THOM CHACON “Blood in the USA”

THOM CHACON “Blood in the USA”

THOM CHACON “Blood in the USA”

APPALOOSA RECORDS 210-2, CD, 2018

di Alessandro Nobis

Amaramente debbo dire che questo, purtroppo, è un disco attuale; lo è per le tematiche che Thom Chacon, giovane songwriter californiano figlio di immigrati messicani, affronta e descrive in modo chiaro e diretto; le stesse tematiche che dagli anni quaranta Woody Guthrie e John Steinbeck hanno affrontato e che numerosi scrittori e musicisti hanno narrato nei decenni. Il dramma dell’emigrazione clandestina, la condizione operaia nelle fabbriche e nelle miniere di carbone, la depauperazione del suolo agricolo, la violenza razzista solo sopita e che periodicamente torna ad insanguinare le strade e le città americane ma anche la speranza di una vita almeno decente che non muore mai. Thom Chacon le narra da vero folksinger di razza, voce, chitarra, armonica e qualche pennellata di organo e di percussioni, un modo davvero essenziale e paradigmatico per raccontare storie che descrivono gli angoli più bui dell’America di oggi, ma anche di ieri e dell’altro ieri.

L’Appaloosa bene ha fatto a riportare nel libretto allegato i testi anche in italiano e chiunque può in questo “Blood in The Usa” leggere le storie dell’immigrato di El Charro “I am an Immigrant”, nel minatore disoccupato di “Union Town”, nel metalmeccanico di Bethlehem (“Work at End”); storie purtroppo comuni, universali, le classi più deboli sempre sopraffatte dalle classi politiche e dai potenti, vecchie ferite che nell’America trumpiana sembrano oggi acuirsi maggiormente. Ma c’è sempre una fievole luce alla fine del tunnel, una luce di speranza: “Credo in questa terra d’oro e  speranza”, “Mi tengo saldo, tiro i remi / Sono vivo, al mio spirito non serve altro” oppure “Sangue nella polvere, sudore sulla terra / Tirati su le maniche, c’è del lavoro da fare”.

Non vorrei più sentire storie come queste ………….. la vedo difficile

 

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DALLA PICCIONAIA: IO, HENRY THOMAS (1874 – 1930)

DALLA PICCIONAIA: IO, HENRY THOMAS (1874 – 1930)

DALLA PICCIONAIA: HENRY THOMAS (1874 – 1930)

di Alessandro Nobis

La seconda facciata scorre via velocemente sul giradischi, la Shure fa il suo lavoro ancora egregiamente anche se il vinile mostra qualche inevitabile segno del tempo, e mentre ascolto penso che questo “Go to Heaven” dei Grateful Dead targato 1980 sia stato sempre un poco bistrattato dalla critica come del resto tutti i lavori in studio del gruppo californiano; sì, forse un suono leggermente patinato ma ……..  Una quindicina di minuti e si arriva all’ultimo brano, “Don’t Ease Me In”…………………

Un uomo se ne sta seduto su di una sedia un po’ sgangherata anzi decisamente sgangherata imbracciando una chitarra, e davanti a lui c’è una macchina per registrare con un paio di microfoni, la stanza è quella di un albergo non lontano dal centro, al settimo piano. E’ lo “studio” della Vocalion Records.

texas pacific railway

Faceva caldo in quel giugno del 1928 a Chicago, me lo ricordo bene. Altro che “The Windy City”, si moriva di caldo lì in centro e anche nel Southside e si sudava di brutto, giusto un po’ di limonata – cioè acqua semplice e limone – prima di suonare. Mi chiamo Henry Thomas, sì sono negro, sì vengo dal sud, sì sono del Texas, sì suono la chitarra e canto; come dici? Vuoi sapere di me? Davvero ti interessa? Davvero tu vuoi sapere se qualche bianco ha suonato le mie canzoni e non ha mai pagato 1 cent di diritti? La risposta è sempre quella, sì. Come al solito la solita storia, tu inventi e un altro copia.

Ho cinquantaquattro anni, sono nato giù in Texas nel 74 (1874 n.d.r.), sono la prima generazione di neri nati “liberi”, i miei vecchi erano veri “freed slaves” liberati dalla schiavitù da Lincoln nel 1865. Stavamo in una catapecchia nella zona che oggi si chiama Big Sandy a levante del Texas, non lontano dall’Arkansas. Sono nato quando la città si stava appena formando. Il tutto iniziò quando la Pacific Texas Railroad Company decise di far passar lì la linea ferroviaria, e poi sai già come va, mi sembri un tipo abbastanza sveglio: prima l’ufficio postale, l’emporio per bianchi e quello per neri, la chiesa, le prime case, la banca, l’ufficio dello sceriffo …………..

Come puoi facilmente immaginare lì a Big Sandy non c’era molto da fare – non c’era nemmeno uno straccio di scuola -, passavo il tempo a pescare nel laghetto vicino a casa ed a fabbricare zufoli con le canne che crescevano lì intorno ma, sai, la ferrovia per noi ragazzi era una tentazione irresistibile per scappar via, magari anche per ritornare, magari anche no…… Sì, hai ragione, c’erano anche strade piene di polvere d’estate e di fango appena pioveva, ma gli sbuffanti mostri d’acciaio della ferrovia avevano il loro fascino. Fa il bravo e cerca di capire, eh!

Eravamo bravi a saltare sui vagoni merci ed anche a scendere veramente, soprattutto quando i vigilanti delle compagnie ferroviarie arrivavano per farci assaggiare un po’ dei loro bastoni nodosi. Ho fatto presto a diventare uno “hobo”, avrò avuto si e no quindici anni, all’inizio facevo brevi tratti sui vagoni merci dei treni, poi man mano che crescevo andavo sempre più in là, e non mi facevo vedere per un bel po’. Ma poi ritornavo a casa dai miei vecchi. D’estate ci spingevamo su a nord, d’inverno verso ovest, in California e dormivamo ai margini delle città, nelle hobohemia che chiamavamo “giungle”, agglomerati di tende e di “casette” di cartone. Ero quasi diventato un raconteur, tra una chiacchera e l’altra suonavo lo zufolo, poi avevo imparato a suonare la chitarra da uno che si faceva chiamare Tampa Red ed a cantare un po’, sempre meglio che lavorare; oddìo qualche volta mi toccava raccogliere un po’ di frutta per un piatto di mulligan (molta cipolla, patate e l’odore del manzo) ma il più delle volte campavo con le poche mance che mi davano nelle bettole, o lungo la strada ferrata dove suonavo per gli operai, o la domenica quando intrattenevo i braccianti, specialmente in California. E quando non erano nickelini venivo ripagato con del cibo, o del moonshine. Sai. Ti dico una cosa, avevo incontrato parecchi altri musicisti e da loro avevo imparato canzoni e blues come “John Henry” per farti un esempio. Ma io ero diverso da tutti, suonavo il blues più velocemente, per far ballare la gente, si divertivano a ballare mentre suonavo e cantavo, mi chiamavano “Ragtime Texas” per via dei tempi accelerati che utilizzavo; sì penso fossi l’unico in giro a far ballare la gente cantando storie di miseria, sesso e disgrazie, bastava suonare veloce, questo chiedevano e più ero veloce più ballavano le square dances e più ballavano le square dances più mi mollavano qualche nickelino. E io me la godevo, c’era sempre qualche vedova in giro ……….. sentivano il tempo ma le parole ……. beh quelle era meglio non sentirle, parlavano di tutti loro e di tutti noi hobos e di tutti i diseredati che lo erano sempre stati o che lo erano diventati durante e dopo le tempeste di sabbia che stavano riducendo in polvere la campagna. E poi via sui treni, seguendo il vento, la fame – che era tanta e che ti seguiva sempre – e la fama. Quella caro mio non l’ho mai cercata, manco da morto l’ho avuta, quelli che hanno usato le mie canzoni manco mi hanno mai ringraziato.

Poi decisi di andarmene definitivamente su, verso nord, verso la città calamita, Chicago. Ci sono arrivato d’inverno: fu molto dura sui treni, ci avrò impiegato tre settimane da Big Sandy. Perchè? Perchè i vigilantes erano diventati bravi, non ci lasciavano in pace, era tutto un “salta giù salta giù”, pochi chilometri e poi giù di nuovo. Viaggiare di notte? Ma hai la pallida idea del freddo? Ci abbiamo provato, ma era davvero durissima. Ho provato anche a viaggiare in mezzo al bestiame, ai manzi per scaldarmi …..

Era verso la fine di gennaio dell’anno scorso, ero saltato giù dal treno a notte fonda qualche miglio prima dello scalo merci per non farmi vedere; vabbè non ero solo, oltre allo zufolo ed alla chitarra c’erano altre quindici persone almeno, donne qualche moccioso e uomini. Neri e bianchi.

Fino ad aprile di suonare per le strade non se ne parlava, neve freddo vento. Le bettole, i bar, le stamberghe, qualche festino privato in periferia, dopo un mesetto mi era fatto conoscere, la gente voleva divertirsi e ballare, quindi mi chiamavano e mi facevo sempre trovare pronto. Poi la primavera e gli incroci e le festine nei giardini, davanti ai bar nel quartiere nei neri s’intende, ed una mattina toh che passa uno dei rari bianchi che poi ho scoperto conoscesse un tizio il cui cugino lavorava per una casa discografica di Chicago, la Vocalion, e mi propose di registrare. Appuntamento a fine giugno. Lavoravano nel settore dei race records e fabbricavano 78giri color rosso scuro, quasi marrone; da qualche anno era stata acquisita dalla Brunswick. Insomma mi ero informato, per essere un negro del Texas ero abbastanza scaltro, o no?

A fine giugno andai in questo albergo, in centro, quasi in centro. Settimo piano. Stanza 702. Niente square dances, registrai due brani, “John Henry” e “Cottonfield Blues”, sono andato sul sicuro non si sa mai con questi bianchi ……. Pagato un paio di dollari, non ho mai saputo quante copie hanno stampato di quei 78 marroni, o quante ne sono state vendute. Gli ero piaciuto e così per la Vocalion registrai 24 facciate, in due anni. Poi il richiamo dei vagoni piani divenne sempre più forte come la crisi economica, e decisi di far perdere le mie tracce. Poi la polmonite fece il resto.

Di sicuro però qualche 78 lo avranno venduto se quarant’anni dopo qualcuno si è preso la briga di suonare la canzoni che avevo scritto……..”

Tloc, tloc, tloc, tloc, tloc, la Shure sbatte contro l’etichetta del vinile. Il disco è finito, è ora di “rimetterlo su”.

Tracce di Henry Thomas le potete trovare in “Freewheelin’” di Bob Dylan (“Honey, Just allow me one more chance”, in “Fishing Blues” de ’65 del Lovin’ Spoonful, nei Canned Heat (“Going ‘up the country”, ed in tutti i casi mi sembra l’autore non venga mai citato. Così va il mondo………….

 

 

 

 

SCHIAFFINI PRATI GEMMO ARMAROLI “Luc Ferrari Exercises d’improvisation”

SCHIAFFINI PRATI GEMMO ARMAROLI “Luc Ferrari Exercises d’improvisation”

SCHIAFFINI PRATI GEMMO ARMAROLI “Luc Ferrari Exercises d’improvisation”

DODICILUNE RECORDS, ED394, CD, 2018

di Alessandro Nobis

Tra i molti e spesso purtroppo dimenticati compositori del Ventesimo Secolo, c’è anche il francese Luc Ferrari (1929 – 2005), protagonista della sperimentazione sonora già da giovanissimo, ovvero i primi anni Cinquanta. Il quartetto è composto dal trombonista Giancarlo Schiaffini (già nel prestigioso e seminale “Gruppo di Improvvisazione Nuova Consonanza” con Morricone, Evangelisti, Macchi, Neri e Piazza), il violoncellista Walter Prati collaboratore tra gli altri di Evan Parker, la pianista – compositrice Francesca Gemmo ed il vibrafonista Sergio Armaroli, ed interpreta in modo efficace i Sette “Exercises d’Improvisation” che rappresentano una sorta di manifesto della musica che Ferrari andava creando e che legava la scrittura con la pratica improvvisativa descrivendo, come dice la moglie Bunhild Meyer – Ferrari “la società in ogni suo aspetto (rivolta, gioia, sofferenza, intimità e amore,) traducendo nelle sue creazioni i temi che lo preoccupavano e quindi anche la contradditorietà delle emozioni”.

E’ musica che dà nuova luce e richiama attenzione su di un mondo musicale, quello della seconda metà del Novecento, che allora godeva dell’apprezzamento di un buon gruppo di appassionati che vi si erano avvicinati partendo da esperienze legate sia al jazz d’avanguardia che a certo rock sperimentale, essendo pubblicata da etichette come le benemerite Wergo, Deutsche Grammophon e l’italiana Cramps / Nova Musicha.

Questa bellissima ed intrigante produzione della salentina Dodicilune ha a mio avviso quindi un duplice merito, quello di riportare saggiamente alla luce alcune delle composizioni di questo poliedrico artista inserendola nel suo ricco catalogo jazz-oriented, e quello di offrire l’importante e rara oppertunità di avvicinare i jazzofili che “frequentano” le produzioni di questa etichetta alla musica “contemporanea” del Novecento.

Da ascoltare assolutamente.

 

LOOKING DOWN FROM THE GODS: LIAM ÓG Ó FLOINN (14 April 1945 – 14 March 2018)

LOOKING DOWN FROM THE GODS: LIAM ÓG Ó FLOINN (14 April 1945 – 14 March 2018)

LOOKING DOWN FROM THE GODS: LIAM ÓG Ó FLOINN (1945 – 14 March 2018)

by Alessandro Nobis

I learned the basics of musical notation well, but I never found it easy to play and at the same time read a score. Popular music comes from tradition, you learn with your heart.“(1)

It may be in the DNA, it may be the climate or it may be the environment, it may be the love and passion they feel for their heritage, but it is a fact that in Ireland you cannot count the families that for generations have passed on within them tunes, songs and stories in a deeply rooted culture of oral tradition. It is an authentic interior mission into which one enters at birth, and thanks to which lovers and enthusiasts scattered across all continents have been able to appreciate – as they continue to do so – this extraordinarily rich treasure.

This was also the case for Liam Óg Ó Floinn (a.k.a. Liam O’Flynn), a piper originally from An Nás (Kill) in County Kildare (2), who unexpectedly died on 14 March 2018 at the age of 72. Along with Finbar Furey (1946), Paddy Moloney (1938), Paddy Keenan (1950) and John Brian Valley (1941) – and for sure I’ve forgotten someone – he was part of that generation of pipers many of whom have contributed, and still contribute, as much to education and promotion of the music as to performance.

The son of musicians (his father was also Liam, a fiddler, and his mother sang and played the piano), Liam grew up in contact with his roots that he would never abandon, first “inheriting” the fiddle and subsequently converted to the uilleann pipes by Tom Armstrong.  When just eleven years old Liam became part of the magic circle of the great Leo Rowsome – who later built him a precious set of pipes.  He owed much to the guidance of this first master, and his style and the superfine and clean technique were also influenced by encountering Seamus Ennis and Willie Clancy, who literally saved this instrument from extinction.(3)

We on the “continent” have known and appreciated it especially since 1972 when together with other musicians he founded Planxty, which very clearly opened a new pathway to the discovery and evaluation of the musical tradition.  This quartet deserves credit for, on one hand, making Irish music known to a much wider public, making it later become almost a mass phenomenon, with innovative arrangements with respect to, for example, the more orthodox Chieftains (with plectrum instruments, and Balkan music grafted on thanks to Andy Irvine), and on the other hand for having inspired generations of musicians across the continent to study their musical traditions.

At the end of the “Planxty adventure”, Liam began a solo career, recording a few (but significant) albums such as the one in collaboration with Shaun Davey, or the one recorded entirely solo for Celtic Music, remaining a beacon of Irish music and always enjoying the absolute respect and gratitude of young Irish musicians. He came to play in Italy just a few times, I think with Planxty in 1980, with Mícheál Ó Domhnaill and Rod McVey in ‘97 and on his own in ‘93.

We are left with the memory of a person of great kindness and modesty, and with his exquisite music, the inheritance that he has left to Irish pipers of this and future generations.

To borrow the title of a record by Seamus Ennis: “Pure Drops of Irish Music”.

R.I.P. Liam Og Ó Floinn from An Nás.

If you do not know his music here are a few examples to track down:

Planxty: anything that they have recorded ….

Liam O’Flynn: “The Fine Art of Piping“, 1989 – “The Given Note“, 1995 – “Fire Aflame“, 1992 (with Sean Keane and Arty McGlynn) – “The Brendan Voyage“, 1980 (with Shaun Davey)

(1). Harper, Colin & McSherry, John “The wheels of the road: 300 years of Irish Uillean Pipers“. Jawbone Press, 2015. (https://ildiapasonblog.wordpress.com/2016/02/09/colin-harper-john-mcsherry-the-wheels-of-the-world/)

(2). Vallely, Fintan “Companion to Irish Traditional Music“. Cork University Press, 2011. (https://ildiapasonblog.wordpress.com/2016/01/15/fintan-vallely-companion-to-irish-traditional-music/)

(3). You can read an interview / article on O’Flynn here: http://www.taramusic.com/features/lofpipes.htm

 

DALLA PICCIONAIA: LIAM OG Ó FLOINN (15 aprile 1945 – 14 marzo 2018)

DALLA PICCIONAIA: LIAM OG Ó FLOINN (15 aprile 1945 – 14 marzo 2018)

DALLA PICCIONAIA: LIAM OG Ó FLOINN (14 aprile 1945 – 14 marzo 2018)

di Alessandro Nobis

Ho imparato bene le basi della notazione musicale, ma non ho mai trovato agevole suonare e contemporaneamente  guardare uno spartito. La musica popolare arriva dalla tradizione, la impari con il cuore” (1)

Sarà il DNA, sarà il clima o sarà l’ambiente, saranno l’amore e la passione verso le proprie radici, sta di fatto che in Irlanda non si possono contare le famiglie che da generazioni tramandano al loro interno arie, canzoni e storie in una parola la cultura tradizionale nelle sue più segrete sfaccettature. E’ un’autentica missione interiore dalla quale si viene investiti alla nascita e grazie alla quale cultori ed appassionati sparsi in tutti i continenti hanno potuto nei decenni apprezzare – e continuano a farlo – questo scrigno straordinariamente ricco .

E’ stato così anche per Liam Og Ó Floinn (a.k.a. Liam O’Flynn) piper originario di An Nás (Kill) nella Contea di Kildare (2), inopinatamente scomparso il 14 marzo di questo 2018 all’età di 72 anni. Con Finbad Furey (1946), Paddy Moloney (1938), Paddy Keenan (1950) e John Brian Valley (1941) – e di sicuro me sono scordato qualcuno – faceva parte di quella generazione di pipers che moltissimo hanno fatto e continuano a fare sia dal punto di vista divulgativo e didattico che da quello concertistico.

Figlio di musicisti (il padre era anche lui Liam, violinista e la madre cantava e suonava il pianoforte) e cresciuto quindi a contatto con le sue radici che non avrebbe mai abbandonato, divenne prima “per dinastia” violinista e poi si convertì alle uilleann pipes da Tom Armstrong; già undicenne Liam entrò a far parte del cerchio magico del grande Leo Rowsome – che più tardi gli costruì un prezioso set di cornamusa – grazie alle indicazioni del suo primo maestro, ed il suo stile e la sopraffina e pulitissima tecnica vennero influenzati anche dall’incontro con Seamus Ennis e Willie Clancy, che letteralmente salvarono dall’estinzione questo strumento. (3)

Planxty
Planxty: Christy Moore, Donal Lunny, Andy Irvine e Liam O’Flynn

Noi del “continente” lo abbiamo conosciuto ed apprezzato soprattutto a partire dal ’72 quando assieme altri musicisti fondò i Planxty, che indicarono in modo chiarissimo una nuova via alla scoperta ed alla rivalorizzazione della tradizione musicale; un quartetto che ebbe da un lato il merito di far conoscere la musica irlandese al pubblico più attento facendola diventare in seguito quasi un fenomeno di massa, con arrangiamenti innovatori rispetto ad esempio ai più ortodossi  Chieftains (strumenti a plettro, innesti di musiche balcaniche grazie ad Andy Irvine) e dall’altro quello di aver indirizzato generazioni di musicisti in tutto il continente allo studio delle proprie tradizioni musicali.

Al termine dell’”avventura Planxty” intraprese una carriera solista incidendo pochi ma significativi album come quello in collaborazione con Shaun Davey, o quello inciso in completa solitudine per la Celtic Music, rimanendo un faro dell’Irish Music e godendo sempre di un assoluto rispetto e gratitudine da parte dei giovani musicisti irlandesi. In Italia venne a suonare poco frequentemente, mi sembra con i Planxty nel 1980, con Michel O’Domhnaill e Rod McVey nel ’97 e da solo nel ’93.

Rimangono il ricordo di una persona dalla squisita gentilezza e dall’altrettanta riservatezza e la sua musica, purissima, eredità che ha lasciato ai pipers irlandesi di questa e delle future generazioni.

Parafrasando il titolo di un disco di Seamus Ennis, “Pure Drops of Irish Music”.

R.I.P. Liam Og Ó Floinn from An Nás.

Se non conoscete la sua musica ecco alcune indicazioni:

Planxty: quasiasi cosa abbiano inciso….

Liam O’Flynn: “The fine art of Piping”, 1989 – “The Given Note”, 1995 – “Fire Aflame”. 1992 (Con Sean Keane ed Arty McGlynn) – “The Brendan Voyage”, 1980 (con Shaun Davey)

(1). Harper, Colin & McSherry, John “The wheels of the road: 300 years of Irish Uillean Pipers”. JAWBONE PRESS, 2015.  (https://ildiapasonblog.wordpress.com/2016/02/09/colin-harper-john-mcsherry-the-wheels-of-the-world/)

(2). Vallely, Fintan: “Companion to Irish Traditional Music”. Cork University Press, 2011. (https://ildiapasonblog.wordpress.com/2016/01/15/fintan-vallely-companion-to-irish-traditional-music/)

(3). Un’intervista / articolo a O’Flynn lo potete leggere qui: http://www.taramusic.com/features/lofpipes.htm

 

 

 

 

AKTE’ “Aktè”

AKTE’ “Aktè”

AKTE’ “Aktè”

VISAGE MUSIC, CD, 2017 – DISTRIBUZIONE MATERIALI SONORI

di Alessandro Nobis

Dietro ad “Atke” si nasconde un quartetto formato da preparatissimi musicisti con diverse storie musicali ma con una comune mente aperta ai nuovi suoni che la dea greca  del piacere e del nutrimento in questo caso musicale, ha fatto incontrare – a loro insaputa – e li ha ispirati a comporre la musica di questo bellissimo lavoro. Ne fanno parte il bravissimo suonatore di oud Elias Nardi, il chitarrista Claudio Farinone ed il fiatista Max Pizio che oltre ad essere dei signori musicisti sono anche compositori ed il funambolo della fisarmonica Fausto Beccalossi campione di quel jazz che guarda alla musica popolare viste le sue frequentazioni con Simone Guiducci, Peo Alfonsi e Al Di Meola giusto per citare tre suoi compagni di viaggio in vari e notevoli progetti.SCANNER HP (1)

Per capire dove è orientata la barra del quartetto basta leggere la scaletta sul retro della copertina; decisamente verso il vicino Levante visti i quattro brani di ispirazione popolare armena (consideriamo così anche il brano di George Gurdjieff visto quanto è intriso di tradizione già nella sua partitura originale), macedone e catalana.

Aria di Mare Nostrum – e dintorni – come quella fresca e pura che ti riempie i polmoni dall’ascolto dei nove brani: la lunga e pacata “Flowers of Fragility” di Nardi con l’introduzione di chitarra e oud ad introdurre la “solita” splendida fisa di Beccalossi che dialoga poi con il soprano di Pizio, il travolgente brano iniziale “Brise” con un significativo solo di fisa – e voce – di Beccalossi, oppure “Albaicin” di Farinone con un bel interplay chitarra – fisa e le percussioni di Pizio.

Non c’è una nota fuori posto, non c’è una nota in più o una mancante, si ascolta tutto d’un fiato e poi si riascolta un’altra volta.

Una “tempesta” perfetta, forse gli dei e le dee greche non se ne sono mai andate …..

 

 

 

 

 

 

DUCK BAKER “Plays Monk”

DUCK BAKER “Plays Monk”

DUCK BAKER “Plays Monk”

TRIPLE POINT RECORDS, LP, 2017

di Alessandro Nobis

Se lo splendido “Spinning Song” era stato realizzato su commissione della Tzadik di John Zorn “costringendo” Duck Baker a tuffarsi a capofitto nelle partiture del pianista Herbie Nichols, per questo altrettanto significativo nuovo lavoro il chitarrista della Virginia ha avuto parecchio tempo per rifletterci sopra. Thelonious Monk è uno degli autori preferiti da Baker che da spesso ha in scaletta almeno una delle composizioni del pianista di Rocky Mount: inoltre anche i non pochi estimatori di Baker aspettavano un lavoro monografico su questo fondamentale autore e questo ellepì non tradisce le loro attese accontentandoli nel migliore dei modi. (“Duck, a proposito, e Randy Weston?“)

Duck_Baker_Plays_Monk_cover-600Nove i brani registrati tra il 2010 ed il 2015 un po’ in Italia un po’ nella Carolina del Nord, più che un disco tributo un lavoro devozionale a Monk di altissima fattura: “Blue Monk”, “Off Minor”, “Bemsha Swing” e “’Round Midnight” nella prima facciata, “Light Blue”, “Straight No Chaser”, Jacki-ing”, “In Walked Bud” e “Misterioso” nella seconda, tutti re-inventati nello stile di Baker e suonati con la superlativa tecnica che da sempre lo ha contraddistinto; si sa che il repertorio bakeriano copre molti generi della musica americana, ma l’autorevolezza con la quale vengono disintegrati e rimontati brani scritti per pianoforte (di Monk ma anche di Nichols) è assolutamente unica e – lo voglio dire – inarrivabile.

Oltre a ciò, voglio pensare che “Plays Monk” e “The Spinning Song” hanno un altro grande merito, ovvero siano due dischi che possono da un lato avvicinare i jazzofili alla musica di Duck Baker e dall’altro gli appassionati più ortodossi del fingerpickin’ o della chitarra acustica in particolare alla musica afroamericana ed in particolare ai due autori. E già questo è un fatto straordinario.

Un’esploratore di suoni incontra un magnifico costruttore di suoni: c’è un solo Duck Baker, c’è un solo Thelonious Monk. Questa collaborazione ha prodotto un capolavoro di musica classica americana, il jazz”. Queste le parole di Roswell Rudd che iniziano il suo saggio sul lavoro di Baker allegato il disco.

Non vi ho incuriosito abbastanza?