IL DIAPASON INTERVISTA MAURIZIO GIOCO

IL DIAPASON INTERVISTA MAURIZIO GIOCO

 

Raccolta da Alessandro Nobis

Il Diapason ha incontrato i burattini del TEATROGIOCHETTO, ed ha parlato con loro attraverso Maurizio Gioco, loro creatore e anima. Ma, già che avevo di fronte questo istrionico e creativo artista, non mi sono lasciato sfuggire l’occasione per conoscere meglio lo straordinario mondo dei burattini.

Il mondo dei burattini – ma anche dei pupi – è a tutti gli effetti parte fondante della cosid12985495_10154729984433916_9008182918670678748_ndetta “cultura popolare”, e da tempo immemorabile ha affascinato il mondo dei più piccoli e quello dei “rimasti” piccoli nel cuore. A quando risalgono le prime notizie riguardo il loro utilizzo?

Vorrei intanto fare una distinzione tra Pupi e Burattini che, pur appartenendo entrambi alla cultura popolare, hanno, come dire, preso strade diverse. Intanto i Pupi si sono sviluppati nell’Italia meridionale con un repertorio “alto letterario di derivazione classica, il ciclo carolingio e le vicende dei paladini di Francia”, inoltre per il loro peso: ossatura, armatura ecc… hanno naturalmente deciso di andare verso la terra. Il burattino invece vive sopra la nostra mano, è più etereo…va verso l’alto, parla alla gente in maniera semplice, racconta il quotidiano, i burattini parlano di vita e di morte, di cambiamento e di normalità. Forse sono scesi dalle montagne per stabilirsi lungo il fiume Po, e lì hanno trovato le loro storie, i loro ruoli. Basti pensare a personaggi come Sandrone, Fasolin, Gioppino e tanti altri.

Buona parte del repertorio, diciamo “Classico” coinvolge i personaggi legati alla Commedia dell’Arte e delle fiabe e novelle più conosciute.

Direi che i repertori burattineschi, almeno in origine, erano sganciati da riferimenti letterari.  L’azione, le bastonate che si davano i personaggi, la lotta per procurarsi da mangiare, il rapporto con la magia, le credenze, erano i temi delle storie che suscitavano interesse verso questa forma girovaga di spettacoli tra il popolo. Ovviamente la Commedia all’Improvvisa, già decaduta nel momento di sviluppo di questo teatro, veniva ripresa e si mostrava utile per dialogare con la gente.

Nell’ottocento si scopre la possibilità di portare a livello di strada anche narrazioni di derivazione teatrale, riprendendo ed elaborando il repertorio favolistico ma anche fatti di cronaca e accadimenti dell’epoca. A Verona, per esempio, è stata rappresentata in Piazza Cittadella, con burattini, l’inondazione provocata dal fiume Adige del 1882.

La tua attività di creatore e di animatore mi sembra sia lontana da questi mondi.

Oggi i burattini devono trovare linguaggi più attuali per dialogare con la società. La mia ricerca si muove su due piani: da un lato la scultura (ho abbandonato il burattino grottesco per fare personaggi più simili all’uomo d’oggi), dall’altro la scrittura, cercando di sviluppare temi come il disagio psichico, l’alcolismo, la diversità. Nella rappresentazione sperimento queste nuove idee, anche se mi rendo conto che le cose che funzionano sono le più semplici, e la lotta tra il bene e il male fa sempre trasalire i miei spettatori.

Come ti sei avvicinato al fantastico mondo dei burattini e quando hai iniziato a crearne di nuovi?

Non ho iniziato da bambino, ci sono arrivato più tardi. Verso la fine degli anni settanta ero impegnato in attività ricreative con bambini “difficili” e questo tipo di teatro mi sembrava avere una valenza pedagogica utile per aiutarli; così ho iniziato a costruire le prime teste di cartapesta con loro. In quegli anni c’era molto fermento creativo ed anche nelle scuole si organizzavano laboratori molto interessanti. Ho iniziato poi ad accompagnare una burattinaia nelle feste di compleanno e nelle sagre di provincia, così la mia passione ha preso il volo. Successivamente sono entrato più a fondo in questo “universo” frequentando festival, oggi storici, come “Arrivano dal Mare”, di Cervia, instaurando legami e collaborando con burattinai e compagnie da cui ho imparato dei segreti. Da alcuni anni faccio parte dell’Unione Mondiale della Marionetta – Unima, e questo mi permette di restare in contatto con molte esperienze internazionali.

Se non vado errato sei anche autore della sceneggiatura; a questo proposito, quanto sei legato al testo e quanto invece reciti “a braccio” con un canovaccio appena abbozzato?

Il burattino ha la capacità di improvvisare, vive nel contesto della rappresentazione; sono generalmente due le produzioni che riesco a fare in un anno. Una di derivazione tradizionale che costruisco su canovacci noti, facendo spesso una trasposizione per burattinaio solista, questa mi permette maggiore libertà e più interazione con il pubblico; l’altra di ricerca, più sperimentale, come “la notte di Valpurga”, testo tratto da un romanzo del poeta russo Venedikt  Erofeev, o “Se una marionetta uccide un uomo”, ispirato ad un tragico fatto di cronaca cittadino. Queste sceneggiature sono studiate minuziosamente nella messa in scena, quindi lasciano meno possibilità di variazioni nell’atto della rappresentazione.

Nel tuo spettacolo coinvolgi spesso musicisti come l’organettista Francesco Pagani.

Molti sono i musicisti che in questi anni hanno collaborato con me. Credo che Francesco Pagani (organetto diatonico) e Daniele Pasquali (chitarra e sax) abbiano capito esattamente quando intervenire per sottolineare un momento significativo, per “coprirmi” nei passaggi di cambio scena, per coronare un evento; conoscono le dinamiche di questo teatro e lo impreziosiscono. Non è lavoro facile per un musicista perché, in questa forma di rappresentazione, la musica deve mettersi al servizio del burattino e non veleggiare in autonomia.

Credo che l’organetto sia uno strumento perfetto per i miei personaggi, sono contenti quando lo sentono! E’ uno strumento potente, semplice, che riporta alla memoria cose che forse abbiamo dimenticato ma che sono ancora dentro di noi, come la voglia di ballare. Francesco Pagani ha svolto un prezioso lavoro di ricerca e recupero delle musiche del nostro territorio e questo ci torna spesso utile.

Curiosando sul tuo blog (www.teatrogiochetto.wordpress.com) ho visto che tra i tuoi spettacoli ce ne sono due in particolare che hanno attirato la mia attenzione: quello che riguarda da vicinissimo la Prima Guerra Mondiale e quello che narra le vicende di bravi e briganti veronesi. Ce ne vuoi brevemente parlare?

Il primo è nato nell’anniversario della prima guerra mondiale, con l’idea di raccontare gli eventi bellici filtrati da una storia d’amore. La guerra porta distruzione ma anche rinascita, è un tema sempre attuale. C’è stata molta ricostruzione e cura nella realizzazione dei personaggi. Pensa che il generale Cadorna ha mostrine originali. I vestiti sono stati fedelmente realizzati dopo una ricerca sulle divise militari austriache e italiane e anche gli elmetti, riprodotti in rame da un artigiano, hanno le fattezze dell’epoca.

Il secondo spettacolo nasce da un’idea che mi frullava da molto tempo nella testa, volevo realizzare una sceneggiatura sul brigantaggio delle nostre terre, sui soprusi che i potenti mettevano in atto (altro tema purtroppo sempre attuale!). Così ho recuperato la storia del bandito Falasco e della bella Angiolina, accaduta nella nostra Valpantena. Una rilettura che ha parallelismi con il mondo d’oggi dove chi agisce per conto dei potenti viene colpito, mentre i mandanti restano spesso impuniti.

I tuoi burattini di notte cosa ti raccontano? Quello a cui sei più in sintonia?

Di notte i burattini parlano tra di loro, si raccontano i fatti della giornata, a volte fanno delle feste e alzano il gomito bevendo un po’! Il loro linguaggio non è sempre comprensibile, guardano il mondo da un altro punto di vista; si danno anche delle randellate, ma al mattino sono tutti amici, non portano rancore. Sono generosi perché sempre pronti ad animarsi; mangiano poco, e non hanno grandi pretese. Tutti hanno un nome. Amo molto Arlecchino perché ha un’indole libera e non si lascia sopraffare da nessuno. Ma sono legato anche a Tredenti, ad Anima nel Vento, al Mago, alla Morte e al Diavolo.

Come avviene il processo di realizzazione? Anche tu pensi che dentro ogni pezzo di legno si nasconda un burattino che se ne vuole uscire?

Ogni mio progetto di spettacolo richiede circa un anno per la realizzazione. Dapprima c’è l’idea, che solitamente arriva come un lampo, poi inizio a ricercare materiali sull’argomento che possono essere testi, immagini o anche film e documentari, costruisco così una minima bibliografia. I primi progetti sono disegnati. Steso il copione scritto inizio a realizzare le teste, poi i vestiti. Fino a qualche anno fa quest’ultima fase veniva gestita da mia zia Lina Gioco, sarta professionista. Dopo la sua scomparsa con me lavorano Celestina e Francesca. Quello che dici sul legno lo condivido in pieno. Per anni ho raccolto pezzi di legno e sempre ci vedevo dentro animali, personaggi fantastici con i quali ho ideato anche una storia: “La notte delle radici”. Il legno è un materiale meraviglioso, pieno di vita… noi burattinai la liberiamo!

Come reagisce il pubblico, diciamo così, degli adulti che spesso con la scusa di accompagnare i figli si gustano lo spettacolo?

Mi piace far capire al pubblico che lo spettacolo dei burattini non è solo per bambini. In passato vi assistevano militari, damine, vecchietti e intere famiglie, ovviamente i bambini erano tutti in prima fila.

Anche al fronte, durante la prima guerra mondiale, venivano organizzati spettacoli per sollevare il morale e dare coraggio alle truppe. Purtroppo permane ancora l’idea che i bambini si bevano tutto e spesso gli adulti guardano con distacco le cose rivolte a loro, rimangono in disparte a rispondere al cellulare invece di partecipare e condividere, educando i loro piccoli all’ascolto e alla bellezza delle narrazioni.

Qualche anticipazione su nuove realizzazioni e spettacoli?

Proprio in questi giorni, il 19 agosto, vado in scena con il mio gruppo al Velofestival di Velo Veronese: presenteremo “Le astuzie di Bertoldo”, spettacolo che mescola tradizione e innovazione. Saremo a Malga Vazzo e lo spettacolo inizierà alle 18.

Ho riscritto poi un Antigone, ruolo che vorrei affidare a mia figlia che da qualche anno si è accostata al teatro di figura. Poi nel cassetto ho un testo per burattini scritto da Garcia Lorca, rappresentato una volta nel foyer del teatro Colon, a Buenos Aires; mi piacerebbe crearlo in lingua originale. e sto lavorando anche ad un progetto più sperimentale che prevede una commistione tra burattini e testi poetici, scritti per l’occasione dal poeta Giorgio Maria Bellini  

Personalmente ricordo Nino Pozzo – figura storica del mondo popolare veronese – che con la sua Balilla nera nei primi anni sessanta portava i suoi burattini nei Parchi Giochi di Verona. Tu l’hai conosciuto?

Sono riuscito a vedere un solo spettacolo di Nino Pozzo, alla scuola elementare di San Zeno, durante un Carnevale. Ricordo che mi ha fatto paura!  Più tardi ho visionato dei documentari girati da Remo Melloni, storico del teatro di figura, sul lavoro di Pozzo ed ho capito la profondità della sua poesia. Peccato che i suoi materiali non siano completamente fruibili e valorizzati come dovrebbero. Ma questo fa parte degli enigmi inspiegabili che, purtroppo, sono una costante della nostra città!

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