CHRIS HORSES BAND “Dead End & a Little Light”

CHRIS HORSES BAND  “Dead End & a Little Light”

CHRIS HORSES BAND  “Dead End & a Little Light”

C.H.Band ·A-Z Blues Made In Italy. CD, 2019

di alessandro nobis

La copertina di Antonio Boschi

Per raccontare le proprie storie o per raccontare storie di altri ogni musicista sceglie il linguaggio più adatto alla sua personalità, alle sue passioni. Cristian Secco, a.k.a. Chris Horses scegli quello del più robusto, ispido e sanguigno rock americano riportandoci per gli otto brani di questo convincente “Dead End & a Little Light” ai tempi della Capricorn di Macon, Georgia. Solo per questo “Chris” ed i suoi compagni di viaggio (il bassista Marc “Don Quagliato, il batterista Marcu T, il chitarrista Mattia “Reez” Rienzi ed tastierista e fiatista Giulio “Snap” Jesi) vanno ringraziati se non altro da quelli che “quel suono” hanno lungamente amato: va sottolineato che questa non è una tribute band o una cover band, sia chiaro, questo è un quintetto che fa della coesione sonora, della tecnica e dell’ispirazione il suo marchio di fabbrica e le scritture di “Chris Horses” sono caratterizzate da riff molto pregevoli (“In Silence” con una graffiante ed incisiva chitarra elettrica che mantiene alta la tensione per tutto il brano, il ”Southern Rock” di “A Little Light” con la voce che canta all’unisono con il sax) ma anche da ballate elettroacustiche di pregevole fattura come “Lost” e “This Old Town” scandita dagli arpeggi di chitarra e con la credibilissima voce del leader e con il flauto traverso che mi ha riportato piacevolmente al suono della ……………….. (sapete, non mi piace fare citazioni, ma dai, questa è facile facile).

La strada metafora della vita (“Ma da qualche parte, in qualche modo, dobbiamo andare / quindi è meglio percorrere la nostra strada” di “In Silence”), l’inquietudine (“Così tanti pensieri da pensare / se continuo così, credo che affonderò”, “Dead End” ed anche “Sono stanco di sprecare il mio tempo / ho solo bisogno di un po’ di luce” di “A little Light”) ed anche l’indifferenza e la delusione di “This Old Town” (“Amo questo paese così tanto da odiarlo / Ha preso di me più di quanto avessi / ora devo andare / forse non tornerò, non so”) sono temi comuni anche nella letteratura musicale d’oltreoceano ma sono sentimenti della condizione umana e quindi universali. Bravo Cristian Secco & C. a saperli descrivere in modo così diretto e semplice. Un bel disco, una sorpresa per me.

EDUARDO PANIAGUA “Cantigas del Norte de Francia”

EDUARDO PANIAGUA  “Cantigas del Norte de Francia”

EDUARDO PANIAGUA  “Cantigas del Norte de Francia”

Pneuma Records PN 1590. 2CD, 2019

di alessandro nobis

Per questo nuovo doppio CD Eduardo Paniagua e la Pneuma Records accendono i riflettori sul gruppo di Cantigas raccolte da Alfonso X El Sabio (1221 – 1284) che riguardano i miracoli mariani compiuti nel nord della Francia e affiancandosi alle undici cantigas contenute in un altro CD, “Cantigas de Francia” pubblicato nel 1998 (PN – 520).

Arras nel Passo di Calais e Soissons nell’Aisne sono due delle località dove la Vergine ha compiuto dei miracoli qui raccontati e tra le più interessanti Cantigas qui registrate segnalo la CSM 81 (“La Bella Gondianda, Fuego en el Rostro” che descrive la guarigione dal “Fuoco di Sant’Antonio” (“Fuego de San Martial” un’epidemia simile alla peste molto diffusa nel XIII° secolo che provocò numerosissime vittime) che aveva devastato il volto di Gondianda, la CSM 101 (“Sordomudo en Soissons”) che ci parla della guarigione di un sordomuto a Soissons, la CSM 68 (“Mancebas Rivales del amores en Arras”) che racconta come la Vergine pose fine alle violente liti tra la consorte di un uomo che aveva maledetto la sua amante ed infine la Cantiga 298 (“El demonio de Soissons”), dove una donna posseduta dal demonio si reca al santuario di Soissons e viene “liberata” dalla Vergine Maria.

Per queste registrazione Paniagua si affida come al solito all’ensemble Musica Antigua, costituito da musicisti di primissimo livello assieme a numerosi ospiti che riescono a dare una visione musicale nitida e sempre ispirata a questo monumentale ed unico progetto della Pneuma che prosegue senza interruzione. Tra i primi ricordo le presenze di El Wafir all’oud, del percussionista David Mayoral oltre naturalmente al polistrumentista Eduardo Paniagua, tra i secondi Begona Olavide al salterio e Luis Delgado entrambi collaboratori di lunga data dello stesso Paniagua.

Per quello che mi risulta, un altro doppio CD dedicato alle Cantigas della Francia meridionale è di imminente pubblicazione; attendiamo impazienti notizie ……..

EDUARDO PANIAGUA “Alquimia de la felicidad”

EDUARDO PANIAGUA  “Alquimia de la felicidad”

EDUARDO PANIAGUA  “Alquimia de la felicidad”

Pneuma Records PN 1600. CD, 2019

di alessandro nobis

Alchimia: “Pretesa scienza naturale per mezzo della quale gli uomini si avvisavano di poter convertire i metalli vili in nobili e di comporre medicamenti atti a guarire ogni malattia e a prolungare la vita oltre ai suoi limiti naturali” (G. Devoto – G. C. Oli, “Vocabolario della lingua italiana”). A questa “scienza” millenaria Eduardo Paniagua dedica “Musica Andalusi para el Museo de la Alquimia en Cordoba” approfittando dell’apertura nella città andalusa della Mezquita del museo “Al Iksir”, aperto nel 2017 e curato da Salma Al Farouki con l’idea di portare a conoscenza delle generazioni più giovani questa scienza millenaria, ancora praticata in alcune delle sue parti. L’antologia consta di tredici tracce proveniente dal ricco catalogo della Pneuma Records e può essere considerata anche come una audio-guida alla visita di questo museo unico in terra d’Ispagna e probabilmente in Europa: i brani sono stati scelti molto accuratamente e tutti hanno una relazione con l’alchimia ed il libretto allegato, del quale l’attenta lettura è fondamentale per la piena comprensione del lavoro, spiega in modo preciso il repertorio. Chi segue le pubblicazione della Pneuma sa che uno dei suoi è la cura con la quale vengono affrontati l’aspetto divulgativo e quello iconografico.

Tra i brani che mi permetto di segnalare indico “Entre Palmeras” preso dal CD “Hilal” che descrive con una metafora l’unione dei quattro elementi (terra, fuoco, acqua a aria) eseguita dal suonatore di oud Naseer Shamma accompagnato dall’orchestra araba da camera “Oyoun”, lo splendido taqsim eseguito al qanun e con il canto dello stesso Paniagua “Viaje Interior” dall’omonimo CD che apre questa antologia e da ultimo lo strumentale “Vitrinas” (con lo straordinario Saber Abdelsattar al qanun) che idealmente accompagna l’ascoltatore e ancor più il visitatore del museo, alla scopertadelle tecniche di filtraggio e distillazione degli antichi alchimisti.

Una raccolta importante come tutte le pubblicazione di questa unica etichetta. L’ho già detto in altre occasioni, è vero. Bene, lo ribadisco.

KRISHNA BISWAS “Maggese”

KRISHNA BISWAS “Maggese”

KRISHNA BISWAS “Maggese”

DODICILUNE RECORDS. CD, 2020

di Alessandro Nobis

Ad un anno dalla pubblicazione di “Radha” per RadiciMusic la Dodicilune inserisce nel suo prezioso catalogo la ristampa del disco del chitarrista Krishna Biswas con un titolo diverso, “Maggese”, modificandone la sequenza dei brani e cambiando la copertina, stavolta con una splendida fotografia che sembra far voler dire al musicista fiorentino “Fermi lì, fatemi suonare la MIA musica”.

Se desiderate fuggire anche per qualche ora dai cliché rassicuranti della chitarra acustica, uscite dalla vostra “confort area” e lasciatevi andare: molto probabilmente la musica di Krishna Biswas vi sorprenderà offrendovi una visione della chitarra che si distacca parecchio dal fingerpicking e del flatpicking che siamo abituati ad ascoltare e ad apprezzare.

Sarà per inconsuete accordature, per il suo background musicale, per la sua sopraffina tecnica legata alla chitarra classica, per la sua voglia di sperimentazione, per la curiosità verso l’improvvisazione, ma questo “Maggese” conferma quanto detto per il precedente “Panir” (https://ildiapasonblog.wordpress.com/2018/01/17/krishna-biswas-panir/),ovvero che ci troviamo di fronte ad un grande talento che merita l’attenzione del mondo musicale acustico nel senso più ampio del termine, e bene fa la Dodicilune a seguirlo nel suo percorso.

“Maggese” conta quindici brani la cui struttura fa riferimento a Krishna ed a Radha (rispettivamente anima universale rappresentata dai brani più dinamici ed individuale rappresentata invece da quelli più intimistici), e le scritture “istantenee” che più mi sono piaciute sono le improvvisazione di “Maggese” e di “Dicembre”, il complesso “Radura” strutturato in tre parti ed infine la tecnica tapping di Baliset.

Biswas padroneggia con grande capacità diverse tecniche sullo strumento, alcune ortodosse altre meno, ma la sua dote che più emerge da un ascolto attento è la capacità di combinare i diversi stili adattandoli alla perfezione al suo talento compositivo e, come detto, anche improvvisativo.

www.dodicilune.it

FIDIL “Decade”

FIDIL “Decade”

FIDIL “Decade”

Raelach Records, CD. 2019

di alessandro nobis

La Contea del Donegal, nel nord ovest irlandese, è conosciuta per la bellezza della sua natura, per il fascino delle sue coste frastagliate e dagli appassionati di musica per lo stile violinistico che caratterizza il repertorio tradizionale, influenzato dallo stile scozzese: due nomi che hanno fatto la storia del folk irlandese? Tommy Peoples e Paddy Glackin.

Ecco, Aidan O’Donnell, Ciaràn Ó Màonaigh e Damien McGeehan sono tre superbi violinisti il cui progetto nato come si evince dal titolo di questo splendido loro terzo lavoro (il primo era “3” del 2009 e “The Old Wheel of Fortune” era stato pubblicato due anni dopo) una decina di anni fa, va oltre a quello della riproposizione della musica popolare. Ho trovato questo lavoro veramente brillante, non solo per il repertorio ma anche per gli arrangiamenti che i tre hanno studiato per valorizzare suono e repertorio, come ad esempio la mazurka “The First Draft” composta dalla figlia di Tommy Peoles, Siobhàn ed ancora il set di reels “The Pich of Snuff / The Wild Irishman” con due violini anziché suonare all’unisono sono intonati su due diverse ottave e registrata anche dalle scozzesi Sileas, Kevin Burke e Paddy Glackin. Doveroso l’omaggio al compositore scozzese dell’Abredeenshire James Scott Skinner (1843 – 1927) con il “solo” da Ciarán Ó Màonaigh con il reel “The Hurricane” abbinato al reel “The Jolly Tinker” riferibile al fiddler del Donegal Mickey Doherty. Bellissima l’evocativa composizione di Ciarán Ó Màonaigh “Na Farraigí Dearga – The Seas They Ran Red with Blood” (racconta la vicenda di Biddy che imparò la melodia dalle fate del Donegal che gli confessano che il giorno seguente si sarebbero scontrate con quelle di Sligo, ed il mare si colorò di rosso sangue); ed infine segnalo lo slip jig “Jenny Jumped Over the Wall” (Altan, The Bothy Band) in ricordo di Danny O’Donnell, fiddler del Donegal, naturalmente. Interessante il pizzicato iniziale nelle mazurche “The Girl from Min ‘a Draighin / Tha Walcott Lass” e la dedica che Damien McGeehan fa al nonno che combattè nell’esercito irlandese nel ’34.

Chiaro che la composizione del trio riesce a dare un fascino diverso e nuovo del repertorio tradizionale, facendo di “Fidil”, assieme al CD inciso da Martin Hayes con un quintetto d’archi (anche se in questo con una “spinta” centrifuga verso altri mondi musicali molto più accentuata), una soluzione alternativa ed assolutamente eccellente di suonare e di ascoltare la musica popolare irlandese.

www.raelachrecords.com

CONTRADA LORI’ “Cicole Ciacole”

CONTRADA LORI’ “Cicole Ciacole”

CONTRADA LORI’ “Cicole Ciacole”

Autoproduzione, CD. 2019

di alessandro nobis

I veronesi della Contrada Lorì giungono alla terza prova discografica proseguendo nel prezioso lavoro di personale riproposizione della tradizione popolare e con una sempre più significativa capacità di scrittura accompagnata da una piacevole “ironia” che contraddistingue la loro produzione.

contrada 1

Questo “Cicole e Ciacole” è un altro bel disco con il quale Contrada Lorì si conferma una delle migliori realtà musicale del panorama tradizionale vocale e strumentale di area veneta, tra l’altro andando a colmare nel veronese il vuoto lasciato dall’inopinato scioglimento di un altro ensemble, i Folkamazurka: radici ben fisse e rispetto delle tradizioni, attenzione verso suoni e strumenti alloctoni ed arrangiamenti preparati molto accuratamente e con il tutto caratterizzato da una forte coesione derivata da decine e decine di esibizione live. L’ironia dell’iniziale “Bossa Nova” dove il ritmo “parla” brasiliano ma con il titolo che racconta un’altra storia (“Bossa nova” in veneto significa “Bottiglia Nuova”), la ballata “Sogna Nina” che deriva da una barcarola veronese e con un significativo arrangiamento per pianoforte ed archi di Federico De Vittor (tastierista del gruppo), la capacità di raccontare drammi in modo amaramente ironico come in “Bala Laica” che narra con un ritmo “russo” la storia di Don Mario parroco di Poiano trovatosi suo malgrado nella steppa russa con migliaia di soldati (il periodo indovinatelo voi, ce la potete fare ….), la splendida “Cicole e Ciacole” scritta da Paolo Marocchio con in evidenza il quartetto d’archi ed il pianoforte, per ciò che mi riguarda il brano più significativo di tutto il disco. La seconda parte del lavoro, come si conviene alla Contrada, è dedicata alla riproposizione del repertorio popolare, e qui val la pena citare la “Nina Nanna Fontanelle” con un inedito ed interessante arrangiamento quasi cameristico di De Vittor e dei contradaioli (proveniente dall’omonimo coro spontaneo di San Bonifacio) e la scoppiettante classico “I vol che me marida” con la sempre lucidissima voce di Grazia De Marchi

“Cicole e Ciacole” si conclude con la lunghissima e scanzonata “’na Casa su Titan”, quasi una jam session dal sapore latino che coinvolge numerosissimi musicisti, anche non contradaioli: un brano forse più adatto alla dimensione dal vivo del gruppo veronese, magari a conclusione dei suoi sempre trascinanti e convincenti concerti. Ma, lo voglio dire, questo è solo il mio modesto parere.

(https://ildiapasonblog.wordpress.com/2016/03/01/contrada-lori-eviva-il-mar/)

(https://ildiapasonblog.wordpress.com/2015/12/27/contrada-lori-doman-le-festa/)

(https://ildiapasonblog.wordpress.com/2016/02/01/il-diapason-intervista-la-contrada-lori/)

 

JAMES MURRAY “Embrace Storms”

JAMES MURRAY “Embrace Storms”

JAMES MURRAY  “Embrace Storms”

Krysalisound & Slowcraft Records, CD. 2019

di alessandro nobis

“Embrace Storms” è la più recente produzione del talentuoso compositore inglese James Murray che concretizza il suo pensiero musicale attraverso un sapiente e consapevole utilizzo dell’elettronica: le sue composizioni nascono, si sviluppano, si concretizzano lasciando l’ascoltatore in balìa delle proprie emozioni che si originano dall’attento ascolto di queste due lunghe tracce, “In Your Head” e “In Your Heart”. I sapienti classificano questa musica come “ambient”, ma mi piace piuttosto definirla semplicemente come musica elettronica visto che segue il solco di certa musica sviluppatasi già negli anni settanta e che ha avuto diverse “denominazioni”; che questa musica sia frutto di un approccio consapevolmente improvvisativo, sia progettata anche nei minimi particolari o entrambe le cose ha poca importanza, ciò che più conta è la ricerca dei suoni e la loro combinazione – sovrapposizione e la ricerca del perfetto, godibile e delizioso equilibrio finale raggiungibile a questi livelli solo se padroneggi in modo sicuro e consapevole la tecnologia a disposizione. Qualcuno ha definito la musica di James Murray “caos controllato” e questa definizione forse è la mediazione tra le due modalità a cui accennavo prima.

Embrace Storms - CD #02

Quel che posso dire, da profano, è che questo “Embrace Storms” è un lavoro di grande fascino che cattura l’attenzione dalle prime battute e che ad ogni ascolto ti fa scoprire i suoni “nascosti” ed immaginare le modalità di esecuzione che stanno alla base di lavori come questo.

“Embrace Storms” è una coproduzione tra le etichette Slowcraft e la KrysaliSound ed è disponibile in CD (copie numerate), in formato digitale ed anche in un prezioso LP di 140 g, sempre in una turatura limitatissima.

http://www.krysalisound.com | info.krysalisound@gmail.com http://www.slowcraft.info | slowcraftrecords@gmail.com

https://slowcraft.bandcamp.com/album/embrace-storms https://krysalisound.bandcamp.com/album/embrace-storms

 

 

STEFCE STOJKOVSKI  “Dance and Songs from Mariovo”

STEFCE STOJKOVSKI  “Dance and Songs from Mariovo”

STEFCE STOJKOVSKI  “Dance and Songs from Mariovo”

Autoproduzione. CD, 2019

di alessandro nobis

Ho conosciuto il polistrumentista Stefce Stojkovski lo scorso novembre, all’edizione 2019 del William Kennedy Pipers Festival; orgogliosamente cittadino della Repubblica di Macedonia (quella di Skopje, per intenderci, denominata Repubblica di Macedonia del Nord per compiacere all’UE) al di là della simpatia e gentilezza è stata una delle piacevoli sorprese del festival. Si sa come gli irlandesi amino da tempo grazie al lavoro di Andy Irvine le danze in tempo dispari balcaniche e la bellissima esibizione di Stojkovski nella sede dell’Armagh Pipers Club è stata un successo.

stefce

Questo “Dance and Songs from Mariovo” è il più recente lavoro di Stojkovski che lo ha tenuto impegnato dal 2012 al 2019, considerati le sue numerose attività culturali a Skopje. L’idea che sta alla base di questo lavoro è quella di perpetuare la secolare tradizione macedone, in particolare negli stili della regione montuosa meridionale di Mariovo, componendo musica contestualizzata alla danza e interpretando canzoni dedicate alla storia della Repubblica di Macedonia ed in particolare alle lotte contro gli Ottomani, modificandone in parte i testi come nelle bellissime “Zaplatako e Mariovo” (nel repertorio anche della cantante Petranika Kostadinova) che apre questo dischetto e “Po pat odam, za pat prasham”.

Non potevano mancare le “oro”, o “Horo”, le più antiche danze tradizionali – pare tipiche dei Traci – che accompagnano i balli di gruppo e che sono il marchio della musica macedone in generale. Stojkovski suona tutti gli strumenti e canta, ma l’illusione di trovarsi davanti ad un ensemble è molto forte, e questo onora le capacità strumentali – gaida, kaval, percussioni, tambura – e l’intelligenza creativa anche in fase di registrazione del musicista macedone, basta ascoltare “Sitnoto oro” che chiude in bellezza il disco e “”Arnautskoto oro”. Danze travolgenti che ti portano in un attimo nei villaggi macedoni a partecipare a qualche celebrazione della storia di questo popolo orgoglioso, un disco che apre un’ampia finestra su questa !nuova” nazione balcanica e naturalmente europea.

Uno straordinario esempio di attaccamento alle proprie radici storico culturali.

http://stefcestojkovski.mk

 

MARCO AMBROSINI · ENSEMBLE SUPERSONUS “Resonances”

MARCO AMBROSINI · ENSEMBLE SUPERSONUS “Resonances”

MARCO AMBROSINI · ENSEMBLE SUPERSONUS “Resonances”

ECM Records 2497. CD, 2019

di alessandro nobis

Conosco il talento di Marco Ambrosini (violinista e violista da braccio) per i suoi lavori con l’ottimo l’Ensemble Unicorn, per la sua collaborazione con i New Landscapes e per il suo lavoro, sempre prodotto da Manfred Eicher, con l’accordeonista Jean-Luis Matinier; nelle ultime due citate collaborazioni come in questo ottimo “Resonances” Ambrosini dimostra anche di essere un eccellente virtuoso della nickelarpa, strumento ad archetto della tradizione musicale nordica, in particolare della Svezia.

Devo dire che il progetto pensato per questo disco e realizzato con l'”Ensemble Supersonus” è veramente interessante perché il suono che si ascolta è di rara bellezza e ricercatezza, il repertorio comprende brani originali, di musica antica, un brano tradizionale e lega i suoni medioevali – rinascimentali con il canto delle steppe mongole. Progetto azzardato direte voi: tutt’altro, è invece musica intrigante eseguita in modo impeccabile con arrangiamenti così ricercati che riescono a rendere omogenee le caratteristiche che ho citato sopra.

La musica che si ascolta è il “crossroads” tra due linee facilmente indentificabili, quella dello spazio e quella del tempo: la linea dello spazio parte dal canto tipico della tradizione delle steppe mongole, Anna – Maria Hefele contestualizza in modo filologico con il repertorio del disco, e finisce nell’Europa dei nostri giorni – con le 6 composizioni originali –  passando per la penisola anatolica fino alla scandinavia svedese, la linea del tempo invece collega il medioevo di Hildegard Von Bingel di “O Antiqui Santi” (evocativo il canto della Hefele”) con un “Semaj” della musica classica ottomana, composto da Veli Dede, compositore turco del XIX° secolo, passando tra gli altri da Franz Biber e Girolamo Frescobaldi.

Tra i brani originali segnalo “2 Four 8” per canto e Jewish’s Harp (Wolf Janscha), mi sembra di capire si tratti di un’improvvisazione, ed “Erimal Nopu” scritta dalla clavicembalista Eva Maria Rusche da ritmo mediorientale con un bel dialogo della tastiera e della nickelharpa che anticipa il solo della Hefele.

In definitiva, a mio parere “Resonances” ha compiuto il miracolo di rendere omogeneo ed attuale un repertorio come dicevo del tutto eterogeneo nei linguaggi e negli stili. E con musiciti di questo livello di queste ampie vedute non poteva essere altrimenti.

 

 

 

ROBERTO MENABO’  “Il Blues ha una Mamma Bianca”

ROBERTO MENABO’  “Il Blues ha una Mamma Bianca”

ROBERTO MENABO’  “Il Blues ha una Mamma Bianca”

Stampato in proprio. Volume pagg. 207, 2019. € 12,00

di alessandro nobis

MENABO'.jpgVi assicuro che una delle cose più divertenti da fare se amate la musica, di qualsiasi genere, è senz’altro quella di mettersi a cercare gli autori e gli interpreti più sconosciuti, quelli che hanno lasciato poche tracce sia dal punto di vista discografico – magari entrando nella storia lo stesso – sia dal punto di vista umano. Ci vuole pazienza, dedizione, capacità di scrittura ed in molti casi si lavora come l’archeologo che ricostruisce vasi antichi partendo da pochi frammenti; alcuni lasciano scientemente grigie le parti mancanti, altri le riempiono calibrando la fantasia con la realtà rappresentata dai frammenti ritrovati.

Per il blues ad esempio, c’è Roberto Menabò che con la sua consueta capacità descrittiva sapientemente mescola il reale con il quasi-reale ci ha regalato in passato “Mesdames a 78 giri” (https://ildiapasonblog.wordpress.com/2018/11/27/roberto-menabo-mesdames-a-78-giri-storie-di-donne-che-hanno-cantato-il-blues/)e da qualche mese ha pubblicato quest’altrettanto interessante antologia – rigorosamente autoprodotta –  che racconta le gesta di autori celebri “caucasici” all’epoca della depressione dimenticati, vicino ad altri che invece sono rimasti nella storia. Tutti come dice Menabò nella quarta di copertina “suonavano dell’ottimo ed intenso blues” ed “erano musicisti bianchi della zona degli Appalachi che mescolavano l’idioma afroamericano con la cultura popolare bianca rendendo così il blues interessante ed intrigante”.

Ecco che vicino ad Uncle Dave Macon, a Frank Hutchinson, ed alla storia di Giuseppe “Joe” Venuti e Salvatore Massaro – Eddie Lang conoscerete altre vicende, altre personalità, altri autori come il minatore del West Virgina Harry Franklin “Dick” Justice o lo straordinario talento chitarristico del georgiano Jimmie Tarlton; insomma come “Mesdames a 78 giri” questa nuova antologia di Roberto Menabò – chitarrista sopraffino, divulgatore e ricercatore “blues” racconta l’altro blues, quello delle microstorie personali, quello di cui è rimasta poca memoria se non in qualche gracchiante 78giri o su qualche lapide in cimiteri nascosti chissà dove.

Se amate il blues, se siete curiosi, se vi volete “impicciare” delle vite di questi eroi della musica, questo di Menabò è il libro che fa per voi.