DALLA PICCIONAIA: 3rd EUROPEAN FESTIVAL OF YOUNG MUSICIANS. Quattro Castella, Reggio Emilia 31 maggio e 1 giugno 2019

DALLA PICCIONAIA: 3rd EUROPEAN FESTIVAL OF YOUNG MUSICIANS. Quattro Castella, Reggio Emilia 31 maggio e 1 giugno 2019

DALLA PICCIONAIA: 3rd EUROPEAN FESTIVAL OF YOUNG MUSICIANS

Quattro Castella, Reggio Emilia 31 maggio – 1 giugno 2019

di Alessandro Nobis

Si terrà venerdì 31 maggio e sabato 1 giugno a Quattro Castella, nel reggiano, la terza edizione dell’EUROPEAN FESTIVAL OF YOUNG MUSICIANS, dedicato come evince dal titolo, alla musica interpretata da giovani musicisti compresi tra le età di 13 e di 20 anni. E’ un progetto il cui ideatore, l’Associazione Culturale “Futuro in Musica” in collaborazione con la Regione Emilia Romagna e la locale Amministrazione Comunale va nella direzione di promulgare ed incoraggiare la pratica della musica, e di dare la possibilità ad orchestre giovanili di incontrarsi, raccontare le proprie esperienze e naturalmente esibirsi dal vivo.
Quest’anno sono state invitate orchestre proveniente dalla Germania, dall’Irlanda (nello specifico dall’Ulster), dalla Romania e dall’Ungheria oltre naturalmente da due orchestre che faranno gli onori di casa, ovvero l’Orchestra Giovanile di Quattro Castella e la Mikrocosmos Orchestra di Casalgrande.

La giornata di venerdì 31, quasi un pre-festival, sarà dedicata a due Master Class, uno dedicata al suono orchestrale e l’altra al canto corale tenute rispettivamente dal M° Luigi Pagliarini e dal M° Mircea Ionescu e si concluderà alle 21 con una esibizione dei gruppi ospiti presso il Cinema Eden di Puianello. Il sabato il pubblico avrà l’opportunità a partire dalle ore 19 in Piazza Dante a Quattro Castella di assistere alle esibizioni delle orchestre invitate, ovvero (nell’ordine previsto di esibizione) l’European Orchestra diretta dal M° Luigi Pagliarini, l’Ensemble di Bucarest “Rainbow Children”, l’Orchestra Giovanile di Quattro Castella diretat dal M° Saverio Settembruno, l’Armagh Pipers Club guidato dai tutor Thomas Smyth e Donna McKinney, l’ensemble ungherese “Iskola Thury Gyorgy”  e dalla “Philippinum Orchester” di Weiburg.

Si tratta per lo più di orchestre giovanili legate ad Istituzioni Scolastiche che presentano un repertorio legato al ricchissimo e straordinario mondo classico europeo con l’eccezione del gruppo proveniente dalla prestigiosa scuola di musica tradizionale di Armagh, nell’Ulster, all’interno di quella importante istituzione che è l’Armagh Pipers Club. Club che dal 1966 promuove lo studio, lo sviluppo e la ricerca della ricchissima tradizione musicale della terra irlandese oltre che ad organizzare, e quest’anno sarà il ventiseiesimo, il prestigioso William Kennedy Piping Festival che come di consueto si terrà alla metà del prossimo novembre.Armagh_rehearsals.jpg

L’Armagh Pipers Club è un importante centro di cultura, promuove la musica popolare attraverso corsi e seminari che principalmente riguardano le uilleann pipes, il tin whistle, il ballo tradizionale, il canto ed il violino e che coinvolgono alunni anche giovanissimi, ed il fatto che alcuni degli allievi abbiano formato in seguito gruppi professionisti la dice lunga sulla qualità del lavoro della scuola fondata dal piper John Brian Vallely e dalla violinista Eithne Vallely. Questa di Quattro Castella è un’occasione unica, per non può trascorrere un weekend lungo ad Armagh per il Festival, di ascoltare musica irlandese e di confrontare le diverse esperienze delle orchestre improntate sul repertorio classico con questa che invece si dedica a quella tradizionale.

IMG_0789.jpgPer molti dei giovani partecipanti a questo festival sarà la prima occasione di confronto con coetanei stranieri ed anche sarà la prima esibizione al di fuori dei confini del loro Paese: personalmente mi auguro che di questi festival se ne organizzino altri e che nelle scuole italiane venga promosso lo studio e la pratica della musica in una qualsiasi delle sue forme

In caso di maltempo le esibizioni si terranno presso la Chiesa di S.Antonino a Quattro Castella.

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FRANCO CHIRIVI’ “Nas Cordas”

FRANCO CHIRIVI’ “Nas Cordas”

FRANCO CHIRIVI’ “Nas Cordas”

DODICILUNE RECORDS CD Ed420, 2019

di Alessandro Nobis

Non capita di frequente che un richiesto ed apprezzato da moltissimi colleghi musicisti che richiedono la sua collaborazione in studio di registrazione trovi nei suoi mille impegni il tempo e la libertà di ritagliarsi uno spazio per finalmente esprimere la “sua” musica: tra quelli che sono riusciti nell’impresa c’è il chitarrista salentino Franco Chirivì che con questo “Nas Cordas” libera tutta la sua passione e competenza tecnico-culturale regalando e regalandoci una preziosa testimonianza di quello che è la musica brasiliana.

“Nas Cordas” è un suggestivo viaggio attraverso alcuni tra i più significativi autori e strumentisti che hanno fatto tanto amare questo repertorio ovunque, e la scelta è intelligentemente caduta su quelli meno conosciuti e forse anche meno interpretati; che Chirivì suoni la chitarra acustica o quella elettrificata accompagnato dal bravissimo chitarrista Gianni Rotondo (anche cantante in “Carinhoso” di Pixinguinha)cambia poco, la musica scorre gradevolissima sì grazie alla bellezza e del fascino delle melodie e  ma anche grazie al suono caldo ed al sentimento che pervade tutto il lavoro.

“Rio de Janeiro” di Carlos Althier de Souza Lemos Escobar a.k.a. “Guinga” e la magnifica versione strumentale della bossa-nova “Agarradinhos” di Roberto Menescal e Rosàlia De Souza vengono eseguita con la chitarra di Chirivì elettrificata, per le altre composizioni la scelta è caduta sul suono avvolgente e suadente della chitarra acustica. Due modi diversi per raccontare lo stesso e diversificato universo della musica brasiliana, e l’ascolto del brano di Joao Bosco “Senhora do Amazonas” (anche questa una versione strumentale) che apre il disco e di “Bejia Fior” di Nelson Cavaquinho (della quale esiste una splendida versione del pianista Enrico Pieranunzi) ci fa comprendere quanto sia stato accurato il lavoro di preparazione alla registrazione e pregevolissimo il risultato.

http://www.dodicilune.it

 

 

FRANCESCO CALIGIURI QUINTET “Renaissance”

FRANCESCO CALIGIURI QUINTET “Renaissance”

FRANCESCO CALIGIURI QUINTET “Renaissance”

Dodicilune Records, Ed413. CD, 2019

di Alessandro Nobis

Che Francesco Caligiuri si fosse infatuato di certo jazz inglese degli anni Settanta lo si era capito già dall’ascolto dell’ottimo “Olimpo” (https://ildiapasonblog.wordpress.com/2017/07/22/francesco-caligiuri-olimpo/)e con questo altrettanto interessante “Renaissance” conferma quella sensazione regalando spunti che non possono non far ricordare, ad esempio nel riff di “The Breeze”, il sound targato Soft Machine (quelli, per intenderci post Wyatt e pre Holdsworth) o dei Nucleus in “Il Canto dei Titani”; ma, come avevo raccontato in occasione di “Olimpo”, si tratta del giusto recupero, qualche segnale, qualche frammento di un suono che ha fatto la storia del jazz europeo più intelligente e non di un’operazione calligrafica.

Qui il sassofonista calabrese è alla testa di un notevolissimo quintetto con Nicola Pisani al sax soprano), Michel Godard alla tuba e serpentone, Luca Garlaschelli al contrabbasso e Francesco Montebello alla batteria che danno il loro competente contributo interpretando gli spartiti di Caligiuri, autore di tutti i brani. Jazz nel solco del maistream che contiene momenti di grande classe, sia nei soli che nel suono d’insieme grazie agli arrangiamenti che intelligentemente danno il giusto spazio ai cinque “quinti” del combo: gli intrecci nel già citato “Il Canto dei Titani”, i soli di Michel Godard, di Luca Garlaschelli e del baritono di Caligiuri in “Restless” (e qui, scusatemi, non ci sentite un pizzico, una brevissima citazione della crimsoniana “i Talk to the wind”, proprio due note, le iniziali?), il suono d’insieme di “Le Petit Enfant” introdotto dal contrabbasso e dal serpentone e con un bel solo di clarinetto basso.

Un bel disco, importante, un’altra testimonianza di quale livello sia nel nostro Paese il jazz suonato, con uno sguardo ai “suoi passati” e sempre rivolto e concentrato alla scoperta di nuovi percorsi.

E questo Renaissance, ripeto, ne è un esempio eccellente.

http://www.dodiciluneshop.it

 

 

DUCK BAKER “Plymouth Rock”

DUCK BAKER “Plymouth Rock”

DUCK BAKER  “Plymouth Rock”

Fulica Records, CD. 2019

“Unreleased & Rare Recordings, 1973 – 1979”, recita il sottotitolo di questa nuova pubblicazione del chitarrista e compositore americano Duck Baker, che come le precedenti (https://ildiapasonblog.wordpress.com/2018/05/16/duck-bakerles-blues-du-richmond-demos-and-outtakes/), (https://ildiapasonblog.wordpress.com/2017/05/19/duck-baker-the-preachers-son/), (https://ildiapasonblog.wordpress.com/2016/11/16/duck-baker-outside/) e (https://ildiapasonblog.wordpress.com/2017/05/03/duck-baker-shades-of-blue/)regala agli ascoltatori ed in particolare ai “BakerHeads” gemme mai ascoltate proveniente temporalmente da vari periodi della sua lunga carriera.

Qui siamo bel pieno degli anni Settanta attorno per la precisione al 1975, anno in cui Baker pubblica il suo primo lavoro per la Kicking Mule Records ed i brani provengono da registrazioni fatte negli US ed anche a Londra (6 per la precisione), e tutte hanno una qualità audio notevole considerata la cura con la quale Baker mette e sta mettendo nella scelta dei brani provenienti dal suo e da altri archivi.

“Sheebeg and Sheemore” (tradizionale irlandese), “Indiana” (texan swing), “Honeysuckle Rose” (Fats Waller) sono diventati poi dei classici che ancora oggi spesso suona dal vivo, con la solita verve e classe, “Zebra Blues” (nel repertorio di “There’s Something For Everyone In America”, album di esordio del ’75) e “Plymouth Rock” sono brani originali, “Callahan’ Hornipe” è ancora una danza irlandese: devo dire che anche questa volta è un piacere ascoltare la chitarra di un Duck Baker nei primi anni della sua carriera, per capire come si è evoluto ed ampliato il suo repertorio di quello che da molti è considerato uno dei maestri dello stile fingerpicking, suonato sia con set di corde di nylon che in acciaio come in “Sheebeg and Sheemore” e in “Callahan’ Hornpipe”

Le registrazioni, a parte cinque pubblicate su cassetta nel 1989 e quindi come potete immaginare introvabili, sono tutte inedite.

Tutto “grasso che cola”.

 

DALLA PICCIONAIA: DroBro, concerto al MODUS, Verona. 6 febbraio 2019 

DALLA PICCIONAIA: DroBro, concerto al MODUS, Verona. 6 febbraio 2019 

DALLA PICCIONAIA: DroBro concerto al MODUS, Verona

“Live al Modus, 6 febbraio 2019”

di Alessandro Nobis

Una davvero interessante performance di Luca Crispino e Teo Ederle, a.k.a. The DroBro (DROne BROthers) si è tenuta nel piccolo ma confortevole teatro MODUS di Verona, a due passi da Piazza San Zeno, nei primi giorni di febbraio e grazie ai due musicisti ho avuto la possibilità di ascoltare a posteriori l‘intero concerto. Musica elettronica, ambient o elettroacustica, tutte e tre assieme probabilmente, nata dall’interazione tra i due esperti e fini musicisti e sviluppatasi “in corso d’opera” come si conviene quando si parla di musica improvvisata; ma intendiamoci subito prima che nasca qualche equivoco dalle parole che ho usato. A differenza dei musicisti che creano la musica elettronica preparandola accuratamente prima della performance, Ederle e Crispino partono da un’idea iniziale attorno alla quale, e dalla quale, creano note, suoni, frasi di basso, accordi di chitarra, melodie che partendo dal loro strumento, la chitarra, si deformano, si dilatano, si reiterano e cambiano forma passando attraverso una serie di attrezzature elettroniche – possiamo chiamarle anche strumenti? – che consentono a chi utilizza consapevolmente, ed è questo il caso dei DroBro, di presentare una musica intrigante ed affascinante, complessa e ricca di spunti; questo anche perché Ederle e Crispino riescono a far passare attraverso le loro menti e la loro strumentazione (che riporto fedelmente alla fine dell’articolo) tutte le esperienze di musicisti e di attenti ascoltatori raccolte ed assimilate nel tempo. Quindi è necessaria un’intesa profonda ed anche una corrispondenza di idee che si vogliono sviluppare durante la performance che si presenta in un continuum, un’intesa che esiste e senza la quale il livello dell’improvvisazione non sarebbe di qualità così eccellente.

La frase di basso che si sviluppa attorno al minuto 21 e che lungamente resta come base per una bella stratificazione di suoni (di chitarra, ritmi elettronici, accordi che si incrociano), l’inizio in chiave ambient sul quale si innestano suoni degli strumenti filtrati sapientemente che portano chi ascolta immediatamente nell’universo sonoro del duo sono solo due momenti che mi piace segnalare.

Una performance che fortunatamente è stata registrata e che meriterebbe a mio avviso di essere pubblicata da qualche etichetta specializzata, ma che purtroppo non ha avuto il riscontro di pubblico che meritava; la curiosità e l’interesse del pubblico verso le avanguardie sono diminuite a Verona nel corso del tempo, ma questo è un discorso che ci porterebbe molto lontano.

TEO EDERLE: chitarra Martin OM Marquis, preamp D-Tar Solstice, compressore JHS Pulp’n’Peel, overdrive Maxon OD9, guit. Synth Boss SY300, Eventide H9, Looper 1 TC Electronics Ditto x4, tremolo EHX Super Pulsar, Boss SL20 Slicer, Bitcrusher Meris Ottobit jr, Delay-looper 2 Strymon Timeline, Reverbero Strymon Big sky, looper 3 EHX 95000.

LUCA CRISPINO: chitarra Fender Jaguar, octaver Boss OC3, comp. Wrampler, overd. Rat, EHX Freeze, Delay Digitech Obscura, Boss ME70, Zoom G50r, Looper TC Electronics Ditto x4.

 

 

LUIGI BLASIOLI “Mestieri d’oltremare e favole di jazz”

LUIGI BLASIOLI “Mestieri d’oltremare e favole di jazz”

 

LUIGI BLASIOLI “Mestieri d’oltremare e favole di jazz”

Dodicilune Records, Ed391.CD. 2019

di Alessandro Nobis

Aveva già descritto il precedente bel lavoro del contrabbassista abruzzese Luigi Blasioli “ Sensory Emotions” (https://ildiapasonblog.wordpress.com/2016/03/01/luigi-blasioli-sensory-emotions/) ed eccomi qui ad ascoltare la sua più recente creazione, “Mestieri d’oltremare e favole di jazz” sempre in collaborazione con la Dodicilune Records.

E’ un album dove “comanda” il contrabbasso, quello di Blasioli naturalmente: detta i ritmi, è sempre in primo piano, conduce il gioco; e soprattutto non annoia mai. E, visto che qui si “narrano” storie, mi viene spontaneo immaginarlo – non me ne voglia Blasioli – come un lavoro “cantautorale”, di ballate, nel senso musicologico ovvero “dove si raccontano storie e persone”; qui naturalmente il linguaggio è diverso, è quello del jazz che ispirandosi al volume per ragazzi “Che mestieri fantastici” di Massimo De Nardo narra fatti e persone legate alla vita dello stesso Blasioli. Un progetto originale all’apparenza di facile ideazione ma di difficile realizzazione; il trio, con il pianista Cristian Caprarese ed il batterista Giacomo Parone interpreta le composizioni riuscendo a dare quel carattere – narrativo appunto – di ampio respiro che è la cifra di tutto questo lavoro; naturalmente con le note scritte da Blasioli è più facile immaginare quanto viene descritto e naturalmente i personaggi e gli ambienti prendono forma o ritornano, come “Primula Rossa” del trombettista Marco Tamburini nel “Musicante di Bologna” o l’istantanea delle sorelline di Amatrice in “Giulia tra i cumuli ad Accumoli” sepolte dalle macerie una sola delle quali sopravvive grazie agli sforzi dell’altra che purtroppo muore. O ancora la ballad “Potti, Ciccio e Pepe” dedicata agli amici animali con i cammei di Tom Kirkpatrick alla tromba e Pierpaolo Tolloso al sassofono e il bellissimo “racconto” di Selimi (“Il navigante di Skopje”), incontrato casualmente che narra la sua storia, quasi a significare che ogni persona che sfioriamo e che talvolta incontriamo ha una storia da raccontare.

Ancora un disco “significativo” e dalla costruzione davvero personale questo di Luigi Blasioli, il cui significato lo si può recepire nel recitativo “con contrabbasso” nel breve brano che chiude il disco, “I mestieri e le favole”.

Pronti per riascoltarlo sotto una luce nuova.

http://www.dodicilune.it

 

 

 

W. B. TILMAN “Mischief, viaggi in Artide e in Antartide”

W. B. TILMAN “Mischief, viaggi in Artide e in Antartide”

W. B. TILMAN “Mischief, viaggi in Artide e in Antartide” (499)

MARE VERTICALE EDIZIONI, PAGG. 270, € 20,00

di Alessandro Nobis

A qualche mese di distanza dalla pubblicazione del volume di Jean Baptiste Charcot “Nei mari della Groenlandia e il naufragio” la casa editrice Mare Verticale ha dato alle stampe la traduzione italiana del diario di viaggio pubblicato in lingua originale nel 1966 di Harold William Bill Tilman (1898 – 1977), instancabile avventuriero, alpinista ed esploratore che raggiunse le cime del monte Kenya, del Ruwenzori e del Kilimangiaro; in Himalaya salì il Nanda Devi e arrivò quasi a scalare nel 1938 la vetta del Monte Everest dedicandosi poi alla navigazione dei mari polari con il suo vascello Mischief alla ricerca di vette inviolate in quelle terre circondate da acque perigliose.

In questo avvincente volume Tilman ci racconta di quattro sue spedizioni, ovvero quelle nella Baia di Baffin (maggio – settembre 1963), in Groenlandia (maggio – settembre 1964), nell’Isola di Heard (novembre 1964 fino al marzo dell’anno seguente) ed infine ancora in Groenlandia (giugno – settembre 1965), tutte a bordo del Cutter “Mischief”, costruito a Cadiff nel 1906, stazza di 29 tonnellate con un motore ausiliario di 40 HP, progettato per navigare nelle tormentate acque del canale di Bristol ma con la chiglia non rinforzata adeguatamente per contrastare eventuali tratti con il mare ghiacciato.

mischief_tilman_a54559152637ac1e93a064489826113cAnche se effettuati nel secolo scorso, visto l’equipaggiamento di Tilman e la pericolosità dei mari da lui frequentati, sembra di leggere un diario di bordo del 18° secolo quando i navigatori cercavano in modo  pioneristico il leggendario “Passaggio a Nord Ovest”; un diario preciso – come deve esserlo – che si legge in modo piacevole sia grazie alla descrizione puntuale delle genti incontrate – come gli abitanti delle Faer Oer e dell’Islanda – ed anche ai commenti ironici di cui è condito.

Una dozzina di anni più tardi, per essere precisi nel 1977, durante una tappa per raggiungere l’Antartide, Tillman si inabissò con l’imbarcazione e tutto l’equipaggio tra i flutti nel tratto di oceano tra Mar Del Plata e le Isole Falkland / Malvinas mentra era al comando della “En Avant” con a bordo alpinisti che avrebbero dovuto scalare la cima di Smith Island.