EDUARDO PANIAGUA · MUSICA ANTIGUA “Cantigas del Sur de Francia”

EDUARDO PANIAGUA · MUSICA ANTIGUA “Cantigas del Sur de Francia”

EDUARDO PANIAGUA · MUSICA ANTIGUA “Cantigas del Sur de Francia”

PNEUMA RECORDS. 2CD, 2020

di alessandro nobis

Queste ventiquattro Cantigas De Santa Maria si vanno ad aggiungere a quelle pubblicate tempo fa sul CD dedicato a quelle riguardanti la Francia Settentrionale (https://ildiapasonblog.wordpress.com/2020/10/21/eduardo-paniagua-cantigas-del-norte-de-francia/); questa volta “arrivano” dall’Occitania” e metà di esse furono raccolte da Alfonso X° El Sabio nel santuario della bellissima Rocamadour, che oggi si trova nel Dipartimento della Lot ma che nel Medioevo era parte della nazione occitana. Il primo compactdisc si apre con una suggestiva versione strumentale de “De Romeria Sentada in Silla” (sul cd “Cantigas de Flauta y tamburil” PN 400 trovate la versione con il testo) che precede la lunga Cantiga 331 “Mozo y Madre en Rocamadour” che, introdotta dal suono del fhal (un flauto di bambù) celebra uno dei miracoli della Vergine Maria (in questo caso resuscita l’amatissimo figlio  dodicenne di una donna falciato da una febbre altissima) e si chiude con un inusuale miracolo “pastorale”: una donna affida un agnello che ha comperato impegnando tutti i suoi risparmi ad un pastore, ma al suo ritorno costui dà la colpa della sparizione ad un lupo, la donna implora con una preghiera Nostra Signora di Rocamadour che la ripaga facendo riapparire l’agnello che le dice “sono tornato!”. Anche del secondo CD dedicato all’Occitania scelgo un brano strumentale ed uno cantato: il primo è “La Nave Cargada de Trigo”, dove il testo (qui non presente in quanto è una versione strumentale) racconta di un naufragio di una nave carica di farina e del miracolo della Vergine Maria che salva sia il carico della nave che i suoi marinai e mercanti). Il secondo è una Cantiga di guarigione che narra appunto della guarigione della Regina Beatriz de Suabia, madre di Alfonso X°, mandata dal Re Fernando III°, incinta, a Cuenca dove si ammalò gravemente e fu vanamente curata dai medici; ma aveva con sé una preziosa immagine della Vergine del Mare che salvò dalla malattia la Regina, immagine che poi Alfonso consegnò alla Cattedrale di Siviglia.

Quello che colpisce di questo e degli altri lavori di Paniagua – in specie quelli dedicati alle Cantigas – è la costante capacità di utilizzare musicisti di grande levatura (i cinque cantori ad esempio, ma anche gli specialisti dei singoli strumenti) e di un autentico arsenale sonoro etnico ispanici e non, per dare corpo e immagine a questo straordinario repertorio della cultura cristiana. Ovviamente, un altro bellissimo lavoro di Eduardo Paniagua e dell’Ensemble Musica Antigua che ha fondato e che dirige.

Di altri lavori pubblicati da Eduardo Paniagua ne avevo scritto qui:

(https://ildiapasonblog.wordpress.com/2020/10/21/eduardo-paniagua-cantigas-del-norte-de-francia/)

(https://ildiapasonblog.wordpress.com/2020/10/07/eduardo-paniagua-alquimia-de-la-felicidad/)

(https://ildiapasonblog.wordpress.com/2020/05/20/suoni-riemersi-eduardo-paniagua-trovadores-en-castilla-alfonso-viii-y-los-almohades/)

(https://ildiapasonblog.wordpress.com/2019/04/01/eduardo-paniagua-cantigas-de-andalucia/)

(https://ildiapasonblog.wordpress.com/2018/09/22/eduardo-paniagua-isidro-mozarabe/)

(https://ildiapasonblog.wordpress.com/2018/01/24/eduardo-paniagua-cantigas-de-ultramar/)

(https://ildiapasonblog.wordpress.com/2017/11/01/eduardo-paniagua-cantigas-de-murcia/)

(https://ildiapasonblog.wordpress.com/2016/06/04/eduardo-paniagua-calahorra/)

DYLANCENTRIC “OFFICIAL BOOTLEG”

DYLANCENTRIC “OFFICIAL BOOTLEG”

DYLANCENTRIC “OFFICIAL BOOTLEG”

TALKING ELEPHANT RECORDS. CD, 2019

di alessandro nobis

Nell’agosto del 2019 all’Isola di Wight a sud dell’Inghilterra si celebrava il cinquantesimo anniversario dell’omonimo famosissimo festival ma, in particolare, si celebrava anche l’anniversario del concerto che Bob Dylan vi tenne di fronte a più di centocinquantamila appassionati dopo aver rifiutato di partecipare al festival di Woodstock; per l’occasione Ashley Hutchings, figura cardine del folk revival inglese, aveva allestito una band di gran livello che oltre a lui, bassista e cantante, comprendeva Guy Fletcher (batterista dei Dire Straits ma qui anche violinista e mandolinista), Jacob Stoney alle tastiere, Blair Dunlop e Ken Nicol alle chitarre e Ruth Angel alla voce e violino per chiudere le celebrazioni del festival. I Fairport Convention, fondati da Hutchings, avevano sempre avuto un occhio di riguardo verso le scritture dylaniane (“Million Dollar Bash” era per esempio su Unhalfbricking del ‘69) ma in questa occasione il repertorio scelto da Hutchings fu una carrellata di brani tra quelli proposti da Dylan con la Band il 30 agosto del ‘69 vicini ad altri più recenti: in particolare i tre che Dylan eseguì al festival (“Maggie’s Farm”, “Mr Tambourine Man” e ”I’ll be your baby tonight”), “Wings”, una composizione originale autobiografica composta dal band leader e da Ken Nicol, degno figlio di Simon, altra figura emblematica del folk elettrico inglese) vicino a brani relativamente più recenti. Tra tutti mi sembrano davvero notevoli “Not Dark Yet” che si apre con la voce e chitarra acustica di Brian Dunlop con due violini e che si trasforma con un arrangiamento scritto in stile Fairport, “Mr Tambourine Man” con la voce di Ruth Angel e quello che chiude il disco, “Lay Down your Weary Tune”, un brano dell’85 già registrato dal “gruppo madre” e cantato da Hutchings. Un lavoro molto riuscito che coniuga in modo davvero brillante le scritture dylaniane e le atmosfere tipiche del cosiddetto folk-rock albionico.

Non saprei dire se sono stati pubblicati più dischi di Bob Dylan o dischi a lui dedicati, in ogni caso tra i secondi questo è senz’altro uno dei più sinceri e riusciti. 

ANDY IRVINE  “OLD DOG LONG ROAD 1961 · 2015 · VOL. 2”

ANDY IRVINE  “OLD DOG LONG ROAD 1961 · 2015 · VOL. 2”

ANDY IRVINE  “OLD DOG LONG ROAD 1961 · 2015 · VOL. 2”

AUTOPRODUZIONE. 2CD, 2020

di alessandro nobis

Per questo secondo doppio compact disc antologico di “Old Dog Long Road” – del primo ne avevo parlato qualche settimana or sono (https://ildiapasonblog.wordpress.com/2021/03/08/andy-irvine-old-dog-long-road-1961-·2012·vol-1/) – si allarga l’arco temporale dal 1961 al 2015 comprendendo ben 23 brani scelti da varie fonti raccolte soprattutto durante i suoi concerti “in solo” nei quali i repertori presentati si fanno apprezzare per l’ampio spettro delle proposte. C’è anche una preziosa chicca, registrata nel 61’, un debito di riconoscenza verso uno dei suoi punti di riferimento dichiarati, Woody Guthrie: si tratta della devota interpretazione di “Hobo’s Lullaby”, dove Irvine cerca riuscendovi di imitare la voce ed il suono della chitarra del leggendario autore americano, una registrazione casalinga effettuata a solo diciotto anni dalla quale si intende come la folgorazione per il folk fosse già in atto ……

Tra le chicche ce ne sono alcune che secondo il mio modesto parere brillano più di altre: “As I Roved Out”, anno 1975, eseguito dai Planxty (Liam O’Flynn, Irvine, Paul Brady e Johnny Monihan), “The Blind Harper” in duo con Donal Lunny (la Child Ballad # 12) imparata da Nic Jones, il brano dei Mozaik “The Wind Blows over the Danube” (1998), arrangiamento di una melodia raccolta da Bartok Béla nel 1907, e soprattutto “John Barlow”. Quest’ultima eseguita in solo da Irvine è conosciuta anche come “Willy Of Wilsbury”(Child Ballad # 100) ed è composta da una melodia di un altro canto narrativo raccolto da Francis Child (#89) con il testo di origine scozzese precedente al 1775 che racconta la storia della figlia di un Re che rimane incinta del suo eroe (Willy, appunto) causando, diciamo così, il forte disappunto del padre che vuole ammazzare il padre di suo nipote. Con il primo volume questo doppio CD dà una visione chiara della storia e della carriera di Andy Irvine, figura fondamentale della musica tradizionale nel senso più ampio possibile.

SUONI RIEMERSI: KING CRIMSON “EARTHBOUND”

SUONI RIEMERSI: KING CRIMSON “EARTHBOUND”

SUONI RIEMERSI: KING CRIMSON “EARTHBOUND”

Island / Help Records. LP, 1972

di alessandro nobis

Ricordo il grande stupore alle prime note di Earthbound che uscirono dalle casse del mio impianto di amplificazione (l’ampli era un Marantz 1030 che ancora funziona brillantemente), stupore non tanto per la qualità della musica ma piuttosto per la qualità della registrazione effettuata su audiocassetta simile ai rarissimi bootlegs che giravano all’epoca. Robert Fripp, Boz Burrell, Ian Wallace e Mel Collins formavano il quartetto che intraprese un tour americano nel febbraio e marzo del 1972 e dal quale in modo frammentario sono tratte le tracce dell’edizione in vinile alle quali vanno aggiunte le tre presenti nell’edizione in CD del 2017 del quarantennale (“Pictures of a City”, “Formentera Lady” e “Cirkus”), e mi vorrei soffermare sulla prima edizione in vinile, quella stampata dalla Island Records nella collana “Help” con etichetta nera e la lettera “I” rosa.

A causa appunto della qualità della registrazione Earthbound passò piuttosto inosservato al tempo della sua pubblicazione e fu acquistato probabilmente solamente dai più fedeli fans del gruppo di Fripp (nelle charts “Virgin Top 30 Albums” riportate dal New Musical Express raggiunse comunque il nono posto, primo era “Trilogy” di EL&P), un vero peccato perché è un lavoro da rivalutare non fosse altro perchè offre la possibilità di ascoltare il lato più contemporaneo, più legato all’idioma improvvisativo crimsoniano così lontano dai gruppi che venivano accostati a Fripp e compagnia accreditati al movimento del progressive rock (un termine che lo stesso leader ha sempre respinto). Già nel disco d’esordio il brano  “Moonchild” aveva declinato chiariramente le coordinate musicale dei King Crimson e nei seguenti lavori in studio erano presenti alcuni dei più influenti esponenti del jazz inglese, ma qui, dal vivo brani come “Earthbound”, “Peoria” e la versione dilatata di “Groon” offrono una ancor più chiara visione del progetto frippiano.

Splendidi soli di Collins e Fripp in “21stCentury Schizoid Man” che apre la prima facciata, intrigante e lucido il processo creativo di “Peoria” con assolo di quattro minuti di sax baritono sul quale si innesta un intervento di Boz alla voce, interessante la dilatazione di “Groon”, ex lato B del singolo “Cat Food” che qui si sviluppa nell’arco di oltre quindici minuti e dove si evidenzia il fondamentale ruolo dei fiati del grande Mel Collins, non a caso “ripescato” da Fripp per la più recente reincarnazione dei King Crimson e particolare il solo di Ian Wallace filtrato sul finale dal VCS3 “in remoto” dal tecnico Hunter McDonald..

Poi il Re Cremisi mutò ancora una volta, e con Robert Fripp della partita furono Bill Bruford, Jamie Muir, John Wetton e David Cross. Ma questa è un’altra storia gloriosa.

21st Century Schizoid ManGroon: 11 febbraio 1972: Wilmington, Delaware*

The Sailor’s Tale: Jacksonville, Florida 26 febbraio 1972

Earthbound: Orlando, Florida 27 febbraio 1972

Peoria: Peoria, Illinois  10 marzo 1973 

*(anche nel Box “Sailor’s Tale)

SUONI RIEMERSI: EDDIE & FINBAR FUREY “I live not where i love”

SUONI RIEMERSI: EDDIE & FINBAR FUREY  “I live not where i love”

SUONI RIEMERSI: EDDIE & FINBAR FUREY  “I live not where i love”

INTERCORD Records. lp, 1975

di alessandro nobis

Registrato nel ’75 in Germania, ad Neunkirken, questo “I live not where i love” è un altro viaggio nella tradizione musicale irlandese e nelle nuove composizioni dei fratelli Furey e precede l’album di addio registrato l’anno successivo e pubblicato dalla stessa etichetta tedesca Intercord (https://ildiapasonblog.wordpress.com/2020/11/02/suoni-riemersi-eddie-finbar-furey-the-farewell-album/). Questi tour in Europa continentale furono molto utili per i Fureys tanto che Finbar diceva che “mentre frequentavamo il circuito folk continentale negli anni ’60 e ’70 capimmo che quello che custodivamo – la tradizione irlandese – era una cosa importante, lo capimmo grazie all’accoglienza, all’interesse ed al calore che ricevevamo dai pubblico francese e tedesco”.

La famiglia Furey appartiene al gruppo degli Irish Travellers, custodi di una buona parte della tradizione delle uilleann pipes e Finbar, che in questo lavoro dedica un brano all’indimenticato Leo Rowsome, come molti altri traveller pipers fu enormemente influenzato dallo stile del leggendario Johnny Doran (https://ildiapasonblog.wordpress.com/2019/02/26/dalla-piccionaia-johnny-doran-traveller-piper-1908-1950/): “mio padre quando avevo sei anni mi disse di ascoltare il modo di suonare di Johnny Doran, io lo feci osservando bene anche come muoveva le sue dita mentre suonava, trovavo bellissimo ascoltarlo e da lui ho imparato molto e quando Doran e la sua famiglia passava nella contea di Clare ci organizzavamo per incontrarlo e scambiare con lui i brani che conoscevamo. Johnny Doran è probabilmente il più grande suonatore di uilleann pipes che io abbia mai incontrato.”

Detto delle sue radici “musicali”, “I live not where i love” è un gran bel disco, convincente, con riuscite scritture orginali come “Wounded Knee”, ballata scritta dopo la lettura di “Seppellite il mio cuore a Wounded Knee” e l’omaggio a Rowsome, interpretazione di brani altrui come “Lord Lovell” il cui testo è un antico canto narrativo (la Child Ballads 75 la cui versione originale risale al medioevo) musicato da di Dave Burland e “Miss MacDonald / Tarbolton” da repertorio del violinista Brian Patton del Donegal.

SCHIAFFINI · ARMAROLI “Deconstructing Monk in Africa”

SCHIAFFINI · ARMAROLI  “Deconstructing Monk in Africa”

SCHIAFFINI · ARMAROLI  “Deconstructing Monk in Africa”

DODICILUNE RECORDS. CD, 2021

di alessandro nobis

Questa operazione di “destrutturazione” delle composizioni di Thelonious Monk è a mio avviso a dir poco geniale e che a farlo siano stati due luminari del jazz contemporaneo italiano è l’ennesima conferma della sua qualità raggiunta negli ultimi anni: Giancarlo Schiaffini, trombonista, è da tempo una delle punte del panorama avanguardistico e Sergio Armaroli, percussionista, ha dimostrato sempre nei suoi lavori, in particolare quelli prodotti dall’etichetta salentina di Rampino e Bizzocchetti (https://ildiapasonblog.wordpress.com/2020/06/03/centazzo-·-schiaffini-·-armaroli-trigonos/) e (https://ildiapasonblog.wordpress.com/2016/08/26/sergio-armaroli-trio-with-giancarlo-schiaffini-micro-and-more-exercises/) per fare due esempi, le sue capacità di compositore, esecutore ed improvvisatore. La condivisione di un certo percorso musicale e la consolidata esperienza dialettica tra i due musicisti ha fatto sì che l’idea di prendere in prestito il songbook monkiano e di separare per poi rileggere e mettere il tutto nel crogiuolo per la loro fusione le sue componenti funzioni alla perfezione.L’attenzione verso la musica del West Africa, il blues monkiano, quella elettronica e quella contemporanea fusi assieme dal linguaggio improvvisativo risultano un tutt’uno estremamente interessante all’ascolto che ogni volta fa scoprire angolature e spunti diversi, la polifonia vocale con sovrapposto il trombone che accenna a Monk, i caldi suoni “etnici” del balafon che scandiscono qua e là i temi del pianista di Rocky Mount enunciati qua e là accanto a quelli elettronici che permeano gli oltre cinquantotto minuti della performance fanno di “Deconstructing Monk in Afrika” un disco a mio avviso importante, fiore all’occhiello italiano del panorama jazz contemporaneo.

http://www.dodicilune.it

SUONI RIEMERSI: LUISA RONCHINI “Semo tute impiraresse”

SUONI RIEMERSI: LUISA RONCHINI  “Semo tute impiraresse”

SUONI RIEMERSI: LUISA RONCHINI  “Semo tute impiraresse”

FONITCETRA FOLK, 36. LP, 1975

di alessandro nobis

Questo è uno dei due dischi che Luisa Ronchini, indimenticata ricercatrice ed interprete della canzone tradizionale di area veneta, incise come solista per la Fonit Cetra (l’altro era “Mi Vo’ A Cantar Di Chioza…La Chiara Stela”, numero 56 della stessa collana): veneziana di adozione, Luisa Ronchini ebbe un ruolo determinante nella ricerca sul campo dei canti tradizionali, nella loro registrazione dai portatori, nella loro riproposizione e nella costituzione del Canzoniere Popolare Veneto assieme agli amici e compagni Alberto D’Amico ed Emanuela Magro (di professione “studentessa” come riportato nella copertina del loro “El Miracolo Roverso” del 1975, stessa collana, numero 33). Voce forte, chiara ed espressiva, Luisa Ronchini presenta qui undici canti, dalla ninna nanna che apre la prima facciata (“Dormi ben mio”) alle villotte / stornelli di “Benedete le to manine” e di “Go fato un bel regalo” raccolte in un’osteria veneziana fino ad “Allegri compagni”, canto di coscritti che partivano per la guerra, quella d’indipendenza come testimonia il verso “Vitorio Secondo”. Scrive Luigi Nono nelle note di copertina: “Luisa Ronchini (ed il Canzoniere Popolare Veneto” fa quello che la sua indubbia natura musicale e la sua bella potenzialità di voce le concedono in questo quasi abbandono di studi, o peggio, in questa cosciente colpa classista. Dall’ascolto della portatrice allo studio della propria voce all’accompagnamento di strumenti o altra voce fino all’esecuzione, alla diffusione, al ritorno al popolo

Tra tutti i canti qui raccolti, segnalo però in particolare la straordinaria testimonianza dello sfruttamento del lavoro femminile de “Le Impiraresse”, le infilatrici di perle, lavoratrici a domicilio sfruttate fin dalla più tenera età e naturalmente sottopagate e di questa lezione, raccolta a Venezia dalla portatrice Tilde Nordico della quale riporto il testo.

LE IMPIRARESSE

Semo tute impiraresse
semo qua de vita piene
tuto fògo ne le vene
core sangue venessiàn.‎

No xè gnente che ne tegna
quando furie diventèmo,‎
semo done che impiremo
e chi impira gà ragion.‎
‎‎
se lavora tuto il giorno
come macchine viventi
ma par far astussie e stenti
tra mille umiliasiòn
‎‎
semo fìe che consuma
dela vita i più bei anni
per un pochi de schei
cheno basta par magnar

Anca le sessole pol dirlo (*)‎
quante lagrime che femo,‎
ogni perla che impiremo
xè na giossa de suòr.‎
‎‎
per noialtre poverette
altro no ne resta
che sbasàr sempre la testa
al siensio e a lavorar
‎‎
Se se tase i ne maltrata
e se stufe se lagnemo
come ladre se vedemo
a cassar drento in preson

Anca le mistra che vorave
tuto quanto magnar lore‎
co la sessola a’ ste siore
su desfemoghe el cocòn! 

Di Luisa Ronchini esiste un bel CD “Una voce unica e sola” pubblicato dallacasa discografica Nota nel 2002 e curato dalla Società di Mutuo Soccorso Ernesto De Martino.

ANDY IRVINE “OLD DOG LONG ROAD 1961 · 2012 VOL. 1”

ANDY IRVINE  “OLD DOG LONG ROAD 1961 · 2012 VOL. 1”

ANDY IRVINE  “OLD DOG LONG ROAD 1961 · 2012 · VOL. 1”

AUTOPRODUZIONE. 2CD, 2019

di alessandro nobis

Andy Irvine è per me – e credo di non essere il solo – uno degli eroi che saputo rinnovare nei suoni, nella riproposizione del patrimonio tradizionale e nella nuova composizione il folk celtico di matrice irlandese: il gruppo di cui lungamente ha fatto parte, i Planxty, ha saputo indicare la direzione di questo rinnovamento in seguito percorsa da molti altri ensemble irlandesi ma non solo, personalmente allargherei il discorso a tutte le cosiddette “nazioni celtiche”. Questo doppio compact disc è il primo di due dove Irvine ha raccolto registrazioni nell’arco di oltre cinquanta anni e danno la misura del talento di questo musicista straordinario originario di Londra ma trasferitosi da giovanissimo a Dublino; qui si va da una registrazione casalinga datata 1961 di un brano Blind Boy Fuller (“Truckin’ Little Baby”) che rivela la passione di Irvine per la musica americana – la sua prima infatuazione musicale fu per Woody Guthrie – ad una del 2002, precisamente un’interpretazione del tradizionale “Green Grows the Laurel”.

Le registrazioni non sono pubblicate in ordine cronologico, ma questa è un’insignificante pecca di questo lavoro (e del volume 2) rispetto alla ricchezza del repertorio presentato che fa di questi due doppi compact disc un essenziale compendio per conoscere la storia musicale di Irvine. Qui troviamo l’altra passione di Irvine, i ritmi dispari del folk balcanico di “Chetvorno Horo”in duo con Rens Van der Zalm (1993) registrato al “The Lobby Bar” di Cork assieme al set di hornpipes “Little Stack of Wheat / Humours of Tullycrine” e l’arrangiamento del tradizionale “Longford Weaver” (1978) con Frankie Gavin e Donal Lunny. Insomma ventiquattro tracce, una collana di chicche preziose disponibili sia in “liquido” che in “solido” sul sito di Andy Irvine.

www.andyirvine.com

SUONI RIEMERSI: NORMAN BLAKE “Old And New”

SUONI RIEMERSI: NORMAN BLAKE  “Old And New”

SUONI RIEMERSI: NORMAN BLAKE  “Old And New”

FLYING FISH RECORDS. LP, 1975

di alessandro nobis

A parte Arthel Lane “Doc” Watson (1923 – 2012), autentico monumento del folklore americano, informatore lui sesso ma anche interprete ed autore oltre che uno straordinario talento chitarristico, – e voglio citare anche Donald Wesley Reno, se permettete – è Norman Blake il mio chitarrista preferito “flat-picker” e questo suo “Old and New” è il suo disco che più ho ascoltato ed amato, forse solamente perché è stato il suo primo che acquistai in quel lontano ’75, quando i dischi “d’importazione” erano merce rara a trovarsi ed i vinili si consumavano a casa di amici appassionati ascolto dopo ascolto oppure perché il brano “Billy Gray” è stato rivisitato dal gruppo irlandese Planxty nel loro disco “The Woman I Loved so Well” con diverso titolo, “True Love Knows no Reason” (https://ildiapasonblog.wordpress.com/2021/01/19/suoni-riemersi-planxty-the-woman-i-loved-so-well/). Originario del Tennessee, classe 1938 e cresciuto a Sulphur Springs in Alabama, Norman Blake si contraddistingue dalla voce sempre pacata con la quale interpreta nel miglior modo possibile i canti narrativi da lui composti accanto a quelli della tradizione, per la sua straordinaria a pulitissima tecnica con la quale suona la chitarra ed anche per l’abilità di polistrumentista essendo ottimo mandolinista e violinista. Blake ha conosciuto gli informatori originali e da quando per ragioni storico anagrafiche questi non sono più tra noi, ha approfondito la conoscenza del folklore americano dal suono gracchiante dei 78giri (gira la voce che ne abbia lui stesso un’imponente collezione) regalandoci brani straordinari ed inediti, ballate ed arie di danza arrangianti sia per sola chitarra che per formazioni più complesse come il duo di chitarre (con Tony Rice o Charlie Collins) o il glorioso “Rising Fawn String Ensemble” sempre alla ricerca di una suono “antico” riportato con nuovi arrangiamenti al presente.

E, a parte la già citata storia del bandito Billy Gray e della sua amata, Blake ci racconta dell’epopea dei treni in “The Railraod Days” e ci suona magistralmente il “Miller’s Reel” in duo con Collins e lo splandiodo originale “Dry Grass on the High Fields” con lo stesso Norman Blake alla viola, la Moglie Nancy al violoncello, ancora Collins alla chitarra e Ben Pedigo al banjo ed infine ci tengo a segnalare il grande suonatore di dobro Tuta Yalor che esegue con le chitarre di Collins e Blake il tradizionale “Witch of the Wave”.

Disco straordinario per un autore e musicista che ha saputo portare il bluegrass e l’old time music in una dimensione cameristica, caso forse unico nella musica “americana”.

SUONI RIEMERSI: TONY CUFFE “When First I Went to Caledonia”

SUONI RIEMERSI: TONY CUFFE  “When First I Went to Caledonia”

SUONI RIEMERSI: TONY CUFFE  “When First I Went to Caledonia”

IONA Records IR 011. LP, 1988

di alessandro nobis

Alcuni dei migliori ensemble del folk revival di matrice scozzese lo hanno visto come fondamentale protagonista, e mi riferisco ai “Jock Tamson’s Bairns”, “Alba” ed “Ossian”. E’ l’autore e raffinato chitarrista – ma anche pluristrumentista come vedremo – Tony Cuffe, scomparso purtroppo nel 2001 a soli 37 anni nel pieno della sua creatività musicale rallentata nei suoi ultimi anni dal cancro. La sua impronta nei gruppi succitati e soprattutto nei quattro album degli Ossian a cui ha partecipato (“Seal Song”, “Dove Across the Water”, “Borders and light” e “Light on a Distant Shore”) è determinante grazie al suo raffinato chitarrismo ed alla sua riconoscibile voce.

Nel 1988, poco prima di trasferirsi con la famiglia negli Stati Uniti registrò questo bellissimo lavoro negli studi di Edimburgo cimentandosi oltre che con la chitarra e canto con flauti, harmonium ed un pizzico di suoni elettronici ma soprattutto componendo molti dei brani contenuti in questo “When First I Went to Caledonia”.

Qui trovate tutte coordinate del suo grande spessore artistico, trovate il raffinato chitarrismo nell’esecuzione di arie da danza come “Miss Wharton Duff / The mare” e le due hornpipes “Dr.McInnes Fancy / Jom Tweedie’s Sea Leg”, trovate frammenti della storia di Scozia (“Otterburn” dove nel 1388 i baroni scozzesi ed il loro esercito si scontrarono con quello inglese nel tentativo di invadere l’Inghilterra) e storie di emigrazione e di amore come il brano eponimo del disco, originario della Nuova Scozia nel quale “Caledonia” si riferisce alle miniera di carbone di Glace Bay.

Un disco importante questo perchè mette in primo piano tutto il talento di Tony Cuffe, talento di primissimo grado che manca alla comunità di musicisti scozzesi e, se mi permettete, anche ai suoi numerosissimi appassionati.