DIEGO ALVERA’ “Tazio Nuvolari Pozzo 1928”

DIEGO ALVERA’ “Tazio Nuvolari Pozzo 1928”

DIEGO ALVERA’ “T. Tazio Nuvolari Pozzo 1928”

SCRIPTA EDIZIONI 2018. PAGG. 154, € 13,00

di Alessandro Nobis

Affrontare i miti dello sport come Dorando Pietri, Silvio Piola, Costante Girardengo o Tazio Nuvolari è un po’ come affrontare un “tornante Bordino” a tavoletta: rischi di uscire fuori strada e di schiantarti sul muro delle ovvietà e della semplice cronistoria biografica.

alvera'Questo volume scritto con la consueta verve narrativa da Diego Alverà affronta il “mito” Nuvolari prendendo come pretesto gli accadimenti di quel 25 marzo 1928 al Circuito Stradale del Pozzo (sarebbe stata la terza edizione della corsa), a pochissimi chilometri da Piazza Brà cuore di Verona. Alverà è uno storyteller oramai navigato che ha attraversato le vite di Gilles Villeneuve, di Walter Bonatti, di Miles Davis o di Ian Curtis descrivendo questi “incroci” con passione, con una lunga e maniacale ricerca del dato storico al servizio del suo stile narrativo sempre avvincente e sempre lontano “Mille Miglia” dal puro dato storico.

“T” ha non solamente il merito di restituire al presente un frammento della storia dello sport veronese e dell’automobilismo ma anche quello di riportare in vita personaggi e vicende di quella fase epica di questo sport e della simbiosi tra “uomo” e “macchina” così legata alle idee futuriste di moda a quel tempo; D’Annunzio, per citare un episodio, regalò al mito una tartaruga-talismano sussurrandogli “l’animale più lento per l’uomo più veloce” e come scrisse Patrizio Roversi (Alverà mi consentirà la citazione), “Nuvolari ha le mani come artigli, Nuvolari ha un talismano contro i mali” (forse quel talismano?)

Nello scorrere di una giornata si costruisce il “romanzo” della vita di Tazio Nuvolari da Castel D’Ario, si ricorda che prima della Scuderia Ferrari ebbe breve vita la Scuderia Nuvolari, si ricordano le forme della Bugatti 35B, azzurra e dalla sagoma affilata come un coltello; Alverà descrive bravamente fotogramma dopo fotogramma il sorpasso ai danni di Pietro Bordino sotto un fitto acquazzone, su una strada a dir poco sconnessa, con gli schizzi di fango sugli occhiali da motociclista, con il pubblico stipato lungo il circuito mentre la Bugatti numero 4 sopravanza quella di Bordino. La descrizione dura una dozzina di pagine, fotogramma dopo fotogramma naturalmente tutto a colori, da gustare a piena mente.

Alla fine “T” torna dalla sua Carolina, bastano un bacio in fronte e la medaglia vinta tra le mani per tornare “umano”.

 

 

 

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DALLA PICCIONAIA: DIEGO  ALVERÀ e ROBERTO CALVI raccontano NICK DRAKE

DALLA PICCIONAIA: DIEGO  ALVERÀ e ROBERTO CALVI raccontano NICK DRAKE

DALLA PICCIONAIA: DIEGO  ALVERÀ e ROBERTO CALVI raccontano NICK DRAKE.

COHEN, Verona, 11 novembre 2017

di Alessandro Nobis

Il giradischi ha smesso suonare i “Concerti Brandeburghesi”, la puntina tocca all’infinito contro l’etichetta al centro del disco, ma nessuno alza il braccetto del giradischi. E’ il 25 novembre 1974, la madre trova Nicholas nel letto della sua camera, privo di vita. Questa è l’immagine con la quale Diego Alverà ha scelto di iniziare il suo storytelling sulla purtroppo breve vita di questo straordinario autore che ci la sciato un pugno di diamanti purissimi, le sue canzoni, la sua musica. Alverà sceglie di mettere al centro della narrazione la stanza di Nick, quella che di più di tutti lo ha visto crescere, maturare, comporre, assumere antidepressivi e infine morire. Un racconto ben costruito e che Alverà con la sua solita verve, passione e preparazione ha proposto al pubblico, numeroso ed attento nonostante fosse un sabato sera al Cohen di Verona, dando ragione alla proprietaria della sua coraggiosa scelta. IMG_0029E questa volta, valore aggiunto, c’era anche Roberto Calvi che ha regalato alcune gemme del songbook di Drake, alcune tratte dai suoi dischi ufficiali (tre) come “River Man”, “Pink Moon” e “Man in a Shed”, altre postume al tempo scartate dallo stesso Drake che le riteneva non all’altezza per essere pubblicate, come “Clothes of Sands”: eccellente chitarrista, preciso e calligrafico quanto basta nell’esecuzione delle scritture originali, bravo ed espressivo cantante, Roberto Calvi è piaciuto molto per il suo modo discreto di affrontare un repertorio quasi “intoccabile” e resta la curiosità di ascoltare le “cose sue” come lui stesso le definisce.

Ma da questa serata, davvero ben riuscita, credo che come si dice “possa uscirne qualcosa di grosso” se questi due interventi diventeranno un progetto, come mi auguro: studiare a tavolino come far intersecare la musica con il racconto e la poesia con la prosa può far diventare “Far Leys” una piece teatrale di grande fascino e successo aggiungo, naturalmente se Alverà e Calvi lo vorranno. Insomma, non può esaurirsi qui quest’idea………….

Racconta Joe Boyd nel suo “Le biciclette bianche” edito da Odoya nel 2014, che a fargli conoscere Nick Drake fu Ashley Hutchings, protagonista come musicista, ricercatore, organizzatore di gruppi oltre che come talent scout nell’ambito della musica tradizionale – e non solo – a partire dalla metà dei Sessanta a Londra. Racconta Boyd a pagina 180: “Alla Roundhouse di Londra ci fu una maratona musicale contro la guerra del Viet-Nam (28 febbraio 1968, ndr) alla quale parteciparono anche i Fairport Convention di Hutchings. Finito il concerto Richard Thompson e gli altri se ne andarono ma il bassista si fermò e, verso le tre del mattino, ebbe l’occasione di ascoltare un certo Nick Drake. Mi chiamò il giorno e mi disse che avrei dovuto chiamare – questo qua, un tipo davvero interessante -, furono le sue parole esatte. E mi diede il suo numero di telefono”.

 

SUONI RIEMERSI: Io, Robert Petway (solo una questione di royalties)

SUONI RIEMERSI: Io, Robert Petway (solo una questione di royalties)

Solo una questione di royalties. Non fosse stato per Leonard e Phil Chess, il nome di Robert Petway sarebbe per l’eternità sprofondato nell’oblìo, onorato e ricordato – forse – dallo sparuto manipolo della Compagnia degli Amanti del Blues del Delta.

Faceva un freddo cane a Chicago quel giorno di febbraio del ‘50; McKinley Morganfield aveva appena finito il suo turno come autista, e dopo un paio di uova strapazzate ed una pinta di caffè nero bollente in una bettola della South Michigan Avenue entrò con la sua chitarra al numero 2120, dall’altra parte della strada. Leonard e Phil lo stavano aspettando, assieme a Ernest “Big” Crawford, il contrabbassista che conosceva i due fratelli dai tempi della Aristocrat, prima che i due fondassero la Chess Records. Avevano già avuto delle animate discussioni circa la registrazione che stavano per fare; McKinley voleva portare la sua band nello studio, quella con Walter Jacobs e Jimmy Rogers per intenderci, i due polacchi invece insistevano per il solo accompagnamento del contrabbasso, quello di Crafword ovviamente. Naturalmente ebbero la meglio i proprietari dell’etichetta e così quel giorno McKinley Morganfield registrò un singolo: sul lato A “Rollin’ Stone”, su quello B un blues di Robert Johnson, “Walkin’ Blues”. Una take per ciascun brano, buona la prima e via.

Va da sé che se Muddy Waters avesse dichiarato che il suo “Rollin’ Stone” in realtà era un adattamento di “Catfish Blues” accreditato a “certo Robert Petway” e non una sua composizione, molte cose nella musica dei decenni a venire sarebbero andate diversamente. Questione di diritti d’autore e di royalties, appunto. Di sicuro possiamo dire che Mick Jagger e Keith Richards avrebbero chiamato diversamente il loro gruppo, e così Jann Wenner avrebbe fatto con il suo settimanale musicale.

PETWAY CRUMB 1.jpg

C’è un grande appezzamento di terra all’interno di un grande meandro del fiume Alabama, giù a Boykin. Ci abitano e ci lavorano i discendenti degli schiavi portati lì dalla Carolina a metà dell’800 dai loro proprietari, i Pettway. La tenuta fu venduta nel 1845 a Sebastian Van Der Graaff, un benestante avvocato di Tuscaloosa, e quando finì l’epoca dello schiavismo molti rimasero a lavorare nella proprietà mantenendo anche da inquilini il cognome Pettway. Oggi se cercate un Petway, o un Pettway o Pettaway dovete andare laggiù, dove il fiume Alabama scorre tranquillo prima di gettarsi nel Golfo del Messico.

In una delle case isolate tirate su alla bell’e meglio con assi di legno e sollevate da terra con dei blocchi di cemento, il 18 ottobre del 1907 – ma qualcuno giura che fosse il 1902 – si dice nacqui io, Robert Petway.

Il primo regalo che ricevetti, non al mio compleanno e nemmeno a Natale, ma quando le patate erano pronte da raccogliere fu una zappetta. Niente scuola, ma solo lavorare lavorare e lavorare. Unico svago era gettare l’amo nell’Alabama e, d’estate, farci il bagno.

Appena adolescente incontrai un altro tipo, nipote come lui di schiavi africani; abitava anche lui in una stamberga non lontano da quella di Robert. Andavamo tutti e due nello stesso punto a pescare, una spiaggetta all’interno dell’ansa del fiume dove l’acqua scorreva lenta, l’ideale per prendere all’amo qualche pesce gatto, un buon integratore del pasto giornaliero visto che la carne era un lusso e a casa si mangiava quella di maiale sì e no ogni quindici giorni: vegetariani o quasi, ante litteram.

Quel tizio, magro e allampanato, si chiamava Tony, Tony McClennan, per essere precisi. Restammo amici per molti, molti anni scoprendo di avere alcuni interessi, diciamo così, in comune: i cappelli a larghe falde, la musica e poi le donne. Ogni tanto passavano dalle mie parti dei musicisti girovaghi, neri figli di schiavi spiantati cacciati dalle piantagioni che per pochi spiccioli – o per una notte al coperto, o per un pasto – intrattenevano gli avventori delle bettole o suonavano durante le feste del fine settimana: mi ricordo di Blind Joe Smith, che girava con un grosso cane nero, Lame Fred McFarland, lo zoppo che diceva di venire dall’Arkansas e Snake Leo Dittman, che girava con un serpente a sonagli nella borsa. Loro mi insegnarono i primi rudimenti ed io imparavo velocemente, come se quello stavo imparando l’avessi avuto già in testa, e non lo sapevo.

Questa specie di barrelhouse, di juke joint o di stamberga era a tre miglia da casa mia ed a quattro da quella di Tommy. Quando si spargeva la voce dell’arrivo di questi tipi il locale si riempiva: imbroglioni d’ogni tipo, donne di malaffare ed ubriaconi giravano là intorno e si facevano di moonshine, che costava poco, e ascoltavano le loro vite raccontate da altri disperati come loro, che se non altro avevano la capacità di esorcizzare con la musica tutte le loro sfighe ataviche.

Io e Tommy stavamo il più vicini possibile ai musicisti e non ci stancavamo mai di guardare come si muovevano quelle dita sul manico.

Ad un certo punto diventai anche bravo, tanto bravo da suonare la domenica mattina in chiesa quei vecchi spiritual che da bambino sentivo cantare dai nonni e da mamma; da papà no, di lui non ricordo molto, solo che lavorava come un mulo e che morì di febbre spagnola quando avevo circa quindici o sedici anni.

Comunque fu grazie alle funzioni religiose che trovai un modo per rimorchiare le donne: la domenica mattina le ammaliavo con questi canti religiosi, il pomeriggio le accalappiavo con i miei blues scurrili, pieni di sesso, di doppi sensi e di quant’altro. Quello che succedeva dopo, nei campi dietro la stamberga, ve lo lascio immaginare; mi piacevano tutte, magre, grasse, sposate e anche no. Insomma, me la sono spassata laggiù in Alabama.

Un bel giorno mi resi conto che l’Alabama era diventato piccolo per me. E anche per Tommy. Se fossimo restati lì avremmo passato la nostra vita a suonare in quei posti schifosi per nulla, o quasi. Prima o dopo ci saremmo stufati e avremmo ricominciato a lavorare nei campi.

E così ci trasferimmo a Itta Bena, nel Mississippi, e fu lì che conobbi Honeboy Edwards, musicista e uomo straordinario. Lì suonavano anche Booker White, James Son Davis e Kokomo Arnold, suonavano al Three Forks, in quel juke-Joint vicino all’incrocio dove qualche marito geloso avvelenò Robert Johnson. Così dicevano.

Finalmente, nel ’39, ce ne andammo anche da lì e con un viaggio quantomeno avventuroso un po’ a piedi, in treno e poi ancora a piedi arrivammo a Chicago, nell’Illinois. Non mi ricordo quante serate feci nelle bettole e nei bar, mi ricordo però che un bel giorno mi comprai una chitarra National Resophonic ad un banco di pegni, su nel North Side. Divenne per me come un’amante, aveva il suono ed il volume che cercavo e mi accompagnò per tutta la vita. Ci voleva proprio, perchè nessuno mi stava ad ascoltare in mezzo a quella confusione; ma fu in uno di questi locali che casualmente una sera venne Lester, Lester Melrose intendo. Questo tizio bianco, questo Lester Melrose, sarebbe diventato da lì a poco uno dei pezzi grossi del blues di Chicago, qualcuno addirittura andava in giro dicendo che era lui il fondatore del Chicago Blues, anche se gli piacevano di più i suoni acustici di quelli elettrici. Comunque sia venne in questo localaccio del Southside più di una volta e ne aveva del fegato, allora di bianchi in quella zone lì se ne vedevano davvero pochi. ‘Sto tizio mi propose di registrare per lui; io non lo avevo mai fatto, ma qualche giorno prima Tommy MacClennan aveva registrato per lui una dozzina di brani e così accettai. E quel freddissimo 28 marzo del 1941 entrai in una stanza d’albergo dove c’erano una sedia – scomoda, questo lo ricordo bene –  ed un microfono. C’era anche un altro tipo che aveva un contrabbasso, Alfred Elkins mi sembra  si chiamasse.

Il primo brano che registrai fu Catfish Blues, lo avevo pensato quando stavo ancora giù a Itta Bena, quando mi passavo tutte le donne che volevo.

Sì mi piacerebbe, mi piacerebbe essere un pesce gatto

E nuotare in un profondo mare blu

Sono tutto per voi, belle donne, se mi volete pescare

se mi volete pescare, se mi volete pescare

Oh sì, oh sì

Stavo seduto di fronte a lei

Che mi disse “entra, uomo

Mio marito non c’è, è appena andato via”

Oh sì, oh sì

Sai, ci sono due treni che passano da quella stazione lì

Ma nessuno va nella mia direzione

Ma sai, c’è un treno che passa sempre a mezzanotte

Questo passa solo oggi donna, passa solo oggi

Oh sì, oh sì

Questo Melrose ci sapeva fare, era bravo (e dannatamente furbo), mi mise a mio agio e registrammo 8 brani. Invece poi mi fregò: prima di suonare mi fece firmare una carta dove gli cedevo i copyright dei brani, lui mi avrebbe pagato solamente per le sedute di registrazione. Ero così fesso – ma in buona compagnia – che firmai. Con Elkins non ci furono problemi, lui era un buon musicista, si limitò a venirmi dietro e basta. Furono tutte registrazioni “one take and go”, non c’era possibilità di ripetere le canzoni.

Allora era così, non avevo un repertorio fisso, mi piaceva improvvisare le parole; credo di non avere mai cantato una canzone con lo stesso testo due volte. Si usava così, nessuna aveva un blocco notes con la scaletta ed i testi delle canzoni. Era il bello del blues, sapete? In un paio d’ore finimmo di registrare, io tornai nel Southside e non vidi Lester per parecchio. Poi, nel gennaio del ’42 mi capitò di suonare con Tommy in un locale dell’Ottantasettesima Strada. Una rimpatriata e guarda chi ti capita dentro? Lester Melrose. Quando finimmo di suonare, saranno state le due di mattina, venne al nostro tavolo e mi propose un’altra session. Ok dissi, ma stavolta viene anche Tommy. E così il 20 febbraio del ’42 ritornai in quella stanza d’albergo e registrai altri 6 pezzi, uno con Tommy MacClennan. Ad un certo punto mi sembrava di avere finito le idee, e mi venne in mente di avere conosciuto tempo prima Bertha Lee, la moglie di Charlie Patton; era brava a cantare, ma ricordo altrettanto bene che in altre situazioni sapeva fare ancora di meglio……. Bisognava registrare, e mi venne l’idea di scrivere un testo su tutte le “Bertha Lee” che avevo incontrato; la musica poi venne da sola, cambiai l’accordatura e via……. .

Il sistema di pagamento comunque non era cambiato, tutti ripeto tutti facevano così, per questo moltissimi bravi musicisti ad un certo momento smettevano di registrare e sparirono dalla circolazione per almeno vent’anni. O facevi così o niente, e fu così che il mio nome non apparve mai sui 78 giri che Lester mise in commercio, e fu così anche che “Catfish Blues” venne considerato un brano tramandato oralmente e non mio. Fino a quando qualcuno gli cambiò il titolo e si dichiarò come autore del brano.

Poi, sapete come andò a finire. Alla fine degli anni cinquanta questi ragazzi bianchi cominciarono ad interessarsi del blues: Alan Lomax, Bob Koester ed i fratelli Chess furono i primi, poi arrivò Mike Vernon, ed in seguito in Europa molti musicisti iniziarono a suonare il blues che avevano sentito sui 78 giri. Questo interesse fece che molti miei amici musicisti furono trovati a lavorare nelle fabbriche, nei campi, nei dormitori pubblici, qualcuno anche in qualche penitenziario ed ebbero così l’occasione di ricominciare a suonare, anche in Europa, e di fare un po’ di soldi.  Inaspettatamente erano rispettati moltissimo dal pubblico dei bianchi, anzi credo che se non fosse stato per loro il blues sarebbe rimasto nei ghetti neri come il South Side di Chicago. So che lo disse anche B.B. King, ed è una grande verità.

L’immortalità? Meno male che ad un certo punto, negli anni sessanta qualcuno di quei ragazzi conobbe la mia Catfish Blues grazie a Muddy Waters, chiamandola finalmente con il suo vero titolo, il “blues del pesce gatto”: Jimi Hendrix e poi quell’irlandese dalla camicia a scacchi, Rory Gallagher soprattutto.

Le royalties? E quelle chi le ha mai viste!

PETWAY CRUMBCHICAGO, ILLINOIS 28 marzo 1941 (Alfred Elkins, contrabbasso)

Catfish Blues – Ride ‘em On Down

Rockin’ Chair Blues – My Little Girl

Let Be Me Your Boss – Left My Baby Crying

Sleepy Woman Blues – Don’t Go Down Baby

CHICAGO, ILLINOIS 20 Febbraio 1942 (Alfred Elkins, contrabbasso)

Bertha Lee Blues – Hollow Long Blues

In The Evening – My Baby Left Me

Cotton Pickin’ Blues – Boogie Woogie Woman (Tommy MacLennan, voce e Alfred Elkins, contrabbasso)

 

DALLA PICCIONAIA: Diego Alverà racconta “Kind of Blue” di Miles Davis

DALLA PICCIONAIA: Diego Alverà racconta “Kind of Blue” di Miles Davis

DALLA PICCIONAIA: Diego Alverà racconta “Kind of Blue” di Miles Davis

di alessandro nobis

Anche per il terzo appuntamento di “Storie da raccontare” con Diego Alverà organizzato dall’Agenzia di Comunicazione Pensiero Visibile e appunto dalla Cooperadi Arbizzano, Verona – dove si tengono gli incontri – c’era il tutto esaurito.

Stavolta in scena è andato uno dei capolavori assoluti della musica del Novecento, un pugno di registrazioni che nel ’59 diedero una forte sterzata alla musica afroamericana per un lungo periodo utilizzata come accompagnamento al ballo ed alla quale i primi a dare una “spallata” furono gli eroi del bebop tra i quali appunto c’era un imberbe Miles Davis.

Alverà ha introdotto quella giornata del 2 marzo del ’59 illustrando con la “solita” chiarezza e precisione fatti e antefatti, soprattutto per quanti si fossero raccolti alla Coopera per una serata all’insegna dello storytelling senza sapere di Kind of Blue ma anche per rinfrescare la memoria per quanti abbiano consumato diverse copie in vinile di questo capolavoro davisiano.

Bill Evans disse a proposito di quella giornata: “Miles ha concepito la struttura della musica solo poco prima della sua registrazione, arrivando in studio con dei semplici schemi per indicare al gruppo quel che andava eseguito. Qualcosa di assai vicino alla spontaneità. Nessuno dei brani era stato mai eseguito prima” (cit. da “Miles Davis” di Ian Carr), una conferma del salto evolutivo che Davis volle dare al jazz: più libertà di pensiero e di composizione ai solisti e più improvvisazione che già con i boppers aveva iniziato a farsi largo nell’idioma musicale afroamericano.

Insomma in quelle due sessions Miles Davis con  Wynton Kelly, Bill Evans, Cannonball Adderley, Jimmy Cobb, Paul Chambers e John Contrane scrissero un pezzo di storia della musica incidendo un disco che, come dice il trombettista inglese Ian Carr “è diventato qualcosa di speciale: molta gente ha iniziato ad ascoltare musica da lì, e molta gente ha cominciato a suonare jazz prendendo spunto proprio da questo “Kind of Blue”.

Ultimo appuntamento con “Storie da raccontare”, domenica 18 dicembre con “David Bowie – interno berlinese”, organizzate bravamente dall’Agenzia di Comunicazione Pensiero Visibile. Sempre alle 18:30. Conviene prenotare. Lo consiglio vivamente.

DALLA PICCIONAIA: Diego Alverà racconta Walter Bonatti

DALLA PICCIONAIA: Diego Alverà racconta Walter Bonatti

DALLA PICCIONAIA: Diego Alverà racconta Walter Bonatti

di Alessandro Nobis

Da sempre il patrimonio culturale si è trasmesso – orizzontalmente e verticalmente – esclusivamente per via orale: dapprima tecniche per la sopravvivenza, poi ricordi, storie fantastiche o reali, racconti epici e fiabeschi e del sovrannaturale, canti narrativi, filastrocche e ninne nanne. Anche dopo l’avvento della stampa le classi meno abbienti – per lo più costituite da analfabeti – apprendevano da altre persone le storie ed anche gli avvenimenti storici e le cronache dai suonatori e dai cantastorie ambulanti che giravano di contrada in contrada.

La cultura popolare ha così viaggiato nel tempo e nello spazio – ed ancora oggi viaggia in certi contesti – ed il “raccontare storie”, lo “storytelling” come lo chiamano gli anglofoni, si è trasformato ed evoluto grazie alla tecnologia. Quello che un tempo erano le rappresentazioni grafiche che illustravano i vari racconti oggi sono immagini proiettate su uno schermo da un computer portatile; quello che un tempo erano i cantastorie girovaghi che si spostavano a dorso d’asino o con un carretto nelle fiere di paese oggi sono gli “storyteller”. Come Diego Alverà, che alla Coopera di Arbizzano – una piccola frazione che può essere considerata la porta della Valpolicella veronese – ha raccontato splendidamente le imprese, anzi “L’IMPRESA”, del bergamasco Walter Bonatti, classe 1930 (esploratore?, scalatore? reporter? giornalista?), attraverso il suo punto più triste suo malgrado, ovvero la sua avventura sul K2 quando venne ingiustamente accusato di non avere raggiunto Lino Lacedelli e Achille Compagnoni per rifornirli di bombole di ossigeno nella spedizione guidata e pensata da Ardito Desio (1954), e quello che lo ha proiettato nella leggenda, ovvero i travagliatissimi sei giorni all’assalto ed alla conquista in solitaria dell’impossibile parete del Petit Dru (1955), sul massiccio del Mont Blanc. Perseveranza fuori misura, perché l’alpinista bergamasco “Volle, volle, fortissimamente volle” arrivare là in cima, da quando da ragazzo vide quella montagna su di una copertina della Domenica Del Corriere disegnata da Walter Molino. Scalata che fu davvero un evento epico tanto più che l’erosione, anni dopo, fece crollare “quel” pilone che nessuno più riuscì a scalare.

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Un racconto serrato quello preparato da Alverà, un testo avvincente e puntuale nei riferimenti storici scritto con passione ed accortezza, una lettura fluida e convincente che ha saputo catturare la completa attenzione del folto pubblico. Un segno, questo, che dà la misura di quanto ci sia ancora la richiesta, ci sia ancora la voglia “atavica” di ascoltare e magari di riportare a casa – o a scuola – quando sentito. Una storia che gli appassionati di montagna già conoscevano ma che nelle parole del narratore si è rinnovata e materializzata ancora una volta. E’ questa la magia della cultura orale.

Nella prossima fermata delle quattro previste, organizzate bravamente dall’Agenzia di Comunicazione Pensiero Visibile, Diego Alverà ci racconterà di Niki Lauda e del Drake Enzo Ferrari ed in particolare del GP del Giappone 1976 quando il pilota austriaco ………………….. ci si vede il 16 ottobre. Alla Coopera di Arbizzano.