KUJACOUSTIC “Inniò – In nessun dove”

KUJACOUSTIC “Inniò – In nessun dove”

KUJACOUSTIC “Inniò – In nessun dove”

FOLKEST DISCHI Records. CD, 2020

di alessandro nobis

Se avete accumulato abbastanza esperienza nell’ascolto della buona musica acustica, il primo riferimento che viene spontaneo al primo ascolto va al David Grisman Quintet con il quale Kujacoustic ha in comune le timbriche degli strumenti, l’attenzione e valorizzazione del patrimonio tradizionale e il gusto per la nuova composizione. Tutto qua. In “Inniò” non c’è nulla di calligrafico, ci sono i talenti di Massimo Gatti (mandolino), Michele Pucci (chitarra) e di Alessandro Turchet (contrabbasso) che costruiscono un repertorio eseguito con grande maestria con brani originali e la rivisitazione di altri tre appartenenti a musiche popolari friulane, greche e finniche riviste naturalmente attraverso “i legni” che i tre abbracciano, accompagnati in tre brani dalle misurate ed efficaci percussioni di Michele Budai.

Tre i “tradizionali”: magnifico mi sembra l’arrangiamento del “Valzer di Napoleon” spesso esuguito dalla fisarmonica e che qui trova una sua inedita dimensione cameristica al pari di “Rautanen”, tradizionale finlandese esercizio di stile di Massimo Gatti che suona un mandolino “americano” con quel timbro particolare che quasi transla il repertorio europeo “altrove”, e dal patrimonio greco del repertorio rebetiko ecco la splendida melodia “Misirlou” che ospita alla perfezione al suo interno “Aman”, tradizionale sefardita.

Ma, a parte gli arrangiamenti dei brani alloctoni sono le composizioni originali che valorizzano il progetto di Kujacoustic; il respiro di “Rèif” composto da Michele Pucci e la pacata melodia di “Nuvole” (scritta da Massimo Gatti), la musica gitana apocrifa del valzer “Tzigani Mood” dove ancora una volta il gusto e la compostezza del mandolinista emerge in tutto il suo splendore ed infine il sapore dawg che si percepisce ascoltando il brano che apre questo bellissimo lavoro, “La Via”.

Un trio eccellente per un disco eccellente, complimenti anche a chi ha creduto in loro pubblicando questo disco. Per me la speranza di vederli suonare dal vivo, credo sarebbe un grande spasso.

CALCAGNO · RINALDO · GRASSO “Piranha”

CALCAGNO · RINALDO · GRASSO “Piranha”

CALCAGNO · RINALDO · GRASSO “Piranha”

HABITABLE Records. CD, 2021

di alessandro nobis

Federico Calcagno (clarinetti), Filippo Rinaldo (pianoforte) e Stefano Grasso (batteria e vibrafono) sono il trio Piranha, un altro ensemble che cerca di uscire dall’oceano del mainstream risalendo uno dei fiumi della sperimentazione che in questo caso miscela sapientemente la musica colta afroamericana e la musica colta europea, dagli spunti minimalisti all’improvvisazione. Il loro disco d’esordio è stato pubblicato pochissime settimane or sono e declina le coordinate di quello che è il loro interessante progetto musicale.

Il disco si apre con la creazione di musica spontanea del lungo brano ”One Way” dove il dialogo tra i tre mi sembra maturo ed efficace – la parte centrale in duo clarinetto / pianoforte ad esempio – mentre l’apertura e la porte di pianoforte di “When my brain exploded” è a mio avviso un chiaro riferimento al minimalismo sulla quale si sviluppa un significativo solo di clarinetto e notevole il lungo “Psy War” con gli interventi del vibrafono e del clarinetto basso indicano chiaramente la qualità dell’interplay, della scelta timbrica sempre appropriata e della capacità di improvvisare anche su scarne indicazioni scritte. Uno dei brani più interessanti, per la scelta timbrica e per la qualità dell’improvvisazione è a mio avviso l’eccellente “Bricks” composto da Rinaldo che duetta con il clarinetto in apertura e che poi ospitano il vibrafono ed il clarinetto basso mantenendo alta la tensione – e l’attenzione – per gli oltre otto minuti della sua durata.

Un lavoro molto interessante che ancora una volta illumina un tassello della porzione di jazz italiano che si vuole distaccare dalla “facile” riproposizione di standard ma che si sforza – spesso con notevoli risultati come in questo caso – di guardare avanti: musicisti che dovrebbero avere più considerazione e visibilità nei festival e che riescono grazie ad etichette come Habitable a pubblicare i loro lavori.

SUONI RIEMERSI: PADDY MOLONEY · SEAN POTTS “Tin Whistles”

SUONI RIEMERSI: PADDY MOLONEY · SEAN POTTS “Tin Whistles”

SUONI RIEMERSI: PADDY MOLONEY · SEAN POTTS

“Tin Whistles”

Claddagh Records. LP, 1973

di alessandro nobis

Il tin whistle irlandese è lo strumento “propedeutico” a chi vuole affrontare le “uilleann pipes”, e questo lavoro del ’73 può essere considerato come una sorta di “libro sacro” di questo strumento dove la qualità della musica e l’abilità di Potts e Moloney raggiungono livelli probabilmente inarrivabili.

Qui i due Chieftains – tre se consideriamo l’apporto ritmico del bodhran di Peadar Mercier, con Il gruppo dal ’66 al ‘76 – compilano un’antologia della tradizione musicale irlandese che al primo ascolto può sembrare un poco ostico ma che invece ha il grande pregio di mettere a nudo il folk irlandese nella sua quintessenza e in modo scevro anche da i più semplici arrangiamenti, un ritorno alle origini a mio avviso, quasi alla sua probabile origine pastorale.

Ecco quindi la splendida “Julia Delaney” che apre la seconda facciata con il bodhran di Mercier, reel tramandato a Potts dallo zio Tommy, la melodia raccolta nel Connacht di “An Draighneàn” nella quale Moloney suona un tin whistle in Si bemolle, ci sono la slow air eseguita in solo dal piper dei Chieftain (“Seolaim Araon na Géanna Romhainn”) e la celebre “George Brabazon” di Turlogh O’Carolan – e come poteva mancare una composizione dell’arpista della quale i Chieftains propongono una versione live nel loro album dal vivo; un altro brano tramandato è “The Cock of the North Side” – abbinato a “The Ballyfin Slide”- , uno slide tramandato a Moloney dal nonno ed infine voglio segnalare un classico dei pipers, eseguito qui dai flauti diritti, ovvero il jig “The Hug of the Spinning Wheel”.

Non pensate di trovare qui freddi esercizi di stile o autoreferenzialità, qui ci sono “solamente” due straordinari musicisti chiusi in uno studio di registrazione dove la loro amicizia ed il loro rispetto reciproco hanno dato vita a questo importante manuale di altissimo livello del flauto diritto irlandese.

Imperdibile.

SUONI RIEMERSI: BLAKE · TAYLOR · BUSH · ROBINS · CLEMENTS · HOLLAND · BURNS

SUONI RIEMERSI: BLAKE · TAYLOR · BUSH · ROBINS · CLEMENTS · HOLLAND · BURNS

SUONI RIEMERSI: BLAKE · TAYLOR · BUSH · ROBINS · CLEMENTS · HOLLAND · BURNS

HDS Records. LP, 1974

di alessandro nobis

In tutti i linguaggi musicali ci sono dischi che indicano chiaramente nuovi percorsi, dischi concepiti e realizzati dalle menti più fervide e creative in grado di vedere “in avanti”, e per la musica tradizionale o che da questa prende origine voglio citare il leggendario triplo ellepì “Will The Circle Be Unbroken”, i lavori di David Grisman con il quintetto e con Jerry Garcia e naturalmente questa session registrata cinquanta anni fa da un combo di musicisti, alcuni fortemente legati al bluegrass, altri aperti a nuove strade per questo genere musicale ed uno straordinario jazzista (Dave Holland, naturalmente).

Vassar Clements e Jethro Burns arrangiano splendidamente una melodia, “Goin’ Home”, tratta dalla Sinfonia N° 9 di Antonin Dvorak che il violinista esegue in duo con Norman Blake (notevolissimo ed inedito il suo accompagnamento ritmico) – e qui abbiamo un primo esempio di vicinanza ad altre forme musicali per quanto influenzate da folklore americano – mentre il jazz fa capolino in “’A’ Train” di Billy Strayhorn (Vviolino e chitarra) e nell’improvvisazione che chiude la seconda facciata, il blues “Vassar & Dave” (e non poteva chiamarsi altrimenti) dove emerge l’impetuosa cavata di Holland e lo stile a-la Grappelli di Clements.

Oserei dire spettacolare l’esecuzione di Blake in solo di “Old Brown Case” e naturalmente i brani eseguiti dall’ensemble come “McKinley’s Blues” ed il successivo “Okonee” di Tut Taylor – la voce è naturalmente quella di Blake – fanno perfettamente immaginare l’atmosfera che si respirava durante questa session registrata a Nashville, un suono equilibrato dove gli strumenti si intersecano meravigliosamente e dove gli assoli tra le strofe sono delle autentiche gemme incastonate nel brano: quello di contrabbasso e di mandolino in “Okonee” e quelli di violino, mandolino di Burns e di dobro di Taylor con il contrabbasso e la chitarra che dettano il ritmo.

Disco assolutamente meraviglioso, tra folk americano, jazz e classica del Novecento. Se non è questo un capolavoro ditemi cosa lo è.

DUCK BAKER  “Confabulations 1994 ·2017”

DUCK BAKER  “Confabulations 1994 ·2017”

DUCK BAKER  “Confabulations 1994 ·2017”

ESP-DISK. CD, 2021

di alessandro nobis

Ecco raccolto in un dischetto l’affascinante universo “improvvisativo” di Duck Baker, chitarrista al quale l’aggettivo “eclettico” non è sufficiente per descrivere il suo spaziare da un genere all’altro, dalla musica “americana” a quella scoto-irlandese a quella “spontanea”. Ad essere precisi, l’improvvisazione è sempre presente nella sua musica, sia essa si generi all’interno di brani strutturati sia venga creata in modo spontaneo e pertanto irripetibile: come ad esempio quella qui raccolta dove Baker è in compagnia della parte più radicale e creativa che dagli anni sessanta ha fatto scuola nell’ambiente musicale genericamente “jazz” ma che personalmente ascriverei al più adatto “musica contemporanea”. Parlo di Derek Bailey, di Roswell Rudd, di Mark Dresser, di Steve Noble o di Steve Beresford per citare alcuni compagni di improvvisazione che collaborano con il chitarrista della Virginia. Musica, inutile negarlo, per palati fini e per ascoltatori “visionari” che non si accontentano del mainstream ma cercano i limiti del suono, dell’utilizzo degli strumenti e della complicità tra i musicisti che danno il loro contributo a rendere reali i loro progetti mai preparati a tavolino.

Tourbillon Air” (2017) con Alex Ward (clarinetto), John Edwards (basso) e Steve Noble (batteria) è a mio parere uno dei brani più intriganti dove si avverte chiaramente il suo sviluppo e l’interazione tra i quattro protagonisti che mai, ma questa è una delle regole da rispettare religiosamente, si sovrastano l’un l’altro; impossibile non citare l’incontro tra Baker e Derek Bailey (“Indie Pen Dance”, registrato a casa di Bailey, quasi un pellegrinaggio da uno dei padri della creazione musicale spontanea) ed i due brani in duo con il trombonista Roswell Rudd (“Signing Off” e l’iconoclastico “East River Delta Blues”, mosaico di gruppi di note “già sentite” saldate da improvvisazioni). Un disco davvero interessante, questo “Confabulations”, chissà cosa uscirà dall’archivio di Duck Baker nei prossimi mesi ……. ma basta saper aspettare.

JAVIER GIROTTO · VINCE ABBRACCIANTE “Santuario”

JAVIER GIROTTO · VINCE ABBRACCIANTE “Santuario”

JAVIER GIROTTO · VINCE ABBRACCIANTE “Santuario”

DODICILUNE DISCHI Ed 510. CD, 2021

di alessandro nobis

E’ sempre stimolante ascoltare le pubblicazioni di etichette italiane come la Dodicilune ed affini, ti danno l’occasione di esplorare l’universo jazz italiano troppo spesso poco valorizzato dai palcoscenici dei grandi festival (molti mutatisi in vetrina per i soliti noti o trasmutati in qualcosa d’altro spesso lontano dal jazz) e dalla stampa “specializzata”. Spesso si tratta di musicisti di notevole caratura, di compositori ispirati, di progetti davvero indovinati e di collaborazioni sincere e fruttuose come quella tra il fisarmonicista pugliese Vince Abbracciante e il sassofonista argentino Javier Girotto che da poco hanno pubblicato per l’etichetta pugliese questo “Santuario”. I due autori si distribuiscono equamente la scrittura dei brani, tutti originali a parte “L’Ultima Chance” del grande autore – argentino pure lui – Luis Bacalov caratterizzata da un lirismo di stampo cinematografico, non caso proviene dalle musiche scritte per il film omonimo dove la complicità musicale tra i due solisti – qui il soprano espone il tema e la fisa permea tutta l’esecuzione – può essere vista come paradigmatica di tutto questo “Santuario”. E lasciando stare l’ampiamente assodata preparazione dei musicisti, è proprio sull’interazione, l’interplay come dicono quelli che sanno, che si gioca la partita di questo lavoro. Ci sono in “Ninar” ninna nanna delle reminiscenze ancestrali che paiono arrivare dai villaggi sulle creste andine con il suggestivo flauto tradizionale, nella malinconica ed evocativa ”2 de Abril” c’è il tragico ricordo della guerra delle Malvinas con lo splendido e narrativo baritono di Girotto mentre nella scrittura di Abbracciante, “Pango”, emerge tutta la sua passione per il tango con gli accompagnamenti ed abbellimenti del soprano di Girotto, un altro brano che definisce il profondo rapporto professionale e la comune visione della musica della coppia di strumentisti / compositori autori di questo eccellente “Santuario”.

http://www.dodiciluneshop.it

Del fisarmonicista Vince Abbracciante avevo scritto anche qui:

(https://ildiapasonblog.wordpress.com/2019/07/02/vince-abbracciante-terranima/)

(https://ildiapasonblog.wordpress.com/2017/03/28/paola-arnesano-vince-abbracciante-mpb/)

ALESSANDRO D’ALESSANDRO “Canzoni”

ALESSANDRO D’ALESSANDRO “Canzoni”

ALESSANDRO D’ALESSANDRO “Canzoni”

Squi[libri] Edizioni. CD, 2021

di alessandro nobis

Ci fu un tempo nel quale nelle vie, nelle piazze, nei mercati rionali o di paese violinisti, o per lo più fisarmonicisti e organettisti suonavano le arie più popolari della lirica, arie a danza ed i motivi più in voga per intrattenere il pubblico e, naturalmente, cercare di vendere qualche audiocassetta con le loro registrazioni per lo più artigianali (una pratica a dirla tutta molto più antica dell’era delle cassette, dai fogli volanti ottocenteschi fin giù ai suonatori ambulanti di secoli prima). Vero, l’ho presa “alla larga” ma Alessandro D’Alessandro, eccellente organettista sì legato alla musica popolare ma anche aperto a musiche “altre” ad un certo punto ha deciso di rivisitare, di risuonare e di riarrangiare canzoni che sono rimaste nell’immaginario collettivo per decenni attraverso la più pura canzone d’autore vicino a brani emersi da generi a questa attigui quasi fosse un suonatore ambulante “con tutte le positività del termine” del ventunesimo secolo assieme ad alcune delle migliori voci in circolazione. Alla seconda tipologia appartiene senz’altro la rilettura di “Campagna”, il brano simbolo di quello straordinario laboratorio musicale che fu “Napoli Centrale” e qui suonato con l’Orchestra Bottoni e la voce di Antonella Costanzo proposto come “Bonus Track”; della prima categoria segnalo senz’ombra di dubbio la ballad “Mario” del veneziano (di Burano) Pino Donaggio – classe 1941 – con la voce di Beppe Voltarelli, un brano che al di là dell’efficacia dell’arrangiamento merita menzione solamente per aver riportato l’autore veneziano alla memoria degli smemorati amanti della canzone d’autore, le rilettura strumentali di “I Giardini di Marzo” intelligentemente “irrorati” di elettronica, di “I Shot the Sheriff” di Bob Marley di “Azzurro” di Paolo Conte. Riletture mai calligrafiche se non nelle esposizioni dei temi che mettono in luce tutta la creatività e lucidità progettuale di D’Alessandro, ed a conferma di questo voglio citare anche il brano eseguito con Pietra Magoni e Ferruccio Spinetti, due che viaggiano sulla stessa lunghezza d’onda dell’organettista: “Quello che non voglio” di Fausto Mesolella e Stefano Benni.

Come dicevo l’ho presa alla larga ma spero che ci siamo capiti, questo è un  gran disco.

SUONI RIEMERSI: COLOSSEUM  “In Concert 1969 · 1971”

SUONI RIEMERSI: COLOSSEUM  “In Concert 1969 · 1971”

COLOSSEUM  “In Concert 1969 · 1971”

VERNE Records. 2LP, 2017

di alessandro nobis

Un doppio ellepì di produzione francese con busta singola e con la grafica dell’etichetta che ricorda palesemente quella della Bronze Records (anche nel font usato per la scritta “Verne”) pubblicato presumibilmente nel 2017 che raccoglie varie registrazioni dal vivo del 1969 e del 1971 con una qualità decisamente buona considerando il periodo storico dal quale provengono.

Tra i vari brani qui riportati spicca a mio giudizio “The Valentyne Suite” che occupa la seconda facciata: una versione particolare, forse embrionale visto che, a parte uno splendida parte suonata da Dave Greenslade, il terzo movimento “The Grass is Greener” della registrazione in studio è sostituito da due brani provenienti dal primo album, ovvero “Beware the Ides of March” e “Those About to Die”; una versione inedita della Suite ma non per questo meno efficace di quella che verrà pubblicata da lì a poco, a novembre. Non meno interessante lo slow blues di James Litherland, “Butty’s Blues” (da “Valentyne Suite) che apre la prima facciata dove naturalmente la chitarra è in primissimo piano come i sax soprano e tenore di Heckstall-Smith, musicista straordinario.

Una parte della terza facciata e tutta la quarta sono dedicate alla formazione di “Colosseum Live”, quindi con Farlowe, Clarke e Clempson più centrata sulla voce dell’ex cantante dei Thunderbirds e sulla chitarra di Clempson ed intrisa di r’n’b, il marchio di fabbrica dei Colosseum di quel purtroppo breve periodo rimasto però nel DNA dei musicisti come le registrazioni live del ’94 testimoniano.

I Colosseum sono parte della storia del rockblues avendo regalato da un lato un capolavoro come “Valentyna Suite” (con la prima formazione) ed il già citato doppio “Live” con la seconda. Qui c’è un corposo assaggio di entrambe le line-up; doppio Lp di non facilissima reperibilità e non solo per “completisti”.

FACCIATA 1

1) Butty’s Blues

2) The Machine Demands a Sacrifice

(Live at the Boston Tea Party, Boston MA, 13 agosto 1969)

FACCIATA E 2

1) The Valentyne Suite (“January’s Search”· “February’s Valentyne”· “Beware the Ides of March”· “Those about to Die”)

(Live at the Boston Tea Party, Boston, MA 13 agosto 1969)

FACCIATA 3·

1) February’s Valentyne

2) Elegy

3) The Grass is Always Greener

(London, BBC “Top Gear 30 giugno 1969)

4) Roper Ladder to the Moon                                                                            

(Big Apple, Brighton UK 27 Marzo 1971)

FACCIATA 4

1) I Can’t Live Without You

2) The Machine Demands a Sacrifice

(The Manchester University, 18 marzo 1971)

3) Skelington

(Big Apple, Brighton UK 27 Marzo 1971)

4) Stormy Monday Blues

(Bristol, 1971)

LA LESSINIA – IERI OGGI DOMANI – QUADERNO CULTURALE n. 44

LA LESSINIA – IERI OGGI DOMANI – QUADERNO CULTURALE n. 44

LA LESSINIA – IERI OGGI DOMANI – QUADERNO CULTURALE n. 44

Gianni Bussinelli Editore, pagg. 271. 2021, € 17,00

di alessandro nobis

La Lessinia copre un’area relativamente estesa – oltre gli 800 chilometri quadrati – limitata come i suoi frequentatori sanno ad est dalla Val Leogra, ad ovest dalla val d’Adige, a sud dalla pianura veronese mentre la Val di Ronchi ne definisce il limite settentrionale; un’estensione tutto sommato limitata, eppure da 44 anni un folto gruppo di studiosi e di appassionati con grande competenza e passione – da qualche anno coordinati dal geologo di Bosco Chiesanuova Ugo Sauro – riesce a pubblicare una interessante raccolta di articoli sotto forma di “Quaderno Culturale” trovando sempre degli spunti inediti nel campo delle scienze naturali, artistiche ed umane che sorprendono sempre sia i lettori della prima ora che quelli che da meno tempo si sono avvicinati a queste pubblicazioni.

Al solito mi soffermo su tre dei trentasette (!) interventi che mi hanno più interessato, naturalmente senza togliere nulla al valore degli altri. Preciso quanto impietoso il reportage di Vincenzo Pavan (“Fantasmi della Lessinia: edifici e contrade in rovina, che fare?”) che ci fa percorrere un itinerario, una sorta di Via Crucis attraverso le contrade, le stalle, le ghiacciaie, le colombare della nostra montagna inghiottite dal tempo e soprattutto dall’incuria dell’uomo, da Zivelongo a Gorgusello, da Mùlbese a Squaranton l’edilizia rurale lessinica, così particolare e prova dell’ingegno umano nell’utilizzo delle risorse del territorio, è stata lasciata andare con un scia di promesse di privati e di enti pubblici della sua valorizzazione: strutture fatiscenti e spesso pericolose, come dimenticare la recente disgrazia del crollo della ghiacciaia di Malga Preta che ha portato via la vita a due bambini il 3 luglio appena trascorso?

Su una ghiacciaia dell’alta Valpantena” è il titolo del contributo di Angelo Andreis che prende spunto da un ritrovamento documentale all’Archivio di Stato di Venezia: si tratta di una proposta redatta nell’ottocento da un misterioso Signor “S” per una visita fuori porta alla Giassara costruita da Bartolomeo Tacchella nei pressi di Bellori, non lontano dal Ponte di Veja: è un testo sorprendentemente molto tecnico e dettagliato per essere così vecchio e all’articolo è allegata una

molto utile ed accurata tabella che fa il punto della situazione nell’anno 1901 rispetto alla posizione delle singole ghiacciaie, ai loro proprietari, alle zone di vendita ed all’importante distinzione del tipo di acqua utilizzato per la produzione del ghiaccio, acqua di fonte o piovana, considerato che dal 1923 la Prefettura vietò l’uso dell’acqua piovana determinando così forte impatto su questa attività.

Il terzo contributo che voglio citare è di Renzo Valle: “Lavori forzati a Campobrun” ci fa ritornare al 1944, quando l’esercito tedesco su indicazione di Albert Speer si apprestò a costruire una terza linea di difesa per definire i confini del Terzo Reich a Sud, una linea che grossomodo seguiva i confini imperiali; a costruirla naturalmente non furono le maestranze fatte venire dalla Germania, ma uomini “rastrellati” nelle valli adiacenti e deportati nel Campo di Lavoro di Campobrun, situato sul massiccio del Carega all’interno della valle glaciale sospesa ove oggi si trova l’omonima malga che restò attivo fino all’aprile del ’45 quando i tedeschi si dettero alla fuga. L’articolo racconta anche l’atto di eroismo – non lo definirei in altro modo –  di Celestino Anderloni, diciottenne e maggiore di cinque fratelli di Velo Veronese che si offrì ai nazisti al posto del padre per essere deportato, e delle condizioni di vita dei prigionieri all’interno del campo di lavoro. Un episodio del periodo bellico che grazie a Renzo Valle può essere portato ad una più diffusa conoscenza. 

A rendere ancora più appetibile questo 44° Quaderno la presenza di un DVD che contiene il pdf dell’importante volume di grande formato edito nel 1991 da La Grafica “Gli alti pascoli dei Lessini Veronesi – Storia Natura Cultura” curato da Ugo Sauro, Pietro Berni e Gian Maria Varanini ma da tempo introvabile nelle librerie.

Ricordo infine che al Quaderno pubblicato nel 2017 è allegato un CD-ROM con tutti gli articoli pubblicati sino ad allora in formato pdf.

Dei precedenti Quaderni Culturali avevo scritto anche qui:

SUONI RIEMERSI: GRUPO DE MUSICA ANTIGUA · EDUARDO PANIAGUA

SUONI RIEMERSI: GRUPO DE MUSICA ANTIGUA · EDUARDO PANIAGUA

SUONI RIEMERSI: GRUPO DE MUSICA ANTIGUA · EDUARDO PANIAGUA

“Cantigas de Toledo”

PNEUMA Records 010. CD, 1994

di alessandro nobis

Cantigas de Toledo” è sia il primo album pubblicato dall’etichetta fondata da Eduardo Paniagua sia il primo lavoro che lo studioso e strumentista spagnolo ha voluto dedicare allo straordinario repertorio delle Cantigas De Santa Maria, un impegnativo progetto che a tutt’oggi non è stato ancora completato. Il “Grupo de musica antigua” è un ensemble formato da due polistrumentisti (lo stesso Paniagua e Luis Delgado), dal suonatore di oud Wafir Sheik e da tre cantanti ovvero Paula Vega, Luis Vincent e Cesar Carazo (che suona anche la viola da braccio) ed il repertorio comprende otto Cantigas (le CSM-2, CSM-116, CSM-76, CSM-212, CSM-12, CSM-72, CSM-122 e CSM-69); importante sottolineare che il titolo di questo lavoro celebra la città di nascita di Alfonso X “El Sabio” conquistata da una suo antenato ai musulmani, Alfonso VI, nel 1085. Il progetto vuole onorare la Vergine Maria attraverso i canti a Lei dedicati nelle Feste religiose sia quelli che narrano dei suoi innumerevoli miracoli manifestatisi in quasi tutto il continente europeo, come confermano i titoli dei CD che seguono questo primo volume. La Cantiga 116 (Es justo que se alumbre a la que es Madre del Dios de la luz”) ad esempio, è di estrazione popolare e narra di un mercante che durante i suoi viaggi si reca nelle chiese dedicate alla Vergine accendendo come atto di referenza delle candele; in particolare a Salamanca le candele una volta terminate si spengono ma vengono riaccese da Maria. Un altro racconto popolare caratteristico di Toledo è quello della Cantiga 69 (“Santa Maria curas los enfermos”); è il 21 aprile del 1150, al tempo di Alfonso VII, e si narra della miracolosa guarigione di un sordomuto, fratello di un monaco che implorò a suo modo la Vergine di farlo guarire, ed infatti una mattina passando davanti alla cattedrale una luce non terrena lo investì restituendoli la voce e l’udito.

E’ questo un lavoro importante per quanto detto in apertura nel quale la scelta timbrica, la ricerca della tipologia degli strumenti nei codici medioevali (l’oud, la vihuela o la viola da braccio) e nelle musiche di tradizione (il santur, il darabukka ed i tamburi a cornice) fanno capire quali siano i basamenti del lavoro che Paniagua da una trentina d’anni sta portando avanti e che è stato preso ad esempio da numerosi ricercatori e musicisti che lavorano nell’ambito sia della musica antica che tradizionale.

Come si dice, un disco seminale.