LOVESICK DUO “A Country Music Adventure”

LOVESICK DUO “A Country Music Adventure”

LOVESICK DUO “A Country Music Adventure”

Lovesick Duo ·  AZ Blues Press. CD, Libro + CD, 2021

di alessandro nobis

Questo nuovo lavoro di Paolo Roberto Pianezza e Francesca Alinovi segue di poco “All Over Again” e conferma se ne ce fosse ancora la necessità il convincente progetto del duo, affrontare “di petto” i repertori della musica americana dandone una interpretazione personale lontana quindi dalla più semplice operazione calligrafica. Per poter però suonare e quindi registrare musica di questo livello però sono necessari alcuni passaggi che il Lovesick Duo, mi sembra di poter dire, ha brillantemente superato a pieni voti: la conoscenza degli autori, dei loro brani, la capacità di suonare più strumenti, l’abilità di scrivere brani originali che ha ad esempio caratterizzato tutto l’album che ha preceduto questo “A Country Music Adventure“, mentre per questo loro nuova produzione in collaborazione con la sempre attenta AZblues Press hanno fatto la rischiosa scelta di pescare nella storia della musica americana e di renderla personale ed omogenea dal punto di vista sonoro vista la varietà stilistica dei brani scelti.

Si va dal Western Swing Style di Bob Wills (ed i suoi Texas Plaboys”) con lo scoppiettante brano d’apertura “Holy Poly” scritto da Fred Rose nel ’46 a “Hey Good Lovin’” di Hank Williams (cfr. la versione della NGDB per capire il valore di quella dei “nostri”) attraverso spartiti di autori come il fondamentale Jimmie Rodgers che negli anni venti e trenta ha ridisegnato la country music (qui c’è la splendida ballad “Miss the Mississippi and you“) o come Johnny Cash e Merle Travis: del primo una toccante versione acustica di “I Still Miss Someone” e del secondo lo swingante “Divorce me C.O.D.”, una hit del ’46 con in evidenza il duo voce – lap steel.

Mi fermo qui, elencando l’arsenale musicale che i due protagonisti di questo lavoro maneggiano con grande abilità e con il giusto spirito: Francesca Alinovi (contrabbasso, voce e percussioni) e Paolo Roberto Pianezza (chitarre, lap steel, dobro e voce) con Alessandro Cosentino al violino e la batteria di Filippo Lambertucci.

Ascoltate il Lovesick duo, capirete dai primi minuti perchè è così apprezzato nell’ambiente del miglior country d’oltreoceano. “A Country Music Adventure“,  è un compendio “sonoro”, una guida ben realizzata a questo genere musicale disponibile anche in coppia con una graphic novel dove i due sono protagonisti di una storia con la quale accompagnano gli ascoltatori in un viaggio che parte dall’Italia per arrivare a Nashville per far scoprire al pubblico volti e storie dei cantanti più rappresentativi che hanno fatto la storia di questo suono.

MARIA MORAMARCO “Stella ariènte”

MARIA MORAMARCO “Stella ariènte”

MARIA MORAMARCO “Stella ariènte”

VISAGE MUSIC. CD, 2021

di alessandro nobis

Questo nuovo e primo lavoro di Maria Moramarco è così intenso, ricco e così intriso della tradizione religiosa della Murgia Barese che il suo ascolto richiede rara attenzione e concentrazione per sviscerare e scoprire ogni parola, ogni nota ed ogni suono che così accuratamente sono stati messi assieme da un gruppo di musicisti appartenenti sia all’ambito della musica tradizionale che della musica antica; tutti al “servizio” della voce di Maria Moramarco, ricercatrice, interprete ed essa stessa informatrice della cultura tradizionale della sua terra che riserva ancora gemme nascoste anche agli occhi più attenti di quanti si occupano di translare il canto e la musica antichi nella modernità.

Maria Moramarco è conosciuta come “la voce degli Uaragnaiun”, ensemble che nel tempo si è confermato come una delle realtà più interessanti nell’ambito della ricerca della musica popolare in circolazione; qui il nome del gruppo non è citato ma tutti i suoi componenti hanno prestato la loro opera come musicisti e come arrangiatori (Luigi Bolognese ha fatto qui un lavoro eccellente) andando ad impreziosire ulteriormente il canto della Moramarco forte, incisivo ed evocativo qui come non mai.

Il racconto della Passione, i pellegrinaggi antichi e la vita dei Santi intercessori presso Dio mutuando la religiosità ufficiale a quella popolare sono i repertori proposti, e ritengo inutile aggiungere parole rispetto a quanto riportato nei due brevi ma chiarificatori saggi della stessa Moramarco e di Pasquale Sardone riportati nel ricco libretto che accompagna il disco, meglio citare piuttosto qualche brano presente nel disco iniziando da “San Jacque de Galizia“, canto sacro estratto dal Capitolo di San Jacopo di Galizia accompagnato dalla viola da gamba dell’argentina Luciana Elizondo – radioso il suo assolo -, dalle delicate percussioni di Francesco Savoretti e dalla chitarra di Quito Gato, un brano citato anche nel Canzoniere Italiano di PierPaolo Pasolini e che testimonia come la Puglia facesse parte dei cammini di pellegrinaggio dal Medioevo.

Il brano eponimo si apre con la cetra corsa di Adolfo La Volpe (arrangiatore con Bolognese) che ci immerge nei caldi suoni mediterranei assieme ai suoni della fisarmonica di Alessandro Pipino ed alle percussioni: una accorata preghiera di una pia donna a Maria affinchè faccia tornare a casa il fratello soldato, un brano dal forte impatto spirituale ed emotivo dove la cetra corsa accompagna il canto e la fisa fa quasi da contraltare al canto. In “Li Ventiquattr’re” l’arrangiamento dà grande e giusto spazio alle nickelarpe di Marco ed Angela Ambrosini ed il ritmo dei tamburi a cornice di Katharina Dustmann segna il ritmo a questo canto, una cronologia “popolare” della Passione di Cristo dall’ultima cena alla risurrezione, uno dei momenti più suggestivi di questo secondo lavoro solista della cantante della Murgia; da ultimo tengo a citare il brano che chiude “Stella ariènte” ovvero “Serenata“, un canto che definirei di “corteggiamento” dalla una chiara ambientazione barocca grazie al clavicembalo di Eva-Maria Rusche ed alle due nickelharpa: una graziosa fanciulla ha fatto innamorare un giovanotto che le chiede una ciocca dei suoi capelli ricci in cambio di un pegno d’amore, un paio di orecchini, tema caro a molta della cultura popolare orale italiana, chissà questa volta come è andata a finire………

Disco splendido, lo definirei uno scrigno che contiene alcune gemme della tradizione dell’area altamurana, pronto per attraversare il tempo futuro.

MENTANA • VERGERIO • BOSSI: LE GRANDI BATTAGLIE AEREE “Il Pilota Polacco che sfidò la Luftwaffe”

MENTANA • VERGERIO • BOSSI: LE GRANDI BATTAGLIE AEREE “Il Pilota Polacco che sfidò la Luftwaffe”

MENTANA • VERGERIO • BOSSI: LE GRANDI BATTAGLIE AEREE “Il Pilota Polacco che sfidò la Luftwaffe”

Segni D’Autore Edizioni. Volume 30,5 x 24,5 cm. Pagg. 56, 2021. € 20,00

di alessandro nobis

Questo è il secondo episodio della collana “Le grandi battaglie aree” edita dalla casa editrice Segni D’Autore che va a seguire “Il giglio bianco di Stalingrado” edito lo scorso anno (https://ildiapasonblog.wordpress.com/2020/11/17/laprovitera-%c2%b7vergerio-il-giglio-bianco-di-stalingrado/); storicamente siamo sempre negli anni del secondo conflitto mondiale ma in questo secondo volume la storia che si racconta riguarda il fronte occidentale, in particolare l’importante apporto che i trentamila militari polacchi fuggiti dal loro Paese per l’occupazione nazista diedero soprattutto nei cieli contribuendo alla sconfitta della Luftwaffe, l’aviazione militare a cui capo era Hermann Goering, hitleriano di ferro. Era l’estate del 1940, molti piloti inglesi era caduti in battaglia e vennero sostituiti, non senza perplessità da parte della RAF da 302 polacchi che furono peraltro determinanti nel decidere le stori della battaglia d’Inghilterra che si concluse alla fine dell’ottobre dello stesso anno dimostrando al resto del mondo che l’orda nazista si poteva fermare.

Dove però la protagonista del primo volume era Lydia Litvyak, vissuta realmente, in questo secondo i protagonisti son immaginari, come il giovane Tenente – ex pilota civile –  Marcin Kaczmarek e la sua compagna Claudia, italiana ed anche lei rifugiatasi nel Regno Unito; vere sono le storie dei bombardamenti sulle città tedesche e sopra Londra, vere sono le fiamme che ingurgitavano in piena notte migliaia di civili ed efficacissime le tavole a questi dedicate, non veri ma “molto plausibili” i ricordi che accompagnano la vecchiaia di Marcin e Claudia.

Una graphic novel che si legge in un baleno ma che poi si rilegge subito per scoprire i particolari nascosti tra le pieghe della vicenda, e ciò grazie alle splendide tavole di Luca Vergerio (che aveva disegnato anche il primo volume sceneggiato da Andrea La Provitera) colorate da Ilenia Bossi che hanno saputo nel migliore dei modi tradurre in immagini la sceneggiatura di Umberto Mentana.

In attesa del terzo capitolo, delle terza avventura …..

www.segnidautore.it

DA REMOTO: INTERNATIONAL UILLEANN PIPING DAY. Parma, 6 novembre 2021”

DA REMOTO: INTERNATIONAL UILLEANN PIPING DAY. Parma, 6 novembre 2021”

DA REMOTO: INTERNATIONAL UILLEANN PIPING DAY

“Parma, 6 novembre 2021”

di alessandro nobis

Anche in Italia, in quel di Parma, il 6 novembre si è celebrato l”International Uilleann Piping Day” ed è stata un’edizione di livello notevole non solamente per la presenza del Maestro Mick O’Brien ma anche, e soprattutto, per la passione e la competenza del nugolo di appassionati, pipers e non della “I.U.P.A.” (Italian Uilleann Pipers Association) che ha così bene costruito la serata tra musica ed informazione, naturalmente legata alle Union Pipes ed alle Uilleann, loro derivazione. Uno strumento che in Irlanda ha avuto un grande sviluppo a partire dagli anni sessanta e settanta quando il numero di musicisti aumentò grazie ad organizzazioni come la Na Píobairí Uilleann (grazie alla quale O’Brien è arrivato a Parma) dedicate allo studio ed al recupero della tradizione irlandese e soprattutto al nasce del movimento del folk revival che fece conoscere questa musica in tutto il mondo, dal Giappone a Cuba, dall’Italia al Nord Europa.

La serata è stata aperta dal trio formato da Mick O’Brien, Nicola Canovi e Gregorio Bellodi con due set di danze, il primo costituito da una marcia bretone composta dall’abate Augustin Conq (“Gwir Bretoned”)  e da due reel dal repertorio del suonatore di concertina Tony McMahon (“The Lady’s Cup of Tea” e “Merry Blacksmith”) ed il secondo è stato un doveroso omaggio a Paddy Moloney ovvero il valzer composto dall’arpista cieco Turlough O’Carolan (“Bampire Squire Jones”), da “An Seanduine” (la melodia di un canto narrativo gaelico) e da “O’Sullivan March”, cavallo di battaglia dei Chieftains dedicato all’ultimo leader del dell’omonimo Clan irlandese; una bella apertura, forse di breve durata ma il desiderio di ascoltare O’Brien nella sua prima performance solista italiana ha imposto questa scelta. Altrettanto piacevole della parte musicale è stata quella didattica gestita brillantemente da Nicola Canovi: la descrizione dello strumento nelle sue parti, la storia di questo strumento i suoi protagonisti da Johnny Doran a Willie Clancy, da Liam O’Flynn a Paddy Moloney.

Ecco quindi il set tanto atteso di Mick O’Brien (che, tra l’altro, nei giorni scorsi si è esibito ad Armagh nel prestigioso William Kennedy Piping Festival), che ha iniziato con due hornpipes arrangiati dal repertorio di concertina di Tony McMahon. Il repertorio presentato ha compreso brani raccolti e trascritti da O’Farrell nel suo “National Irish Music for the Union Pipes” che raccoglie melodie raccolte sia in Irlanda che in Inghilterra alla fine del XVII° secolo; inoltre O’Brien ha presentato una slow air “The Love of my heart” (dalla raccolta di O’Neill) e due reels suonati con il tin whistle, lo strumento propedeutico alle pipes irlandesi. Tecnica perfetta, grande senso interpretativo e capacità descrittiva necessaria per presentare il repertorio e lo strumento a quelli tra i convenuti che poco o nulla conoscevano di questa musica, ed in questo la serata è a mio avviso perfettamente riuscita. La musica irlandese, con il suo fascino e la sua storia ha da quella sera a Parma raccolto nuovi aficionados, ne sono certo.

Ciliegina sulla torta per la soddisfazione generale è stato il finale con gli allievi di Mick O’Brien e lo stesso musicista dublinese, ossia Francesco Brazzo (Bolzano), Antonmarco Catania (Milano), Michele Bresciani (Mantova), Rino Lorusso (Bari), Matteo Rimini (Forlì), Jacopo Alessandri (Ravenna), Mauro Crisostomi (Roma), Simone Capodicasa (Torino), Gregorio Bellodi (Modena) e Fabio Rinaudo (Savona).

Complimenti anche al Comune di Parma che ha accettato “al buio” – come Canovi ha spiegato ad inizio serata – questa celebrazione.

Magari è solo l’inizio di una fattiva collaborazione.

MASSIMILIANO ROLFF “Gershwin on Air”

MASSIMILIANO ROLFF “Gershwin on Air”

MASSIMILIANO ROLFF “Gershwin on Air”

Challenge Records International. CD, 2021

di alessandro nobis

Dopo sette album il contrabbassista Massimiliano Rolff si guarda indietro e decide di affrontare il songbook gershwiniano, riconosciuto da tutti uno dei pilastri del jazz; l’istinto iniziale è quello di chiedersi se, nel 2021, c’era veramente bisogno di un altro omaggio al compositore americano e la risposta arriva dopo il primo ascolto ed è affermativa. Le composizioni di Gershwin riprendono vita ancora una volta, passando “attraverso” il lavoro di Rolff ed uscendone con un originale punto di vista, quello del contrabbasso che qui trova pieno risalto grazie agli arrangiamenti dello stesso musicista (ad esempio in “Foggy Day” e nella seguente “Bess you is my woman”, per citare giusto i due brani iniziali) che, per dare ancor più significato alle sue riletture si è avvalso del finissimo tocco del pianista Tommaso Perazzo e della batteria di Antonio Fusco. L’intelligente ed originale rilettura è per nulla calligrafica e propone una lunga suite tratta da “Porgy and Bess” vicina ad altri brani dello stesso autore. ”It Ain’t Necessarily So” può essere considerato come emblematico rispetto al disco, la celebre melodia è a tratti irriconoscibile, lontanissima ad esempio dagli arrangiamenti di Gil Evans; qui lo spartito è stato pazientemente demolito e ricostruito riuscendo a dare una nuova interessante visione all’opera gershwiniana ed invitando l’ascoltatore ad apprezzare in modo profondo la bellezza di questa musica che scritta nel lontanissimo 1935 con il libretto di DuBose Heyward conserva ancora spazi, se opportunamente cercati, per una sua rielaborazione e rilettura, quasi una nuova nascita, come per “Summertime” dove l’arrangiamento mette in piena luce la capacità descrittiva del contrabbasso che a seguire del pianoforte espone il celeberrimo tema e suona un lirico assolo e la swingante “Embraceable You” (scritta nel 1928 per un’operetta mai realizzata, “East is West”) che mette in risalto l’interplay di gran livello del trio.

Davvero un bel disco, ogni volta che un musicista affronta in modo così profondo la musica di George Gershwin, questa rinasce come una fenice

MASSARIA · BARBINI · FABRIS “Atelier”

MASSARIA · BARBINI · FABRIS “Atelier”

MASSARIA · BARBINI · FABRIS “Atelier”

Dodicilune Dischi. CD, 2021

di alessandro nobis

Non mi è mai piaciuta la definizione di “musica improvvisata”, preferisco quella di “musica spontanea” prendendo in prestito il nome dell’ensemble che per primo ha dettato in Europa la linea sin dalla metà degli anni Sessanta, lo “SPONTANEOUS MUSIC ENSEMBLE” fondato dai padri di questo linguaggio radicale e contemporaneo come Paul Rutherford, Derek Bailey, John Stevens, Barry Guy ed Evan Parker, per citarne alcuni. Per quel che ricordo in Italia contemporaneamente partì l’esperienza del Gruppo di Improvvisazione Nuova Consonanza più legato alla musica allora contemporanea che al jazz, e poco più tardi Andrea Centazzo, Guido Mazzon, Mario Schiano, Giancarlo Schiaffini divulgarono il verbo dell’improvvisazione; grazie anche a loro si è nei decenni formato un manipolo di “praticanti” capaci di creare musica interessante e spesso contaminante di altri idiomi. A questi si vanno ad aggiungere i chitarristi Andrea Massaria e Davide Barbini che con il batterista Andrea Fabris hanno registrato questo ottimo “Atelier”, otto creazioni che si basano su idee prestabilite però di non facile individuazione – con convincente e coinvolgente uso di elettronica – che si ascoltano con interesse non solamente per le timbriche eletto-acustiche ma per la modalità di esecuzione immortalata da queste registrazioni del settembre 2020; un lasso di tempo tutto sommato breve se parlassimo di jazz sensu strictu ma che nell’ambito dell’improvvisazione non-idiomatica equivale quasi ad un’eternità soprattutto se consideriamo che per definizione la creazione è istantanea ed irripetibile nelle stesse prassi esecutive, come afferma Derek Bailey.

Non sono un esperto di musica “spontanea” ma mi piace ascoltare i livelli di intesa e di creatività che questi musicisti esplicitano durante i loro incontri in studio ed anche dal vivo, ed ho trovato pertanto questo “Atelier” molto interessante, e se devo segnalare qualche brano ecco “Gallipot” aperto dal drumming di Fabris e la più pacata “Barras”, quasi una “ballad” futuribile.

Bel disco, complimenti al team Dodicilune che ospita nel suo corposo catalogo anche musiche come questa.

SUONI RIEMERSI: MICHELA BRUGNERA · TOROTOTELA “Canti Popolari Veneti”

SUONI RIEMERSI: MICHELA BRUGNERA · TOROTOTELA “Canti Popolari Veneti”

SUONI RIEMERSI: MICHELA BRUGNERA · TOROTOTELA “Canti Popolari Veneti”

I Dischi dello Zodiaco VPA 8431. LP, 1979

di alessandro nobis

Michela Brugnera, veneziana, registra nel 1979 con Loris Schivardi (chitarra, mandolino, flauto, mandola e percussioni) e Alberto Vitucci (chitarra, plettri e percussioni) questo “Canti Popolari Veneti”, secondo album del trio nel periodo in cui lo studio e la riproposizione del materiale tradizionale gode di un grandi sviluppo ed attenzione in Italia ed in tutta Europa; ha alle spalle studi classici e quindi più che una “portatrice” della tradizione è una studiosa e ricercatrice di assoluto livello che in quel periodo aveva centrato la sua attenzione sulle origini del canto popolare veneto ed in particolare dei canti legati alla laguna veneziana.

Qui la musica grazie soprattutto alla splendida voce va in modo diretto al cuore dell’ascoltatore trasportato in una possibile ed autentica dimensione nella quale questi canti erano contestualizzati, lontani da una situazione di concerto ma piuttosto in famiglia, tra amici, attorno ad un tavolo di un’osteria; certo è arduo trasportare nell’asetticità dello studio il calore della “presenza popolare” ma mi sento di dire che Michela Brugnara, Schivardi e Vitucci siano riusciti nell’impresa decidendo di registrare in presa diretta, senza orpelli e con una limitatissima post-produzione.

Nel repertorio ci sono canti del “torototela” (“Xe’ rivà del torototela” e “Ista bagarina” vicino alle villotte e romanele che appartengono al repertorio lirico – monostrofico ed a canti narrativi raccolti dalla stessa Brugnara come “Mansueta” e la “Fia del Paesan” nell’entroterra lagunare ed ancora “La Guerriera”, ballata che nelle sue diverse lezioni circola, o circolava, nel Lombardo – Veneto.

Interessante e decisamente nostalgico rileggere le note in retrocopertina che ci riportano a quegli anni in cui la musica popolare era fortemente caratterizzata dal punto di vista politico, dimensione che con il passare dei decenni è decisamente cambiata: “ ……. La conoscenza della questione sociale passa, e deve passare, attraverso il recupero della cultura popolare e della tradizione. Tra gli elementi fondamentali della espressione popolare è la musica, soprattutto perchè riesce a sfuggire al dominio della borghesia e nasce da esigenze concrete, strutturandosi su reali situazioni di vita, quali: il lavoro, l’amore, la morte, la discriminazione, che sono le tematiche costanti e sempre presenti della denuncia. ….”

Come di consueto per I Dischi dello Zodiaco, all’ellepì è allegato un esaustivo libretto con testi e un breve saggio introduttivo; i Torototela e Michela Brugnera con il tempo sono stati dimenticati da molti, ma il loro lavoro è stato importante e andrebbe riscoperto da musicisti e studiosi quantomeno di area veneta.

DALLA PICCIONAIA: INTERNATIONAL UILLEANN PIPING DAY. PARMA, ITALIA 6, NOVEMBRE 2021

DALLA PICCIONAIA: INTERNATIONAL UILLEANN PIPING DAY. PARMA, ITALIA 6, NOVEMBRE 2021

DALLA PICCIONAIA: INTERNATIONAL UILLEANN PIPING DAY

“Parma, 6 novembre 2021”

di alessandro nobis

Il 6 novembre verso l’imbrunire e ovunque vi troviate sentirete uno strano “rumore” nell’aria, un suono che molti di voi non avranno mai sentito e che imputerete all’inquinamento acustico: non c’è di che preoccuparsi, è che in quel giorno i suonatori di cornamuse irlandesi di tutto il mondo si metteranno comodi sulla loro sedia preferita e suoneranno slow airs, jigs, reels, hornpipes e quant’altro appartenga al repertorio di questo straordinario strumento che identifica più dell’arpa la tradizione musicale d’Irlanda e che vanta appassionati musicisti, ed altrettanti uditori, in tutto il pianeta tanto da essere inserita nel patrimonio UNESCO. In Spagna, ad esempio, la “Asociación Ibérica de la Gaita Irlandesa” organizza l’evento a Bajo in Galizia, come altri gruppi lo organizzano a Porto Rico, Valencia, in Australia, negli Stati Uniti, in Indonesia, Cile e Argentina per fare solo alcuni esempi e naturalmente in prima fila c’è l’Irlanda con il Na Píobairí Uilleann International Uilleann Piping di Dublino che promuove e patrocinia questo importante avvenimento..

Anche l’Italia vanta un nugolo di suonatori di questo strumento da decine di anni (ricordo tra i pionieri nostrani Fabio Rinaudo, Massimo Giuntini e Maurizio Serafini) e nel 2014 il piper Nicola Canovi ed amici hanno fondato I.U.P.A., acronimo di Italian Uilleann Pipers Association che come è facilmente intuibile si è data il compito di divulgare, insegnare ed organizzare scambi “musicali” con i più autorevoli pipers irlandesi.

Novembre sembra quindi davvero essere il mese delle cornamuse (dopo un paio di settimane ad Armagh nell’Ulster si terrà la 26° edizione del William Kennedy Piping Festival) e quindi recarsi nella bellissima Parma per l’evento del 6 è un ottimo inizio; straordinario è l’ospite che Canovi ha invitato e che suonerà anche al WKPF di Armagh, un piper dublinese tra i più interessanti in circolazione e la cui fama ha da tempo oltrepassato i confini irlandesi e continentali: Mick O’Brien. Il suo concerto sarà alle 18:00 presso la Casa della Musica di Parma (Piazzale San Francesco 1), e sarà preceduto alle 17:00 da una interessante lezione sulla storia secolare delle uilleann pipes nella quale è facile immaginare che non mancheranno esempi musicali. Le mattinate del sabato 6 e di domenica 7 novembre saranno dedicate da un workshop tenuto dallo stesso O’Brien presso lo spazio “Leo Van Moric” (Viale Antonio Gramsci, 17/e).

Per partecipare all’evento, che si terrà presso la Casa della Musica è necessario prenotare il posto sulla piattaforma www.vivaticket.com anche se l’ingresso sarà gratuito.

GIACOMO ZANUS “Kora”

GIACOMO ZANUS “Kora”

GIACOMO ZANUS “Kora”

AUT Records. CD, 2021

di alessandro nobis

Ogni artista qualunque sia il campo in cui opera ha i suoi maestri, i suoi miti, i suoi modelli; non vedo però il motivo per cui un fruitore dell’arte debba comunque indicarli per illustrarne un’opera, quasi a derubricarla spesso in modo inconsapevole a semplice esercizio di costruzione di un mosaico fatto di tessere già viste, già ascoltate. Molto più interessante è invece individuare, o almeno cercare di farlo, il progetto che sta alla base di un lavoro e la capacità di assorbire le varie influenze costruendo qualcosa di originale, di personale ed è questo aspetto che mi sembra corretto descrivere dopo aver ascoltato più volte questo bel disco del chitarrista Giacamo Zanus realizzato in compagnia di Giorgio Pacorig alle tastiere, Mattia Magatelli al contrabbasso e Marco D’Orlando alla batteria e glockenspiel.

Personalmente ritengo che l’ascolto del lungo “Every little gifs has a little secret” possa fare luce sul progetto di Zanus & C. perché a mio modesto parere ne fornisce gli elementi: gli arpeggi di chitarra iniziali, la chiusura con il glockenspiel e nel mezzo elementi di jazz “classico” vicino a momenti improvvisati con un bel solo di Zanus che assieme al misurato ma efficace uso dell’elettronica rendono questa ballad descrittiva, affascinante ed allo stesso tempo sempre in equilibrio, lontano dal già sentito. “The Dream not yet Dreamed” con una lunga apertura di contrabbasso con voci ambientali nel sottofondo è un altro brano interessante nella sua costruzione che via via coinvolge tutti musicisti: la chitarra accompagna il basso di Magatelli, il misurato e preciso ritmo dettato da D’Orlando, l’inserimento del Rhodes di Pacorig per una melodia descrittiva quasi cinematografica, una caratteristica questa di tutto il lavoro di Giacomo Zanus.

Spero che “Kora” abbia le occasioni giuste per farsi apprezzare nei festival e nelle più prestigiose rassegne jazz. Per me una bellissima sorpresa.

DALLA PICCIONAIA: INTERVISTA A GIANNANTONIO MUTTO

DALLA PICCIONAIA: INTERVISTA A GIANNANTONIO MUTTO

DALLA PICCIONAIA: INTERVISTA A GIANNANTONIO MUTTO

di Alessandro Nobis

A quattro anni dalla pubblicazione del disco di esordio (https://ildiapasonblog.wordpress.com/2017/10/18/tangox3-barrio-de-tango/), il trio formato dal pianista Giannantonio Mutto, dal violoncellista Leonardo Sapere e dal bandoneonista Luca Degani ha prodotto questo secondo significativo lavoro che conferma come il progetto del gruppo sia quello di affrontare il repertorio del tango argentino decontestualizzandolo dal ballo scrivendo arrangiamenti che offrono una rilettura decisamente rivolta all’”ascolto”, un apprezzatissimo marchio di fabbrica. La novità di questo lavoro è l’inserimento nel trio del contrabbasso di Rino Braia e, nell’attesa che ne venga pubblicata una versione “fisica”, è possibile ascoltare la registrazione nella sua interezza, di qualità ottima, sulla piattaforma Spotify. Abbiamo incontrato dopo qualche tempo nuovamente Giannantonio Mutto e con lui abbiamo scambiato alcune battute per cercare di scoprire i segreti di questa nuova registrazione e le più recenti novità di quello che a questo punto possiamo definire “quartetto”.

  • In quale occasione avete tenuto questo concerto? A Verona al Teatro Ristori il 18 luglio 2020 in una serie di concerti organizzati da Alberto Martini direttore artistico del teatro, dopo il periodo del primo lockdown.
  • Vi si sente affermare che questo è stata un’importante occasione per voi, per quale motivo? “È stato un concerto particolarmente importante, il ritorno all’esibizione pubblica dopo parecchi mesi di stop, in più la proposta di un programma con dei nuovi brani in repertorio e mie due composizioni scritte per il gruppo.”
  • Qual è il repertorio che avete scelto per il concerto che è stato registrato? “Oltre a dei brani fondamentali del tango moderno scritti da Astor Piazzolla che solitamente suoniamo come “Michelangelo 70”, “Adios nonino”, “Tocata Rea” e altri tanghi famosi abbiamo introdotto alcuni tanghi di autori come Anibal Troilo, Osvaldo Pugliese, Anselmo Aieta, Richard Galliano e Jerzi Petersburski. Inoltre due mie nuove composizioni, “Milonga sin palabras” e “Tango de los años”.
  • Perché la decisione di inserire un quarto elemento e come è cambiato il suono passando da “trio” a “quartetto”? “La collaborazione con il contrabbassista Rino Braia è nata parecchi anni fa iniziando i concerti di tango con I Virtuosi Italiani, da lì è nata l’idea oltre all’amicizia di proporre il repertorio in quartetto, è stato un passaggio naturale. Il contrabbasso nel tango è fondamentale, dà un colore particolare a tutto il gruppo.”
  • Con il contrabbasso in organico, come è cambiato, se è cambiato, il ruolo del violoncello? “Il contrabbasso nel tango fa da supporto alla mano sinistra del pianista, rinforza la parte ritmica con i suoni realizzati sia con l’arco sia con il pizzicato. Il violoncello rimane nel suo ruolo di strumento melodico.”
  • Questa formazione con il contrabbasso è la vostra nuova formazione definitiva? “Con il contrabbassista Rino Braia rimarrà una collaborazione in alternanza al trio
  • Il tango è solitamente contestualizzato al ballo. Durante la vostra performance c’è stata anche l’esibizione di una coppia di ballerini (Margarita Klurfan e Walter Cardozo). Per voi musicisti quali sono le differenze di esecuzione dello stesso repertorio di tango in una dimensione concertistica rispetto a quella contestualizzata al ballo? Forse una maggior “libertà” esecutiva? “Quando nei concerti ci viene richiesta l’esibizione di una coppia di ballerini solitamente collaboriamo con Margarita Klurfan e Walter Cardozo, ma abbiamo lavorato anche con Angel Zotto in più concerti. Con la danza il tango un po’ cambia, c’è una sorta di adattamento alle esigenze del ballo, qualche modifica nei tempi di esecuzione, qualche modifica nei finali dei brani da eseguire, da lì un nostro adattamento alla nuova situazione che di volta in volta si presenta.”
  • Personalmente spero, sentita la qualità del materiale, che pubblicherete una versione fisica del concerto. E’ nei vostri progetti? “Sì è nei nostri progetti poter realizzare un CD di questo concerto live”.