DONAL LUNNY “Donal Lunny”

DONAL LUNNY “Donal Lunny”

DONAL LUNNY “Donal Lunny”

Gael-Inn Records. LP, CD 1987

di alessandro nobis

Seán Óg Potts alle uilleann pipes, Manus Lunny al bozouky, Nollaig Ní Chathasaigh al violino e viola, Cormac Breathnach al flauto, Arty McGkynn alla chitarra, Steve White e Damien Quinn alle percussioni e soprattutto il “band leader” Donal Lunny, una delle figure che ha dato un enorme contributo alla divulgazione della musica tradizionale in Irlanda, in Europa e ovunque esista nel mondo una comunità di irlandesi: una formazione stellare per questo ottimo lavoro che comprende tutte composizioni del titolare del disco tranne due brani di origine popolare ma arrangiate dallo stesso Lunny, il tutto registrato in una serata dedicata al ricordo di Seán Ó Riada alla National Hall Concert di Dublino il 25 aprile del 1987, probabilmente l’unica performance di questa formazione.

Naturalmente le nuove composizioni percorrono gli stilemi della tradizione irlandese e vista la qualità dei musicisti coinvolti e la perfezione degli arrangiamenti si può tranquillamente affermare che questo disco di Donal Lunny è uno dei più interessanti prodotti in Irlanda negli anni ottanta; cruciale il ruolo del piper Seán Óg Potts che nel brano iniziale “Poirt: across the hill“, accompagnato dal bouzouky e dal bodhran sfodera il meglio della sua tecnica senza mai suonare una nota in più del necessario, Nollaig Ní Chathasaigh e Cormac Breathnach introducono la seguente evocativa slow air “An Fáinne Oir”, un tradizionale arrangiato: il gruppo suona assieme che è una meraviglia, il suono è compatto, delizioso e sono convinto che il grande Seán Ó Riada ne sia rimasto compiaciuto da qualunque luogo abbia ascoltato il concerto.

Disco importante, e da qui ad ascoltare la musica di Ó Riada il passo è breve: fatelo. Capirete quale sia stata la sua influenza sul mondo del recupero e della riproposta della musica popolare irlandese.

SUONI RIEMERSI: BOYS OF THE LOUGH “Farewell and Remember Me”

SUONI RIEMERSI: BOYS OF THE LOUGH “Farewell and Remember Me”

SUONI RIEMERSI: BOYS OF THE LOUGH “Farewell and Remember Me”

Lough / Shanachie Records. LP, 1987

di alessandro nobis

Questo ellepì del gruppo scoto irlandese è il secondo, dopo “Welcoming Paddy Home” (https://ildiapasonblog.wordpress.com/2021/02/01/suoni-riemersi-the-boys-of-the-lough-welcoming-paddy-home/) che si avvale delle uilleann pipes di Christy O’Leary e del pianoforte di John Coakley, entrambi irlandesi, che raggiungono il violinista delle Shetland Aly Bain, il suonatore di concertina e di plettri Dave Richardson dalla regione scozzese del Northumberland e l’altro irlandese, il flautista Cathal McConnell; “Farewell and Remember Me” è un altro lavoro straordinario che conferma la qualità della proposta musicale in termini di scelta del repertorio e del modo di proporlo con arrangiamenti eccellenti e godibilissimi anche dal pubblico poco avvezzo all’ascolto della musica popolare scozzese (e irlandese) e che confermò all’epoca la statura di una band che aveva già registrato con grande regolarità la bellezza di tredici album a cominciare dal disco eponimo del 1973 (e Dick Gaughan faceva parte del gruppo).

Il suono dei Boys of the Lough è sempre stato tutto sommato diverso dalle altre formazioni scozzesi, soprattutto per l’assenza dell’arpa e delle highland bagpipes ed il repertorio di questo bel disco presenta una selezione di musiche e di canzoni tradizionali inserite sia in raccolte storiche che provenienti delle regioni di appartenenza dei componenti del gruppo. Non potevano mancare vista la loro straordinaria importanza brani tratti dalla raccolta stampata nella prima decade del 19° secolo di O’Farrell “Pocket Companion for the Irish Union Pipes”, ossia il walzer (“The Waterford Waltz”) abbinato a “The Stronsay Waltz” raccolto da Richardson a Stromness nelle isole Orcadi, e da quella di Francis O’Neill (“Music of Ireland”) dalla quale il piper O’Leary interpreta “Den Bui”, jig di apertura del disco abbinato ad altre due jigs, il primo dal repertorio del grande violinista del Donegal Tommy Peoples e “Lark in the Morning” imparato dal piper dalla madre di un altro grande suonatore di cornamusa irlandese, Willie Clancy.

Infine voglio citare la ballad irlandese risalente al 1790 “An Spalpin Fanach”, in una versione del Connemara che racconta di un lavoratore disoccupato che vaga di villaggio in villaggio alla ricerca di un lavoro.

Uno dei dischi dei Boys Of The Lough da avere assolutamente, a mio parere.

DAVY SPILLANE “Atlantic Bridge”

DAVY SPILLANE “Atlantic Bridge”

DAVY SPILLANE “Atlantic Bridge”

TARA RECORDS LP, CS. 1987

di alessandro nobis

Conclusa l’esperienza con i Moving Hearts, formazione che sapientemente aveva con eccellenti risultati elettrificato il folk irlandese anche con l’inserimento di elementi di diversa provenienza (uno per tutti la rilettura di “Before the Deluge” di Jackson Browne), il piper Davy Spillane pubblica nel 1987 questo suo “Atlantic Bridge” che va oltre il suono degli Hearts allestendo per l’occasione una band davvero stellare per unire idealmente le due sponde dell’Atlantico. Lo fa chiamando in studio alcuni membri della sua ex band (Christy Moore, Noel Eccles ed Eoghan O’Neill) ed alcuni tra i migliori protagonisti del nuovo folk americano come il banjoista Bela Fleck, il dobroista Jerry Douglas ed il chitarrista inglese Albert Lee che con la sua tecnica “chicken picking” (plettro e dita) si inserisce alla perfezione nel gruppo. Ciò che ne esce è musica di grande respiro con gli immancabili e dirompenti riferimenti al folk irlandese (splendido e doveroso l’omaggio al grande piper Jonny Doran eseguita in solo dalle uilleann pipes) e l’arrangiamento di brani lontano dal folk ovvero la rilettura della beatlesiana “In My Life” con la melodia suonata dal low whistle di Spillane e lo shuffle di “Lansdowne Blues” con in evidenza le “blues pipes” e la chitarra di Albert Lee.

Il “resto” è il suono dei Moving Hearts e gli appassionati di questo gruppo ne troveranno abbondanti e brillanti tracce: il dobro di Douglas che introduce le pipes sostenute dal basso elettrico nel brano eponimo composto da Spillane con interventi anche di Bela Fleck, il trascinante “O’Neill Stateman” scritta dal talentuoso bassista con i suoi efficaci “breaks” e, per chiudere “Davy’s Jigs” ovevro la tradizione delle uilleann pipes rivista e corretta da Spillane, più tradizionale nella sua prima metà e più rivolta al futuro (quello che si immaginava nel 1987) nella seconda dove tutta la classe di Albert Lee è in bella evidenza.  

SUONI RIEMERSI: JERRY O’SULLIVAN “The Invasion”

SUONI RIEMERSI: JERRY O’SULLIVAN “The Invasion”

SUONI RIEMERSI: JERRY O’SULLIVAN “The Invasion”

Green Linnet Records, LP 1987

di Alessandro Nobis

Questo “The Invasion” è il primo album solista del piper irlandese – americano Jerry O’Sullivan, originariamente suonatore di Highland Bagpipes e poi convertitosi dopo una visita in quel di Dublino alle uilleann pipes diventandone uno dei più accreditati ambasciatori di questo strumento oltreoceano e godendo di un notevole rispetto dei pipers della terra d’Irlanda.

La storia della musica irlandese in America nasce “ufficialmente” più di un secolo fa quando un agente della polizia di Chicago, Francis O’Neill (1848 – 1936) nativo di Tralibane nella Contea di Cork diede alle stampe due raccolte che tutt’oggi sono una fondamentale fonte di studio per musicologi e musicisti irlandesi, la prima pubblicata nel 1903 (“O’Neill Music of Ireland” con 1850 brani musicali) e la seconda del 1907 (“The Dance Music of Ireland”con 1001 brani) sono le più importanti. Con l’invenzione dei grammofoni poi iniziarono ad essere registrati e pubblicati moltissimi 78giri che sono un’altra importante fonte di studio: su Facebook ad esempio esiste il gruppo “The ITM 78 Group” fondato da Frank Dalton che mette a disposizione numerosi audio ricavati dalla digitalizzazione di 78giri.

Il newyorkese Jerry O’Sullivan per registrare questo suo bel disco d’esordio si è avvalso della collaborazione soprattutto di musicisti appartenenti a famiglie “irlandesi” – la sua ha le origini nella Contea di Mayo – come Seamus Egan, Eileen Ivers, Jesse Winch e Joanie Madden vicino a Mick Moloney, irlandese ma trasferitosi oltreoceano, ed all’americana Rosalyn Briley con un risultato assolutamente brillante sia nella scelta del repertorio che dell’interpretazione. Per ogni brano il piper si avvale di diverse collaborazioni; vorrei segnalare i set “The Chorus Reel / Ashmoean House” dai repertori di Joe McKenna e Tommy Gunn con il banjo di Eagan e la chitarra di Moloney e quello composto da Joanie Madden “The Conspiracy / Nuala’Bonnet / The Croton Dam / The Invasion” e l’interpretazione in duo con l’arpa di Rosalyn Briley di una delle ultime composizioni di Turlogh O’Carolan, quel “Farewell to Music” scritto nella residenza della mecenate Mrs. McDermott. Naturalmente ci sono anche dei brani eseguiti in “solo” come “Colonel Fraser” suonato nello stile del grande piper Johnny Doran ed un doveroso omaggio a Robbie Hannan con l’interpretazione di due jigs.

Bellissimo disco realizzato da un gruppo di musicisti che hanno saputo esprimere nel migliore dei modi l’orgoglio ed il senso di appartenenza alla loro terra d’origine.

SOSTIENE BORDIN: THE DUKES OF STRATOSPHEAR “Psonic Psunspots”

SOSTIENE BORDIN: THE DUKES OF STRATOSPHEAR “Psonic Psunspots”

SOSTIENE BORDIN: THE DUKES OF STRATOSPHEAR “Psonic Psunspots”

VIRGIN RECORDS. LP, 1987

di cristiano bordin

“È stato sconvolgente pensare che gli ascoltatori preferissero queste finte personalità alle nostre stesse personalità”. Così dichiarò Andy Partridge, leader degli Xtc, uno dei gruppi inglesi più importanti e prolifici dalla esplosione del punk fino agli anni ’90.

Eppure andò più o meno davvero così.

I Dukes of Stratosphear fu un’ avventura, un travestimento in quelli che erano gli abiti preferiti della band: quelli degli anni ’60 della psichedelica inglese e americana.

Strumenti d’ epoca, pseudonimi – Partridge era sir Jon Johns – due sole sessions per ogni brano. Una boccata d’aria fresca per una band che ha conosciuto il successo ma anche mille traversie e alla fine ha raccolto meno di quanto ha seminato.

I Dukes of Stratosphear iniziano nell’85 con “25 o’clock”. La data di uscita spiega molto: il primo aprile. Ma succede l’imprevedibile: con sole 5 mila sterline di budget l’album vende il doppio di “Big express”, firmato Xtc, uscito l’anno prima. E allora perché non riprovarci?

Il budget raddoppia e il miracolo si ripete “Psonic psunspots” vendera’ più di “Skylarking”, uscito l’anno prima, il 1986, che pure è uno dei dischi più belli fatti dagli Xtc.

Il gioco riesce per la seconda volta e gli ingredienti sono la classe e la creatività della band, il saper fondere radici e passioni musicali con la propria personalità.

Non è da tutti giocare ad armi pari coi Beatles o con i Byrds ma alla fine dipende sempre da chi ci gioca. E Partridge è soci se lo possono permettere.

Bellissima copertina in puro stile psichedelico, un titolo che sembra una frase di Età Beta e 10 brani uno più bello dell’altro che si incastrano perfettamente tra passato, gli anni ’60, e il presente, gli’ 80. “Vanishing girl”, “Shiny cage”, ” sono ballate psichedeliche perfette e senza tempo. “Have you seen Jackie”, “You’re a good man Albert Brown” sono delicati omaggi alla psichedelica inglese: Tomorrow, Bonzo Dog Band. “Caleidoscope”, “You’re my drug” rappresentano in pieno il progetto Dukes of Stratosphere tra richiami beatlesiani – e il fantasma dei Beatles ha accompagnato tutta la vicenda degli Xtc – echi barrettiani e richiami ai Kinks. Se mettiamo insieme questo album a “Skylarking” non si può che concludere che quegli anni tra il 1986 e l’87, sono stati tra i migliori della band di Swindon.

Ma il gioco Duke of Stratosphear finirà presto.

Per un incidente orribile con un sorbetto” dichiarò Partridge con humour britannico.

Ma “Psonic Psunspots” resta qualcosa di più di uno scherzo: un album che funziona adesso come allora è che funzionerà sempre.

THE DUKES OF STRATOSPHEAR: SIR JOHN JOHNS (Andy Partridge): voce, chitarra – THE RED CURTAIN (Colin Moulding): basso – LORD CORNELIUS PLUM (Dave Gregory): tastiere, chitarra – E.I.E.I. OWEN: batteria

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JERRY GARCIA “Ragged but Right”

JERRY GARCIA “Ragged but Right”

JERRY GARCIA ACOUSTIC BAND       

“Ragged but right” Jerry Garcia Family, 2010

Pubblicato su FOLK BULLETIN, 2011

di Alessandro Nobis

Era il 1964 quando Jerry Garcia diede vita ai Black Mountain Boys con David Nelson e Sandy Rothman, un anno prima quindi della fondazione di The Warlocks, band che quasi subito prese il nome di Grateful Dead. Una passione, quella del bluegrass e più in generale della tradizione americana, che Garcia coltivò fino alla fine; prima con il folk elettrificato dei New Riders of The Purple Sage, poi con il supergruppo Old And In The way, le collaborazioni con David Grisman ed infine con il gruppo titolare dell’incisione che vi presentiamo.

Questo sestetto, che oltre ai due fidi Nelson e Rothman, schiera il contrabbassista John Kahn, il violinista Kenny Kosek (Country Cooking) ed il percussionista David Kemper, aveva un repertorio radicato nella più pura tradizione americana fatta di classici interpretati in modo piuttosto originale, lasciando spazio all’improvvisazione ed agli assoli: una musica tradizionale sì nei contenuti ma molto lontana dai gruppi bluegrass più “ortodossi” e conservatori, come qualche anno fa ebbe modo di raccontarci Peter Rowan, altro musicista collaboratore di Garcia al tempo degli Old and in the Way.

La sequenza dei brani, che provengono da due concerti del 1987 fino ad oggi inediti, va dai “traditional” come “Deep Elem Blues” (anche nel repertorio acustico dei Grateful Dead), “Ragged But Right” (arrangiamento di una esecuzione di Riley Puckett del 1934) alla rivisitazione di “Trouble in Mind” (un blues eseguito anche da Big Bill Broonzy e Bessie Smith) fino alla rilettura dei brani di Leadbelly “Goodnight Irene” e del grande chitarrista Don Reno, autore di “Drifting with the tide” (1952) con ispirati “breaks” di David Nelson.

Una fortuna che qualcuno – leggi Dick Latvala e John Cutler – abbia voluto registrare ed archiviare tutti i concerti dei Dead & C.: a quasi venticinque anni di distanza, questa musica è ancora fresca, interessante e rappresenta ancora un riferimento per le nuove generazioni. Segnaliamo infine l’attesa ristampa dell’altrettanto ottimo “Almost Acoustic”, stesso gruppo, stessa tourneè.

Alessandro Nobis