MARTINO VERCESI “New Thing”

MARTINO VERCESI “New Thing”

MARTINO VERCESI  “New Thing”

Alessio Brocca Edizioni Musicali. CD, 2019

di alessandro nobis

COPERTINA - New Thing di Martino VercesiA due anni dal precedente “Supercluster” il chitarrista e compositore milanese Martino Vercesi pubblica questo notevole “New Thing” dedicato al neonato figlio Marcello, alla testa di un quartetto formato da Danilo Gallo al contrabbasso, Rudi Manzoli al sassofono e Matteo Rebulla alla batteria. E’ il suo quinto album da solista e la sua musica attraversa l’insidioso fiume del mainstream, in grado di travolgere chiunque lo affronti senza originalità o con pedisseque interpretazioni di pluri – interpretati standards. Questo non è il caso del combo di Vercesi, tutt’altro; le sei composizioni che danno vita all’album, tutte del chitarrista, evidenziano un jazz molto cantabile, eseguito con grande consapevolezza ed altrettanta preparazione tecnica, con arrangiamenti che lasciano spazio alle individualità che mai debordano in sterili virtuosismi ma contribuiscono a creare un suono d’insieme di grande effetto. La chitarra ha un suono molto naturale, privo di effetti, e ciò consente di apprezzare ancora di più il fraseggio nelle parti d’insieme che in quelle solistiche. Non mi piace citare altri musicisti ma questa volta, giusto per dare l’idea della purezza di questa musica nelle parti eseguite in tre, non posso non citare il trio di Abercrombie, quello con Peter Erskine e Marc Johnson, gli appassionati di ECM sanno di cosa parlo; inoltre il sassofono di Rudi Manzoli è sempre puntuale e misurato negli interventi, come ad esempio in “He won’t get far”, dove esegue il tema all’unisono con la chitarra, esegue un significativo e lungo “solo” per poi farsi da parte e ritornare in conclusione dopo uno splendido solo di Vercesi. Oppure in “Old America”, lunga ballad con l’introduzione del contrabbasso di Danilo Gallo che detta il tempo, entra l’arpeggio di chitarra che espone il tema in seguito accompagnata dal sax tenore che precede l‘ingresso della batteria che lascia sul finale lo spazio per il solo di Manzoli; brano che mi ha impressionato per l’ariosità e la sua pacatezza e che conclude questo bellissimo lavoro.

Un musicista, Martino Vercesi, che non conoscevo, un disco che mi ha avvolto e coinvolto dal primo ascolto. Mi capita di rado.

TRACCE

  • 1  First Coffee Break (M. Vercesi)
  • 2  He won’t get far (M. Vercesi)
  • 3  Fanciful Dream (M. Vercesi)
  • 4  Go Further (M. Vercesi)
  • 5  Hold on Please (M. Vercesi)
  • 6  Old America (M. Vercesi)

 

www.martinovercesi.com

martino.vercesi@libero.it

 

 

 

DALLA PICCIONAIA: NARRAZIONI FUORI CORSO, seconda edizione

DALLA PICCIONAIA: NARRAZIONI FUORI CORSO, seconda edizione

DALLA PICCIONAIA: NARRAZIONI FUORI CORSO 2edizione

“17 gennaio – 7 febbraio 2020” Caffè FUORICORSO, Verona

di alessandro nobis

Prenderà il via venerdì 17 gennaio la seconda edizione de “Narrazioni Fuori Corso”, quattro appuntamenti con inizio alle 17:30 che si terranno nell’accogliente Caffè FUORICORSO, in Via Nicola Mazza 7 a Verona, zona Università. A proporli è Maurizio Gioco, burattinaio, studioso del teatro di figura e creatore di burattini e di sceneggiature del Teatro Giochetto, il cui atelier si trova a pochi passi dal Caffè.

Maurizio Gioco rappresenta, a mio avviso, quella corrente di pensiero che se da un lato percorre il sentiero della continua ricerca storica e della contemporaneità artistica, dall’altro mantiene le radici nella tradizione secolare del teatro di figura: è sufficiente fare una visita al Caffè FUORICORSO, dov’è allestita “La vita è … appesa a un filo”, esaustiva esposizione di alcune sue creature, per capire la modernità delle sculture lignee che l’”artigiano” Gioco crea e i cui tratti sembrano ispirati da correnti artistiche nate durante il ventesimo secolo, come il cubismo di Pablo Picasso e George Braque.

Gioco va oltre il classico spettacolo di burattini: le sue braccia si trasformano esse stesse in burattini, le movenze del corpo e le espressioni del volto diventano parte essenziale della performance e le narrazioni riguardano spesso episodi della storia locale, come quella dedicata al Bandito Falasco o prendono vita dallo studio di canti narrativi raccolti da etnografi a partire da metà ‘800. La presenza di Daniela Pasquali e dell’organettista Francesco Pagani dà un ulteriore tocco di originalità alle proposte che il Teatro Giochetto porta in giro per l’Italia e anche per l’Europa.

Vista l’originalità della rassegna, abbiamo rivolto alcune domande a Gioco per conoscere meglio la tipologia dei quattro appuntamenti.

Questa è la seconda edizione delle “Narrazioni Fuori Corso”. Com’ è andata l’edizione precedente?

– Direi che la precedente edizione è andata molto bene. A ogni appuntamento il pubblico era numeroso e interessato. Alcune serate sono state arricchite dalla presenza di esponenti del teatro di figura di passaggio a Verona, come Enzo Chiesi, della Scuola per burattinai di Faenza, e gli attori del Teatro Verde di Roma, tra cui la segretaria nazionale di UNIMA Veronica Olmi.

Se ho pensato di riproporre questa formula, che prevede un’introduzione teorica seguita da una performance, è proprio a seguito delle richieste ricevute.

Ringrazio Anna e Paolo, gestori del locale, per la disponibilità; è uno spazio che ben si adatta a questo tipo di proposta, un Caffè che tanto mi ricorda il Cabaret Voltaire di Zurigo, dove ai primi del ‘900  si esibiva con numeri di teatro di figura la burattinaia e performer Dada, Emmy Hennings.

Mi sembra che il titolo che hai scelto per la rassegna, al di là che giustamente porta il nome del locale che la ospita, renda bene il tuo progetto di teatro di figura … “Fuori Corso” come a marcare una certa indipendenza del tuo lavoro rispetto al maistream che altri a Verona, e non solo, percorrono

– Come i binari del treno che corrono paralleli, cerco di sviluppare una poetica che tenga conto e rispetti la tradizione ma, nello stesso tempo, l’attualizzi. Nei miei spettacoli inserisco sempre elementi sperimentali, a volte emergono nella scultura delle “figure”, altre volte nell’organizzazione e nel linguaggio dei testi.

Ritengo che il burattino sia una specie di spugna che assorbe, con estrema sensibilità, quello che succede intorno a lui, attento in particolare alle contraddizioni sociali che appartengono al nostro tempo.

Visto il particolare modus operandi, ho preferito dar vita a un mio personale teatro, strumento col quale mettermi in “gioco”… non potrei fare altrimenti!

– Ci puoi illustrare brevemente il contenuto dei quattro incontri?

Apro questa breve rassegna con “Arlecchino in Madagascar”, personaggio della Commedia dell’Arte catapultato in terra malgascia, uno spettacolo anche per bambini. Seguirà “Margherita e il drago” rappresentazione ispirata a un codice medievale conservato presso la Biblioteca Civica di Verona. Il terzo appuntamento ha un taglio più attuale; è la riduzione del testo “La notte di Valpurga” del poeta russo V. Erofeev che mette a nudo problemi sociali come l’alcolismo, l’esclusione e la solitudine. Infine racconterò una storia autobiografica legata a mia zia Lina, una sarta che ha accompagnato per molti anni il mio lavoro creativo.

Scorrendo il programma degli incontri mi sembra di capire che anche se non in ordine cronologico i quattro appuntamenti ripercorrono la storia del teatro di figura, da quello tradizionale a quello contemporaneo, attraverso una combinazione tra teatro di figura e cantastorie.

– Burattinai e cantastorie hanno sicuramente un’origine comune; entrambe erano erranti e si rivolgevano a un pubblico popolare. In Sicilia questo legame è ben rappresentato ancor oggi dai cuntisti-pupari. Nei nostri territori, invece, i burattinai hanno costituito un loro repertorio ben distinto da quello dei cantastorie. Durante le mie ricerche, però, ho evidenziato la presenza di alcuni personaggi tipici del mondo burattinesco, come Sandrone, nelle ballate di Giulio Cesare Croce, nato nel 1550 a San Giovanni in Persiceto, autore delle avventure di Bertoldo ma soprattutto cantastorie. Entrambi queste due figure di teatranti usavano la loro arte anche per mettere in scena eventi quotidiani; a tale proposito le cronache riportano di una memorabile rappresentazione con i burattini, tenutasi in piazza Cittadella nel 1882, per raccontare l’alluvione che in quei mesi aveva colpito la nostra città.

Lo spazio che hai scelto si presta benissimo alle caratteristiche delle tue performance, senza teatro, senza quinte, solo i burattini e la persona che gli dà vita.

– In realtà, in tre spettacoli monterò la mia baracca, mentre il quarto sarà un racconto animato. Sarebbe auspicabile che, in un prossimo futuro, Verona avesse uno spazio dedicato al teatro di figura per rappresentazioni rivolte sia ai bambini, sia agli adulti, e per promuovere laboratori di ricerca in tale ambito.

Siamo tra le poche città italiane che non ospitano un festival di settore.

A pochi passi dal Fuoricorso, in via Mazza 40, c’è il mio atelier che è possibile visitare, previo appuntamento.

Questo il programma nel dettaglio:

17 Gennaio ore 17.30“Arlecchino in Madagascar” – Burattini Tradizionali

24 Gennaio ore 17.30“ Margherita e il Drago” Cantastorie e Burattini

31 Gennaio ore 17.30“La notte di Valpurga” – Burattini Contemporanei

7 Febbraio ore 17.30“ Burattini e Ballate ” – “Storia di una sarta e di un burattinaio”

Per informazioni:

Caffè FUORICORSO 349 554 8924

https://www.facebook.com/BarFuoricorsoVerona/?rf=275500012489785

M. Gioco https://www.facebook.com/maurizio.gioco?fref=search&__tn__=%2Cd%2CP-R&eid=ARBNggIHxUbBkiKx-b70gj-rRhC_FWCN5dJ9Rtw-VOmddiJU0Y-yTvcCZhnfzv_fIDV3rzx9tGce2VRV

https://teatrogiochetto.wordpress.com

Daniela Marani: https://danielamarani.wordpress.com

 

 

 

 

 

 

GOITSE “Úr”

GOITSE “Úr”

GOITSE “Úr”

Autoproduzione. CD, 2019

di Alessandro Nobis

Come avevo già segnalato in due precedenti occasioni (https://ildiapasonblog.wordpress.com/2017/02/02/goitse-inspired-by-chance/) e

(https://ildiapasonblog.wordpress.com/2016/01/02/goitse-tell-tales-and-misadventures/),i Goitse sono una delle punte di diamante del movimento folk irlandese di questi ultimi anni. Con questo loro recente lavoro ed anche nelle loro esibizione live, il gruppo  formatosi a Limerick conferma quanto di buono la critica ha sottolineato più volte: suono molto compatto ed originale (qui compare il banjo, strumento non troppo utilizzato in questo ambito), studio e riproposta di repertori raccolti nel 19° secolo vicini a nuove composizioni. a3107543353_16.jpgÚrchnoc Chéin mnic Càinte” è la quintessenza dell’evoluzione della tradizione: composta nel XVIII° secolo dal poeta e arpista Peadar O’Doirnìn, nel 1907 le viene cambiata la melodia da peadar O’Dubhda e oggi ad un secolo di distanza viene registrata con un suono contemporaneo con una splendida parte assegnata al pianoforte di Tadhg O’ Meachair e cantata da Áine Mc Geeney, eccellente anche al violino ed autrice di brani come “Invasion” che celebra i cento anni dalla fine della Prima Guerra Mondiale. Da sottolineare anche l’interpretazione di “The Queen of Argyll”, uno dei brani più significativi del repertorio dei Silly Wizard (questo fu scritto da Andy M. Stewart) e “Henry Joy” in memoria di Henry Joy McCracken, rivoluzionario irlandese del XVIII° secolo ed allo stesso tempo uno degli organizzatori del festival di arpa irlandese di Belfast, addirittura del 1792.

Disco brillante per una band brillante che si pone in perfetto equilibrio tra l’antico e il moderno: “Úr”, appunto.

I Goitse sono rappresentati per concerti e festival in Italia da GeoMusic di Gigi Bresciani: www.geomusic.com

 

 

FRANCESCA GEMMO “Ad libitum”

FRANCESCA GEMMO “Ad libitum”

FRANCESCA GEMMO “Ad libitum”

DODICILUNE Records. CD ED416, 2019

di Alessandro Nobis

Sul concetto di improvvisazione in generale si sono espressi autorevolissimi musicisti e critici e quindi sarò lapidario dicendo che essa è un atto singolo ed irripetibile, sia venga applicata all’interno di un linguaggio musicale sia al di fuori di qualsivoglia idioma. Ogni volta che assistiamo ad una performance di un artista assistiamo alla costruzione in itinere di musica che nasce, prende forma e muore nell’atto della sua conclusione; ecco che quindi dopo aver ascoltato le “forme” create dalla pianista Francesca Gemmo ti viene voglia di assistere, in esecuzioni live, come la pianista proceda nella creazione della sua performance. Fortunatamente per noi, molti improvvisatori registrano e pubblicano spesso i risultati del processo – in realtà tradendo ciò che i più ortodossi sostengono, e cioè che queste esibizioni esistono solamente nel momento in cui prendono vita – e quindi bene ha fatto la Dodicilune a dare spazio nel suo corposo catalogo a queste intriganti dieci tracce per pianoforte solo nate e registrate nello spazio di poche ore in uno studio. Altrettanto logico che durante le esecuzioni emerga tutto il retroterra musicale sia esso legato all’area dell’improvvisazione più radicale (mi riferisco alle collaborazioni con Elliott Sharp o Giancarlo Schiaffini) che a quella della musica “contemporanea” (Bussotti, Curran o Prati, ancora Cage del quale la Gemmo sta registrando l’integrale per pianoforte): ci sono tracce che si sviluppano da un canovaccio seppur minimo (i quattro movimenti si “Sipari”) altre “create” in divenire tra le quali segnalo “Novella” e la conclusiva “In Fine”.

Un bellissimo lavoro che potrà soddisfare in modo trasversale gli appassionati di classica contemporanea e della musica più “estrema”.

Info http://www.dodiciluneshop.it

ENRIKE SOLINIS  “JUAN SEBASTIAN ELKANO”

ENRIKE SOLINIS  “JUAN SEBASTIAN ELKANO”

ENRIKE SOLINIS & Euskal Barrokensemble “JUAN SEBASTIAN ELKANO”

ALIAVOX / Diversa Records AV9933. 2CD, 2019

di alessandro nobis

Nel suo precedente “El Amor Brujo” il chitarrista basco Enrike Solinis ed il suo magnifico “Euskal Barrokeesemble” ci aveva fatto viaggiare nel tempo con un inaspettato quanto interessante abbinamento di musiche scritte da Domenico Scarlatti, da Joaquin Rodrigo e Manuel De Falla  (https://ildiapasonblog.wordpress.com/2017/06/20/enrike-solinis-euskal-barrokensemble-el-amor-brujo/)mentre in questo accuratissimo lavoro che comprende anche un dettagliato saggio con illustrazioni di circa quaranta pagine in sette lingue ci fa conoscere le imprese marinaresche di Juan Sebastian Elkano (1486 – 1526), navigatore basco che per primo riuscì a completare la circumnavigazione del globo; nostromo della Conception, uno dei vascelli che facevano parte della spedizione di Ferdinando Magellano si trovò a sostituire il capo spedizione dopo la sua morte avvenuta nell’aprile del 1521, portando a termine l’anno seguente il viaggio che l’esploratore portoghese aveva iniziato nel 1519. Come Magellano, Elkano con altri marinai perse la vita per malnutrizione nelle acque delle Molucche durante la spedizione del 1525 alla quale sopravvissero in pochissimo: una delle tante storie di marineria di quei tempi a molti poco conosciuta.

Di Enrike Solinis avevo scritto anche di “Colores del Sur” del 2013 (https://ildiapasonblog.wordpress.com/2016/02/03/enrike-solinis/)e questo doppio disco non fa che confermare la classe di questo musicista, non tanto come specialista della chitarra barocca ma anche e qui soprattutto come storico, ricercatore ed arrangiatoreconsiderate la cura e la prassi esecutiva del repertorio di questa straordinario lavoro, un omaggio certamente ad Elkano ma anche alla gente basca, alla sua identità ed alla loro millenaria capacità di solcare i mari per necessità (pesca o emigrazione) o per semplice amore verso le “acque grandi”.

Non a caso il sottotitolo è “Canzoni e danze dell’epoca d’oro della navigazione basca” e questo è quello che ascoltiamo: dal XII secolo al XVII con la diaspora basca è un continuo susseguirsi di musica tradizione di Euskadi, di arie delle Molucche (“Lagu Togal”) e quelle nordafricane (il “Bashraf Jahargah” del XVI secolo) ad altre provenienti da fondamentali raccolte come il Fandango dal Santiago de Murcia o “El Gineo” dai Manoscritti di Cortabarria del secolo XVII.

Importanti ed essenziali i “recitativi” che inquadrano nel miglior modo i brani musicali che vanno ad anticipare.

Forse il miglior lavoro che ho ascoltato dedicato alla millenaria cultura basca, passata e presente.

 

 

 

MAFFEI – LAPROVITERA – VERGERIO. “San Martino 1859”

MAFFEI – LAPROVITERA – VERGERIO. “San Martino 1859”

MAFFEI – LAPROVITERA – VERGERIO. “San Martino 1859”

Edizioni Segni D’Autore, pagg. 128 a colori, 21×30 cm. 2019, € 19,90

di Alessandro Nobis

Dalle mie parti gli anziani narrano che i terreni morenici a sud del Lago di Garda su entrambe le sponde del fiume Mincio diano vini dalle proprietà organolettiche così particolari perché nel suolo siano rimaste le anime e qualcosa d’altro dei diecimila soldati caduti nelle furibonde battaglie della metà del secolo diciannovesimo, quelle che sono considerate dagli storici come le “Guerre d’Indipendenza”. Sulla destra idrografica del Mincio, nella zona di Custoza, vennero combattute due sanguinose battaglie negli anni 1848 e 1866 mentre sulla sinistra il 24 giugno del 1859 si confrontarono 230.000 soldati nelle zone di Solferino e di San Martino “Della Battaglia”. Emilio Maffei (soggetto), lo sceneggiatore Andrea Laprovitera (https://ildiapasonblog.wordpress.com/2018/11/09/andrea-laprovitera-carlos-barocelli-betty-zane/) e Luca Vergerio (illustrazioni) in questo nuovo volume delle Edizioni “Segni D’autore” ci regalano una Microstoria – quella del Capitano Sabaudo Carlo Santamaria e dei suoi uomini – che si sviluppa nella Storia, ovvero nelle terribili ore della Battaglia di San Martino che costò la vita a quasi ottomila militari ed anche a parecchi civili, uccisioni che ora si chiamano “effetti collaterali”; una autentica strage che convinse l’imprenditore svizzero Jean Henry Durant a formare un gruppo di volontari che aiutasse i feriti nelle battaglie, gruppo che successivamente diventò la Croce Rossa Internazionale.

SAN-MARTINO-1859L’impostazione di questo splendido volume, ovvero la lettura della Storia Risorgimentale attraverso le Storie personali, è a mio avviso vincente e rappresenta quello che nel mondo della scuola dovrebbe affiancare i libri di testo  “ufficiali” che nel caso anche del Risorgimento si fermano troppo spesso su nomi, date, vittorie e sconfitte, pur importanti. Qui la sceneggiatura di Laprovitera su soggetto di Emilio Maffei è ancora una volta efficace ed è superbamente resa viva dagli acquerelli di Vergerio (che aveva già realizzato le tavole per “Baracca ed il Barone”) precisi e puntuali come nelle migliori graphic novel anche nella ricostruzione delle divise, e le ambientazioni interne ed esterne riflettono il paesaggio del basso Garda e le contrade e le fattorie che lì si trovano ancora oggi ed ospitano aziende vinicole.

Volume da consigliare agli appassionati della nostra storia e soprattutto a chi la deve insegnare ai bambini e ragazzi più giovani. Tra loro magari si nasconde qualche futuro disegnatore o sceneggiatore.

www.segnidautore.it

 

 

 

 

 

DUCK BAKER “When you wore a tulip”

DUCK BAKER “When you wore a tulip”

DUCK BAKER “When you wore a tulip”

Southern Summer Records. CD, 1977, 2019

di Alessandro Nobis

Pubblicato nel 1976 dalla Kicking Mule Records, “When you wore a tulip” era il secondo significativo lavoro del chitarrista americano Duck Baker e conteneva tracce registrate durante il ’74 e ’75 (dalle session del primo album “There’s Something For Everyone in America”), oltre ad altre risalenti all’aprile del ’76; ora su iniziativa dello stesso Baker viene ristampato meritoriamente con l’aggiunta di cinque “bonus tracks” provenienti dalla registrazione di un concerto parigino sempre del 1976. “All’epoca dei fatti” Baker era già considerato uno dei più autorevoli ed originali interpreti dello stile fingerpicking, stile allora molto ancorato sulla riproposizione del folk anglo-scoto-irlandese, sia per il sua visione piuttosto legata all’improvvisazione, per lo stile applicato alla chitarra con corde di nylon ed infine per il repertorio che spazia dalle tradizioni musicali americane di origine europea al jazz.Interpretazione, arrangiamento, composizione e improvvisazione sono sempre stati quindi i punti cardinali della carriera del chitarrista della Virginia, e già a metà degli anni settanta era leggibile il suo progetto che tuttora porta avanti, da solo (https://ildiapasonblog.wordpress.com/2018/03/10/duck-baker-plays-monk/) o con piccoli combo (https://ildiapasonblog.wordpress.com/2019/08/20/duck-baker-quartet-coffee-for-three/).

DUCK_BAKER_WHEN+YOU+WORE+A+TULIP-590251.jpgQui troviamo brani che fanno parte del suo repertorio da sempre come “Back Home Again in Indiana” scritto da James F. Hanley & Ballard MacDonald o “Huneysuckle Rose” di Fats Waller vicino a sue composizioni come “Plymouth Rock” e “Rapid Transit Blues” ed a splendidi arrangiamenti di fiddle tunes come “Angeline the Baker” e “The Boys of Blue Hill”.

La chicca qui è la sequenza dei cinque inediti registrati a Parigi dei quali vanno citati almeno “Maple Leaf Rag” (Scott Joplin) e “Chicken Ain’t nothing’ but a bird” (letteralmente “le galline non sono altro che uccelli”) di Emmet Wallace, due straordinari arrangiamenti per chitarra acustica.

Mi domando, quando ascolto Duck Baker, come mai un musicista dei questo livello non faccia parte dei cartelloni dei festival jazz italiani “più autorevoli”.