CJANTÂ VILOTIS · ANTONELLA RUGGIERO 

CJANTÂ VILOTIS · ANTONELLA RUGGIERO 

CJANTÂ VILOTIS · ANTONELLA RUGGIERO 

“Cjantâ Vilotis”

Istladin.net CD + DVD, 2009

di alessandro nobis

A complemento della monumentale opera “Il Canto Popolare Ladino nell’inchiesta Das Vokslied in Österreich (1904 – 1915)”, tre volumi per un totale di duemilaquattrocento pagine curati da eminenti studiosi come Paolo Vinati, Silvana Zanolli, Barbara Kostner, Roberto Starec e Fabio Chiocchetti che rende merito alla ricerca del glottologo e ladinista austriaco Thomas Gartner incaricato dalla Corona Asburgica di coordinare e condurre in prima persona le rilevazioni sul canto popolare ladino nelle Valli Dolomitiche, del Friuli Orientale e della Val di Non*, su idea di Fabio Chiocchetti e di Renato Morelli venne formato un ensemble di musicisti per riproporre in chiave moderna alcune delle composizioni raccolte nei tre volumi, e come performer vocale venne fatta l’indovinata scelta di Antonella Ruggiero: conosciuta dai più per la sua appartenenza al raffinato gruppo pop dei Matia Bazar, la Ruggiero ha dimostrato nella sua lunga e diversificata carriera di avere una preparazione tecnica ed interpretativa di primissimo livello dando una fondamentale impronta al suono di quel gruppo, doti che unite alla sua estrema duttilità la fecero scegliere per interpretare un repertorio così “di nicchia” e lontano – soprattutto linguisticamente – dalle sue origini genovesi come. “CjantâVilotis”, non  sempre citato nella discografia della Ruggiero, è l’ennesima dimostrazione di come si possa partire dalle tradizioni popolari più pure per rinnovarle rispettandone le origini ed allo stesso tempo adattandole alla modernità con suoni ed arrangiamenti raffinati e sempre all’altezza; questo per le scelte timbriche e per i differenti background dei musicisti coinvolti, non sempre legati alla musica popolare e per questo un valore aggiunto al progetto. Del progetto hanno fatto parte Mark Harris (fece parte negli anni ’70 dei Napoli Centrale ed un musicista che ha collaborato con moltissimi musicisti italiani, da De Andrè a Vecchioni, da Pino Daniele a Edoardo Bennato per citarne qualcuno) e gli ensemble “Destràni Taraf” e “Marmar Cuisine”, Loris Vescovo, Ivan Ciccarelli e Caia Grimaz che si alternano nell’esecuzione del repertorio che comprende brani compresi nella ricerca di Gartner vicino ad altri comunque ad esso omogenei. Tra i primi doveroso segnalare la magnifica esecuzione vocale della lezione raccolta in Val di Non de “La pastora e il Lupo” (Nigra, 6) con Marke Harris al pianoforte ed il crescendo curato da Destràni Taraf (splendido l’intervento al sax soprano di Giordano Angeli ed alla tromba di Paolo Trettel), la villotta friulana “E sun che Riva” con il brillante intervento dei Marmar Cuisine dal sapore jazzistico Tra i brani allloctoni “Ciant de l’Aisciuda” costruito da Fabio Chiocchetti partendo da un frammento di Canori oltre mezzo secolo fa con la voce sempre precisissima della Ruggiero in gran evidenza nella sua estensione ed il pianoforte di Harris, la brevissima “Danza Rumena”, strumentale a cura dei Destràni Taraf e “La Biele Stele” (simile nei versi alla versione di Gartner) dove un ruolo importante lo trova la nickelarpa di Corrado Bungaro e con un significativo solo alla tromba (con sordina).

Disco, in conclusione, splendido per la concretizzazione dell’idea di translare ai nostri tempi la musica popolare raccolta oltre cento anni fa.

Non ho avuto la fortuna di conoscere Gartner, ma sono convinto avrebbe gradito il progetto.

*in realtà la ricerca riguardava tutte le regioni e nazionalità dell’Impero Asburgico

GIU’ LA MASCHERA: Giornate di studi sui Carnevali Tradizionali delle Tre Venezie.” VERONA, 17 e 18 settembre 2021. (Seconda Parte)

GIU’ LA MASCHERA: Giornate di studi sui Carnevali Tradizionali delle Tre Venezie.” VERONA, 17 e 18 settembre 2021. (Seconda Parte)

GIU’ LA MASCHERA: Giornate di studi sui Carnevali Tradizionali delle Tre Venezie.”

VERONA, 17 e 18 settembre 2021. (Seconda Parte)

Centro Provinciale per l’Istruzione degli Adulti

Dipartimento “Culture e Civiltà” dell’Università di Verona

di alessandro nobis

Il programma di “Giù la Maschera” è stato diviso in due parti dando così una connotazione geografica alle relazioni: nella prima parte, quella di venerdì 17, oltre all’intervento introduttivo ai Carnevali del Prof. Poppi verrà esplorata l’area montana e quindi quella dolomitica, quella bellunese e quella dell’arco alpino orientale mentre nella seconda, quella del sabato mattina, protagonisti saranno le manifestazione legate ai carnevali di pianura come quello rurale della pianura polesana, quello di Venezia e naturalmente quello veronese la cui origine risale a ben 491 anni or sono.

Gli interventi istituzionali e gli orari esatti di ogni intervento, anche se è facile sin da ora prevedere “sforamenti”, saranno comunicati a ridosso del convegno per semplice correttezza verso i presenti.

Ecco quindi gli estratti degli interventi:

IL PROGRAMMA

VENERDÌ 17 SETTEMBRE, ore 14:30

SALUTI ISTITUZIONALI: PROF. FEDERICO BARBIERATO (Dipartimento Culture e Civiltà · Università degli studi · Verona) – DOTT. SSA NICOLETTA MORBIOLI: Dirigente Scolastica C.P.I.A. Verona

CESARE POPPI (Università Liedia de Bulsan). “Il ritorno dei morti”: Le mascherate invernali in prospettiva europea

Quello che oggi chiamiamo Carnevale costituisce l’approdo storico medievale (XII° – XIII° sec.) di una serie di pratiche diffuse in tutta Europa (ed oltre) che hanno al centro la pratica del mascheramento. A partire dalla distribuzione di tali pratiche ancora presenti in Lettonia ai passaggi chiave del ciclo astronomico (solstizi ed equinozi), la prospettiva comparativa fa emergere un complesso sociologico, simbolico ed ideologico che interessa l’intera Europa. Il tema del ritorno dei morti, della Caccia Selvaggia e dell’iniziazione dei giovani costituiscono i capisaldi di un rito che si situa in continuità diretta con la formazione di una prima identità Europea a partire dall’ Età del Bronzo.  

GIOVANNI MASARA’ (PhD Researcher · Dep.t of Sociel Anthropology · University of St. Andrews · Scotland) “Il Carnevale di Dosoledo (Belluno) tra struttura sociale e forma della festa

A Dosoledo, piccola comunità della Val Comelico (Belluno), tutta la comunità esce di casa ogni anno in occasione del Carnevale. Guidati da LachéMatathìn, due figure dagli abiti sgargianti e dai copricapi riccamente decorati, i partecipanti percorrono le strade del paese fino a giungere nella piazza principale, dove danze rituali e collettive si susseguono fino a sera. Il contributo di Giovanni Masarà, basato su un periodo di ricerca sul campo svolto nel corso del 2016, esplora questa festa alla luce di alcuni aspetti dell’organizzazione economica, sociale e di parentela tradizionali della comunità. Così facendo, si propone di rispondere ad alcune domande relative al significato e alla funzione del Carnevale di Dosoledo e indagare se sia possibile collegare la forma di questa festa alla forma di organizzazione sociale e domestica tradizionale.

Sulla base di queste considerazioni, Masarà discuterà poi brevemente del ruolo che le feste di questo tipo hanno o possono avere per una comunità in una contemporaneità caratterizzata da flussi globali di merci e persone, da un ruolo sempre più centrale del virtuale, e dal conseguente rischio di un indebolimento del senso dei luoghi. Giovanni Masarà ha pubblicato nel 2018 per Cierre Edzioni i risultati della sua ricerca antropologica nel volume “Una Comunità in scena. Il Carnevale di Dosoledo tra struttura sociale e forma della festa”(https://ildiapasonblog.wordpress.com/2019/02/19/giovanni-masara-una-comunita-in-scena/)

GIOVANNI KEZICH (Direttore, Museo degli Usi e Costumi della Gente Trentina · San Michele all’Adige).“Quanto alpini sono, i “carnevali alpini”?”

La ricerca etnografica svolta dell’ultimo cinquantennio nelle valli alpine ha messo in rilievo la persistenza nelle valli dolomitiche del Trentino e del Bellunese, nel vicino Tirolo, in Svizzera, e nelle valli lombarde, in Valle d’Aosta e nel Cuneese, di antichi rituali mascherati messi in atto nei giorni di carnevale, che dispiegano, accanto a ben evidenti particolarità squisitamente locali, anche un certo numero di somiglianze e di persistenze transvallive. Difficilmente aggirabile pertanto, sull’onda della generale rinascenza mediatica del concetto di “cultura alpina”, la tentazione di voler ascrivere queste manifestazioni a un qualche soggiacente sostrato propriamente “alpino”. Ma uno sguardo più attento, a partire dalla ricerca di “Carnival King of Europe” messa in atto a partire dal 2007 sulla base di una partnership di musei etnografici europei, rilevava che, per cogliere il contesto culturale proprio di queste manifestazioni, bisogna allargare ancora lo sguardo, e riferirsi a un ecumene continentale europeo che spazia dai Balcani alla penisola iberica, e dalla Sicilia fino all’Inghilterra.  

Iconografia e power point di Antonella Mott 

ANDREA DEL FAVERO & DARIO MARUSIC (FOLKEST – Spilimbergo · Pordenone – Pola · Croazia). “La musica tradizionale nei carnevali dell’arco alpino orientale”. Andrea Del Favero: organetto diatonico; Dario Marusic: violino, piva

Tracce di arcaici riti e balli di tipo borghese, violini barocchi e fisarmoniche a piano, bassi di viola, helikon e saxofoni, moda e cultura contadina convivono fino ai nostri giorni in un accavallarsi di situazioni che tengono in vita i Carnevali della tradizione popolare nelle antiche terre del Patriarcato di Aquileia, dai Rollate di Sappada passando per i Pust del Resiano e del Nediško, fino agli zvončari istriani, con i Blumarji che corrono e danzano al suono delle molte melodie che verranno proposte dal vivo, al suono arcaico delle pive e delle sopele istriane, della Cïtira e della Bünkula resiana, fino alle più recenti armoniche diatoniche. Filmati e ascolti di brani delle varie aree verranno proposti mediante l’uso di tutto lo strumentario accorpatosi nei secoli fino ai giorni nostri. E i cibi che continuano ad accompagnare i riti del Carnevale, le sope, i bujarnik, le pinze, le gubane, i parpagnacchi, gli strucchi: un universo di colori, sapori, odori, umori e suoni che da centinaia d’anni concorrono alla messa in scena e alla riuscita della più importante festività dell’Arco Alpino orientale.

SABATO 18 SETTEMBRE,ore 9:00

ALESSANDRO NORSA (Dipartimento Culture e Civiltà · Università degli studi · Verona). “Mi son Arlechin Batocio orbo da ‘na recia e sordo da n’ocio · Significati nascosti delle antiche maschere veneziane·”

Tra le pieghe delle manifestazioni tradizionali, che conosciamo col nome unico di Carnevale, si celano riti arcaici, la cui nascita si colloca nella linea del tempo in cui terminano i dati storici iniziano le interpretazioni. Alle origini si trovano cerimonie di incontro spirituale con le anime dei trapassati, e con le divinità per la protezione della comunità o per la propiziazione delle attività di caccia e agricole. In questa logica le maschere, le danze e gli altri elementi costituivi della festa carnevalesca sono un condensato di elementi rituali che hanno cambiato logiche celebrative nel corso del tempo. Alcuni degli aspetti primitivi, confusi con le maschere della commedia dell’Arte ed altre maschere molto più recenti, sono presenti nella grande kermesse del carnevale di Venezia. Tra suoni, colori e confusione, nella moltitudine dei travestimenti si mescolano nel carnevale veneziano maschere di ogni genere, ricercheremo quelle più antiche e il loro significato.    

SALUTI ISTITUZIONALI: VALERIO CORRADI (Presidente del Comitato Bacanal del Gnoco)

GIOVANNI KEZICH: “Il Bacanàl del Gnòco: primati e singolarità.”

Il carnevale di Verona, propriamente denominato “Bacanàl del Gnòco” si distingue nel ricco panorama dei carnevali italiani per alcuni primati, e alcune singolarità. Tra i primati, citiamo la longevità (1531), che lo pone fra i primi documentati in Italia con continuità; la numerosità dei gruppi partecipanti, che sono sempre più di cento; la lunghezza del percorso, di circa 5 chilometri. Tra le singolarità, figura il nome stesso, “Bacanàl”, che dà adito a fantasiose elucubrazioni etimologiche; il fatto di svolgersi di venerdì, giorno generalmente tabuizzato in forza alle prescrizioni chiesastiche; e soprattutto il fatto di riuscire a coniugare, tutt’oggi, una componente rituale sempre uguale a se stessa, costituita dal Papà del Gnòco e dalla sua corte di fedelissimi accoliti, con la componente ludica più scanzonata propria del carnevale moderno. IlBacanàl risulta così una specie di ircocervo, un anello mancante che, opportunamente analizzato, può aprire interessanti prospettive sulla storia stessa del carnevale nella cultura del continente europeo.    

Iconografia e power point di Antonella Mott 

PRESENTAZIONE NUOVA EDIZIONE ANASTATICA DEL VOLUME

IL VENERDI’ ULTIMO DI CARNOVALE “Cenni storici su l’origine e celebrazione dell’annua festività ricorrente in Verona”. Scripta Edizioni 1847, 2021. Con inediti saggi introduttivi di SILVANA ZANOLLI e MARIO ALLEGRI e con la partecipazione di MAURO DAL FIOR.

CHIARA CREPALDI (Associazione Culturale Minelliana · Rovigo). “Il bombasìn in Polesine, un’arcaica maschera rurale tra memoria e revival”

Nelle campagne del Polesine la sera del 6 gennaio si poteva veder girare per le corti una strana combriccola questuante, a capo vi era un uomo travestito da toro: ilbombasìn. L’animale ballonzolava al suono di campanelli e sonagli, tenuto a bada da un bovaio, importunava le donne, impauriva i bambini e infine si ribellava al suo padrone tra l’ilarità e le grida generali. I suoi accompagnatori, tutti rigorosamente maschi, cantavano qualche canzone tradizionale, generalmente “La vècia” e la sguaiata compagnia non se ne andava finché non otteneva una lauta offerta alimentare da parte del padrone di casa. Sull’origine di questa maschera rituale, sul raffronto con altre maschere analoghe documentate in molti territori europei e sui revivals più o meno turistici a cui assistiamo in anni recenti, Chiara Crepaldi svilupperà il suo intervento.

Per poter partecipare alle due giornate di studi, che si terranno in uno spazio all’interno dell’ex panificio austroungarico inserito nel Polo Santa Marta a Verona – è necessario inviare una mail con il proprio nome e (mail anche istituzionale per gli insegnanti) a info.giulamaschera@cpiaverona.edu.it

I posti a disposizione sono al momento limitati, quindi …….

La prima parte dell’articolo la potete leggere qui: (https://ildiapasonblog.wordpress.com/2021/04/01/giu-la-maschera-giornate-di-studi-sui-carnevali-tradizionali-delle-tre-venezie-verona-17-e-18-settembre-2021-prima-parte/)

La fotografia proviene dall’archivio del quotidiano L’Arena di Verona (foto Marchiori) che qui ringrazio.

  

“GIU’ LA MASCHERA: Giornate di studi sui Carnevali Tradizionali delle Tre Venezie.” VERONA, 17 e 18 settembre 2021. (Prima Parte)

“GIU’ LA MASCHERA: Giornate di studi sui Carnevali Tradizionali delle Tre Venezie.” VERONA, 17 e 18 settembre 2021. (Prima Parte)

“Giornate di studi sui Carnevali Tradizionali delle Tre Venezie.” (Prima Parte)

VERONA, 17 e 18 settembre 2021

Centro Provinciale per l’Istruzione degli Adulti

Dipartimento “Culture e Civiltà” dell’Università di Verona

di alessandro nobis

L’idea di organizzare un convegno sul Carnevale nasce da piuttosto lontano, dai tempi del glorioso COMITATO TREDESEDODESE che ebbe il coraggio di proporre per tre anni a Verona, nella sua parte più antica ovvero il Borgo di Santo Stefano, tre giornate dedicate alla cultura popolare nei suoi vari aspetti e che per simbolo prese Santa Lucia (da qui il nome, Santa Lucia si festeggia il 13 dicembre, appunto il 13 del 12, nota per non veneti), il simbolo più conosciuto ed amato appunto dal popolo veronese, più di San Zeno e più anche del Papà del Gnoco. Il TREDESEDODESE non esiste formalmente più da quasi un decennio, ma l’idea è rimasta in tutti i suoi membri a cominciare dal sottoscritto – di cui del Comitato fu immeritato presidente – e quindi nella primavera del 2020 iniziò l’elaborazione del progetto che si concretizzerà nella seconda metà del prossimo settembre; voglio puntualizzare che senza la condivisione della Dirigente Scolastica Dott.ssa Nicoletta Morbioli e l’approvazione del Collegio dei Docenti del CPIA veronese queste due giornate di studi non si sarebbero potute concretizzare e quindi voglio personalmente ringraziare sia la Dirigente Scolastica che le colleghe e i colleghi.

Ma perché concentrare l’attenzione sui Carnevali Tradizionali delle Tre Venezie? La risposta che mi sono dato è piuttosto semplice:perché il Carnevale è una parte ancestrale del nostro patrimonio culturale che, periodicamente, riemerge dal lontano passato nel quale mantiene solide radici più o meno ancora riconoscibili. L’idea di base del convegno nata e condivisa con l’etnografa veronese Silvana Zanolli (anche lei del suddetto Comitato) è quella di confrontare, dai punti vista etnografico ed antropologico, i riti delle mascherate e dei carnevali tradizionali dell’area che grosso modo è oggi compresa nell’areale delle odierne Tre Venezie, cercando eventuali comuni origini e mascheramenti, modalità rappresentative, simbologie e differenziazioni sviluppatesi nei secoli.

Tutto ciò partendo dalla considerazione che la diffusione delle culture tradizionali in generale e, quindi, anche delle aree di pianura e delle valli prealpine ed alpine, ovviamente prescinde dalla suddivisione politica attuale delle aree esaminate; ma un limite, diciamo geografico, andava fissato per poter concentrare l’attenzione su di una area, tralasciando purtroppo realtà come quella di Bagolino il cui territorio, pur essendo oggi in Regione Lombardia fu lungamente compreso all’interno di quello della Repubblica di Venezia.

Non si tratta a mio modesto parere di riportare ai nostri giorni il passato che non potrà mai ritornare o di riproporre la sua celebrazione nelle antiche modalità, ma piuttosto di far conoscere le origini storiche di questa festa che risale alla notte dei tempi e del cui significato si è persa contezza nella stragrande maggioranza delle persone che poi partecipano alle feste ed alle sfilate che si tengono nelle piccole comunità valligiane e grandi centri come Venezia e Verona. Alle due giornate (mezze giornate) il Centro Provinciale per l’Istruzione degli Adulti di Verona – dove presto servizio come docente – sono stati invitati alcuni tra i più prestigiosi studiosi del Veneto, del Friuli Venezia Giulia e del Trentino che con i loro interventi faranno luce sulle origini del Carnevale, sulla sua importanza nello scandire i ritmi di vita soprattutto delle generazioni passate e dei secoli passati, visto per esempio che il “Bacanal del Gnoco Veronese” compie quest’anno 491 anni di vita. La sopracitata Istituzione Scolastica ha in seguito trovato l’importante collaborazione del Dipartimento Culture e Civiltà dell’Università di Verona grazie all’intervento del Dott. Alessandro Norsa e del Prof. Federico Barbierato con i quali ci si è intesi sin da subito e gode, al momento, del “patrocinio” del Comune di Verona (patrocinio significa logo sul materiale informativo ma niente contributo) mentre si è in attesa di notizie dalla Regione Veneto. Inoltre ci sarà la collaborazione con il Comitato del Bacanal del Gnoco con l’intervento del suo Presidente Valerio Corradi.

Gli interventi saranno curati dal Dott. ALESSANDRO NORSA del Dipartimento Culture e Civiltà dell’Università degli studi di Verona, dal Professor CESARE POPPI dell’ Università Liedia de Bulsan, dal Dott. GIOVANNI MASARA’ (PhD Researcher · Department of Sociel Anthropology dell’Università di St. Andrews in Scozia) dal Dott. GIOVANNI KEZICH (Direttore del Museo degli Usi e Costumi della Gente Trentina diSan Michele all’Adige) da ANDREA DEL FAVERO & DARIO MARUSIC di FOLKEST (Spilimbergo, Pordenone e Pola · Croazia) e dalla Prof.ssa CHIARA CREPALDI dell’Associazione Minelliana di Rovigo.

La ciliegina sulla torta sarà la presentazione di una nuova edizione anastatica del volume “Il Venardi ultimo di Carnovale” (1847) edito da Scripta con due prefazioni della Dott.ssa Silvana Zanolli e del Prof. Mario Allegri, presentazione alla quale parteciperà anche il poetattore Mauro Dal Fior che ne leggerà alcuni estratti.

Qualcuno noterà che le due giornate coincidono con l’Edizione 2021 del Tocatì, ma non è una coincidenza, anzi; si è voluto creare un fine settimana (lungo visto che il Tocatì inizia il giovedì e termina la domenica) dove la Cultura Popolare si prende tutta la città e per questo voglio ringraziare in special modo il Presidente Paolo Avigo ed il direttivo dell’Associazione Giochi Antichi che hanno accolto la nostra idea.

I dettagli sugli interventi e la loro scansione oraria verranno comunicati nella seconda parte dell’articolo.

Per poter partecipare alle due giornate di studi, che si terranno in uno spazio all’interno del bellissimo spazio “austroungarico” oggi inserito nel Polo Santa Marta a Verona – è necessario inviare una mail con il proprio nome e (mail anche istituzionale per gli insegnanti) a info.giulamaschera@cpiaverona.edu.it

I posti a disposizione sono al momento limitati, quindi …….

VALLE · NODALE · STRAULINO “Villandorme”

VALLE · NODALE · STRAULINO “Villandorme”

VALLE · NODALE · STRAULINO “Villandorme”

NOTA Records. CD, 2019

di alessandro nobis

Questi trenta minuti di musica registrati dalla cantante Alessia Valle e dai due chitarristi Lino Straulino e Alvise Nodale raccolgono sette composizioni che rappresentano idealmente la storia della musica popolare italiana dell’Italia Settentrionale nelle loro “lezioni” friulane e può a mio avviso essere considerato il passo iniziale per chi volesse avvicinarsi al complicato mondo fatto di diverse lingue ed approcci vocali e strumentazioni che è il mondo del canto epico – lirico. Ricordo che Straulino, ricercatore, autore e finissimo chitarrista già aveva registrato con il violinista Giulio Venier quello che io considero un disco capolavoro: mi riferisco a quel “La bella che dormiva” pubblicato nel 2004 che a mio modesto avviso vale certamente una ristampa.

596_Villandorme_Grafica (1).jpgSei sono canti narrativi presenti sul territorio italiano ed anche francese (la “Dame Lombarde” dei transalpini Malicorne per fare un esempio), ovvero “La fia del paesan” (“Cattivo Custode” Nigra 50), “Donna Lombarda” (Nigra 1), “Cecilia” (Nigra 3), “L’uccellin del bosc” (Nigra 95), “La bella Brunetta” (Nigra 77) e “L’inglesina” (Nigra 13), e per questi potete fare riferimento al monumentale “Canti popolari del Piemonte” di Costantino Nigra (la prima edizione è del 1888, la più recente di Einaudi del 2009), il settimo invece è un canto tradizionale raccolto da Straulino in Carnia ma anch’esso presente in modo abbastanza omogeno nell’area alpina dove, come comunemente succede, presenta della variazioni nel testo e soprattutto nel titolo (“La mamma di Rosina”, “Il molinaro”, “La bella al mulino”, “Rosina al mulino”, “Il mulinaio”) che narra come si direbbe oggi delle molestie sessuali da parte di un molinaro verso una ragazza venuta al mulino per macinare.

Il modello esecutivo scelto da Alessia Valle, Alvise Nodale e Lino Straulino è mi sembra di poter dire quello del folk anglosassone: la cantante è accompagnata da due bravissimi chitarristi acustici che con i loro arpeggi e con il loro interplay stendono un raffinato e complesso pattern sul quale la bella ed espressiva voce “racconta” le novelle.

Tutto molto semplice in apparenza ma se prestate attenzione anche al lavoro di Straulino e Nodale scoprirete tutt il prezioso lavoro di questi due strumentisti, ad esempio tra le strofe del brano che apre il disco, “La fia del paesano” o l’introduzione di “Donna Lombarda”.

Un progetto importante per il suo valore musicologico e soprattutto per il fascino che suscita l’ascolto delle nostre radici.

http://www.notamusic.it

 

 

ELSA MARTIN & STEFANO BATTAGLIA “Sfueâi”

ELSA MARTIN & STEFANO BATTAGLIA “Sfueâi”

ELSA MARTIN & STEFANO BATTAGLIA “Sfueâi”

Artesuono Records, CD. 2019

di Alessandro Nobis

Una volta premesso che il trio di Stefano Battaglia (quello con Roberto Dani e Salvatore Maiore) è a mio avviso una delle più belle realtà del jazz di questi ultimi anni e che l’ascolto di “Verso” (2013) disco d’esordio di Elsa Martin mi aveva sorpreso per l’equilibrio tra la modernità e la tradizione, la notizia della pubblicazione di questo “Sfueâi” mi aveva intrigato non poco.

E’ un progetto molto ambizioso che media perfettamente “le lingue” friulane con il raffinato pianismo legato a mio avviso alla corrente “third stream” che pochi riescono a concretizzare a questi livelli (mi viene in mente Ran Blake, per fare un nome, per spiegare un’idea); non solo, ci sono le liriche dei poeti legati alla loro terra madre in modo perpetuo sia che siano stati “emigranti” (e sappiamo quanto questa gente sia legata alla propria storia) sia che abbiano vissuto la loro vita umana ed artistica tra le valli e le piane del Friuli. Musica affascinante, una sfida vinta, un progetto ambizioso che rende al meglio l’omaggio ai poeti friulani inserendo le loro liriche in un ambiente musicale contemporaneo, mai ripetitivo, mai banale ma sempre originale e di grande gusto. La lunga “Canaa su la puarta”, ad esempio, con il testo di Novella Cantarutti di Navarons è a mio avviso il brano più emblematico di questo lavoro: otto versi recitati “cantando” con grande intensità, una voce che affianca poi fondendosi (attorno al minuto 8) all’improvvisazione pianistica di Battaglia che chiude il brano di nuovo a fianco della voce “declamante”. E poi la pacatezza ed il lirismo del brano eponimo con il testo ancora di Novella Cantarutti, e come non citare il Pasolini emigrato della bellissima “Ciampanis” nella parlata di Casarsa della Delizia (“io sono uno spirito d’amore, che al suo paese torna di lontano”?

Lo voglio ripetere, questo “Sfueâi” contiene musica dal grande fascino, che si assapora lontano dai rumori e dai fastidi del quotidiano e che da’ l’opportunità a chi ascolta di regalarsi preziosi momenti di intimità e di isolamento.

Musica che fa pensare e riflettere, cosa di meglio di questi tempi?

 

ISTAMPITTA “Danses Florentines du Trecento”

ISTAMPITTA “Danses Florentines du Trecento”

ISTAMPITTA “Danses Florentines du Trecento”

ALPHA CLASSICS CD, 2003, ristampa 2017

di Alessandro Nobis

Queste nove “Istampitte” appartenevano alla fine del XIV° secolo ad una sconosciuta famiglia nobile fiorentina e, chissà per quali vie e vicende, arrivarono al British Museum di Londra, dove tuttora sono conservate; erano danze tramandate oralmente dal XII° secolo, e di esse ne esistono parecchie interpretazioni riportate su disco, sia ad opera di musicisti legati al mondo classico che  tradizionale, soprattutto inglese. Henri Agnel, suonatore di liuto arabo e di cittern, è di nascita francese ma è vissuto molto in Marocco, dove ha assimilato suoni e musica del mondo arabo andaluso; questa sua frequentazione e questo suo vivere due mondi culturali e musicali così diversi lo ha portato a sviluppare una modalità di esecuzione di queste danze medioevali del tutto originale, interpretandole in modo “libero” – in realtà sui manoscritti medioevali le indicazioni non sono proprio restrittive – affiancando ai suoi strumenti altri come l’indiano ghatam ed il brasiliano udu – percussioni vasiforme -, lo zarb iraniano, il quinton – violino a cinque corde ed il bansura – flauto di canna indiano. Come si vede una lettura ad ampio respiro, quella di Agnel, che lascia aprire le nove danze a brevi interventi solistici degli strumenti usati nella registrazione e suonati da Michael Nick, Herni Tournier, Djamchid Chemirani e Idriss Agnel.

L’ascolto si rivela incredibilmente affascinante e rivelatore di un mondo musicale che – sebbene siano passati settecento anni – si conferma fresco, vivo, attuale e tutt’altro che assimilabile ad un intoccabile e sepolto mondo da tenere nelle teche. Un repertorio che lascia – se lo si vuole – ampia libertà esecutiva, della quale Henri Agnel e i suoi compagni ne godono – e fanno andare in sollucchero chi l’ascolta – pienamente.

 

SUONI RIEMERSI: SEDON SALVADIE “Faliscjes”

SUONI RIEMERSI: SEDON SALVADIE “Faliscjes”

SUONI RIEMERSI: SEDON SALVADIE “Faliscjes”

RIBIUM, Audiocassetta 1992

di Alessandro Nobis

Il 1992 era il decimo anniversario della costituzione della Sedon Salvadie, gruppo dell’area nord orientale italiana che si occupava in modo serio ed approfondito del recupero della tradizione musicale di quell’area e che nelle cui file avevano fatto parte straordinari musicisti e ricercatori come Lino Straulino, Giulio Venier e Maria Scuntaro, tanto per citarne tre.

All’epoca dell’incisione di questo quarto album “Faliscjes” ne facevano parte Paola Biasutti (voce), Andrea Del Favero (armonica, organetto, percussioni e liron), Dario Marusic (violino, voce e fiati) e Gianni Brianese (basso e basso tuba). Il repertorio del disco in questione varia intelligentemente tra i più conosciuti canti narrativi come “Donna Lombarda” e “Un ciant a la cjargnele”, brani tradizonali rivisitati come “Maladet Napoleon” (inventore della leva obbigatoria) e “Aghe aghe” eseguito a cappella, canti religiosi e brani originali come i due che aprono e chiudono l’ascolto del disco e gli arrangiamenti rendono questo repertorio particolarmente gradevole ed interessante. Per tutti.

sedon-salvadieLa Sedon Salvadie è stato uno dei gruppi più significativi del folk revival italiano ed ha certo contribuito a far riscoprire – ed a fermare su supporti sonori – la lingua ed il repertorio orale di un’area che fino ai primi anni Ottanta era stato dimenticato o eseguito solamente da portatori originali. Naturalmente, come altri gruppi come La Ciapa Rusa, il Canzoniere Veronese o i Suonatori delle Quattro Province non godettero di grande popolarità al di fuori del circuito degli appassionati e dei frequentatori dei folk festival – almeno in Italia – e mamma RAI preferiva invece insistere in modo testardo con la promozione di gruppi che provenivano dall’Italia Meridionale di livello artistico eguale a quelli come la Sedon Salvadie.

Da riascoltare assolutamente.

IL DIAPASON INTERVISTA LINO STRAULINO

IL DIAPASON INTERVISTA LINO STRAULINO

IL DIAPASON INTERVISTA LINO STRAULINO

Raccolta da Alessandro Nobis

Uno dei più interessanti musicisti che mi è capitato di ascoltare e di apprezzare – e lo faccio costantemente da quando un amico mi ha fatto sentire “Blue” pubblicato nel 2003 – è il friulano Lino Straulino, già membro fondatore dell’importante ensemble di folk revival La Sedon Salvadie in compagnia di Andrea Del Favero e Dario Marusic. E quale migliore occasione per porgli alcune domande se non quella della pubblicazione di uno straordinario disco per sola chitarra come “Barbad e L’alighe”, stampato solo in 130 copie numerate ma che si è già candidato a diventare un modello per i chitarristi acustici che si ispirano alla musica tradizionale?

  • Il tuo più recente lavoro lo hai dedicato alla chitarra acustica e comprende brani originali, di origine rinascimentale, brani del repertorio popolare inglese e danze tradizionali italiane. Come ti sei avvicinato alla tradizione musicale della tua terra di origine, la Carnia?
  • In realtà, la musica popolare mi girava attorno da sempre, avendo vissuto in una valle carnica fin da piccolo ero costantemente immerso in un mondo di cantori e suonatori tradizionali con repertori davvero sorprendenti
  • Hai registrato anche una coppia di danze tratte dalla raccolta di Giorgio Mainerio.
  • Diciamo che le due danze in questione sono le “danze friulane” che Giorgio Mainerio raccolse nel suo leggendario “primo libro de balli” del ‘500, in realtà ce n’è una terza: l’arboscello (ballo furlano). Delle tre, la celeberrima Scjarazule è sicuramente uno dei brani più importanti e misteriosi di queste terre.
  • Quali le fonti dalle quali hai tratto le danze popolari: scritte oppure orali?
  • Le tre danze italiane a dire il vero le ho recuperate da dei video in rete e poi ci ho costruito su un arrangiamento.
  • Nella tua vita musicale hai affrontato diversi generi musicali, dalla canzone d’autore al progressive alla tradizione popolare in generale, intendo anche celtica. Insomma, sei un musicista eclettico……….
  • Lasciami fare una battuta: perché mangiare solo pastasciutta al ragù tutta la vita? La musica è talmente intrigante che è difficile non farsi ammaliare dalle sue svariate ed invitanti forme, per cui mi sono sempre lasciato guidare dal mio istinto nell’approccio al mondo dei suoni come fa un bambino di fronte ad un negozio di dolciumi, cercando di assaggiare un po’ tutto.
  • Dal punto di vista squisitamente tecnico, quali sono i chitarristi che più ti hanno influenzato? Quelli di scuola anglosassone o americana?
  • Senza ombra di dubbio il mio modo di suonare è figlio dei maestri inglesi in particolare John Renbourn al quale devo moltissimo e senza il quale probabilmente non suonerei come sto suonando.
  • Anche questo nuovo CD è stato pubblicato in un numero limitato – limitatissimo – di copie, rinforzando la tua immagine di “nobile artigiano della musica” e di musicista “di nicchia”. Una tua scelta?
  • Non proprio, direi una scelta forzata; ogni musicista penso gradisca il fatto di far arrivare a quanta più gente possibile la propria musica ma ultimamente sembra difficile poter pensare di vendere anche solo 100 copie di un disco e pertanto la produzione va calibrata su queste taglie purtroppo. Io stesso sto acquistando centinaia di dischi di gruppi e artisti emergenti degli ultimi 4\5 anni ed ho osservato che difficilmente stampano più di 300 copie delle quali un centinaio in tiratura ultra limitata. I supporti nascono già come oggetti da collezione e non di consumo: questa è quello che sta accadendo per le musiche di settore più interessanti.
  • In molti Paesi la cultura popolare è supportata dalle istituzioni locali e nazionali che promuovono – anche se spesso solo in parte – Festival, Rassegne e scuole dove si insegna il repertorio e gli stili della musica tradizionale e comunque finanziano progetti di ricerca negli archivi e sul territorio. Qual è la situazione in Friuli (che ricordo è una regione “a statuto speciale”), è cambiata l’attenzione delle istituzioni verso le tematiche culturali negli anni o è rimasta come in molte altre aree poco o per nulla considerata?
  • Che io sappia a parte Valter Colle e Folkest dischi non c’è molto altro per quanto riguarda questo tipo di documentazione e non credo che abbiano significativi sostegni da parte della regione che anzi sembra molto più attenta a finanziare i grossi concerti estivi che le microrealtà culturali del territorio.
  • Pensi che ci siano ancora aree friulane poco esplorate e studiate dal punto di vista etnomusicologico, o materiale giacente in qualche piccolo archivio nascosto?
  • Sicuramente c’è ancora tanto lavoro da fare dal punto di vista etnomusicologico anche se le fonti con il passare del tempo si fanno sempre più deboli e incerte. La strada da percorrere secondo me è quella dell’analisi dei materiali raccolti durante i decenni. Credo che un’opera di sintesi che tenga conto degli studi fatti finora e dei documenti orali e scritti comparati sia inevitabile per vare un’idea più chiara sul da farsi.
  • Cosa ci dobbiamo aspettare da te in questo 2017? Qualche progetto in cantiere? So che hai scritto – anzi ne ho letto un paio sulla tua pagina di Facebook – una serie di racconti autobiografici. Ne nascerà un libro?
  • E’ un’idea che sto accarezzando da tempo, i racconti sono nati un paio di anni fa e ora rileggendoli mi sembrano ancora freschi e interessanti, pertanto non è escluso che prendano forma in un libro. Ho sempre considerato con sospetto i musicisti che diventano scrittori e viceversa, un po’ come i panettieri che diventano macellai, ma se la cosa nasce spontanea e non indotta credo che si possa tollerare no?

LINO STRAULINO “Barbad e l’alighe”

LINO STRAULINO “Barbad e l’alighe”

LINO STRAULINO “Barbad e l’alighe”

autoproduzione, 2016

 di Alessandro Nobis

Prodotto in centotrenta copie (avete letto bene, 130) “Barbad e l’alighe” è il lavoro più recente del chitarrista – cantante – compositore – ricercatore di Sutrio Lino Straulino, che indifferentemente passa dalla canzone d’autore al progressive, dalla ballata popolare alla musica per sola chitarra contenuto in questo suo recentissimo lavoro.

Questo suo lavoro, finissimo prodotto artigianale direi “d’altri tempi”, testimonia ed evidenzia nel modo più chiaro possibile il gusto, la classe, la superlativa tecnica finger picking di uno straordinario chitarrista che ahimè pochi hanno la fortuna di conoscere ed apprezzare, e questa DEVE essere l’occasione buona per avvicinarsi.

Diciassette tracce che ti fanno viaggiare nello spazio e nel tempo, un disco superlativo alla pari di quelli dei più rinomati finger-pickers nostrani e d’oltralpe che non voglio nominare (lascio a voi immaginare); muoversi con questa grande perizia, equilibrio e delicatezza tra le danze raccolte da Giorgio Mainerio (“Schirazula Marazula” e “Ungaresca” tratte da “Il primo libro dei balli”, 1578), quelle popolari come la furlana (di Corfù), la giga (di Ferrara) e la manfrina (di Castelbolognese), i brani originali (“Smoke Rings” e “Awareness” in quattro parti) e classici come l’irlandese “Foggy Dew” e le inglesi “Merry Go Round” e “Anji” è impresa improba ma se hai la modestia, il talento e l’ampia cultura musicale di Lino Straulino diventa facile. Per lui.

Se non conoscete la sua musica, quattro consigli (per gli acquisti): “Blue”, “La bella che dormiva”, “Gorai” e naturalmente questo capolavoro; “Barbad e l’alighe”.

 

https://www.facebook.com/Lino-Straulino-Words-Music-Page-260483877340962/?ref=ts&fref=ts

LINO STRAULINO “Gorai”

LINO STRAULINO “Gorai”

LINO STRAULINO

“Gorai” – LP Autoproduzione, CD Nota Records, 2013

PUBBLICATO SU FOLK BULLETIN – febbraio 2014

Dice l’autorevole Devoto – Oli alla parola “Artigiano”: “Chi lavora a prodotti non in serie, artistici o no”. Sembra scritta a misura di Lino Straulino da Sutrio, questa definizione. Perché la passione, la sua storia personale e l’amore per la musica che tutto pervade ne fanno un nobile artigiano come del resto ne esistono ancora sia nel mondo della musica che in altri e, aggiungo io, per fortuna.

Questo suo recentissimo lavoro “Gorai” è l’esempio di tutto ciò: produzione del CD a cura della Nota, autoproduzione del vinile in 300 copie numerate, arrangiamenti ridotti allo stretto indispensabile, la solita impeccabile tecnica alla chitarra acustica ed ancora una volta grandi capacità a livello compositivo ed intepretativo. Certo, questa è una sola delle sfaccettature del polimorfico musicista friulano, lontana dagli impulsi progressive del nuovissimo “Mutual agreement” ma piantata ben bene nelle radici della sua terra che conosce come pochi altri. Come dimenticare le gemme come “La Munglesa” e “La bella che dormiva”, punti fermi per chi si occupa della rivisitazione del patrimonio tradizionale? Questo Gorai quindi, è una collezione di dodici brani originali, cantati qui in friulano e là in inglese, brani dove emerge dovunque la passione che Straulino mette in ciò che fa: scrivere, esprimere le proprie sensazioni e sentimenti, suonare, limare qui e là fin a quando la canzone è come “deve” essere: semplice, sentita, comunicativa – nonostante la difficoltà per i non “friulofoni” (scusatemi il termine) -, ed allo stesso tempo totalmente “scarnificata” da qualsivoglia orpello. Essenziale. E se non vi basta il brano d’apertura “As a tree”, allora gustatevi “Tal fret di Londre”, “L’albe” o ancora “Sore sere”. Ancora non basta? Ma siete incontentabili allora!