GAY McKEON “The Turning of the Geese”

GAY McKEON “The Turning of the Geese”

GAY McKEON “The Turning of the Geese”

Autoproduzione. Cd, 2019

Magari non sarà molto conosciuto al di fuori dei confini irlandesi al pari di altri suoi esimi colleghi – non ha mai militato nei gruppi di folk revival più in voga a partire dagli anni Settanta -, pur tuttavia il dublinese Gay McKeon riveste un ruolo molto importante nell’ambito della divulgazione e nella didattica dello strumento principe della musica popolare irlandese, le uilleann pipes. Didattica e divulgazione è la strada scelta da numerosi e validissimi musicisti irlandesi, mi vengono in mente tra gli altri il flautista Fintan ed il piper John Brian entrambi della famiglia Vallely di Armagh: didattica e divulgazione, due aspetti davvero fondamentali se si vuole perseguire lo scopo di tramandare e divulgare repertori e strumenti nelle generazioni più giovani. Così è nata la “cantera” dei gruppi irlandesi emersi negli ultimi anni e costituiti da musicisti delle più recenti generazioni.

MCKEON 02.jpgGay Mckeon è “Chief Executive” della prestigiosa “Na Piobairi Uilleann” (l’associazione dei pipers irlandesi) ed ha dedicato al sua vita artistica allo studio ed al perfezionamento delle cornamuse rivolto soprattutto alle esibizioni solistiche, quando l’abilità tecnica e l’espressività raggiungono la perfezione. Di Gay Mckeon avevo ascoltato ed apprezzato i tre medley contenuti nel cd pubblicato nel ’94 “THE DRONES AND THE CHANTERS VOLUME 2”, ovvero “The Ace & Deuce of Pipering”, “The Monaghan Jig / Francis Aucoin” e “Miss Ramsay / James Byrne’sReel” ed ora pubblica questo brillante “The Turning of the Geese” nel quale restituisce la voce a due set di pipes, la prima appartenuta (e costruita) dal grande Leo Rowsome (suo Maestro per tutti gli anni Sessanta) e la seconda costruita da Maurice Coyne un secolo e mezzo or sono.

Va da sé quindi che il repertorio è dedicato ai due liutai ed al loro repertorio; di Rowsome segnalo il set di reels “the Ace and Deuce of Piping / Madame Bonaparte” il secondo dei quali registrato da un altro misconosciuto piper (sul continente intendo) Finbad Furey e tra le altre tracce la magnifica slow air “Lament for Eoghan Ruaddh O’Neill imparatab da Peadar Broe ed il set di gighe “The Boys of Tandragee / Blackeyed Biddy / Garryowen” nel quale McKeon è validamente accompagnato dalla brillante violinista dublinese Jacqui Martin.

MCKEON 03 (1).jpgDisco importante, impregnato di storia e di cultura irlandese; segnalo infine che Gay McKeon sarà il prossimo novembre ospite della ventiseiesima edizione del William Kennedy Piping Festival di Armagh, dove si esibirà la domenica pomeriggio accompagnato dai figli Conor e Sean.

gay@pipers.ie

http://facebook.com/mckeong

 

 

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SOSTIENE BORDIN: KING CRIMSON, ARENA DI VERONA 8 LUGLIO 2019

SOSTIENE BORDIN: KING CRIMSON, ARENA DI VERONA 8 LUGLIO 2019

SOSTIENE BORDIN: KING CRIMSON LIVE, ARENA DI VERONA 8 LUGLIO 2019

di Cristiano Bordin

Se c’è un gruppo che ha sempre camminato per una strada tutta sua costruendosi un suono dai tanti richiami ma dalla assoluta indefinibilità quelli sono proprio i King Crimson. E il gruppo di Robert Fripp, mutando nel corso dei decenni costantemente pelle ma compiendo il miracolo di rimanere  sempre se stesso, ha tagliato quest’anno il traguardo dei cinquanta  anni. Cinquanta candeline da festeggiare con un tour con la formazione che rappresenta l’ultima versione del  Re Cremisi: tre batterie – Gavin Harrison, Pat Mastelotto e  Jeremy Stacey, impegnato anche alle tastiere – Mel Collins, sax e flauto, Jakko Jaksick, chitarra e voce, Tony Levine al basso e ovviamente sua maestà Robert Fripp alla chitarra.

Una formazione, già protagonista in Italia di altri concerti e di altri tour, lunedì sera ha suonato davanti ad una platea prestigiosa come l’Arena di Verona. Niente tutto esaurito, ma comunque per festeggiare il compleanno del gruppo e del loro  primo album “In the Court of the Crimson King” c’erano circa diecimila persone per un concerto diviso in due set più un bis. In tutto quasi tre ore di musica. Tutte ad un livello altissimo.

Si parte con un dialogo a tre proprio tra i batteristi e poi “Pictures of a city“, brano da “In the wake of Poseidon”, con un riff chitarristico denso, scuro, metallico, quasi cattivo che ritroveremo in altri brani, accompagnato dal sax.  Poi si arriva ad uno dei momenti forse più attesi,  “Epitaph“.

E dopo “Radical action” e una grande versione di  “Islands” si  arriva quasi a concludere la prima parte ma ci sono ancora almeno un paio di  sorprese:  “Cat Food“, complessa e virtuosistica,  e “Frame by frame” .

Un primo set  impeccabile: tante sfumature ma anche un suono coerente che è capace  di costruire e di  spaziare tra paesaggi sonori diversi con la stessa maestria. Fripp è sempre  impassibile e sembra il direttore di un’orchestra che riesce sempre a ritrovarsi anche per i percorsi musicalmente più difficili con una naturalezza incredibile. E forse è proprio questa l’unica definizione possibile per i King Crimson: un’orchestra di musica contemporanea capace di riproporre con uno stile inconfondibile e sempre attuale  perché sempre capace di rinnovarsi, cinquant’anni di musica e cinquant’anni di carriera.

La seconda parte è qualcosa di quasi indescrivibile per coesione e  potenza. Si inizia con una fantastica “Sheltering sky” ed è il suono di “Discipline” a tornare ovviamente in una nuova veste. Succederà anche con “Indiscipline”  e sinceramente per apprezzando moltissimo Adrian Belew le versioni di questi due pezzi non me lo hanno fatto rimpiangere anche se rivederlo a fianco di Fripp per festeggiare i 50 anni sarebbe stata la classica ciliegina sulla torta. Dopo una  stupenda  versione di “Cirkus” arriva “Moonchild”  in una veste rinnovata, costruita sulla nuova formazione e sulle tre batterie e ovviamente “In the Court of the Crimson King“. Il finale è da brivido: prima “Starless” che chiude il secondo set e poi, nel bis,  una più che poderosa “21th Century Schizoid Man” con improvvisazione finale con cui i Crimson terminano la loro esibizione areniana tra gli applausi e un’ovazione generale

Proprio “Starless” sarà poi al centro dei commenti post concerto: una imperfezione di Fripp durante “Starless”, una specie di refuso, diventa motivo di interminabili discussioni in rete. Discussioni che forse dimenticano una frase pronunciata proprio da Fripp in un’intervista “Personalmente non mi importa  quando i musicisti commettono errori. Anzi quello che vedi è la qualità del musicista che risponde all’errore davanti al pubblico“. E la qualità del musicista e del gruppo sul palco è stata incredibile come tutto questo concerto e come lo saranno  sicuramente le  prossime date  di questo tour. Cinquant’ anni di carriera  hanno dimostrato che ci sono più idee in una canzone dei King Crimson che in interi decenni di musica. E questa serata lo ha assolutamente confermato.

Dei King Crimson vi avevo già parlato qui:

https://ildiapasonblog.wordpress.com/2018/06/20/king-crimson-live-in-vienna-december-1-2016/

https://ildiapasonblog.wordpress.com/2017/11/06/king-crimson-live-in-chicago/

https://ildiapasonblog.wordpress.com/2016/04/19/king-crimson-live-in-toronto/

 

FRANCIS M. GRI “B/ue”

FRANCIS M. GRI “B/ue”

FRANCIS M. GRI “B/ue”

“Krysalis Sound Records KRS 33, CD 2019”

di Alessandro Nobis

L’ultima occasione di parlare della musica di Francis M. Gri su questo blog era stata in occasione della pubblicazione di un interessante lavoro in collaborazione con il compositore veronese Federico Mosconi (https://ildiapasonblog.wordpress.com/2019/02/15/gri-mosconi-between-ocean-and-sky/); qualche settimana fa, precisamente l’8 giugno è stato pubblicato il suo lavoro solista più recente, “B/ue”. E’ importante in questo caso sottolineare la data visto che quel giorno era come ogni anno dedicato in tutto il mondo agli oceani; un lavoro collettivo che celebra l’ambiente marino al quale hanno contribuito oltre a Francis M. Gri che ha composto e suonato la parte musicale Andrea Scodellaro autore dell’artwork (sua la copertina e le nove grafiche contenute nel packaging) e la videomaker Alisa Javits con il suo evocativo, efficace quanto suggestivo video (https://vimeo.com/340761902?ref=fb-share&fbclid=IwAR2aNi61JYW0AnjnbJ4t0uP_LRmkAdd-gFlBqM64ZUr1_6krhIeqAGm-vNA).

La performance di Francis M. Gri consiste in una lunga composizione caratterizzata al solito da una affascinante e complessa musica che mi piace definire “multistrato” nella quale si riconoscono gli elementi che la compongono creati elettronicamente, che comprende suoni “alieni” che ricordano quelli naturali e che mi piace pensare cerchi di definire un ambiente futuribile ma che rischia di diventare reale. Non ci sono voci naturali di animali o rumori della risacca, il tutto è piuttosto “algido” ed asettico, quasi una visione di quello che potrà essere il futuro degli oceani e dei mari interni: una massa d’acqua irrimediabilmente alterata nella sua essenza e priva di vita che altrettanto irrimediabilmente porterà alla progressiva assenza di vita sulla terraferma, visione piuttosto catastrofista condivisa da numerosi studiosi di biologia marina.

Visione che deriva dall’ascolto di questo splendido “B/ue” che dà l’opportunità a chi fruisce della sua bellezza di cercare una personale chiave di lettura di questo lavoro. Questa è la mia.

http://www.krysalisound.com

 

VOLO SUL MONDO: Festival Memorial Rudy Rotta, Verona 13 luglio 2019

VOLO SUL MONDO: Festival Memorial Rudy Rotta, Verona 13 luglio 2019

DALLA PICCIONAIA: VOLO SUL MONDO. Festival Memorial Rudy Rotta

“Verona, Teatro Romano, 13 luglio 2019”

di Alessandro Nobis

Correva l’anno del Signore millenovecentonovanta (21 e 22 giugno per essere precisi) e sul palco del Teatro Romano in occasione della prima memorabile quanto unica edizione di “Donne in Blues” salirono niente di meno che le Stars of Faith, Margie Evans, Dee Dee Bridgewater, Valerie Wellington, Karen Carroll e Katie Webster. Dopo quell’episodio il blues di questo livello a Verona si è visto raramente, Corey Harris se ricordo bene ed uno strepitoso concerto in Cortile Mercato Vecchio di Guy Davis all’interno dei “Concerti Scaligeri”, altra rassegna cassata dall’Amministrazione.

Volo sul Mondo Festival_Manifesto.jpg

Sabato 13 luglio a partire dalle ore 21 la musica del diavolo ritorna al Teatro Romano con la presenza di una delle figure più importanti del blues di questi ultimi anni, il californiano classe 1951 Kevin Roosevelt Moore (a.k.a. Keb’ Mo’). Cosa c’entra “Donne in Blues” con questa serata, direte voi. C’è un filo conduttore che lega le due manifestazioni, e si chiama Rudy Rotta. Il chitarrista e compositore veronese fu infatti uno dei promotori con il critico musicale Giampaolo Rizzetto di quelle due serate e ne fu anche uno dei protagonisti (accompagnò infatti Valerie Wellington in un infuocato set con Cesare Valbusa, Roberto Morbioli, Willy Mazzer e Riccardo Massari) e la serata di sabato 13 vuole ricordare la sua figura a due anni dalla sua prematura scomparsa.

“Volo sul mondo: Festival Memorial Rudy Rotta” è il nome che l’Associazione Culturale Rudy Rotta e la società A-Z Blues hanno voluto dare a questo importante evento, ma non solo, c’è anche l’opportunità di dare un contributo acquistando il biglietto di ingresso a due associazioni che operano nell’ambito della ricerca medica, ovvero l’Unione Italia Lotta alla Distrofia Muscolare (U.I.L.D.M.) e la Fondazione pe la ricerca sul cancro (A.I.R.C), quindi non provate ad entrare gratis, mi raccomando.

La serata ha un menu’ ricco di ospiti, alcuni dei quali saranno accompagnati dalla RR Band (Pippo Guarnera all’organo Hammond e piano, Renato Marcianò al basso ed Enrico Cecconi alla batteria) che come dicevo suoneranno nei set di Matteo Sansonetto (chitarrista dallo stile tipicamente influenzato dalle sonorità del Chicago Blues, e dotato di una notevole voce soul e di uno stile chitarristico grintoso ed essenziale), di Mike Sponza (“Il talento di uno dei più grandi chitarristi blues italiani, ormai una sorta di guru del blues nazionale: il risultato è un’esplosione di classe, ritmo ed energia.” Lo dice il Corriere, e tanto basta) e di Gennaro Porcelli considerato dal pubblico e dalla critica specializzata uno dei migliori talenti del “Blues Made in Italy” con un repertorio che spazia dal Chicago style a quello di New Orleans, da quello di Austin a quello di Memphis. Sarà infine anche l’occasione di ascoltare in apertura il duo Superdownhome (suonano una sorta di rural blues “contaminato” e sono Henry Sauda alla voce, cigar box, diddley bow e Beppe Facchetti alle percussioni) e l’atteso Sonohra Project Trio, con un set preparato accuratamente per far conoscere e capire al pubblico quale sia il loro retroterra culturale musicale.

C’è poi come detto la “portata principale”, il grande Keb’ Mo’ che grazie all’Associazione Culturale Rudy Rotta ha fatto di Verona una delle tappe del suo attesissimo tour europeo nel quale presenta la sua più recente produzione, “Oklahoma”; il suo primo lavoro risale al 1980 (“Rainmaker”) ed il suo stile che qualcuno ha definito “post modern blues” contiene riferimenti anche ad idiomi musicali diversi come il folk, il jazz ed anche il country, non aspettiamoci quindi un clone dei grandi padri della musica del diavolo ma uno dei più fiorenti rami che da essa sono nati nel corso del Novecento. Comunque una delle stelle del blues odierno.

Direi che “Volo sul Mondo Festival: memorial Rudy Rotta” presenta motivazioni per gli amanti della musica, per quanti hanno conosciuto e vogliano ricordare Rudy Rotta assieme ad alcuni musicisti, per quelli che amano la musica blues e non hanno mai conosciuto personalmente Rudy ed anche per aiutare le due associazione sopra menzionate.

Non vi bastano queste motivazioni? Allora dico anche che durante la serata verrà presentato “Now and Then…and Forever”, il disco postumo (questa parola è orribile ma rende l’idea) di Rudy Rotta.

 

 

VINCE ABBRACCIANTE “Terranima”

VINCE ABBRACCIANTE “Terranima”

VINCE ABBRACCIANTE “Terranima”

DODICILUNE Records, Ed421. CD 2019

di Alessandro Nobis

Se il precedente, bellissimo “MPB” era uno studio ed una rielaborazione della musica brasiliana e dei suoi autori (https://ildiapasonblog.wordpress.com/2017/03/28/paola-arnesano-vince-abbracciante-mpb/), questo nuovo lavoro di Vince Abbracciante è dedicato alla sua terra madre: il compositore  della bianca Ostuni ha fatto per questo “Terranima”, come si dice, “le cose in grande”, portando con sé nello studio di registrazione una nutrita schiera di musicisti e nove composizioni per le quali ha disegnato con grande cura arrangiamenti che valorizzano non solo la sua idea di musica ma anche le personalità dei musicisti ospiti.

Il quartetto d’archi Alkemia, una piccola sezione fiati (Gabriele Mirabassi, Aldo di Caterino, Nicola Puntillo e Giuseppe Smaldino), la chitarra di Nando di Modugno, il contrabbasso di Giorgio Vendola e le percussioni di Pino Basile. E ascoltando il risultato possiamo dire che l’equilibrio rasenta la perfezione, che la reazione chimica tra musicisti ideata dal leader si concretizza in musica di ampio respiro, orchestrale, filtrato attraverso i ritmi ed i colori della tradizione ad esempio del saltarello (il brano di apertura, dedicato alla Dodicilune).

Lo sviluppo di “Impressioni Puglia” narra meglio di qualsiasi parola il progetto di Abbracciante dove la sua fisarmonica e il clarinetto di Mirabassi si elevano sull’accompagnamento degli archi descrivendo ritmi e colori della terra pugliese: ed ancora il “link” con il sudamerica di “La borsini” con un bel assolo di Giorgio Vendola che precede quelli di Mirabassi e del Di Modugno o la pacatezza della “Serenata del canto e dell’incanto”; sintesi tra la “terra” e l’”anima”, Terranima appunto.

 

 

PAOLA SELVA “Legno e Vento”

PAOLA SELVA “Legno e Vento”

PAOLA SELVA “Legno e Vento”

Autoproduzione, CD 2019

di Alessandro Nobis

Personalmente suscita grande curiosità quando un chitarrista di formazione classica si avvicina al mondo “parallelo” della chitarra fingerpicking, liberandosi per un po’ da quel repertorio e scrivendo ed arrangiando brani nuovi che diano piena libertà ai propri sentimenti ed alla propria creatività.

Paola Selva, diplomata in quel di Piacenza (al Conservatorio, naturalmente) è una di queste rarità del panorama chitarristico e questo “Legno e Vento” è una autoproduzione che si inserisce con grande autorevolezza nel cosmo del fingerpicking: undici brani originali (di cui una bonus track) ed una sorprendente quanto elegante e personale rilettura di una brano che non ti aspetti da un chitarrista, ovvero “Smooth Operator”, sì quella bellissima melodia scritta da Sade Adu che portò alla celebrità la cantante nigeriana alla metà degli anni ottanta.

C’è una profonda ricerca della melodia nella musica di Paola Selva che convoglia la sua tecnica accademica in uno stile così diverso da quello classico: ho trovato questo in “Chitarristicamente” ad esempio, nell’eterea “Virgina’s Room”, nella trascrizione di “Miaynak”, tema popolare armeno che ci trasporta verso est ed ancora nella ballad “Lontano”.

Disco brillante, e devo dirvi che per me è sempre un piacere scoprire ed essere sorpresi da nuove musiche e musicisti finora a me sconosciuti come questo “Legno e Vento” e la sua autrice Paola Selva, attesa ospite della prossima edizione di “Chitarre per Sognare”, sabato 29 giugno, alle Terme di Giunone di Caldiero a pochi chilometri da Verona in direzione di Vicenza (https://ildiapasonblog.wordpress.com/2019/06/11/dalla-piccionaia-chitarre-per-sognare-2019/).

 

Paola selva https://www.paolaselva.com

ALBERTO LA NEVE “Night Windows”

ALBERTO LA NEVE “Night Windows”

ALBERTO LA NEVE “Night Windows”

“MANITU RECORDS. CD, 2019”

di Alessandro Nobis

NIGHT-WINDOWSRispetto al panorama jazzistico dei nomi più in voga cha hanno risalto sulla stampa specializzata, c’è una folta schiera di musicisti talentuosi che producono lavori spesso di notevole livello in completa autonomia o per coraggiose etichette discografiche sempre attente a scoprire talenti nuovi o artisti “dimenticati” dalle major.

Alberto La Neve, sassofonista, è a mio modesto parere uno di questi, di lui avevo scritto in occasione del suo ottimo CD “Lidenbrock” registrato in compagnia della cantante Fabiana Dota (https://ildiapasonblog.wordpress.com/2018/01/27/alberto-la-neve-fabiana-dota-lidenbrock/), e con questa recente produzione sempre per la Manitù Records rientra a pieno titolo nel ristretto e prestigioso manipolo dei musicisti che hanno composto / improvvisato musica esclusivamente per sassofoni.

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MANHATTAN BRIDGE LOOP 1928

Se in Lidenbrock ci aveva accompagnato nel “Viaggio al Centro della Terra” di Jules Verne, qui La Neve propone sette tracce in solitudine ed un’ottava in compagnia di Fabiana Dota che propongono un’originale, affascinante ed appropriata “audioguida” per apprezzare ed “entrare” in alcune delle più significative tele di Edward Hopper. Per la precisione sono “Manhattan Bridge Loop”, “New York Movie”, “ Room in Brooklyn”, “Automat”, “Night Windows”, “Nighthawks”, “Chop Suey” e Morning Sun”, tutte tele che descrivono in modo mirabile l’ambiente urbano americano – e newyorkese in particolare – nelle prime sei decadi del secolo scorso.

“Manhattan Bridge Loop” è per solo sax tenore e descrive la solitudine (il tema più caro a Hopper) dell’uomo che cammina lungo il muro, in “Night Windows” dialogano il tenore ed il soprano, in “Chop Suey” i due sassofoni e l’uso dell’elettronica descrivono in modo davvero efficace i raggi di luce invernali che entrano dalla vetrina nel locale dove due persone siedono ad un tavolo ma sembrano non parlarsi.

Disco davvero interessante, complimenti ad Alberto La Neve ed a chi ha creduto nella sua musica.