DR “FIELD RECORDING MEETS SOUND”

DR “FIELD RECORDING MEETS SOUND”

DR “FIELD RECORDING MEETS SOUND”

KRYSALISOUND RECORDS KS23. CD, 2017

di Alessandro Nobis

Ne è passato di tempo da quando Pierre Shaeffer – era il 1948 – teorizzò la “musica concreta” realizzando una serie di registrazione per la francese RTF, e ne è passato quasi altrettanto da quando questa teoria fu abbandonata dai compositori dell’epoca in favore dei computer e dell’elettronica. DR (Dominic Razlaff) riprende in parte l’idea di Shaeffer ma anzichè manipolare i suoni nei loro parametri fisici li utilizza come presupposto per creare con la sua musica una sorta di stratificazione, di intersezione con le registrazioni ambientali: voci umane, grida fanciullesche, suoni naturali, passi, rumori che via via che si ripetono gli ascolti diventa stimolante scoprirne l’origine. Il titolo è paradigmatico rispetto al suo progetto ed i quattro parole descrive perfettamente questo interessante progetto; un sintetizzatore, un semplice ukulele “manomesso” dall’elettronica, quindici frammenti che ti conquistano poco a poco ma in modo profondo, una delle più interessanti opere di musica mai come in questo caso “ambient” che mi sia capitato di ascoltare e che consiglio a tutte le menti curiose ed aperte a nuove esperienze musicali.

Non saprei dire quanto sia ampia la nicchia di appassionati alla quale si rivolge l’etichetta milanese Krysalisound, o quanti siano i riscontri in termini di “downloads” o di vendite di CD fisici, ma di sicuro mi sento di affermare che l’impegno che sta portando avanti nell’ambito della musica contemporanea è importante e vada senz’altro elogiato e premiato. Dell’etichetta milanese avevo già segnalato, e molto volentieri spezzo un’altra lancia in suo favore, mi ripeto, altre tre degnissime opere: https://ildiapasonblog.wordpress.com/2017/12/13/carlo-monti-mcvx-voyagers/ di Carlo Monti https://ildiapasonblog.wordpress.com/2017/11/22/francis-m-gri-falls-and-flares/ di Francis M.Gri e https://ildiapasonblog.wordpress.com/2017/04/14/federico-mosconi-colonne-di-fumo/ di Federico Mosconi Buon ascolto.

http://www.krysalisound.com

 

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CHRISTY MOORE “On The Road

CHRISTY MOORE “On The Road

CHRISTY MOORE “On The Road”

SONY RECORDS. 2CD, 2017

di Alessandro Nobis

Per noi che speriamo invano da decenni di poter assistere ad un concerto italiano di Christy Moore, questo doppio pubblicato dalla Sony è un perfetto surrogato, possiamo definirlo così, della sua musica, delle sue ballate, del suo sarcasmo e della cultura irlandese che da oltre quarant’anni ricorda ai suoi compatrioti e fa conoscere ai non-irish-peoples. Ventiquattro storie da diversi concerti, brani che possiamo considerare come il ritratto di questo straordinario artista decisamente rapito dalla “cultura irlandese” mentre se ne stava suo malgrado comodamente seduto, ma neanche tanto convinto, dietro un bancone di una banca di provincia; da “Ordinary Man” a “The Time has come” passando per “Viva la Quinte Brigada” e “City of Chicago”, “On the Road” ci racconta di Christy Moore, autore ed interprete sempre attento ai temi sociali della sua Irlanda molti dei quali universali, alla tradizione, agli autori, folk songs che Moore ha saputo fare sue con il suo talento e la sua davvero straordinaria capacità di story teller.

Shane McGowan, Bobby Sands, Peter Hames e Barry Moore (a.k.a. Luka Bloom), Richard Thompson e Jimmy McCarthy vicino ai Planxty di “Raggle Taggle Gipsy” ed ai brani originali ed a quelli composti con Donal Lunnye con lui gli amici di sempre e quelli incontrati sulla via: Declan Sinnott (Moving Hearts), Cathal Hayden (Four Men and a Dog), Mairtin O’Connor (De Danann e Riverdance) sono i più prestigiosi e conosciuti.

Un doppio CD che per i neofiti è il miglior biglietto da visita per conoscere la poesia di Christy Moore e per i quali poi diventa facile e consigliabile ritornare in dietro nel tempo fino a scoprire il suo lavoro d’esordio, “Paddy On The Road del ‘69” (https://ildiapasonblog.wordpress.com/2016/06/17/christy-moore-paddy-on-the-road/).

Dal sito wwwchristymoore.com è possibile scaricare il libretto con i testi e le diverse line-up che hanno accompagnato Moore in questi 17 concerti.

SERGIO ARMAROLI 5et with BILLY LESTER “To play Standard(s) Amnesia”

SERGIO ARMAROLI 5et with BILLY LESTER “To play Standard(s) Amnesia”

SERGIO ARMAROLI 5et with BILLY LESTER “To play Standard(s) Amnesia”

DODICILUNE RECORDS. CD Ed384, 2017

di Alessandro Nobis

Alcuni jazzisti – pochi per la verità – con posizioni diciamo così “leggermente radicali” sostengono l’inutilità di suonare standards in quanto il confronto con gli originali sarebbe per loro sempre perdente; insomma, perché insistere a suonare “My favourite things” se già l’ha suonata tale John Coltrane? Fortunatamente la stragrande maggioranza dei musicisti e degli appassionati di musica afroamericana la pensa diversamente, e tra questi ci sono anche il vibrafonista Sergio Armaroli che con questo “To play Standard(s) Amnesia” propone una lettura di dieci brani ispirandosi dichiaratamente alle sonorità che si possono definire cameristiche tipiche di Sal Mosca e di Lennie Tristano e del, aggiungo io, del Modern Jazz Quartet senza – badate bene – affrontare nessuno degli spartiti di questi musicisti. E, visto che il pianista ospite del disco è Billy Lester ovvero uno degli strumentisti considerati più vicino al jazz di Tristano, la scelta di Armaroli appare ancor più indovinata ed originale, dando non solamente una veste diversa, forse più “austera” a brani come “Autumn Leaves”, “All the things you are” o “Body and Soul” ma anche offrendo a Billy Lester l’occasione di registrare in studio, vista la sua scelta decennale di dedicarsi all’insegnamento (percorso seguito anche da un altro pianista, Barry Harris) in quel di Jonkers, la sua città natale nello stato di New York. music-5Magari generazioni di giovani pianisti hanno avuto la fortuna di avere un maestro così importante, ma il pubblico dei jazzofili ha nel frattempo perso l’opportunità di seguite un così talentuoso e raffinato pianista nella sua evoluzione stilistica; quindi complimenti ad Arcaroli ed alla Dodicilune per avere riportato alla luce di noi mortali Billy Lester che qui, con il sassofonista Claudio Guida, il batterista Nicola Stranieri ed il contrabbassista Marcello Testa e naturalmente con Sergio Armaroli regala un’ora di jazz di grande scuola, godibilissimo sia ad un ascolto superficiale che ad uno profondo; la ritmica suona in perfetto accordo con Lester, il resto lo fanno gli spunti e gli assoli del vibrafono e del sassofono, e tra gli spunti migliori segnalo i duetti piano – vibrafono (i cento secondi dell’intro di “Autumn Leaves” ad esempio). Un quintetto da assaporare dal vivo, chissà…..

SUONI RIEMERSI: SKARA BRAE “Skara Brae”

SUONI RIEMERSI: SKARA BRAE “Skara Brae”

SUONI RIEMERSI: SKARA BRAE “Skara Brae”

GAEL-INN, LP 1971, CD 1998

di Alessandro Nobis

Ai tempi della pubblicazione di questo LP del quartetto Skara Brae (il nome del sito neolitico nell’isola di Mainland, la più estesa delle isole Orkneys), le labels irlandesi Claddagh e Gael-Inn come le inglesi Treader e Topic erano all’avanguardia per la ricchezza dei loro cataloghi da un lato attenti alla conservazione della più pura tradizione e dall’altro anche alle nuove tendenze del folk, come si diceva allora, anglo-scoto-irlandese. In particolare l’irlandese Gael-Inn si trovò a pubblicare un disco direi quasi “profetico” per il solco che negli anni successivi venne seguito ed ampliato dai più importanti gruppi irlandesi, come, cito non a caso, la Bothy Band ed in seguito dei Nightnoise. Dei quattro Skara Brae, due infatti costituirono il nucleo di quella indimenticata band (il finissimo chitarrista Michael O’Domhnaill scomparso nel 2006 e la cantante e clavicembalista Triona Nì Domhnaill), la cantante Maighread Triona Nì Domhnaill ebbe una carriera solistica e l’altro chitarrista, Dàithi Sproule – il primo ad applicare le accordature di Davey Graham –  fece parte del supergruppo Altan ed in seguito divenne docente in una università californiana. Registrato in un solo pomeriggio nel 1970 e pubblicato l’anno seguente, il disco evidenzia una cura perfezionistica soprattutto per ciò che riguarda le parti vocali e gli arrangiamenti delle due chitarre, che ricordano quelli degli inglesi Pentangle (il significativo strumentale “Angela”), e la presenza di un clavinet amplificato grazie ad una modifica apportata da Brian Masterson. Il repertorio è cantato esclusivamente in gaelico, lingua imparata nel Gaeltacht del Donegal e consiste soprattutto nell’arrangiamento di canti narratmaxresdefault (1)ivi.

Disco che definirei seminale nello sviluppo del folk revival irlandese, disco anche che testimonia ancora una volta l’assoluta importanza del lavoro di recupero e di attualizzazione che il gruppo di John Renbourn e Bert Jansch iniziò nella seconda metà degli anni sessanta sull’altra sponda del Mare d’Irlanda.

L’ellepì venne ristampato per il mercato americano dalla Shanachie nel 1988 con diversa copertina, il CD dalla Gael-Inn nel 1998 con due brani in più e con ancora diversa copertina: “An Buinneàn Buì” e “ Caitlin Tiriall”, usciti originariamente come singolo nel 1975.

IL SOGNO “Birthday”

IL SOGNO “Birthday”

IL SOGNO “Birthday”

GOTTA LET IT OUT RECORDS. LP, DIGITALE 2017

di Alessandro Nobis

Cantabilità, introspezione, improvvisazione, equilibrio tra “suono” e “silenzio” sono solamente alcune delle eredità che un certo pianista del New Jersey, classe 1929, ha lasciato alla musica afroamericana ed a quella del ventesimo secolo, e tra i molti anche il pianista bresciano Emanuele Maniscalco si è “abbeverato” alla fonte evansiana per procedere poi alla composizione ed esecuzione della sua concezione di jazz, come in questo suo trio “Il Sogno”, che possiamo definire nordico non tanto per le atmosfere che sviluppa ma proprio per la provenienza dei suoi compagni di viaggio ovvero il contrabbassista polacco Tomo Jacobson ed il batterista danese Oliver Lauman.

Del suo precedente bel lavoro in duo con il chitarrista Sandro Gibellini ve ne avevo già parlato in occasione della sua pubblicazione, nel 2016 (https://ildiapasonblog.wordpress.com/2016/03/17/emanuele-maniscalco-meets-sandro-gibellini/) ed anche di questo “Birthday”, disponibile solamente in formato digitale ed in vinile e pubblicato dalla danese Gotta let it Out Records non posso che tesserne le lodi per la sua bellezza e la sua intensità: sono trentacinque minuti (come si usava un tempo) suddivisi in composizioni del trio (segnalo la breve Timeline” in duo con Lauman e l’uso del pizzicato del pianoforte che precede l’improvvisazione di “Collider”), del contrabbassista Jacobson (la splendida “Paintfall” che apre la prima facciata), di Maniscalco (il brano che chiude la seconda facciata, “Two-part Chorale”) ed una sorprendente per il suo lirismo interpretazione in stile evansiano di “Cheyenne” scritta da Ennio Morricone per Sergio Leone (“C’era una volta il West).

http://www.gottaletitout.com

CARLO MONTI – MCVX “Voyagers”

CARLO MONTI – MCVX “Voyagers”

CARLO MONTI – MCVX “Voyagers”

KRYSALISOUND RECORDS. CD 2017

di Alessandro Nobis

L’idea originalissima – ed anche ben realizzata – che sta alla base di questo primo lavoro del chitarrista – manipolatore di suoni Carlo Monti è quella di utilizzare i saluti ad eventuali alieni in 55 lingue, brani musicali (da Bach a Chuck Berry) ed i suoni naturali contenuti nelle registrazioni caricate sulla sonda Voyager, lanciata nello spazio nel 1977 e che ha ormai oltrepassato la “barriera” del sistema solare dirigendosi verso lo spazio profondo, per costruire una sorta di stratificazione, di incrocio, di ibrido con i suoni elettronici creati da strumenti e computers. Naturalmente i frammenti tratti dal Golden Disc della NASA sono stati pazientemente e brillantemente rielaborati, spesso resi irriconoscibili, quasi un pretesto, uno spunto, un input per generare una musica interessante ed affascinante il cui attento ascolto ci rivela il notevole e complesso – anche dal punto di vista tecnico –  processo creativo di Carlo Monti. Musica elettronica? Musica contemporanea? Musica ambient? Musica cosmica (definizione usata negli anni settanta)? Sono termini che per chi scrive hanno poco significato ma che in qualche modo sono utili per almeno identificare l’ambito musicale in cui gravita MCVX, progetto che va a mio avviso ascoltato nella sua interezza, pur essendo suddiviso in cinque parti, per apprezzarne completamente atmosfere e suoni.

E chissà, magari su una delle prossime missioni Voyager………

 

 

 

 

 

SEBASTIANO PILOSU “Il canto a tenore di Orgosolo”

SEBASTIANO PILOSU “Il canto a tenore di Orgosolo”

SEBASTIANO PILOSU “Il canto a tenore di Orgosolo”

Squi[libri], 2017. Pagg. 204 con 2 CD, € 25,00

di Alessandro Nobis

ba0166c7a50d96eb270097f3f911e08a_XLQuesto volume è il secondo che la casa editrice Squi[libri], pubblica nella Collana “Archivi di Etnomusicologia dell’Accademia Nazionale di Santa Cecilia” dedicato alla Sardegna; il primo, del 2015, era “Musiche tradizionali di Aggius (1950 – 1962)” mentre questa nuova pubblicazione è dedicata al canto “a tenores” di Orgosolo, e contiene in allegato 2 compact disc con 56 preziosissime tracce audio registrate da ricercatori come Diego Carpitella, Franco Cagnetta, Giorgio Nataletti e Antonio Santoni Rugiu tra il 1955 ed il 1961 ed archiviati nelle raccolte 26, 31 e 56 dell’Accademia di Santa Cecilia.

La stesura del volume è stata curata da Sebastiano Pilosu e dall’Associazione Tenore Supramonte di Orgosolo e riporta intelligentemente l’attenzione sul canto “a tenore” che negli anni Novanta si era trovato sotto i riflettori dei media grazie al CD registrato dallo storico quartetto di Bitti e prodotto da Peter Gabriel per la sua etichetta Real World. Una volta spenti i riflettori, questa forma di canto è tornato nel suo alveo originale, ovvero quello del popolo sardo e degli appassionati di musica tradizionale. L’introduzione di Ignazio Macchiarella e naturalmente il saggio di Pilosu raccontano con un linguaggio sì scientifico ma anche divulgativo – e questo è uno dei pregi dell’intera collana – le vicende legate allo sviluppo, alla conservazione e dello status attuale del canto a tenores, così unico, peculiare ed affascinante quanto ancestrale ma talvolta considerato solamente un aspetto folcloristico “estivo” isolano. L’ascolto delle voci si accompagna alla lettura dei testi riportati nel volume anche in lingua italiana, e questo aiuta nella comprensione del significato del contesto sociale del canto e ad una ulteriore presa di coscienza di come la cultura sarda si sia perpetuata e continui a viaggiare nel tempo grazie a molti giovani musicisti e studiosi che la praticano e la studiano.

http://www.squilibri.it