FOLKEST · “44a EDIZIONE · 16 giugno · 4 luglio 2022” SECONDA PARTE

FOLKEST · “44a EDIZIONE · 16 giugno · 4 luglio 2022” SECONDA PARTE

FOLKEST · INTERNATIONAL FOLK MUSIC FESTIVAL

“44a EDIZIONE · 16 giugno · 4 luglio 2022”

SECONDA PARTE

di alessandro nobis

Il cuore “storico” di Folkest batte quindi nella bellissima Spilimbergo, ma nel frattempo dal 16 giugno sono già iniziati i concerti sul territorio, un aspetto che caratterizza un Festival di questa caratura. Portare la musica, in questo caso tradizionale o da questa derivata, nei grandi e piccoli Comuni del Friuli Venezia Giulia è sempre stata la missione di Folkest anche se non sempre le amministrazioni comunali sono disponibili a partecipare in modo significativo all’organizzazione degli eventi proposti dalla direzione artistica. Come detto la kermesse è iniziata il 16 giugno a Campoformido con Andrea Del Favero (organetto diatonico), Lino Straulino (chitarra e voce) e Totore Chessa (straordinario organettista sardo) e, guardando in avanti, tra gli eventi da evidenziare più di altri c’è quello a Gorizia di martedì 28 dove Roberto Tombesi, Laura Colombo e Corrado Corradi racconteranno la storia dello straordinario tour attorno al mondo della cantante lirica Adelaide Ristori negli anni anni 1874 e 1875 dettagliatamente raccontato nel taccuino di viaggio di Marco Piazza, oppure il concerto dei Calicanto a Qualso del 30, o ancora i tre concerti a Capodistria tra il 21 e il 23 prossimi con Roy Paci, lo sloveno Piero Pocecco e Posebon Gust e per finire, prima di Ferragosto, lo spettacolo del 12 a Udine di Antoine Ruiz al quale partecipa anche Edoardo De Angelis. Gran finale di questa 44a edizione sempre a Udine, in Piazza Libertà, con i friulani Bintars e la Sedon Salvadie, gruppo storico del folk revival italiano.

Folkest quindi a mio modesto parere, dovrebbe essere in misura maggiore di quanto lo è già vista la qualità e quantità delle proposte, un attrattore di turismo culturale legato non solamente all’aspetto musicale dell’intera regione friulana che al suo interno, profondo entroterra, che offre straordinarie bellezze naturalistiche e “bellezze” eno – gastronomiche di assoluto livello che sono purtroppo sconosciute ai più, come si dice. La musica, se di qualità, può fungere da volano all’economia dei piccoli produttori sparsi sul territorio? A mio avviso, e non credo di essere il solo ad esserne convinto, assolutamente sì a patto che “tutto” il territorio partecipi in modo ancor più costruttivo alla realizzazione di questo progetto che da oltre quaranta anni porta il nome del Friuli in giro per il mondo.

http://www.folkest.com

FOLKEST · “44a EDIZIONE · 16 giugno · 4 luglio 2022” – PRIMA PARTE

FOLKEST · “44a EDIZIONE · 16 giugno · 4 luglio 2022” – PRIMA PARTE

“44a EDIZIONE · 16 giugno · 4 luglio 2022”

PRIMA PARTE

FOLKEST · INTERNATIONAL FOLK MUSIC FESTIVAL

“44a EDIZIONE · 16 giugno · 4 luglio 2022”

PRIMA PARTE

di alessandro nobis

Dopo le ristrettezze dovute al Covid, Folkest è ritornato alla sua dimensione storica confermandosi il Festival legato alla musica tradizionale “e dintorni” più importante e longevo del nostro Paese ed uno dei più importanti d’Europa. Questo perchè la competente Direzione Artistica di Andrea Del Favero e dell’entourage del festival, la parte che lavora tutto l’anno negli uffici di Spilimbergo ed il gruppo che gira il Friuli e la Croazia per allestire i palchi e per seguire i musicisti, applica a mio avviso in modo preciso gli imprescindibili pilastri che fanno una serie di concerti un Festival.

Ci sono i “grandi” concerti in piazza, con un biglietto d’ingresso, quelli sui quali l’organizzazione conta – e lo avrà certamente vista la qualità delle proposte – di avere un gran riscontro di pubblico: Jethro Tull (il 13 luglio al Castello di Udine), Judy Collins (sabato 2 luglio, nella magnifica cornice della piazza di Spilimbergo), Alan Stivell (sabato 16 luglio, al Castello di Udine), la band di raggae Mellow Mood, a Spilimbergo il 5 luglio) ed infine i Pink Planet, nella stessa location ma il 6 luglio).

Una delle iniziative più interessanti di Folkest – altro pilastro del Festival – sono senz’altro le serate alla fine delle quali viene assegnato il prestigioso Premio Alberto Cesa (quest’anno da venerdì 1 a lunedì 4 luglio, a Spilimbergo), pensato per valorizzare i progetti musicali che sappiano dare voce a una o più radici culturali di qualsiasi parte del mondo, organizzato sotto la supervisione della direzione del festival, dalla redazione di Folkbulletin e dall’Associazione Culturale Folkgiornale (ricordo che il vincitore parteciperà di diritto a Folkest 2023 e ricevere un premio da parte del Nuovo Imaie con una dotazione in denaro per la realizzazione di una tournée). E’ un’iniziativa che richiede un lungo lavoro di selezione del materiale, prima audio ed in una seconda fase dal vivo; vengono selezionati sei gruppi / musicisti e per questa diciottesima edizione i finalisti sono Andrea Bitai (Ungheria/Italia), Claudia Buzzetti And The Hootenanny (Lombardia), il Duo Pondel (Piemonte/Val d’Aosta), La Serpe D’oro (Toscana), il Passamontagne Duo (Piemonte) e i laziali Tupa Ruja.

Non meno importante sotto l’aspetto didattico e della divulgazione sono “Musica per Musicisti” e “Parole per Musica” che si terranno sempre a Spilimbergo nel primo weekend lungo di luglio; la prima consta di una serie di incontri con prestigiosi protagonisti della musica tradizionale ed acustica italiana come l’organettista Alessandro D’Alessandro vincitore della più recente edizione del Premio Nazionale Città di Loano, i chitarristi Franco Morone, Loula B, Gavino Loche mentre Chacho Marchelli, Beatrice Pignolo e Rinaldo Doro disquisirianno del canto epico-lirico e della polivocalità in Piemonte (sabato 2 luglio). Per finire un incontro dedicato al liutaio Wandrè.

“Parole per Musica”è invece il titolo di una serie di lezioni focalizzate sulla scrittura dei testi per canzone. Michele Gazich e Maurizio Bettelli presenteranno Canzone e poesia: la strana coppia, un dialogo con il critico Felice Liperi. I corsisti avranno la possibilità di ascoltare le loro esperienze di scrittura tra poesia e canzone e commentando esempi dei maestri del genere: da Brassens al sodalizio Dalla/Roversi, da Dylan al Beat fino al Post-moderno, e qui la cosa si fa interessante visto che gli iscritti si metteranno alla prova cimentandosi nella scrittura di un testo.

Altro pilastro di un vero festival a mio avviso è la presentazione di novità editoriali e discografiche, e a Folkest la sezione “Libri e Dischi” (sabato 2 al Teatro Miotto) consentirà al pubblico di incontrare il chitarrista Dario Fornara che presenterà il suo nuovo lavoro “Portata dal vento” e l’Adamantis Guitar Orchestra il loro recente “Cerclaria Lux“; inoltre l’Istitut Cultural Ladin di Vigo di Fassa presenterà Saggi Ladini curati da Cesare Poppi, che dialogherà con Daniele Ermacora. Ultimo incontro quello con Claudia Calabrese con il suo libro “Pasolini e la musica” con Elisabetta Malantrucco, Michele Gazich e Marco Salvadori.

Naturalmente per avere un quadro dettagliato del Festival è necessario consultare il sito http://www.folkest.com

(continua)

MASSIMILIANO CIGNITTI “Buio in Sala”

MASSIMILIANO CIGNITTI “Buio in Sala”

Massimiliano Cignitti “Buio in Sala”

DODICILUNE DISCHI 1299. CD, 2022

di alessandro nobis

Un quintetto (Massimiliano Cignitti al basso, Mauro Scardini alle tastiere, Giancarlo Ciminelli alla tromba e flugelhorn, Marco Guidolotti ai fiati e Marco Rovinelli alla batteria) con una nutrita serie di ospiti di gran caratura per una riuscitissima dedica al Cinema ed ai suoi più importanti protagonisti siano essi registi, autori di colonne sonore ed attori; non parliamo dell’ennesima riproposta dei “temi celebri dalle colonne sonore” ma di composizioni originali di Massimiliano Cignitti, fatte naturalmente tre debite eccezioni.

Gli arrangiamenti del bassista romano, Scardini e Nguyên Lê sono davvero indovinati e pur essendo omogenei nel suono globale riescono sempre a valorizzare nel migliore dei modi le composizioni come nella serrata black music di “Shaft is back” con i soli al piano elettrico di Scardini, di chitarra dello straordinario Nguyên Lê e del sax di Guidolotti o nella ballad ” O Venezia venusia venaga” che apre il lavoro, una delle “citazioni” in questo caso di Nino Rota con un arrangiamento cucito appositamente sul suono piuttosto riconoscibile della chitarra del franco – vietnamita. Il brano che magari non ti aspetti, anche se legato al cinema di Kubrick, è ovviamente la coltissima citazione di Bartok Béla, il secondo movimento di uno dei suoi capolavori, “Musica per Archi, percussioni e celesta“: la dimostrazione non solo dell’attenzione e profonda conoscenza che Cignitti & C. hanno del cinema ma anche della capacità di reinventare (ricostruire?) uno dei brani “intoccabili” con una lettura “diversa” fatta con i migliori crismi che trasporta questo brano dal 1936 al miglior jazz contemporaneo; qui ospite la batteria di Mark Colenburg ed i soli di chitarra e della tromba di Ciminelli. “Buio in Sala” con la voce di Valentina Petrossi è un appropriato e convincente spartito di Cignitti dedicato alla Dolce Vita ed al suo cinema, perfetto allora come ora per rifugiarsi nei propri sogni e purtroppo illusioni in un’Italia che viveva il suo “sogno globale” finito magari troppo presto.

Buio in Sala” è un altro di quei lavori piacevolissimi sin dal primo ascolto e la cui complessità ed intensità  invitano chi ne fruisce a reiterare gli ascolti alla scoperta dei suoi “angoli” nascosti.

SUCCEDE A VERONA: “Una tragica impressionante sciagura”, 6 giugno 1927, San Giorgio di Valpolicella

SUCCEDE A VERONA: “Una tragica impressionante sciagura”, 6 giugno 1927, San Giorgio di Valpolicella

SUCCEDE A VERONA: “Una tragica impressionante sciagura”, 6 giugno 1927, San Giorgio di Valpolicella

di alessandro nobis

Mi è capitato diverse volte di percorrere la stretta strada che da San Giorgio di Valpolicella conduce all’abitato di Monte ma non avevo mai rivolto la mia attenzione ad un monumento che si trova in corrispondenza di una stretta curva a sinistra. Divorato dalla curiosità durante il mio più recente passaggio sono sceso dall’auto per osservarlo da vicino, quasi un obelisco in rosso ammonitico con otto fotografie, una croce e la data del 6 giugno 1927: è il ricordo delle otto vittime di un pauroso incidente stradale dovuto principalmente alla superficialità ed alla sottovalutazione del rischio.

La cosa mi ha incuriosito non poco, ed ho quindi ricercato sulle pagine del quotidiano L’Arena altre notizie; in effetti il giornale veronese dedicò ben tre articoli al fatto, i giorni 7, 8 e 9 del giugno del 1927. Mi è sembrato doveroso riportare qui di seguito l’articolo pubblicato il giorno seguente, così se lo vorrete quando passerete avrete modo di soffermarvi o di rallentare.

“UNA TRAGICA IMPRESSIONANTE SCIAGURA PRESSO S. AMBROGIO”

Autocarro che precipita da una scarpata – Otto morti e sette feriti

Una gravissima, impressionante notizia giungeva ieri sera verso le 21 in città, causando una impressione penosissima. Essa accennava al capovolgimento di un autocarro, il quale, precipitando da una scarpata stradale in quel di S. Ambrogio aveva causato la morte di parecchi operai, alcuni dei quali appartenenti a quelle sezioni fasciste.

Del fatto si è interessata subito la Federazione e in breve, accorrevano sul sito in automobile spiccate personalità del Partito. La tremenda, disastrosa sciagura era avvenuta subito dopo il calar della sera lungo un tratto di strada in curva che si trova a breve distanza dal suddetto paese, e precisamente in località Fontana Caranzon.

Per venire ai particolari del disastro, diremo che il camion carico di blocchi pesantissimi di marmo, veniva dalle cave di Selva, diretto alla stazione ferroviaria, dovendo i blocchi essere spediti. Al volante era il proprietario del veicolo stesso, Alessandro Toffalori che ora è a contarsi tra le vittime. Aggiungiamo che per concessione dello stesso Toffalori, e come sovente avveniva, sull’autocarro, sedendo sopra i blocchi che essi avevano tolto dalle cave col sudor dei loro sforzi, avevano preso posto una ventina di operai che dovevano tornare alle loro abitazioni dove le famiglie li attendevano per la cena. Giunto il veicolo al punto fatale, si calcola che il guidatore abbia preso male la stretta curva. Una delle ruote, spinta sul ciglio stradale, ha causato il franamento d’un tratto di terreno, cosicchè il camion piegando rapidamente verso quel lato, si capovolse precipitando dalla scarpata nel campo sottostante, profondo circa 12 metri.

Non è a immaginarsi quanto possa essere stata raccapricciante la spaventosa scena che ha presentato poi lo spettacolo impressionante di vedere tutta quella povera gente schiacciata sotto la mole di quei blocchi, pesanti ciascuno parecchi quintali!

All’appello straziante dei feriti, che invocavano soccorso, si sono affrettati sul luogo molti, moltissimi artigiani. L’opera di soccorso fu iniziata tosto con fervore, e purtroppo, di sotto a quei massi, si cominciarono a togliere dei morti! Ciò che straziava l’animo era il penoso lamento dei feriti, che si sentivano oppressi sotto quel peso immane e che avevano chi un braccio, chi una gamba, chi i piedi, orribilmente schiacciati. I morti, tolti man mano di sotto a quella specie di valanga, in un primo tempo vennero adagiati in parte sull’erba, e ciò mentre si procedeva al trasporto dei numerosi feriti. Sul sito frattanto, giungevano fra i primi oltre alle autorità locali, ed ai militi della Croce Verde Righetti, Valente e Pavon, il voce segretario federale dottor Andreis, il sig. Alfredo Lippi, il delegato di zona sig. Talillo, il rag. Bruno Guarise, il fiduciario del Fascio di Parona sig. Pighi.

La scena era straziante! Intere famiglie di lavoratori erano accorse angosciate in cerca dei loro cari e si doveva usare a quegli infelici dolce violenza alla presenza della scena spaventosa.

I primi cadaveri estratti e riconosciuti dalla folla accorsa. sono quelli degli operai Lorenzo Zorzi del Fascio di San Ambrogio, quello del guidatore Toffalori, Pietro Olivieri altro fascista di San Giorgio, Lodovico Crescini, Zorzo Emilio di San Giorgio e Giovanni Coati di S. Ambrogio. Quei miseri corpi presentavano mutilazioni impressionanti, specie alle gambe. I feriti erano tutti gravi; due erano gravissimi. Uno di essi, Olivieri Alessandro del Fascio di San Giorgio, è stato trasportato subito alla propria abitazione, ma purtroppo, poco dopo cessava di vivere senza avere ripreso i sensi. Anche l’operaio Paolo Coato, ferito gravissimamente, è morto un’ora dopo che fu trasportato all’ospedale di Bussolengo, dove, i medici dott. Carteri e dott. Fiorini subito a lui si erano prodigati.

Altri feriti, oggetti di cure premurose dei medici dott. Segattini e dott. Ferrari, sono stati riconosciuti per Giovanni Zorzi, fascista di S. Giorgio, Giuseppe Grigoli, Lionello Coato, Domenico Vassanelli ed Antonio Sartori di S. Ambrogio. Fino a tarda ora, sul luogo del disastro è stato un continuo affluire di gente, la quale ore si interessa moltissimo delle condizioni dei feriti, tra i quali sono dei giovani, dei combattenti, dei padri di famiglia.

Il lutto per la tremenda sciagura è profondissimo in tutto questo vasto territorio. Nelle varie case dove la sciagura ha fatto capolino, sono scene di strazio. Sono bimbi che invocano vanamente il nome del loro papà, sono giovani donne, vecchi genitori, che dovranno indossare le gramaglie, e che nessuno lenimento sentono a tanto dolore dal conforto amorevole che amici cercano loro apportare con ogni premura, con frasi affettuose.

I nomi delle vittime riportate (con foto) sul monumento che riporta la scritta: “Dal lavoro tornanti ai domestici affetti sotto gli avulsi macigni travolti qui perivano“: Coato Gio Batta, anni 31; Conati Paolo, anni 36; Crescini Lodovico, anni 24; Oliviri Alessandro, anni 30; Olivieri Paolo, anni 52; Toffalori Alessandro, anni 30; Zorzi Emilio, anni 37; Zorzi Lorenzo, anni 41

LA LIONETTA “Danze e Ballate dell’Area Celtica Italiana”

LA LIONETTA “Danze e Ballate dell’Area Celtica Italiana”

LA LIONETTA “Danze e Ballate dell’Area Celtica Italiana”

SHIRAK Records. LP, 1978

di alessandro nobis

Sul modello di più celebri ensemble dell’area celtica, francese ma anche magiara che con dischi di grande qualità riportavano alla contemporaneità il patrimonio tradizionale delle loro aree di origine culturale, anche in Italia c’era chi si prefiggeva lo stesso obiettivo centrandolo spesso con risultati di ottima qualità: uno dei gruppi più interessanti certamente erano i piemontesi “La Lionetta” che nel ’78 pubblicavano il loro esordio discografico, questo “Danze e Ballate dell’Area Celtica Italiana” che dopo quarantacinque anni si fa ancora apprezzare per il contenuto e gli arrangiamenti.

Roberto Aversa (voce, chitarra acustica, tin whistle, cornamusa, percussioni, Maurizio Bertani (mandolino, flauto dolce, bombarde, metallofono, violino, voce), Marco Ghio (violino, tablas, voce), Vincenzo Gioanola (melodeon, accordeon, dulcimer, banjo, percussioni, voce) e Laura Malaterra (voce, chitarra classica, dulcimer, percussioni) pescano dal repertorio raccolto e studiato da Costantino Nigra e da quelli frutto delle ricerche loro e di Roberto Leydi e lo interpretano con una vasta gamma di suoni e di arrangiamenti per l’epoca del tutto innovativi.

Citate da Nigra ecco ad esempio il brano di apertura “Dona Bianca” (lezione astigiana di “Donna Lombarda“, Nigra 01, raccolta da Leydi), “Un’eroina” (Nigra 13) con la parte musicale arrangiata su una registrazione sempre di Leydi e ancora “Prinsi Raimund” (Nigra 06) probabilmente di origine francese ed inedita al di fuori dell’area piemontese; il repertorio “a ballo” proviene dalle valli del Piemonte orientale come la Varaita, la Grana e la Val di Susa e comprende la splendida giga di Sampeyre, una curenta occitana e di una suite per cornamusa della val di Susa ed infine un salterello diffuso nel nord Italia di origine medioevale.

A distanza di tutto questo tempo il valore della musica di gruppi come “La Lionetta”, ma potrei anche citare La Ciapa Rusa, i Calicanto o dei Suonatori delle Quattro Province (appartenenti ad una fase successiva del folk revival nord italiano), assume un valore ancora più alto di quello, peraltro notevole, dato all’epoca della loro pubblicazione: il valore di questi progetti ha attraversato il tempo e sono ancora una modello per quanti siano interessati alla riproposizione del materiale tradizionale in una chiave non ortodossa.

QUARTETTO PROMETEO “Stefano Scodanibbio Reinventions”

QUARTETTO PROMETEO “Stefano Scodanibbio Reinventions”

QUARTETTO PROMETEO “Stefano Scodanibbio Reinventions”

ECM New Series Records. CD, 2013

di alessandro nobis e roberto pascucci

Ho scoperto il genio di Stefano Scodanibbio curiosando nel catalogo ECM alla ricerca di lavori per contrabbasso solo e mi sono imbattuto in modo del tutto casuale in questo lavoro del quartetto d’archi “Prometeo” pubblicato nel 2013 che interpreta alcuni spartiti del contrabbassista, compositore e ri-compositore maceratese scomparso molto prematuramente nel 2010.

Di lui come musicista ho ammirato in seguito la performance di 51 minuti “Voyage that never ends” facilmente rintracciabile su YouTube e ne sono rimasto estasiato per la capacità tecnica, improvvisazione ed inventiva che gli consentono di far vivere il suo strumento in ogni suo dettaglio come pochissime volte ho avuto modo di ammirare da strumentisti più vicini al jazz come Barry Guy, Barre Phillips, Peter Kowald, William Parker o Dave Holland o per restare in ambito contemporaneo, Daniele Roccato che per l’ECM nel 2018 ha pubblicato “Alisei” con musiche di Scodanibbio.

Il quartetto Prometeo ha scelto tra le ri-composizioni del contrabbassista maceratese forse quelle da lui più amate, “Die Kunst der Fuge” di J.S. Bach l’ideale per chi vuole sperimentare visto che l’autore non aveva dato indicazioni sulla strumentazione, brani del folklore spagnolo e di quello messicano. Del capolavoro del contrappunto Scodanibbio “riscrive”, ed il Quartetto Prometeo (Giulio Rovighi e Aldo Campagnari ai violini, Massimo Piva alla viola e Francesco Dillon al contrabbasso)  splendidamente esegue tre brani ovvero i numeri “1”, “4” e “5” mantenendone la maestosità e riportandoli in forma nuova nel nostro tempo, dilatandoli con una costante ed altissima tensione emotiva durante l’ascolto; il suo amore e la sua profonda conoscenza della cultura messicana lo manifesta utilizzando cinque melodie (“Canzoniere Messicano” 2004 – 2009) conosciute tra le quali “Besame Mucho” di Consuelo Velazquez, dove nascondendo (ma non troppo) la melodia la trasforma in qualcosa d’altro quasi a dichiarare che non esiste “melodia popolare” che non possa essere trasformata, ri-scritta, riformulata dalla sensibilità di un compositore. Ma non è tutto qui, Scodanibbio sceglie “Quattro Pezzi Spagnoli” ri-composti nel 2009 per sola chitarra scritti originariamente tra gli altri da Josep Ferran Macari “Fernando” Sor (1778 – 1839) e Francisco Tarrega (1852 – 1909) ed anche qui magicamente translati nella contemporaneità.

L’esecuzione del Quartetto Prometeo mi sembra davvero celestiale, perfetta, capace a mio modestissimo parere dare sostanza allo straordinario lavoro di Stefano Scodanibbio.

Non ho come naturalmente le “competenze” per dare impressioni tecniche su questo magnifico lavoro e tantomeno sul genio maceratese ma ho cercato piuttosto, e trovato, qualcuno che ha conosciuto personalmente come allievo del Maestro e ha gentilmente scritto un suo ricordo: il bassista Roberto Pascucci. Ecco di seguito il suo personale ricordo:

RICORDO DI STEFANO SCODANIBBIO (Roberto Pascucci) Ho conosciuto Stefano Scodanibbio nei primissimi anni ’90 a Macerata, dove io – ascolano di origine maceratese – studiavo all’Università; all’epoca la mia vita stava però virando decisamente verso la direzione artistica, e volevo dunque perfezionarmi sul mio strumento, il basso (sia nelle veste elettrica che acustica). Cercavo in città un Insegnante di contrabbasso, e trovai lui…! Per la verità all’epoca non lo conoscevo bene, anche se accanto al Jazz, la mia passione, mi ha sempre interessato tutta la Musica , dal Rock al Pop alla Classica fino alla cosiddetta “Contemporanea”. Andavo a lezione a casa sua a Pollenza, un paese appena fuori Macerata; la sua abitazione era in una bella piazzetta, tipica delle località dell’entroterra marchigiano. Mi torna in mente che bisognava salire una scala a chiocciola, e ciò con il contrabbasso non era proprio una passeggiata… Lo ricordo con il sigaro spento in bocca, molto cortese e paziente (io ero piuttosto intimorito, specie agli inizi, ma lui metteva molto a proprio agio le persone); una volta, mentre preparavo spartiti, pece ecc. lui attaccò forse per scaldarsi un pezzo incredibile…io rimasi bloccato, ed incantato. Andai da lui diversi mesi, circa un anno… poi lui dovette partire per concerti ed io m’iscrissi prima al Conservatorio e poi andai a studiare Jazz a Roma; lo rividi diverse volte a Macerata anche in occasione di sue esibizioni: ricordo il suo approccio particolarissimo allo strumento, anche fisicamente; ricordo i suoni incredibili che otteneva, la magia e anche quel pizzico di sconcerto che si ha quando ti trovi ad ascoltare l’inaudito. Solo molto tempo dopo da allora ho compiutamente realizzato il privilegio che ho avuto nel frequentare – anche se per troppo poco tempo – un vero e proprio genio, un innovatore assoluto del contrabbasso e della Musica tutta. Negli anni ho approfondito la sua visione strumentale e compositiva; ho letto i suoi illuminanti scritti e ho appena finito di guardare un ottimo documentario su di lui in dvd, uscito qualche tempo fa. Insomma, io scrivo e suono musica anche molto diversa dalla sua, ma sento sempre di più in qualche modo la sua influenza. Mi piace pensare che, quando suono il contrabbasso, tra le frequenze dei suoi amati armonici artificiali si celi a volta qualche suo sussurro.

UMBERTO POLI · RICKY AVATANEO “Grama Tera”

UMBERTO POLI · RICKY AVATANEO “Grama Tera”

UMBERTO POLI · RICKY AVATANEO “Grama Tera”

La Contorsionista · Sciopero Records. CD, 2022

di alessandro nobis

Ecco un altro disco di folk nella sua perfetta accezione del termine ovvero la narrazione di storie; sono il polistrumentista Umberto Poli e dal cantautore Ricky Avataneo a raccontarcele, storie di uomini e delle loro vite, storie che in alcuni casi sono state capaci di attraversare il tempo e di essere ancora suonate, interpretate e di quindi ri-vissute. “Grama Tera” (“terra povera”) è un album con un ben preciso filo conduttore che fa attraversare al fruitore il mondo del proletariato descrivendone soprusi e sfruttamento, fatiche, quotidianità e le difficoltà nello svolgere il lavoro nei campi spesso ostacolato dalle avversità atmosferiche in grado di vanificare lo sforzo lavorativo. Folk che qui grazie ad arrangiamenti e sonorità accuratamente scelte viene “modificato” mutandosi in un folk · rock che non può non ricordare le più intelligenti produzioni d’oltreoceano che da decenni propongono frammenti delle proprie micro · storie. Piemontesi, non potevano non visitare in modo significativo Costantino Nigra e la sua raccolta di Canti Popolari Piemontesi del 1888 e scegliere “La Madre Crudele” (NIGRA 08), “Donna Lombarda” (Nigra 01 che ne ben riporta 15 lezioni) e “Madre Resuscitata” (Nigra 39); splendida la resa della seconda trasportata in un’ambientazione diversa con cigar box, chitarra elettrica ed armonica ed anche “Madre Resuscitata” dopo un’intro acustica, si trasforma in efficace folkrock (mi si passi il termine) del tutto convincente per gli arrangiamenti vocali (con la voce di Betti Zambruno), la piva di Paolo Cardinali ed il violino di Remi Boniface. Ma se posso dire, il brano che come si dice “vale l’acquisto” di “Grama Tera” è la composizione di Ricky Avataneo “Acque Morte 1893“, ballata cantata in italiano e piemontese (e francese) che narra i tragici avvenimenti del 16 e 17 agosto di quell’anno alle saline di Agues Mortes nel Languedoc-Roussillon dove otto lavoratori stagionali piemontesi vennero massacrati da colleghi francesi che vennero in seguito prosciolti da un tribunale: una storia di razzismo, di quotidiano sfruttamento e di violenza, una storia di lotte tra “Morti di Fame” che sembra caduta nell’oblio generale, un bel arrangiamento con in evidenza la chitarra slide, la tromba di Luca Benedetto ed il sax di Enrico D’Amico (mi permetto di consigliare la lettura di “Morte agli italiani” scritto da Enzo Barnabà e pubblicato da Infinito del 2008). Il disco si chiude con il breve tradizionale “La tempesta” eseguito “a cappella” da quattro voci (oltre ad Avataneo di sono Betti Zambruno, Gigi Giancursi e Orlando Manfredi), storia di una grandinata che lascia sui campi i raccolti faticosamente accuditi e che costringe i contadini a trasformarsi in suonatori ambulanti per cercare di mantenere le famiglie.

Disco intenso e ricco di storia e di “microstorie” che vengono da lontano nel tempo ma che raccontano anche della nostra quotidianità, basta leggere i testi e meditare ………

Il disco è stato pubblicato in sole 250 copie, produzione davvero artigianale vista la cura con la quale è stato confezionato e quindi ne consiglio “senza se e senza ma” l’acquisto. I testi, i video, le collaborazioni, le line up di ogni singolo brano sono a disposizione qui: https://www.umbertopoli.com/grama-tera.html#date). Non fatevelo scappare ……..

www.umbertopoli.com

SUCCEDE A VERONA: “Ondas do Mar, viaggi e viaggiatori tra realtà in fantasia”

SUCCEDE A VERONA: “Ondas do Mar, viaggi e viaggiatori tra realtà in fantasia”

CENTRO PROVINCIALE PER L’ISTRUZIONE DEGLI ADULTI di VERONA: “Ondas do Mar, viaggi e viaggiatori tra realtà in fantasia“. Incontri di formazione per docenti aperto al pubblico

7 ottobre · 28 ottobre · 18 novembre · 2 dicembre 2022

di alessandro nobis (prima parte)

Sul comodino c’erano Tom Sawyer, Calza di Cuoio e Phileas Fogg vicini a Romolo Gessi ed al Capitano Nemo e naturalmente ad una versione economica dell’Atlante Geografico De Agostini: inseguire le avventure dei protagonisti di quei libri era quasi diventata un’ossessione “serale”, roba da “dopo Carosello”. Dal Mississippi alle foreste del New England, dall’India al Mar Dei Sargassi magari passando alla savana sudanese era tutto un susseguirsi di emozioni ed anche un modo per imparare la geografia, quella che a scuola non ti insegnavano ma quella che una volta posato il libro ti faceva sognare. Il viaggio fantastico che in seguito per i fortunati sarebbe diventato reale ed anche “professionale” ma che in ogni caso non aveva, sembra impossibile, lo stesso fascino dell’immaginarsi lì, assieme agli eroi protagonisti che sembravano materializzarsi per il tempo che si dedicava alla lettura e al sonno.

Il viaggio di conoscenza, di scoperta e di esplorazione, il viaggio reale e quello fantastico è il tema degli incontri che il Centro Provinciale per l’Istruzione degli Adulti di Verona ha inserito per l’anno scolastico 2022 · 2023 in quelle attività che vanno sotto il nome di educazione permanente e che ha voluto titolare “Ondas Do Mar:viaggi e viaggiatori tra realtà e fantasia”, l’incipit della trecentesca Cantiga de Amigo composta in gallego · portoghese che narra l’intrepida attesa di una donna del ritorno dell’amato marinaio da un viaggio in pieno oceano.

E’ un corso di formazione per i Docenti aperto però al pubblico desideroso di approfondire alcune tematiche legate al viaggio e rispetto al convegno “Giù la Maschera: i Carnevali Tradizionali delle Tre Venezie” realizzato nello scorso settembre, si articola in quattro incontri realizzati in collaborazione con il Dipartimento Culture e Civiltà dell’Università di Verona, con il Museo Africano, la Biblioteca Capitolare, l’Associazione “Il Corsaro Nero” e la Biblioteca Civica di Verona e con il prezioso contributo dell’Assessorato alla Cultura del Comune; gli incontri si terranno il venerdì pomeriggio a partire dal 7 ottobre fino al 2 dicembre in prestigiose ambientazioni come la Biblioteca Capitolare, la Biblioteca Civica, la chiesa di San Giovanni in Fonte, la sala “Africa” del Museo Africano e la chiesa di Santa Maria in Chiavica.

Si parlerà dello straordinario viaggio di evangelizzazione di San Colombano che nel VI secolo partì dal monastero irlandese di Bangor per raggiungere l’Italia Settentrionale e di quello dei mercanti e viaggiatori lungo l’intricata Via della Seta, dell’avventurosa vita dei veronesi Daniele Comboni, Angelo Vinco e Giacomo Bartolomeo Messedaglia Bey nell’Africa Nord Orientale e dei viaggi fantastici di Emilio Salgari nel Borneo Malese. Due dei quattro appuntamenti prevedono una parte “musicale”, ovvero l’adattamento musicale dell’Antifonario di Bangor (l’appuntamento su San Colombano) e la lunga storia spazio temporale del liuto arabo che da Bagdad arrivò mille anni fa prima nell’Europa islamizzata per trasformarsi in seguito nel liuto rinascimentale (l’incontro sulla via della seta).

Questo il calendario, che nelle prossime settimane verranno descritti in particolare:

VENERDI 07 OTTOBRE. “LO STRAORDINARIO VIAGGIO DI SAN COLOMBANO (540 – 611), DAL MONASTERO IRLANDESE DI BANGOR ALL’ITALIA SETTENTRIONALE”: BIBLIOTECA CAPITOLARE e SAN GIOVANNI IN FONTE

VENERDI 28 OTTOBRE. “VERONESI NELL’AFRICA NORD ORIENTALE NELLA SECONDA META’ DELL’OTTOCENTO”: DANIELE COMBONI (1831 – 1881), GIACOMO BARTOLOMEO MESSEDAGLIA (1846 – 1893), ANGELO VINCO (1819 – 1853): MUSEO AFRICANO

VENERDI 18 NOVEMBRE. “VIAGGIATORI, MERCANTI E SUONI LUNGO LA VIA DELLA SETA”: CHIESA di SANTA MARIA IN CHIAVICA

VENERDI 02 DICEMBRE. “EMILIO SALGARI (1862 – 1911)”, TRA FANTASIA ED ETNOGRAFIA: BIBLIOTECA CIVICA DI VERONA

Per partecipare ai quattro incontri è indispensabile prenotare mandando una e-mail a info.ondasdomar@cpiaverona.edu.it fino ad esaurimento dei posti.

Questa la disponibilità attuale dei posti, calcolati nel caso di “distanziamento anti Covid” con l’eccezione dell’incontro del 18 novembre:

7 ottobre · San Colombano: 20

28 ottobre · Veronesi in Africa orientale nella seconda metà dell’Ottocento: 20

18 novembre · Via della Seta: 6

2 dicembre · Emilio Salgari: 40

MALOO “Fuzzland”

MALOO “Fuzzland”

MALOO “Fuzzland”

DODICILUNE / CONTROVENTO Records. CD, 2022

di alessandro nobis

“Intrigante” è stato il primo aggettivo che mi è venuto in mente ascoltando questo lavoro ad opera di Valeriano Ulissi (chitarra, elettronica), Carlo Bolognini (basso), Giovanni Zannini (batteria, elettronica) e Federico Zannini (percussioni, elettronica), a.k.a. “Maloo”, che segue “Everything needs time” disco d’esordio del 2016; intrigante perchè si presta a diversi livelli di ascolto, quello diciamo così piacevolmente epidermico e quello più approfondito se si vuole andare alla scoperta delle origini e del lavoro di produzione. L’idea è cercare un equilibrio più vicino alla perfezione creando una fusione musicale nella quale siano comunque riconoscibili gli elementi che la compongono, e per poter realizzare un progetto del genere è necessario avere alla base una conoscenza dello spettro musicale odierno più ampio possibile che, mi sembra di poter dire, i quattro componenti abbiano.

Sorprendente la bella rilettura di un brano che non ti aspetti ovvero “In Bloom” dei Nirvana (era su “Nevermind” del ’91) con l’uso di registrazioni vocali originali probabilmente proveniente da una trasmissione televisiva e con un accurato utilizzo – ma questa considerazione vale per tutto “Fuzzland” – dell’elettronica ottimamente combinata con le tessiture ritmiche del brano; una modalità di intrecciare suoni reali e alloctoni che a qualcuno di noi “reduci” di decenni di ascolti non può non ricordare il geniale lavoro di Brian Eno e David Byrne, quel “My life in a Bush of Ghosts” che quaranta anni or sono tracciò a mio avviso un sentiero indelebile nella musica.

Gli altri nove brani sono tutti originali, un altro punto a favore del quartetto, e mostrano uno sforzo costante nel mantenere piuttosto omogeneo tutto il lavoro cercando tuttavia di inserire, mantenendo una linearità timbrica, i vari elementi di questa fusione: il brano eponimo ad esempio, è uno di quelli che mi sono piaciuti maggiormente che si caratterizza da un ritmo martellante e da un intelligente filtraggio elettronico degli strumenti lungo tutta la composizione, “Departures” contiene numerosi “inserti” alloctoni ed ha una bella parte di chitarra (mi sembra di capire, tanto sono ben nascosti dall’elettronica i suoni originali) ed infine “Around My Mind” ha a mio avviso un’impronta di certo rock dei primi anni settanta grazie ai particolari suoni sintetici ed anche a certo jazz elettrico.

Disco interessante davvero, intrigante come dicevo in apertura, una sfida per chi cerca sempre di dare un’etichetta alla musica che si va ad ascoltare. Perdita di tempo, concentratevi sulle sfumature di questo “Fuzzland“.

Il disco è una co-produzione di Valeriano Ulissi e della sempre attenta Dodicilune che lo ha inserto nella collana “Controvento.

MARCO SONAGLIA “Ballate dalla Grande Recessione”

MARCO SONAGLIA “Ballate dalla Grande Recessione”

MARCO SONAGLIA “Ballate dalla Grande Recessione”

Vrec Records. CD, 2021

di alessandro nobis

Lette le liriche del poeta siculo Salvo Lo Galbo e successivamente ascoltate le musiche di Marco Sonaglia che sono la struttura di questo “Ballate dalla Grande Recessione” mi ronza per la testa, ancora una volta, una domanda: è questo un disco di folk? Non so nulla della “chanson” di Francia alla quale alcuni commentatori vi fanno riferimento, ma il concetto di folk song, ovvero una ballad che racconta una storia vera è quello che più condivido, considerato che le mie frequentazioni musicali si rivolgono alle tradizioni sì italiane ma anche anglosassoni. Arrangiamenti semplici ma efficaci come si conviene, in questo ottimo disco Marco Sonaglia e Salvo Lo Galbo ne raccontano di storie che mi auguro nella migliore delle tradizioni abbiano la forza per durare a lungo nel tempo perchè sono lampi incisivi sulla storia dei nostri giorni; c’è “Ballata per Stefano“, la tragedia del povero Stefano Cucchi che ci racconta della sua sofferenza subita da vivo ed anche una volta morto il 22 ottobre del 2009 (le vergognose parole di Salvini, di Giovanardi eccetera), c’è quella del campo profughi dell’isola di Lesbo dove a migliaia sono ammassati profughi che arrivano da est e dei quali oramai ci si è totalmente dimenticati, sempre a correre dietro a “nuove” tragedie più vendibili giornalisticamente, c’è anche quella, “Ballata dello Zero“. toccante brano per Mimmo Lucano sindaco di Riace eletto democraticamente dato in pasto e massacrato dai media solo perchè cercava una diversa ed originale strada per un’accoglienza dei migranti lontana dal maidstream governativo (ed il ministro dell’Interno era sempre quello sopracitato) o ancora “Ballata per Sacko” che ricorda a noi il sindacalista e bracciante agricolo Sacko Soumalia (visto? Ho già dimenticato la sua terra d’origine, forse il Senegal?) giustiziato nelle campagne di Vibo Valenzia nel 2018 perchè si occupava di aiutare altri come lui. Il movimento operaio, l’Articolo 18, la società capitalistica sono altre tematiche che Sonaglia e Lo Galbo toccano, che devono risvegliare la nostra memoria.

Nel futuro chi si ricorderà di Souka, di Lola, di Stefano o di Mimmo? Questo disco non è una Spoon River italiana, è non solo un monito per noi contemporanei a non dimenticare; modestamente l’ho inteso come una modalità per translare nel futuro la memoria dei giorni nostri alle nuove generazioni che certamente non troveranno queste tematiche sui libri di storia.

Non ci sono più i cantastorie o i fogli volanti a narrare le storie, ci sono canzoni come queste.