GATOS DO MAR “La Sindrome di Wanderlust”

GATOS DO MAR “La Sindrome di Wanderlust”

GATOS DO MAR “La Sindrome di Wanderlust”

RadiciMusic Records. CD, 2019

di Alessandro Nobis

Vengono dall’area metropolitana di Napoli Annalisa Madonna, Gianluca Rovinello e Pasquale Banincasa, i “Gatos do Mar” e questo “La Sindrome di Wanderlust” è il loro secondo brillante episodio dopo “La Zattera”. Anche i Gatos Do Mar procedono lungo un linguaggio che nasce dalla combinazione di tradizione con sonorità e composizioni che vengono da culture altre. La cifra stilistica del trio si identifica a mio avviso con la capacità di equilibrare atmosfere diverse con arrangiamenti interessanti e piuttosto originali: notevoli “Violeta”, il brano dedicato a Violeta Parra che racconta del suo ultimo giorno di vita con il gioco arpa – percussioni ed il solo al sax di Pino Ceccarelli e la voce di Annalisa Madonna che fa propria anche la nostalgica “Sodade” di Cesaria Evoria. Si parla di nostalgia, di viaggi (La Sindrome di Wanderlust è la sindrome del viaggiatore), di lontananza ma anche di vita nuova come nella splendida e dolcissima ninna nanna “Del Leone” con un carillon che invita il bambino al sonno, della cultura Yoruba che dà spunto a Malashaima, isola immaginaria dove naufragano i musicisti di tutto il mondo, con un significativo solo di Luigi Esposito alla fisarmonica e la suggestiva ed efficace polifonia.

Si parte dal porto di Napoli quindi e si viaggia nelle culture atlantiche con la terra di origine nell’anima (la ballata “’Noppa Funtana” e “Jemanjà”) e soprattutto con il timone ben saldo e con una combinazione di suoni originale nella quale l’arpa di Gianluca Rovinello e la voce di Annalisa Madonna con le coloriture del percussionista Pasquale Benincasa fanno di questo “La Sindrome di Wanderlust” un lavoro da ascoltare con tutta l’attenzione che merita e che apprezzerete.

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CARLO RISPOLI “The Cruise of Pequod”

CARLO RISPOLI “The Cruise of Pequod”

CARLO RISPOLI “The Cruise of Pequod”

Edizioni Segni D’Autore, 2019. 210 x 297, 86 pagine, € 19,90

di Alessandro Nobis

Nel bel mezzo dell’immenso oceano letterario immaginario e reale disegnato tra l’“Isola del Tesoro” e “Moby Dick” Carlo Rispoli (illustratore, sceneggiatore e narratore della storia di John Silver) immagina lo scorrere della sorprendente ed originale trama di “The Cruise of Pequod” che inizia esattamente dove terminava il precedente “La Isla Desconocida” (https://ildiapasonblog.wordpress.com/2019/05/14/carlo-rispoli-la-isla-desconocida/)ovvero quando “Barbecue” Long John Silver lascia l’isola a bordo di una piccola barca e viene raccolto da Shorty, marinaio attorno al quale ruota questo avvincente romanzo grafico.

mpbyTra ammutinamenti e contro ammutinamenti, tra citazioni latine e bibliche, le tavole talvolta appena abbozzate e rigorosamente in bianco e nero, i dialoghi come nello stile di Rispoli efficaci nella loro essenzialità; con il leviatano Mocha Dick sempre in agguato sotto il pelo dell’acqua, si scopre che il Capitano Achab, quello del Pequod, non è più a bordo della baleniera e che il suo posto è stato preso da Mademoiselle Ahab, defestrata dal suo incarico dalla ciurma messa nelle mani di Silver, a sua volta “buttato a mare” dal Marinaio Shorty, l’unico sopravvissuto della ciurma del vecchio Pequod del Capitano Achab.

Long John Silver viene lanciato in mare in un sacco di iuta e misteriosamente si risveglia sull’Isola e ricorda questa avventura: ma è successo veramente o è stato tutto un sogno? Scegliete voi, naturalmente.

http://www.segnidautore.it

 

 

DALLA PICCIONAIA: SALVATORE MAIORE QUARTETTO A CORDE

DALLA PICCIONAIA: SALVATORE MAIORE QUARTETTO A CORDE

DALLA PICCIONAIA: SALVATORE MAIORE QUARTETTO A CORDE

La Fontana di San Pietro in Cariano, Verona. 1 novembre 2019

di Alessandro Nobis

Il progetto che il compositore e violoncellista Salvatore Maiore ha presentato alla Fontana ai Ciliegi con il suo quartetto (Maria Vicentini alla viola, Peo Alfonsi alla chitarra a sei corde e Giancarlo Bianchetti alla chitarra a sette) nasce da lontano, ovvero dalle registrazioni effettuate tra il 2011 ed il 2013 sfociate con la pubblicazione di “Infinito”, alle quali aveva partecipato il brasiliano Roberto Taufic.

In scaletta i brani di “Infinito” ed un inedito, “Billy” aperto dalle chitarre e con due bei solo di violoncello e di chitarra a sette corde e sul finire un “pizzicato” di Maiore. Ma, al dì la della bellezza delle melodie, ciò che più vorrei sottolineare sono il perfetto controllo dei volumi – questo è un progetto che va ascoltato possibilmente in veste acustica -, l’impianto prettamente cameristico delle scritture e l’equilibrio sonoro che è emerso sin dal brano di apertura, “Peo”: assoli misurati, quasi degli spot che si accendono durante l’esecuzione e perfettamente inseriti nelle melodie da arrangiamenti di raro gusto. C’è una evidente condivisione del progetto di Maiore, e lo si percepisce nettamente osservando gli sguardi incrociati che evidenziano a mio avviso anche il piacere di suonare questa bellissima musica evocativa, spesso maestosa ed anche mi sia consentito dirlo a tratti cinematografica (durante la performance l’ho abbinata a certo cinema neo-realista). Ci sono il Brasile mai però calligrafico che ha ispirato “Guinga”, “Hermeto” (il bis con un significativo solo di violoncello) e “Gabriele”, aperto da Bianchetti, un Brasile quasi amazzonico viste la trama della chitarra che si incrocia con le percussioni (qui ho immaginato l’ombra di Egberto Gismonti), c’è la musica scritta per Ammentos “In su mare” con una splendida intro di Alfonsi e ci ho visto anche il Novecento, quello degli archi di “Infinito” che aprono il brano e che accompagnano il solo di chitarra con il “pizzicato”.

Maiore non ha certo bisogno dei nostri consigli, ma a questo punto direi che si impone una nuova registrazione dei brani di “Infinito” con questa formazione, con la sua pubblicazione ufficiale e soprattutto con la divulgazione che assolutamente merita. O no?

Concerto bellissimo che il pubblico ha gradito e lungamente applaudito.

Di Salvatore Maiore avevo scritto anche qui: (https://ildiapasonblog.wordpress.com/2016/02/16/peo-alfonsi-salvatore-maiore-alma/)

 

 

 

 

 

CASATI / POZZA / CERRUTI / CERVETTO “Melodies”

CASATI / POZZA / CERRUTI / CERVETTO “Melodies”

CASATI / POZZA / CERRUTI / CERVETTO “Melodies”

Caligola Records. CD, 2019

di Alessandro Nobis

Qui “si va” di standards. Ovvero di brani accuratamente scelti di autori che fanno parte della storia della musica afroamericana vicino ad altri di autori meno frequentati dai jazzisti; facile cadere nel tranello della sterile riproposizione calligrafica, ma in questo “Melodies” (titolo invero emblematico) Giampaolo Casati, Andrea Pozza, Dino Cerruti e Rodolfo Cervetto pur rimanendo nel profondo e largo solco del maistream riescono a dare un’interpretazione personale agli spartiti degli undici brani scelti per questa produzione dell’attiva Caligola Records. Ok, ci sono Ellington e Strayhorn, Parker e Cole Porter, ma a mio avviso l’originalità del repertorio stra nei brani scritti da autori contemporanei che molti hanno avuto la fortuna di vedere sul palco di qualche festival jazz; la splendida interpretazione della ballad di Charlie Haden “Our Spanish Love Song” (dal repertorio del duo con Pat Metheny) con l’evocativa intro di contrabbasso al quale si aggiunge il pianoforte di Pozza e con un pacato e impeccabile solo di fugelhorn, “Lawns” di Carla Bley (registrata nell’87 con il suo sestetto) con il dialogo contrabbasso – pianoforte e con il tema esposto dalla tromba di Casati, o ancora “Sail Away” di Tom Harrell che con il suo incedere mi sembra un doveroso omaggio a certo cinema noir francese e del quale segnalo l’appropriato ed efficace fraseggio del pianoforte. Infine la pregevole introduzione della tromba di Casati al memorabile “blues standard” ellingtoniano “Paris Blues” e la rilettura (con sordina) del Charlie Parker di “Quasimodo”.

“Melodies” si ascolta con grande piacere e tutto di un fiato e sempre interessante trovo ascoltare come i classici del jazz, nelle mani di altri che non siano i loro autori, possano sempre svelare angoli e segreti nascosti sì nel pentagramma ma anche nell’anima di chi vuole farli propri.

DICK GAUGHAN “The Harvard Tapes”

DICK GAUGHAN “The Harvard Tapes”

DICK GAUGHAN “The Harvard Tapes”

GREENTRAX RECORDS. CD, 2019

di Alessandro Nobis

La pubblicazione di questa registrazione dal vivo dello scozzese Dick Gaughan, effettuata da Brian O’Donovan alla Old Baptist Church a Cambridge nei pressi della Harvard University è a mio avviso una delle più importanti inziative di recupero di vecchi nastri di questo 2019, per ciò che mi riguarda per due ragioni.

DICK GAUGHAN copia
San Francesco al Corso, Verona 1981. Foto di Alessandro Nobis.

La prima è una ragione affettiva, visto che un anno prima circa avevo assistito ad uno strepitoso concerto di Gaughan a Verona, presso l’Auditorium di San Francesco al Corso durante il quale aveva presentato se non ricordo male una scaletta del tutto simile a quella di questo concerto americano – e del quale conservo gelosamente un paio di fotografie – ovvero basata sul suo lavoro del 1981 “Handful of heart” oltre a qualche strumentale e ad altri brani tradizionali assieme ad alcuni di altri autori. La seconda perché questa registrazione ci restituisce la grandezza interpretativa ed esecutiva di Dick Gaughan l’espressione più alta della musica tradizionale e d’autore che la Caledonia abbia mai prodotto: qui troviamo brani del già citato “Handful of Heart” ovvero il tradizionale “Erin Go Bragh”, “Song For Ireland” di Phil Colclough, “The world Turned Upside Down” di Leon Rosselson e “The Worker Song” di Ed Pickford, uno straordinario set di reels come “The Gooseberry Bush / The Chicago Reel / Jenny’s Welcome to Charlie” (a proposito, procuratevi l’inarrivabile “Coppers and Brass”, uno dei più importanti dischi di chitarra acustica) e tra gli altri una splendida versione di “Glenlogie”; chiude questo imperdibile disco una autentica chicca, una versione di “The Freedom Come All Ye” con Johnny Cunningham, violinista dei Silly Wizard.

Ma non finisce qui perché lo stesso Gaughan ha aggiunto al disco tre brani inediti non meno importanti del live, due registrati dal vivo tra il 2010 ed il 2012 ed un altro, “Connolly Was There” proveniente dall’archivio Greentrax.

Brano da dieci e lode, per me naturalmente, “Now Westlin’ Winds” (anche questo da “Handful of Heart) con il testo del poeta Robert Burns.

Ma Peggy cara, la sera è limpida,

volano in stormi le rondini leggere;

il cielo è azzurro; i campi, fin dove raggiunge lo sguardo,

son tutti d’un verde pallido e gialli;

vieni, percorriamo il nostro lieto sentiero

e contempliamo le bellezze della natura;

il grano che stormisce, i rovi coperti di frutti

ed ogni creatura felice”* (R. B.)

*Robert Burns “Poemetti e canzoni”. Traduzione di Adele Biagi, “Biblioteca Sansoniana Straniera”, SANSONI EDITORE 1953.

 

IL DIAPASON intervista MAURIZIO DIAMANTINI, organettista

IL DIAPASON intervista MAURIZIO DIAMANTINI, organettista

IL DIAPASON intervista MAURIZIO DIAMANTINI, organettista

di Alessandro Nobis

Una piccola comunità montana, a circa 700 metri di quota ad una trentina di chilometri da Verona nella Lessinia Occidentale a due passi dal Ponte di Veja, ospita da qualche tempo a cadenza mensille un’imteressante iniziativa che riguarda la cultura popolare ed in particolare la tradizione musicale che si tengono nel veronese e che, come sentiremo, è riuscita a coinvolgere piano piano numerosi musicisti ed appassionati del ballo popolare di province e regioni limitrofe. Si sta assieme, si suona, si balla, si mangia (e si beve del buon vino) in modo del tutto informale: non si cerca di rivivere il passato, fatto in queste zone di vita assolutamente grama, ma si sta assieme dimenticando tutto il resto per lo spazio di un pomeriggio domenicale tra amici ballando i ritmi che le persone e la storia ci hanno tramandato e che non dobbiamo dimenticare. Un modo di fare comunità, quello del BalFolk, molto più praticato di quello che si crede in Italia ed in molti altri Paesi europei che hanno conservato anche sviluppandole, le tradizioni popolari nello specifico musicali e coreutiche.

A Verona, a Giare, artefici di questi appuntamenti sono alcuni appartenenti al Gruppo Ricerca Danze Popolari, ensemble costituitosi nel 1980 e con numerose attività in corso, come vedremo. Per conoscere meglio questa iniziativa  Il Diapason ha incontrato l’organettista Maurizio Diamantini, uno dei promotori assieme a Luisa Capitani di questa iniziativa.

49676452_2058514787542758_195670210265481216_n– Innanzitutto sono curioso di conoscere come è nata l’idea di questi incontri con le danze popolari e soprattutto come siete venuti a conoscenza di questo straordinario spazio in quel di Giare che non è esattamente alle porte di Verona.

– 23 anni fa abitava a Marano di Valpolicella Olivier Jay, venuto in Italia per imparare a costruire organi per le chiese. Notevole violinista, ha suonato molti anni or sono anche con il Canzoniere Veronese di Grazia De Marchi.
Olivier dava lezioni di organetto, strumento suonato da pochissimi virtuosi a quel tempo, come Roberto Lucchese dei Noctua. Cosa c’entra tutto questo con Giare? :
a Chambery, dove abitava Olivier, i suonatori tradizionali locali si trovavano periodicamente per suonare insieme e far ballare le persone che partecipavano a queste feste.
Luigia ed io andavamo a lezione di organetto da Olivier. Un giorno ad Olivier è venuta l’idea di riproporre a Verona l’esperienza francese della “ banda larga” così siamo andati a Giare a parlare con Don Giovanni Gottoli che ha messo a disposizione il fantastico teatrino.
Notevole l’affluenza di ballerini e suonatori negli anni, provenienti da tutto il nord Italia.

– Sono convinto che la musica tradizionale da molti anni abbia perso la sua funzione originaria di accompagnamento al ballo popolare. Mi sembra che la vostra iniziativa vada nel senso della sua ricontestualizzazione. Cosa ne pensi?

Chi viene a Giare sa che la proposta, sia delle musiche che dei balli, è il più possibile tradizionale. Certo che i giovani danzatori preferiscono musiche arrangiate e magari suonate sia a volume che a velocità “differenziati”, mentre a Giare si suona rigorosamente dal vivo senza amplificazione. La creazione di danze popolari, cioè create dalla comunità e non da un coreografo, penso che si sia fermata ben prima degli anni 50′, noi riproponiamo la storia della danza popolare con qualche eccezione. In particolare proponiamo i “repertori” ancora vivi nell’Italia settentrionale-centrale, come le danze venete (raccolte da Guglielmo Pinna e altri ricercatori), le danze delle valli Occitane d’Italia, le danze delle 4 province (Cegni), le danze dell’Appennino bolognese, le danze della Romagna.

GIARE 01

– Come sono organizzate queste “domeniche” di Bal Folk a Giare? C’è un nucleo di strumentisti fisso o lo spirito è quello della session informale alla quale possono partecipare suonatori diversi?

– La partecipazione alla session è libera e chiunque può partecipare, basta che la proposta musicale rientri nel balfolk ”tradizionale” Molti suonatori veronesi sono venuti nel “teatrino”: ad esempio Alfredo Nicoletti, Massimo Muzzolon, Livio Masarà, Francesco Pagani, Anna Veronese, Mirco Meneghel, Guido Gonzato e Otello Perazzoli.

– Alcuni di quelli che hai citato fanno parte o hanno fatto parte in passato di ensemble legati al fenomeno del folk revival, come il Canzoniere Veronese o i Folkamazurka. Come vedi questa corrente di pensiero secondo la quale per perpetuare la musica popolare è necessario “anche” scrivere brani originali o introdurre suoni ed arrangiamenti più attuali.

– A Giare l’idea è quella di riproporre le musiche il più possibile simili a quelle che gli informatori ci hanno proposto, abbiamo un repertorio di 500 – 600 danze, e per un po’ possono bastare (direi, n.d.r), lasciando ad altri l’innovazione.

– Ho visto esibirvi anche indossando abiti che in qualche modo ricordano quelli del passato. Ma cosa è che vi distingue dai gruppi considerati prettamente “folcloristici”? –

L’abito che indossano i ballerini è “freefolk” un abito di foggia fine 800′ non ben localizzato geograficamente. La differenza tra i gruppi di danza popolare e i gruppi folk sta nel mantenimento della coreografia tradizionale, senza cambiamenti per i gruppi di danza popolare, mentre i gruppi folkloristici compiono operazioni di forte rimaneggiamento delle coreografie.
Un altro discorso va fatto sugli strumenti musicali….. non sempre si possono suonare i repertori con gli strumenti originari (es. la polka saltini con il piffero)

– I ballerini “di Giare” fanno parte di qualche gruppo in particolare o anche in questo caso c’è una certa “apertura”?

Giare è un porto di mare…. nel tempo si sono alternati flussi di ballerini provenienti dall’Emilia-Romagna, dal Veneto, dalla Lombardia, e, ultimamente, dal Trentino.

– Come Gruppo Ricerca Danze Popolari avete partecipato recentemente al Tocatì in Piazza Dante raccogliendo apprezzamenti dal pubblico. C’è sempre qualche contatto con nuovi appassionati che vi chiedono di partecipare ai vostri corsi ed incontri?

Negli ultimi anni molti giovani si sono avvicinati alle danze popolari, complice una mazurka della Guascogna che ai ragazzi piace molto. All’interno del GRDP hanno creato un gruppo giovani che gestiscono indipendentemente.

– Qual’è il repertorio al quale fate riferimento, o meglio i repertori, considerato che arrivano suonatori e ballerini anche da altre aree e che a Verona ci sono altri gruppi che praticano il ballo popolare?

– A Verona esistono altri gruppi danza e ogni gruppo ha un’area ben definita: “Tamzarà” propone danze dell’est Europa ed israeliane, I “GRECI” ( gruppo ricerca ellenistico coreutico italiano) propone danze greche, il Gruppo di Francesco Pagani danze e canti veneti, il GRDP danze europee. Il gruppo Ammutinati di Piovezzano bal folk.A Giare proponiamo tutti questi repertori.

– So che partecipate ad eventi in altre regioni ed anche all’estero. Qual è la situazione del BalFolk fuori dalle mura veronesi? Mi sembra che qui siano molto poche le occasioni per ballare la musica popolare, eccezion fatta per quelle organizzate dagli amici salentini ma si sa, la “pizzica” è un fenomeno di massa …..

Alla FolkBanda (https://www.facebook.com/FolkBanda-verona-881619381917055/), o parte della band, non sono mancati ultimamente appuntamenti internazionali suonando danze venete e trentine per diversi gruppi danza: siamo andati in Brasile, Stati Uniti, Nepal, Armenia, Georgia, Francia, Portogallo, Croazia, ed in novembre saremo in India. A Verona il GRDP organizza parecchi concerti con musicisti internazionali ma non sono molto pubblicizzati o non pubblicizzati sui media.
Per quanto riguarda la pizzica indubbiamente è un richiamo per i giovani. Fortunatamente, a seguito del Tocatì è iniziata una collaborazione con l’AGA, e quindi, sul Lungadige San Giorgio non assisteremo solo a danze pugliesi ma anche a danze venete (
evviva! n.d.r.)

– Con quale frequenza vi incontrate a Giare e soprattutto, gli incontri sono aperti a tutti?

– A Giare ci troviamo una volta al mese (https://www.facebook.com/Danze-Popolari-Giare-142328762494713/r)e come ho detto prima la partecipazione sia dei musici che dei ballerini è libera e gratuita.

– C’è qualche abitante di Giare o dintorni che partecipa? I vostri contatti quali sono?

A Giare c’è stata una forte immigrazione, specie di rumeni, che si affacciano al teatro quando sentono musiche del loro paese. Quasi nulla la partecipazione dei paesani “autoctoni” con i quali, comunque, i rapporti sono buoni.

– Le prossime iniziative didattiche e di Bal Folk?
– Sul sito(http://www.gruppodanzeverona.com/)si possono trovare gli appuntamenti annuali del gruppo. Il prossimo appuntamento il domenica 20 ottobre ore 16.30.


SERENA SPEDICATO – NICOLA ANDRIOLI “The Shining of Things”

SERENA SPEDICATO – NICOLA ANDRIOLI “The Shining of Things”

SERENA SPEDICATO – NICOLA ANDRIOLI

“The Shining of Things”

DODICILUNE RECORDS CD Ed 425, 2019

di Alessandro Nobis

Per quelli che come me scoprirono l’unicità del timbro vocale e l’intensità della musica di David Sylvian ascoltando i Japan di “Gentlemen Take Polaroids” del 1980 e del seguente ”Tin Drum”, sapere che molti anni dopo un gruppo di musicisti legati più al jazz che al rock più raffinato avrebbe frequentato quei territori musicali sarebbe stato difficile solo immaginare. Invece ecco che Serena Spedicato e Nicola Andrioli in compagnia di Michele Rabbia e Kalevi Louhivuori si immergono nell’analisi del songbook di Sylvian, scelgono alcune pagine del periodo post-Japan, entrano in uno studio di registrazione e confezionano un disco a mio avviso alquanto significativo: non solo per avere fatto “entrare” Sylvian nell’ormai ampia cerchia degli autori di “standard” o per aver avuto la delicatezza ed il rispetto verso la sua musica della quale si percepiscono naturalmente in modo netto le melodie, ma anche e forse soprattutto per l’interpretazione della sua musica grazie agli arrangiamenti – e qui va citato il pianista Nicola Andrioli per cura con la quale li ha curati – che mettono in evidenza la voce straordinaria e delicata di Serena Spedicato. La cantante salentina opportunamente  sceglie di vestire della sua sensibilità e background musicale i brani di Sylvian, la tromba ed il flugelhorn di Kalevi Louhivuori sono una presenza determinante quanto lo sono gli effetti elettronici,  cromatici, bellissimi e sempre appropriati curati dal trombettista e dal batterista Michele Rabbia.

“Canzoni” come “Heartbeat” scritta in collaborazione con Airto Lindsay e Ryuky Sakamoto con il tappeto polifonico che scorre come un tappeto sonoro durante l’esecuzione del brano, il flugehorn che apre la lunga “Brilliant Trees” e poi dialoga con il raffinato pianismo jazz di Andrioli e si apre ad un solo di tromba “effettata” spostano il baricentro dell’opera di David Sylvian appunto verso il jazz, quello europeo, quello più raffinato, quello che non si autocelebra ma che invece va alla ricerca di nuova linfa trovandola “altrove”.

Spero di aver reso “l’idea” che si cela dentro questo “The Shining of Things” che mi permetto di consigliare caldamente anche a chi apprezza la musica di Sylvian.

Anzi, lo consiglio soprattutto a questi ultimi.