AB QUARTET “I bemolle sono blu”

AB QUARTET  “I bemolle sono blu”

AB QUARTET “I bemolle sono blu”

TRJ RECORDS. CD, 2020

di alessandro nobis

E’ sempre un gran piacere ascoltare musicisti di area jazz che vanno a cercare spunti per il loro percorso musicale nella musica definita “classica” del ventesimo secolo, ancor più se gli autori esplorati fanno parte delle correnti “europee” e se i musicisti sono italiani. E questo è esattamente il caso del ABquartet, che va a cercare spunti e stimoli nel meraviglioso universo di Claude Debussy celebrando il centenario della sua morte con la registrazione, avvenuta nel 2018, di questo significativo “I bemolle sono blu” stampato dall’etichetta mantovana TRJ: il pianista Antonio Bonazzo, il clarinettista Francesco Chiapperini, il contrabbassista Cristiano Da Ros che avevo già incontrato in occasione della sua collaborazione con Val Bonetti (https ://ildiapasonblog.wordpress.com/2015/12/27/simone-valbonetti-cristiano-da-ros/) ed il batterista Fabrizio Carriero propongono non tanto una rilettura “in tinta di jazz” degli studi, dei preludi e delle “serenade” che il compositore francese compose nella seconda decade del ventesimo secolo, ma si mettono molto più in gioco scegliendo dei frammenti di questi capolavori del pianismo in senso lato con arrangiamenti che lasciano ampio spazio all’improvvisazione che i quattro dimostrano di conoscere profondamente. Lo Studio “The Five Notes / Pour les cinq doigts d’aprèe monsieur Czerny”, 1915) ad esempio, una volta esposto il breve tema si sviluppa con spazi dedicati al free vicino ad altri più vicini al linguaggio della musica afroamericana con la sequenza delle cinque note che si rincorrono per tutto il brano, e la lunga “Disharmonies / Etude 10 pour les sonorités Opposeés” sembra quasi una profezia di Debussy, uno spartito lasciato in memoria in attesa che venga riletto e sviluppato cento anni dopo visto come il linguaggio del jazz di adatti alla perfezione a questo “pensiero musicale” di inizio novecento.

Un lavoro che mi par di poter definire davvero significativo, un’altra interessante tappa per la “Third Stream” della musica afroamericana.

TRJ Records Largo Chiese,25 46041 Asola (Mantova) IT

tel. 0376.711868 fax. 0376.712217 

Web: http://www.trjrecords.it

Mail: info@trjrecords.it 

LUCIA PICOZZI “Into the Box”

LUCIA PICOZZI “Into the Box”

LUCIA PICOZZI “Into the Box”

ALBERO MUSICALI. CD, 2016

di alessandro nobis

Lucia Picozzi, pianista classica ma devota alla fisarmonica, ha registrato questo notevole “Into the Box” nel 2016 riuscendo ad evitare tutti i luoghi comuni che segnato la tortuosa strada dei suonatori di questo straordinario strumento che nel secolo scorso, ed anche in questo, ha regalato agli appassionati vette altissime come quelle segnate da Gorni Kramer, Gianni Coscia e più recentemente da Fausto Beccalossi, Guy Klucevsek, o Thomas Sinigaglia per citare quelli più coinvolti nel mondo che orbita attorno alla musica afroamericana.

Per la tastiera della sua Soprani Lucia Picozzi sceglie invece un’altro percorso cercando di affiancare repertori ed autori diversi e riuscendo nell’impresa di rendere il suo progetto omogeneo grazie alla sua sensibilità, al gusto ed alla sua tecnica di primissimo livello. Dall’ascolto si evince che i suoi interessi vanno da quello per la tradizione musicale di matrice celtica (suona stabilmente con Inis Fail) della quale rilegge tra gli altri una scoppiettante hornpipe, “Fisherman’ hornpipe” ed una pacata esecuzione del jig “Irish Washerwoman”,  per la migliore canzone d’autore riuscendo a dare pieno significato alla splendida “Il Suonatore Jones” di De Andrè e soprattutto per la grande tradizione “a ballo” del repertorio del suo strumento: il vals musette “Speranze perdute” di Alessandro Morelli abbinato a “Clavietta Musette” è la traccia che mi ha dato la chiave di lettura di questo lavoro), i due valzer del compositore udinese Giovanni Venosta (“Valzer di Vera Zasulic“ e “Franska Valsen”) sono tra i brani più significativi del disco e la melodia alloctona dal sapore argentino come “Ausencia” (spartito di Goran Bregovic che registrò con Cesaria Evora) si inserisce inaspettatamente alla perfezione nel progetto.

Se in passato avete “litigato” con la fisarmonica, questo disco saprà riconciliarvi con questo strumento. Garantito.

KRISHNA BISWAS “Maggese”

KRISHNA BISWAS “Maggese”

KRISHNA BISWAS “Maggese”

DODICILUNE RECORDS. CD, 2020

di Alessandro Nobis

Ad un anno dalla pubblicazione di “Radha” per RadiciMusic la Dodicilune inserisce nel suo prezioso catalogo la ristampa del disco del chitarrista Krishna Biswas con un titolo diverso, “Maggese”, modificandone la sequenza dei brani e cambiando la copertina, stavolta con una splendida fotografia che sembra far voler dire al musicista fiorentino “Fermi lì, fatemi suonare la MIA musica”.

Se desiderate fuggire anche per qualche ora dai cliché rassicuranti della chitarra acustica, uscite dalla vostra “confort area” e lasciatevi andare: molto probabilmente la musica di Krishna Biswas vi sorprenderà offrendovi una visione della chitarra che si distacca parecchio dal fingerpicking e del flatpicking che siamo abituati ad ascoltare e ad apprezzare.

Sarà per inconsuete accordature, per il suo background musicale, per la sua sopraffina tecnica legata alla chitarra classica, per la sua voglia di sperimentazione, per la curiosità verso l’improvvisazione, ma questo “Maggese” conferma quanto detto per il precedente “Panir” (https://ildiapasonblog.wordpress.com/2018/01/17/krishna-biswas-panir/),ovvero che ci troviamo di fronte ad un grande talento che merita l’attenzione del mondo musicale acustico nel senso più ampio del termine, e bene fa la Dodicilune a seguirlo nel suo percorso.

“Maggese” conta quindici brani la cui struttura fa riferimento a Krishna ed a Radha (rispettivamente anima universale rappresentata dai brani più dinamici ed individuale rappresentata invece da quelli più intimistici), e le scritture “istantenee” che più mi sono piaciute sono le improvvisazione di “Maggese” e di “Dicembre”, il complesso “Radura” strutturato in tre parti ed infine la tecnica tapping di Baliset.

Biswas padroneggia con grande capacità diverse tecniche sullo strumento, alcune ortodosse altre meno, ma la sua dote che più emerge da un ascolto attento è la capacità di combinare i diversi stili adattandoli alla perfezione al suo talento compositivo e, come detto, anche improvvisativo.

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DOMENICO CERASANI “Francis Cutting – Lute Music”

DOMENICO CERASANI “Francis Cutting – Lute Music”

DOMENICO CERASANI “Francis Cutting – Lute Music”

BRILLIANT RECORDS, CD 2020

di alessandro nobis

Il liutista di origini abruzzesi Domenico Cerasani, dopo lo splendido lavoro dedicato a Pietro Paolo Raimondi (https://ildiapasonblog.wordpress.com/2018/10/13/domenico-cesarani-the-raimond-manuscript/) ci regala un viaggio monografico nella musica di Francis Cutting, compositore e strumentista inglese vissuto nella seconda metà del sedicesimo secolo e conosciuto per la qualità e la bellezza della sua musica, uno dei primi liutisti inglese dei quali si conoscono nome e vicende biografiche, quasi un passaggio, forzando un poco il ragionamento, dalla “leggenda” degli sconosciuti precursori alla “storia” documentata.

Domenico Cerasani ci racconta Francis Cutting in modo estremamente espressivo e profondo compiendo il miracolo di far isolare la mente durante l’ascolto alla ricerca di ricostruire gli ambienti elisabettiani dove questa bellissima musica veniva suonata: non si tratta di un’operazione asettica o di archeologia perché essa ha attraversato i secoli sì nelle raccolte a stampa ma anche incuriosendo le menti migliori di altri mondi musicali. L’esempio a cui faccio riferimento è la sua variazione di “Greensleeves”, una broadside ballad (ovvero stampata su quelli che vengono definiti “fogli volanti”) trascritta per liuto da John Dowland, coevo a Cutting, capace di entrare nei “mondi” del recupero della tradizione (“Morris On”), del jazz (è uno dei grandi classici di John Coltrane), del rock (la versione alla chitarra di Jeff Beck è considerato un autentico “Step” per i chitarristi acustici). Mi hanno saputo emozionare in particolare anche l’interpretazione di “My Lord Willoughby’s Welcome” (attribuita anche a Dowland) e le arie “a danza”: Pavane e Gagliarde, come quella dedicata al poeta, navigatore ed esploratore Sir Walter Raleigh che dedicò un territorio nordamericano – la Virginia – alla Regina Elisabetta.

MANUELE MONTANARI “Movie Medley: il Grande Jazz a Cinecittà”

MANUELE MONTANARI  “Movie Medley: il Grande Jazz a Cinecittà”

MANUELE MONTANARI  “Movie Medley: il Grande Jazz a Cinecittà”

DODICILUNE RECORDS. CD, 2020

di alessandro nobis

Raramente, lo confesso, ho ascoltato musiche composte per essere delle colonne sonore di film così intense come le quattordici tracce di questo “Movie Medley” del contrabbassista – arrangiatore Manuele Montanari. A parte l’interpretazione divina del repertorio morriconiano da parte di John Zorn – che reggeva alla grande, garantisco, anche l’impatto con il live – spesso si tratta di riletture piuttosto calligrafiche anche se naturalmente non si può generalizzare.

Manuele Montanari mette insieme un’orchestra di diciotto elementi dando grande spazio alle sezioni delle ance e degli ottoni, invita come ospite lo straordinario clarinettista Gabriele Mirabassi, sceglie in modo oculato il repertorio tra lo sterminato patrimonio del cinema italiano più significativo che trascrive ed arrangia in modo singolare ed efficace creando una sorte di un’unica suite suddivisa in movimenti legati tra loro da “sinapsi” strumentali come il pianoforte di Tommaso Sgammini tra “I soliti ignoti” e “Il sorpasso”, per dare un esempio. Il repertorio scelto è un invito anche ad andare a riscoprire il grande cinema italiano e gli autori delle colonne sonore, e qui ognuno avrà modo divertirsi. Personalmente ho trovato irresistibile la rilettura di “Jazz Band” di Pupi Avati con musiche (tra gli altri) di Henghel Gualdi, e qui il clarinetto del Professor Mirabassi è perfettamente a suo agio nell’atmosfera musicale prebellica – ed il film è a mio avviso un quadro perfetto di quegli anni -, “I Soliti Ignoti” scritto da Pietro Umiliani con un brillante arrangiamento dove spiaccano il pianoforte, il sax baritono di Marco Postaccini e naturalmente il clarinetto, “Walk On Home” del grande Armando Trovajoli per il film di Vicario “Sette uomini d’oro” e l’accoppiata Gaslini – Antonioni per “Blues all’alba”, splendida ballad dove emergono il gusto ed il talento di Manuel Montanari e dell’altosta Antonangelo Giudice. Il cinema ed jazz hanno spesso convissuto con grande soddisfazione dei cinefili e del jazzofili, questo “Movie Medley” rappresenta un altro significativo passo di questo matrimonio. Ancora di più se consideriamo che autori, musicisti, registi ed etichetta che ha creduto in questo straordinario progetto sono italiani.

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GRUPPO FOLK “GIUSEPPE MOFFA” “Pu sone e pu ballà”

GRUPPO FOLK “GIUSEPPE MOFFA”  “Pu sone e pu ballà”

GRUPPO FOLK “GIUSEPPE MOFFA”  “Pu sone e pu ballà”

Autoproduzione. CD, 2020

di alessandro nobis

Con questo bel lavoro Giuseppe Spedino Moffa e Antonello Virgilio, il presidente del Gruppo Folk “Giuseppe Moffa”, rimettono in gioco il patrimonio popolare musicale e poetico dell’area di Riccia (Campobasso) riuscendo nella non facile impresa e regalando agli appassionati di musica ed ai riccesi una ventata fresca ed originale; partendo dalla tradizione popolare più pura ancora spesso legata al fenomeno del “Folklorismo” (sempre rispettabile divulgatore di una certa tradizione) da cartolina Spedino Moffa riesce a mescolare antiche melodie e significative liriche con nuove sonorità, azzeccati arrangiamenti e soprattutto con un notevole gusto. Giuseppe “Spedino” Moffa (chiarre, tastiere e fisarmonica), Stefano Napoli (contrabbasso), Simone Talone (percussioni) e Primiano Di Biase (pianoforte e tastiere) sono il nucleo attorno al quale hanno collaborato numerosi musicisti e cantanti che hanno saputo “colorare” i singoli brani di questo, ripeto, ottimo lavoro tra tradzione e modernità; come si dice, gli estremi si incontrano e qui l’estremo “acustico” può essere il brano “Vulantina, Vulantine” (testo di Giovanni Barrea e musica di Pierino Migogna”) con la voce di Pasquale Bozza e le acquarellature dei mandolini (Gianluigi di lauro e Antony Palermo) e la mandola di Annalisa Palermo si incontra con quello “elettrico” del sorprendente arrangiamento di “A Ricce” dal ritmo che profuma di funky (si proprio così) con il puntuale sax di Nicola Moffa e la fisa di “Spedino” Moffa ed il solo di chitarra elettrica. Ma voglio segnalare anche la ballata “’ncoppe a mòrge de pésche de faie”, composizione di Giuseppe Moffa (omonimo di “spedino” vissuto a cavallo del 1900 ed importante figura politica ma anche culturale per Riccia e dintorni) con l’intensa voce di Antonello Virgilio e l’oboe di Pasquale Franciosa dell’importante “Circolo della Zampogna di Scapoli” e l’assolutamente “chiarificatrice” del progetto del gruppo la scoppiettante “A Prevèle de nunziate”, un folk-rock “ballabile” di raro impatto.

Chiudo citando le significative ed autorevoli parole di Antonio Fanelli dell’Istituto Ernesto De Martino: “…. A questo sguardo nostalgico e a tratti archeologico si deve gran parte della letteratura folklorica degli ultimi due secoli. Oggi siamo però consapevoli che le tradizioni locali esistono proprio in virtù della loro capacità di seguire il corso dei tempi e le repentine mutazioni socio-culturali di un mondo globale dove ogni nodo è sempre parte di una rete trans-nazionale.”

DALLA PICCIONAIA: LE NOTTI DI SAN MICHELE “Festival dei burattini in musica.” 5 · 12 · 19 · 26 settembre.

DALLA PICCIONAIA: LE NOTTI DI SAN MICHELE “Festival dei burattini in musica.” 5 · 12 · 19 · 26 settembre.

DALLA PICCIONAIA: LE NOTTI DI SAN MICHELE

“Festival dei burattini in musica. Xaedizione”

5 · 12 · 19 · 26 settembre. Museo degli usi e costumi delle genti trentine.

Sam Michele all’Adige, Trento

di alessandro nobis

Prosegue sabato 19 settembre con inizio alle ore 21 negli spazi dello splendido Museo degli Usi e Costumi della Gente Trentina diretto da Giovanni Kezich, la decima edizione del “Festival dei burattini in musica” per la direzione artistica di Luciano Gottardi: è il terzo appuntamento di quattro e protagonista sarà il Teatro Giochetto, compagnia veronese diretta da Maurizio Gioco, con “Stregarie – Storie di streghe” che prende spunto dai racconti, recuperati dalla novellistica veneta e raccolti alla fine dell’ottocento dal veneziano Domenico Giuseppe Bernoni. La parte musicale, parte integrante dello spettacolo è naturalmente la musica curata dall’organettista e ricercatore Francesco Pagani che sarà accompagnato dallachitarra di Daniele Pasquali e dalla voce di Eleonora Grigato.

Per conoscere meglio ed in modo più approfondito questa interessante rassegna ho rivolto alcune domande a Luciano Gottardi, burattinaio / musicista che per l’ultimo appuntamento presenterà “Truffaldino ed il Dottore Faust” e che ringrazio per la sua cortese disponibilità.

– Signor Gottardi la prima domanda è d’obbligo: come è nata l’idea di questa rassegna, giunta alla sua decima edizione?

Io sono un musicista di formazione e un burattinaio di professione ed è stato naturale mettere in scena la musica attraverso il teatro di animazione. Ho prodotto “Il Flauto Magico”, “Pierino e il Lupo”, “Viaggi di Sindibad” con musiche originali, e poi Petruska, Il Barbiere di Siviglia, Till Eulenspiegel e molti altri spettacoli.

Nel 2005 è nata una preziosa collaborazione il dott. Giovanni Kezich, direttore del “Museo degli Usi e Costumi della gente trentina” che si trova a San Michele all’Adige. Entrambi amiamo la musica e i burattini ed è stato naturale pensare ad una rassegna che portasse al museo proprio le produzioni in cui la musica, e la musica dal vivo in particolare, fosse al centro delle performance. 

– L’abbinata burattini – musica è a mio parere una delle forme di intrattenimento più antiche: perché secondo lei è importante mantenere viva la tradizione di questa arte popolare ed allo stesso tempo cercare di rinnovarla con nuovi testi e con l’ideazione e realizzazione di nuovi burattini;

La musica dal vivo, e quella popolare in particolare, è da sempre legata al teatro dei burattini. I burattinai giravano spesso accompagnati dall’organetto diatonico o dall’organetto mecccanico. All’interno della rassegna cerchiamo di mantenere vivo è un doppio sguardo: da un lato la valorizzazione della musica tradizionale, con la presenza forte di strumenti come la fisarmonica e l’organetto, dall’altro una ricerca sulla trasmissione della musica “colta”, utilizzando lo strumento del burattino o del pupazzo, per avvicinare i più giovani ad un repertorio altrimenti inaccessibile. È in questo contesto che sono nati spettacoli come il “Till Eulenspiegel” di Strauss, “L’Apprendista Stregone” di Dukas o il “Flauto Magico” di Mozart eseguito al museo in una versione per trio con cembalo e strumenti originali.

– Lei presenterà sabato 26 uno spettacolo con un testo di Giovanni Kezich ed anche il Teatro Giochetto va in questa direzione

Io presenterò “Truffaldino e il dottor Faust”, adattamento da un copione di Tullio Kezich, in cui la figura del servo Wagner è stata sostituita dal servo Truffaldino della commedia dell’arte. “Il dottor Faust” è un omaggio non solo alla figura di Kezich ma anche allo spirito boemo che permea il museo, fondato e creato proprio dallo studioso di origine boema Giuseppe Šebesta.

Anche la ricerca del Teatro Giochetto di Maurizio Gioco va nella direzione di creazione di nuovi copioni per il teatro dei burattini. In questo caso è la fiaba popolare che sta alla base dei racconti sulle streghe, protagoniste di “Stregaria”. Ed anche la musica che accompagna la narrazione è frutto di una ricerca sulle tradizioni etnomusicali venete, condotta da Francesco Pagani nel corso degli anni ottanta.

– Quanto è diffusa questa pratica di rinnovamento rispetto agli spettacoli di burattini più tradizionali?

Ci sono sicuramente, in Italia, due diverse linee di tendenza. Da un lato c’è un forte desiderio di mantenere vive le tradizioni regionali, altrimenti destinate a scomparire. Questo desiderio porta a costruire musei e a rispolverare copioni scritti dalla metà dell’ottocento a metà del novecento dai più famosi burattinai, riproponendone soprattutto le farse e le commedie. Dall’altro c’è una ricerca di nuovi linguaggi, sia per quanto riguarda i testi sia per quanto riguarda l’aspetto formale dell’allestimento. E non di rado l’animazione dei burattini acquista un’importanza superiore al testo stesso, che può ridursi fino a scomparire del tutto, lasciando che la narrazione sia demandata esclusivamente al movimento e al gesto. Ed è proprio in questo tipo di spettacoli che la musica, unico suono presente sulla scena, acquista un’importanza fondante anche dal punto di vista narrativo.

Lo spettacolo è preceduto alle ore 20.00 da una visita guidata gratuita al Museo.
L’ingresso al Museo, per l’occasione, è alla tariffa di 1,00 €, gratuito per gli aventi diritto.

La prenotazione è assolutamente necessaria: 0461 650314

www.museosanmichele.it

Del Teatro Giochetto di Maurizio Gioco avevo scritto anche qui:

https://ildiapasonblog.wordpress.com/2016/08/17/il-diapason-intervista-maurizio-gioco/

https://ildiapasonblog.wordpress.com/2020/01/10/dalla-piccionaia-narrazioni-fuori-corso-2-edizione/

Il Blog del Teatro Giochetto è: https://teatrogiochetto.wordpress.com

CABEKI “Da qui i grattacieli erano meravigliosi”

CABEKI “Da qui i grattacieli erano meravigliosi”

CABEKI “Da qui i grattacieli erano meravigliosi”

LADY BLUNT RECORDS. LP, 2020

di Alessandro Nobis

Chitarrista, sperimentatore, inventore e compositore, Cabeki ha pubblicato qualche mese or sono questo suo quarto ellepì nella sua discografia solista iniziata una decina di anni fa; un disco che un ascolto attento può far rilevare le diverse influenze che hanno giocato un importante ruolo nella sua formazione di musicista, impegnato anche come collaboratore in progetti altrui, e soprattutto la sua capacità di costruire un progetto e di creare un universo sonoro significativo, interessante, originale e soprattutto in grado di essere proposto nelle performance live. Anche se la sua musica non può essere definita “ambient” tout-court il processo realizzativo a mio avviso può essere complanare a questa in modo particolare alla costruzione su vari strati musicali che vengono individuati dal sapiente utilizzo sia dell’elettronica che dei suoni acustici prodotti dalle sue chitarre. L’obiettivo è quello di creare una musica descrittiva di paesaggi immaginari e nel caso di questo lavoro futuribili visto che essa porta in un futuro non troppo lontano nel quale le strutture architettoniche d’acciaio si staglieranno nelle sky-lines urbane a testimonianza di un’era – forse – passata.

In “Steli di Cristallo” trovate frammenti dello stile chitarristico di John Fahey, musicista che sempre più appare fondamentale nella formazione di musicisti al di fuori della cerchia del puro fingerpicking -, in “Al futuro” la sperimentazione di nuovi suoni – e qui mi torna in mente il lavoro di Hans Reichel con il suo daxofono e di Paolo Angeli – combinata con il mondo della chitarra classica proposta con una esecuzione dal sapore “decadente”, e nel brano eponimo caratterizzato da un delicato quanto appropriato uso della ritmica elettronica e da una melodia evocativa che evoca paesaggi post “Blade Runner”.

Sensazioni positive e richiami sonori dovuti a cinquanta anni di ascolti nei quali ho attraversato molteplici stili, epoche, storie musicali e vite di musicisti ed il fatto che Cabeki consapevolmente o no abbia riacceso alcuni flash nella mia memoria è un fatto assolutamente positivo visto che questi fanno parte di un lavoro del tutto convincente e ripeto originale in un momento storico dove il conformismo musicale e l’autoreferenzialità pare siano i diktat imperanti.

Complimenti ad Andrea Faccioli, a.k.a. Cabeki, la strada è quella giusta.

Contatti
Francesca Serotti: francesca@ladyblunt.com

Label:

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Cabeki: Bandcamp |Instagram | Facebook

DALLA PICCIONAIA: MUSICHE AL TOCATÌ 2020

DALLA PICCIONAIA: MUSICHE AL TOCATÌ 2020

DALLA PICCIONAIA: MUSICHE AL TOCATÌ 2020

18.19.20 Settembre

di alessandro nobis

Anche per questa edizione “speciale” del Tocatì l’Associazione Giochi Antichi, ideatrice ed organizzatrice della manifestazione ha mantenuto l’impegno con gli appassionati della musica delle tradizioni popolari allestendo due palchi anche se ridimensionati, il primo lungo la riva dell’Adige in zona San Giorgio per l’ormai classica “Suoni lungo l’Adige” ed il secondo nel Contile del Mercato Vecchio, che per l’occasione avrà ingressi controllati e contingentati oltre all’obbligo della mascherina per tutti (tranne i musicisti ovviamente); non verrà allestito pertanto il grande palcoscenico nella Piazza dei Signori.

Inoltre, ed è importante sottolinearlo viste le restrizioni anti COVID dettate dalle autorità e che saranno rigorosamente fatte rispettare, riguarda il divieto assoluto al ballo – spontaneo o strutturato – nelle due serate che prevedono musica popolare eseguita dal vivo ma stavolta decontestualizzata; guardiamo per una volta il cosiddetto “mezzo bicchiere pieno” visto che sarà una ghiotta quanto rara occasione questa per ascoltare con maggior attenzione le musiche e le parole di presentazione e le storie di origine dei brani che tutti i gruppi coinvolti via via presenteranno.

Si inizia come di consueto giovedì 17 settembre alle 21:30 con i “Suoni lungo l’Adige” che ospiteranno il Salento Ensemble, trio che presenta la ricca tradizione popolare di questa parte di terra pugliese con brani tramandati grazie all’oralità che ha consentito per secoli la sopravvivenza di strumenti, temi a danza e dei canti che saranno interpretati dalla bellissima voce di Anna Invidia.

Il secondo appuntamento, venerdì alla stessa ora, sarà con il concerto della Contrada Lorì che, mantenendo in modo intelligente la peculiarità dei gruppi di un tempo nel partecipare alle feste di piazza piccole o grandi che siano, proporrà il suo repertorio ispirato sì alla tradizione ma anche rivolto al presente componendo nuovi brani e realizzando tre produzioni discografiche l’ultimo dei quali è “Cicole Ciacole” pubblicato nel 2019.

Sabato infine incontro con il cantastorie Otello Perazzoli che conserva e presenta con il suo organetto diatonico il suo enorme repertorio di storie, proverbi, favole e canti della cultura popolare del veronese, insomma quella che un tempo era ritenuta la “letteratura degli analfabeti”. Davvero, purtroppo, l’ultimo dei “torototela”.

I concerti del Cortile del Mercato Vecchio avranno inizio in tarda serata, alle 23, per consentire al pubblico di percorrere le poche centinaia di metri che separano “Suoni lungo l’Adige” dal Cortile: due gli appuntamenti, venerdì e sabato. Naturalmente, lo ribadiamo con determinazione, sarà vietato il ballo non fosse altro perché la disposizione delle sedie con il rispetto del distanziamento impedirebbe comunque di praticarlo.

Il venerdì, come detto alle 23, sarà la volta del quintetto “Corde e ance di Mondrago”,costituitosi nel 2018 dall’incontro tra alcuni esecutori tradizionali di Verona con alle spalle la storia comune dalla frequentazione dei gruppi mandolinistici soliti a ritrovarsi presso alcune osterie di città e della provincia ovvero l’Osteria al Duomo di Verona e l’Osteria al Brocolo di Arbizzano di Negrar. Il gruppo è formato da Luigi Lugoboni al mandolino, Gabriele Baietta alla chitarra, Livio Masarà al violino, Massimo Muzzolon ai fiati e Anna Veronese all’organetto diatonico e rappresenta un vero spaccato della musica di tradizione popolare, pur nella trasversalità di diverse generazioni e nella pluralità delle esperienze musicali. Il programma proposto è molto interessante, spaziando da brani di musica di tradizione orale, frutto della ricerca sul campo, a partiture tratte dai repertori di gruppi mandolinistici e di bande musicali, diffusissimi nel territorio, tra metà ottocento e i primi decenni del secolo scorso. In particolare il gruppo ospita Luigi Lugoboni, bravissimo mandolinista ottantenne che rappresenta la memoria storica del mandolino nel veronese.

Il sabato, toccherà al duo “Zazà” formato dal fisarmonicista Giuseppe Zambon e da Luisella Mutto (recitazione e canto) che presentano il recital “Trì colombe e ‘na violà”, avente come tema la cultura popolare: letture dall’interessante volume di Ezio Bonomi “Vita e Tradizione in Lessinia”, cante e musica strumentale insomma tutto ciò che la cultura orale ha trasmesso generazione dopo generazione fino a i nostri giorni.

TARKAMPA “Music for an Invisible Movie”

TARKAMPA “Music for an Invisible Movie”

TARKAMPA “Music for an Invisible Movie”

TARKAMPA, 2019

di alessandro nobis

Per quanto personalmente non riesca a digerire il “formato digitale” senza essere supportato da quello fisico, mi rendo ben conto di come moltissimi musicisti e compositori di generi definiti malamente “di nicchia” trovino in questo formato la possibilità di proporre le proprie produzioni ad un costo contenuto senza dover investire nel mercato discografico, sempre che per questi generi musicali ne esista uno, e mancando quasi del tutto (o “del tutto”) anche la chance di vendere i CD ai propri concerti, sempre più rari per questi generi.

Eppure, facendomi forza, spulciando nell’oceano Bandcamp, devo confessare di aver trovato bellissimi progetti di musica spontanea, di jazz, di etnica, di ambient di musica contemporanea come questo di Riccardo Massari Spiritini a.k.a. Tarkampa (https://tarkampa.bandcamp.com/album/music-for-an-invisible-movie, 2019) compositore e pianista italiano adottato ormai da molti anni dalla Catalogna.

Pubblicato, anzi per meglio dire “caricato” nel web a metà dello scorso ottobre, “Music for an Invisible Movie” raccoglie quattro “composizioni” di cui due suddivise in più movimenti alla cui realizzazione ha contribuito oltre a Riccardo Massari (con uno stupendo Steinway del 1913 e sintetizzatore) l’amico di vecchia data Francesco Sbibu Sguazzabia (voci, percussioni, mani e rumori creati all’interno della cassa armonica del pianoforte): la costruzione dei brani è sì dettata dalla creazione spontanea ma, diversamente dai musicisti che praticano l’improvvisazione più radicale qui il processo viene deciso nella fase progettuale fissando alcuni momenti di “incontro” durante le session che per forza di cosa non corrisponderà perfettamente alle esecuzioni dal vivo.  La “composizione” eponima, ad esempio, è divisa in quattro brevi movimenti; dal pianoforte vengono molto efficacemente estratti suoni dalla tastiera e rumori dal suo interno, le percussioni introducono assieme al pizzicare delle corde dei quattro minuti del primo movimento che comprende anche brevi interventi percussivi e fraseggi delicati sulla tastiera mentre le corde vengono sfregate quasi a fare da bordone.

Perfezionato in sede di post-produzione,  “Music for an Invisible Movie” è a tutti gli effetti un lavoro molto interessante che ascoltato più volte ed in modo attento rivela tutta la sua bellezza e la notevole capacità di intesa di Massari e Sguazzabia che sanno tenere alto il livello di ascolto per tutta la durata del “disco”. Ambedue sono figli del clima musicale dell’allora fertile Verona degli anni novanta che produsse una lunga serie di ottimi musicisti alcuni dei quali presero in seguito la decisione di lasciare Verona e l’Italia per altri luoghi dove la possibilità di esprimere la propria arte era maggiore (Riccardo Massari si trasferì a Barcellona, Luca Boscagin in quel di Londra dove si trasferì anche un formidabile bassista elettrico, Silvio Galasso e ricordo anche la carissima Gisella Ferrarin negli Stati Uniti per poi ritornare in Italia), ed il doppio ellepì dedicato a John Lennon prodotto da Il Posto di Luciano Benini, al quale parteciparono Massari e Sguazzabia, è una lucida fotografia di quegli anni (https://ildiapasonblog.wordpress.com/2019/10/15/suoni-riemersi-verona-dedicato-a-john-lennon/).