nei Calicanto e poi con Archedora assieme a Corrado Corradi, ha pubblicato nel duemilasedici per l’udinese Nota Records questo importante lavoro – due cd ed un esauriente libretto con spartiti e succulente note illustrative – dedicato appunto al repertorio delle canzoni da battello, scegliendone quaranta sulle circa cinquecento (500) esistenti. Lo fa nella migliore delle modalità, ovvero facendo fare un balzo di tre secoli a questo straordinario repertorio, con arrangiamenti essenziali, delicati e curatissimi: oltre al violoncello di Domenico Santianello ci sono tutte le pennellate di Rachele ora alla chitarra battente ed alla mandola, ora ai tamburi a cornice ed al cembalo oltre naturalmente alla sua ben conosciuta e sempre apprezzata voce “popolare”, stavolta in perfetto veneziano, che ci aiuta a riportare il tutto a dove era nato, in mezzo alla gente, alla vita sociale di quel tempo (“per cantar ste canzonete / che i costuma, da batelo, / vu sé l’unica, credelo, / e giustizia ogn’un ve fa”).

A fianco delle 40 canzoni ci poi un preziosissimo libretto di oltre sessanta pagine con le trascrizioni curate da Guglielmo Pinna di testi e di spartiti, un chiaro invito ad altri musicisti a far rivivere nuovamente ed a divulgare questo tesoro.

E, se osservate il dipinto di Pietro Longhi “La polenta”, di spalle c’è ritratto un suonatore che forse sta cantando una delle canzoni da battello, accompagnando l’inserviente che versa la polenta bollente nel piatto……………

http://www.nota.it