SANDRO VOLTA “Marco Dall’Aquila: La battaglia, Music for lute volume 2”

SANDRO VOLTA “Marco Dall’Aquila: La battaglia, Music for lute volume 2”

SANDRO VOLTA “Marco Dall’Aquila: La battaglia, Music for lute volume 2”

BRILLIANT CLASSIC RECORDS, CD, 2016

di Alessandro Nobis

Bizzarra storia quella di Marco Dall’Aquila: parte giovanissimo dall’Abruzzo per raggiungere Venezia e stabilirvisi con l’obiettivo di riuscire a campare della stampa e della vendita delle sue composizioni per liuto. Non ci riesce, solamente nel 1505 ottiene che nessun altro possa commerciare le sue composizioni al di fuori della laguna: ma alcune di esse grazie al Console Pandolfo Herwarth vengono vendute – o scambiate non ci è dato a sapere – e prendono il mare dal Fondaco dei Tedeschi a Venezia per la terra dei Teutoni, finendo dopo chissà quali peripezie alla Biblioteca Statale di Monaco di Baviera, ove sono conservate tuttora nei Manoscritti di Herwarth, appunto. Marco Dall’Aquila vive a cavallo dell’anno 1500, anno che vide uno sviluppo importante nella morfologia del suo strumento, che passa da cinque a sei cori di corde e che inizia ad essere suonato pizzicando le corde anziché con un plettro (l’oud invece conserverà questa metodologia esecutiva fino ad oggi), aumentando così le possibilità polifoniche e dando ancor più all’esecutore la gioia di esprimere tutto il suo virtuosismo.

Il liutista e studioso Sandro Volta, che aveva già inciso un paio di anni fa un CD con l’esecuzione di 21 composizioni di Dall’Aquila, con questo secondo volume consente brillantemente all’ascoltatore di ampliare la sua conoscenza del repertorio di questo autore eseguendo altre 20 scritture, due delle quali interpretate in coppia con un altro specialista dello strumento, Fabio Refrigeri. E’ questa musica dal grandissimo fascino e l’esecuzione ancora una volta dà piena e chiara luce e doveroso risalto al lavoro che mezzo millennio or sono aveva così grandemente ma sfortunatamente impegnato il talento del compositore di origine abruzzese, ancor più perché quel che posso dire, i suoi spartiti non hanno mai goduto di così ampio spazio come in questi due dischi di Sandro Volta (Christopher Wilson ne aveva incise nove nel 1994, tre le aveva registrate Shirley Rumsey l’anno precedente, ed entrambi erano lavori antologici dedicati dalla Naxos al Rinascimento Italiano).

La cosa si fa ancora più interessante visto che l’etichetta Brilliant Records propone al pubblico il suo catalogo ad un prezzo davvero interessante, intorno ai 7 (sette) euro. Quindi perché non approfittarne per conoscere il Marco Dall’Aquila?

 

http://www.brilliantclassics.com

 

 

 

 


 

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SAVOLDELLI – CASARANO – BARDOSCIA “The Great Jazz Gig In The Sky”

SAVOLDELLI – CASARANO – BARDOSCIA “The Great Jazz Gig In The Sky”

SAVOLDELLI – CASARANO – BARDOSCIA “The Great Jazz Gig In The Sky”

MOONJUNE RECORDS, CD 2017

di Alessandro Nobis

“Dark Side of the Moon” è considerato da molti il disco perfetto del pop-rock, e non solo del decennio nel quale fu pubblicato; per la cura estrema nella costruzione dei suoni, per l’incredibile lavoro di progettazione, realizzazione e di produzione e soprattutto per la bellezza ed il fascino delle melodie, questo lavoro dei Pink Floyd resta una gemma per molti versi ineguagliata anche dal punto di vista delle vendite, oltre 50 milioni di copie.

E quando gli spartiti come questi sono così ben costruiti, diventano il terreno fertile per re – inventare quel mitico disco e fargli vivere una nuova vita, parallela a quella del gruppo di Roger Waters. E’ il certosino lavoro, splendidamente riuscito, lo dichiaro subito, che Boris Savoldelli (voce, elettronica), Raffaele Casarano (sassofoni, elettronica) e Marco Bardoscio (contrabbasso , elettronica) hanno pubblicato da qualche mese per la MoonJune Records.

Si tratta di una rilettura, di una reinterpretazione completa della scaletta di quel disco, quasi un suo aggiornamento ponderato fino all’ultimo suono che risente naturalmente degli interessi e dei percorsi personali dei tre musicisti, dal linguaggio del jazz a quello dell’improvvisazione più radicale.

Personalmente “The Great Jazz Gig in the Sky” – mi perdonino i tre musicisti –  lo avrei titolato “The Dark Side of Dark Side of the Moon”, quasi a definire una parte nascosta ed oscura di quella musica, alla cercata e trovata prassi esecutiva rimanendo sempre lontani dalla riproposta calligrafica, rimanendo in biblico tra il rispetto delle scritture di Waters e contemporaneamente procedendo ad un loro arricchimento di suoni elettronici, di improvvisazioni, di spunti jazzistici e di campionamenti con una formazione a tre che lascia fuori strumenti che fecero mitico Dark Side come la chitarra (presente solo in un brano) e le tastiere, le cui mancanze alla fine dell’ascolto non si avvertono minimamente. Appropriati il contrabbasso pizzicato ed il solo di sax in “Breathe” e “Brain Damage”,  straordinari la dilatazione di “Us and Them” con il significativo solo di chitarra dell’ospite di Dewa Budjana ed il costante utilizzo sapiente dell’elettronica che permea tutta la produzione.

Un bellissimo lavoro, lo consiglio soprattutto a tutti coloro che come il sottoscritto hanno macinato sul giradischi svariate copie di quel disco con quella memorabile copertina nera dello studio Hipgnosis e George Hardie uscito nel marzo del 1973, giusto giusto 44 anni fa.

http://www.borisinger.eu

http://www.raffaelecasarano.com

http://www.marcobardoscia.com

http://www.moonjune.com

 

 

 

ADRIA “Ogni goccia”

ADRIA  “Ogni goccia”

ADRIA  “Ogni goccia” 

Autoproduzione, CD 2016

di Alessandro Nobis

Claudio Prima (organetto diatonico, composizione, voce), Emanuele Coluccia (sassofono), Francesco Pellizzari (Batteria) e Rachele Andrioli (voce) sono il quartetto “Adria” che alla fine del duemilasedici ha pubblicato questo suo nuovo lavoro, “Ogni goccia”. E’ un altro progetto – e ne ben vengano altri – che concettualmente e musicalmente si discosta dalle immagini “da cartolina” con la quale la musica popolare pugliese spesso ha ammaliato il grande pubblico, e testimonia la volontà comporre e di suonare musica di nuova composizione attraverso l’utilizzo di strumenti popolari come la voce e l’organetto vicino ad altri come il sax e la batteria che popolari non sono  guardando inoltre anche verso altri repertori che arrangiati nella maniera più opportuna si rivestono e brillano di nuova luce. Mi riferisco in particolare all’ispirata e rispettosa rivisitazione vocale di Rachele Andrioli di “Valsinha” di Chico Buarque De Holanda conosciuta in Italia per la bellissima interpretazione dell’indimenticata Mia Martini ed allo strumentale “Garrote” del tastierista compositore brasiliano Hermeto Pascoal (che ha vissuto una brevissima stagione anche con Miles Davis) con un arrangiamento che ci ricorda ancora una volta come il lavoro di Banditaliana di Riccardo Tesi sia stato importante in questi ultimi trent’anni di “nuova musica acustica” italiana. E poi ci sono le composizioni originali, tra le quali voglio segnalare l’introspettivo strumentale “Ahjourd’hui” e “Una Rosa” con una suggestiva intro di soprano ed organetto e l’espressiva e calibrata voce di Rachele Andrioli.

Musica che corre verso il futuro ma che guarda il passato, e non a caso “Ogni goccia” si conclude con l’unico tradizionale del repertorio, “Quanto me pari beddha te luntanu”. Naturalmente rivisto in “chiave” Adria.

 

 

 

 

GIL EVANS & JACO PASTORIUS “Live under the sky. Tokyo ‘84”

GIL EVANS & JACO PASTORIUS  “Live under the sky. Tokyo ‘84”

GIL EVANS & JACO PASTORIUS  “Live under the sky. Tokyo ‘84”

HI HAT RECORDS, 2CD 2016

di Alessandro Nobis

Tra i CD audio pubblicati recentemente ricavati da video più o meno ufficiali, questo dell’orchestra di Gil Evans è probabilmente uno dei più interessanti, almeno per due motivi. Il primo perché ci offre una sorta di status quo della “Monday Nite Orchestra” un mese prima delle registrazioni ufficiali – delle quali la prima poi pubblicata nel doppio Live at Sweet Basil risale infatti al 20 di agosto dello stesso anno, il 1984 appunto – la seconda perché in questo concerto a Tokyo del 28 luglio la band di Evans si presenta con due bassisti, quello “titolare” ovvero Mark Egan  e quello “ospite”,  Jaco Pastorius che ai tempi militava nella premiata ditta Zawinul / Shorter. Della carriera e delle pietre miliari registrate da Gil Evans e dell’importanza che questa ensemble ebbe nel jazz di metà anni Ottanta non voglio parlare visto che esiste una bibliografia notevole, mi preme solo dire che Evans, a parte la sua capacità di scegliere sempre musicisti di massimo livello – sia in questa ma anche ad esempio nella “British Orchestra” – e le sue dote di arrangiatore, era anche un pianista sopraffino come ad esempio si può ascoltare nel lavoro in duo con il sopranista Steve Lacy.

Questo doppio cd farà la felicità degli estimatori di Evans e di Pastorius che dà la dimostrazione – se ce fosse ancora bisogno – della sua funambolica tecnica improvvisativa e della sua duttilità; l’apertura della mingusiana “Good Bye Pork Pie Hat” – un classico dell’Orchestra di Evans” – con il duetto basso / sax baritono di Howard Johnson ed a seguire con il tenore di George Adams ed il solo che chiude “Variations on the Misery” con le pennellate al Rhodes di Evans saranno forse gli episodi più apprezzati dai fans di Pastorius.

Fans che avrenno modo anche di apprezzare prima e amare poi il suono di questa straordinaria orchestra autrice anche di uno stupendo concerto al Teatro Romano in occcasione di una delle più fulgide edizioni di Verona Jazz di quegli anni. Il repertorio è quello che gli estimatori di Evans conoscono: dalle riletture hendrixiane a quelle di Mingus, eseguite con “quel suono” che ha reso la Monday Nite Orchestra unica ed inimitabile. Come lo sono tutti i grandi dela musica afroamericana: leggete i nomi dei musicisti che la compongono…….

Gil Evans: tastiere, Mark Egan: basso elettrico, Hiram Bullock: chitarra, Geroge Adams e Chris Hunter: sassofoni, Lew Soloff, Malvin Peterson, Miles Evans: tromba, George Lewis: trombone, Peter Lavin: sintetizzatore, Howard Johnson: basso tuba, Adam Nussbaum: batteria. E Jaco Pastorius al basso, ospite.

 

 

 

 

GEORGES RAMAIOLI: “L’Ultimo dei Mohicani”

GEORGES RAMAIOLI: “L’Ultimo dei Mohicani”

GEORGES RAMAIOLI: “L’Ultimo dei Mohicani”

Edizioni Segni D’Autore, 2016. Pagg. 79, € 21,00

di Alessandro Nobis

Pubblicato nel 1826 e scritto da James Fenimore Cooper, “L’Ultimo dei Mohicani” – secondo volume del ciclo “Leatherstockings Tales” – narra le vicende di Nathaniel Bumppo a.k.a. “Long Carabine” e dei due Mohicani sopravvissuti della tribù (Uncas e Chingadhgook).

img_1896-1Considerato erroneamente da molti ed anche lungamente un classico della letteratura per ragazzi e rimasto nei cataloghi delle case editrici specializzate per tutti gli Cinquanta, Sessanta e Settanta, il volume dal punto di vista storico è contestualizzato durante quello che viene considerato come il fronte nordamericano della Guerra dei Sette Anni tra britannici e francesi, in questo caso per il predominio di quello che oggi è il Nord Est degli Stati Uniti. In particolare le vicende del volume ruotano attorno all’assedio francese al Forte William Henry, nello Stato di New York, tra il 3 ed il 9 agosto del 1757, assedio che si concluse con l’abbandono della fanteria britannica e con il pesantissimo attacco francese in collaborazione con i nativi alleati (Huron), alla colonna che avrebbe dovuto percorrere invece indisturbata la strada verso Albany.

“Segni D’Autore” ha pubblicato alla fine del 2016 questo bel volume riunendo intelligentemente i due pubblicati in Francia dalla Soleil nel ’97 e nel ’98; e, vista la bravura dell’illustratore nizzardo Georges Ramaioli che in questa serie dà una personale rilettura dei già avvincenti romanzi di Fenimore Cooper, credo di poter dire che tra le decine e decine di riduzioni delle avventure di Long Carabine – in volume e cinematografiche – questa è senz’altro da annoverare tra le migliori in circolazione, vuoi per l’efficacia dei dialoghi che per il bel tratto grafico frutto della grande tradizione fumettistica d’oltralpe , per la colorazione delle tavole e – cosa che avevo notato anche nel volume precedente “Il cacciatore di daini” – per la particolare cura etnografica con la quale l’autore ha riprodotto pitture facciali, addobbi di guerra, armi bianche e fucili, vestiti ed ambientazioni rispettando pienamente quelli originali, sia dei nativi che delle truppe coloniali (e questo si nota soprattutto nelle tavole a piena pagina dove il formato è necessariamente più ampio).

Il volume precedente, come detto è il “Cacciatore di Daini” e in questo 017 verrà pubblicato “Il Lago Ontario”. La miglior traduzione del romanzo è quella della versione integrale curata da Fernanda Pivano (Einaudi)

 

CHRIS THILE & BRAD MEHLDAU

CHRIS THILE & BRAD MEHLDAU

CHRIS THILE & BRAD MEHLDAU  “Chris Thile and Brad Mehldau ”

NONESUCH RECORDS, 2LP e CD 2016

di Alessandro Nobis

Per quello che vale il mio pensiero, questo disco del mandolinista – cantante Chris Thile e del pianista Brad Mehldau è già in corsa per il disco dell’anno. Seguo il percorso di Thile da un bel po’ e, al di là della sua straordinaria tecnica, ciò che sempre mi colpisce è la sua capacità di affrontare generi diversi regalando al pubblico musica di livello oggi difficilmente riscontrabile; le sue esecuzioni delle Sonate e Partite di J.S. Bach scritte originariamente per violino, il quartetto con Yo-Yo Ma, Stuart Duncan ed Edgar Meyer (con il quale ha inciso un disco in duo) sono splendide, direi imperdibili almeno per i cultori di questo strumento e per i “curiosi”. Brad Melhdau dal canto suo è uno dei più interessanti pianisti delle ultime generazioni che in ogni situazione – in solo, in duo, trio, quartetto – trova sempre il modo di affrontare il jazz e le sue composizioni originali con grande classe e tecnica.

La collaborazione tra i due non è recentissima, risale al 2013, e per confermare l’eclettismo e l’interazione tra i due musicisti basta dare una guardata anche veloce alla scaletta proposta: a parte un paio di originali, ecco Elliott Smith e Bob Dylan (“Don’t think twice it’s all right”), Joni Mitchell di “Marcie” e Fiona Apple di “Fast as you can”. Canzoni d’autore lontane dal jazz, ma che suonati da Mehldau e – cantati – da Thile si trasformano, si travestono fino a sembrare dei classici senza tempo della musica afroamericana e questo, lo sanno bene gli appassionati del genere, è una delle peculiarità per le quali il jazz è riconosciuto come la musica più rilevante emersa nel XX° secolo.

E poi mi si consenta di dichiarare pubblicamente che la rilettura di “Carolan’s Concerto” dell’arpista settecentesco irlandese Turlogh O’Carolan che chiude il disco, è un capolavoro di bellezza musicale.

Sontuoso.

 

 

 

 

MICHAEL SHEEHY “The Cat’s Rambles ”

MICHAEL SHEEHY  “The Cat’s Rambles ”

MICHAEL SHEEHY  “The Cat’s Rambles ”

VETERAN RECORDS, 2016

di Alessandro Nobis

In questi ultimi anni in Irlanda è cresciuta una generazione di musicisti e di gruppi che attraverso la composizione di nuovi repertori e la rivitalizzazione di quelli vecchi con nuovi arrangiamenti stanno portando avanti nel tempo uno straordinario scrigno musicale, apprezzato in tutto il mondo. Ci sono ancora, per fortuna, anche un nutrito gruppo di preparatissimi musicisti che hanno fatto una scelta diversa e che si ispirano a repertori tradizionali eseguiti rispettando i canoni della più pura scuola, ed il fisarmonicista Michael Sheehy – trapiantato a Manchester ma originario del West Limerick – appartiene ai secondi.

61f25chrizlQuesto suo recente “The Cat’s Rambles” (le passeggiate del gatto) propone il “suo” repertorio, quello della Sliabh Luachra, zona montagnosa tra le Contee di Kerry, Cork ed appunto Limerick; un repertorio poco conosciuto e poco praticato anche in altre aree irlandesi e formato soprattutto da Polche, Slides (i Chieftains registrarono una polca del Kerry molti anni or sono), Reels ed Hornpipes; due i fondamentali riferimenti della musica di Michael Sheehy, il padre Mick con la sua fisa a bottoni che loro casa di Manchester preferiva dedicarsi ad insegnare al figlio la musica della sua terra natale piuttosto che suonare nei numerosi pub irlandesi e Jackie Daly (ricordate i Patrick Street, i De Danann e compagnia bella) straordinario strumentista che con il fiddler Séamus Creogh diede una certa popolarità fuori dalle Sliabh Luachra, ravvivando la tradizione della musica contestualizzata soprattutto al ballo di questa parte d’Irlanda.

Musica popolare che dal violinista Pàdraig O’Keefe è giunta fino a noi e che Sheehy con la sua fisa a tastiera esegue in modo sincero, fresco e straordinariamente preciso, conservando preziosi repertori che potranno in futuro essere diversamente arrangiati, suonati e ballati dalle più giovani generazioni irlandesi. Un lavoro realizzato con i cammei dei violinisti Ed Barrette e Alan Block ed il chitarrista John Howson che suonano in alcuni set.

Anche se la qualità della registrazione non è proprio eccelsa, “The Cat’s Rambles” è un bel disco che si ascolta tutto d’un fiato. Fisarmonicisti siete avvisati.

Il cd si trova sulla maggiore piattaforma di commercio on-line, o attraverso il suo contatto diretto su facebook.

 

WWW.VETERAN.CO.UK