SUCCEDE A VERONA: “Ondas do Mar, viaggi e viaggiatori tra realtà in fantasia”

SUCCEDE A VERONA: “Ondas do Mar, viaggi e viaggiatori tra realtà in fantasia”

CENTRO PROVINCIALE PER L’ISTRUZIONE DEGLI ADULTI di VERONA: “Ondas do Mar, viaggi e viaggiatori tra realtà in fantasia“. Incontri di formazione per docenti aperto al pubblico

7 ottobre · 28 ottobre · 18 novembre · 2 dicembre 2022

di alessandro nobis (prima parte)

Sul comodino c’erano Tom Sawyer, Calza di Cuoio e Phileas Fogg vicini a Romolo Gessi ed al Capitano Nemo e naturalmente ad una versione economica dell’Atlante Geografico De Agostini: inseguire le avventure dei protagonisti di quei libri era quasi diventata un’ossessione “serale”, roba da “dopo Carosello”. Dal Mississippi alle foreste del New England, dall’India al Mar Dei Sargassi magari passando alla savana sudanese era tutto un susseguirsi di emozioni ed anche un modo per imparare la geografia, quella che a scuola non ti insegnavano ma quella che una volta posato il libro ti faceva sognare. Il viaggio fantastico che in seguito per i fortunati sarebbe diventato reale ed anche “professionale” ma che in ogni caso non aveva, sembra impossibile, lo stesso fascino dell’immaginarsi lì, assieme agli eroi protagonisti che sembravano materializzarsi per il tempo che si dedicava alla lettura e al sonno.

Il viaggio di conoscenza, di scoperta e di esplorazione, il viaggio reale e quello fantastico è il tema degli incontri che il Centro Provinciale per l’Istruzione degli Adulti di Verona ha inserito per l’anno scolastico 2022 · 2023 in quelle attività che vanno sotto il nome di educazione permanente e che ha voluto titolare “Ondas Do Mar:viaggi e viaggiatori tra realtà e fantasia”, l’incipit della trecentesca Cantiga de Amigo composta in gallego · portoghese che narra l’intrepida attesa di una donna del ritorno dell’amato marinaio da un viaggio in pieno oceano.

E’ un corso di formazione per i Docenti aperto però al pubblico desideroso di approfondire alcune tematiche legate al viaggio e rispetto al convegno “Giù la Maschera: i Carnevali Tradizionali delle Tre Venezie” realizzato nello scorso settembre, si articola in quattro incontri realizzati in collaborazione con il Dipartimento Culture e Civiltà dell’Università di Verona, con il Museo Africano, la Biblioteca Capitolare, l’Associazione “Il Corsaro Nero” e la Biblioteca Civica di Verona e con il prezioso contributo dell’Assessorato alla Cultura del Comune; gli incontri si terranno il venerdì pomeriggio a partire dal 7 ottobre fino al 2 dicembre in prestigiose ambientazioni come la Biblioteca Capitolare, la Biblioteca Civica, la chiesa di San Giovanni in Fonte, la sala “Africa” del Museo Africano e la chiesa di Santa Maria in Chiavica.

Si parlerà dello straordinario viaggio di evangelizzazione di San Colombano che nel VI secolo partì dal monastero irlandese di Bangor per raggiungere l’Italia Settentrionale e di quello dei mercanti e viaggiatori lungo l’intricata Via della Seta, dell’avventurosa vita dei veronesi Daniele Comboni, Angelo Vinco e Giacomo Bartolomeo Messedaglia Bey nell’Africa Nord Orientale e dei viaggi fantastici di Emilio Salgari nel Borneo Malese. Due dei quattro appuntamenti prevedono una parte “musicale”, ovvero l’adattamento musicale dell’Antifonario di Bangor (l’appuntamento su San Colombano) e la lunga storia spazio temporale del liuto arabo che da Bagdad arrivò mille anni fa prima nell’Europa islamizzata per trasformarsi in seguito nel liuto rinascimentale (l’incontro sulla via della seta).

Questo il calendario, che nelle prossime settimane verranno descritti in particolare:

VENERDI 07 OTTOBRE. “LO STRAORDINARIO VIAGGIO DI SAN COLOMBANO (540 – 611), DAL MONASTERO IRLANDESE DI BANGOR ALL’ITALIA SETTENTRIONALE”: BIBLIOTECA CAPITOLARE e SAN GIOVANNI IN FONTE

VENERDI 28 OTTOBRE. “VERONESI NELL’AFRICA NORD ORIENTALE NELLA SECONDA META’ DELL’OTTOCENTO”: DANIELE COMBONI (1831 – 1881), GIACOMO BARTOLOMEO MESSEDAGLIA (1846 – 1893), ANGELO VINCO (1819 – 1853): MUSEO AFRICANO

VENERDI 18 NOVEMBRE. “VIAGGIATORI, MERCANTI E SUONI LUNGO LA VIA DELLA SETA”: CHIESA di SANTA MARIA IN CHIAVICA

VENERDI 02 DICEMBRE. “EMILIO SALGARI (1862 – 1911)”, TRA FANTASIA ED ETNOGRAFIA: BIBLIOTECA CIVICA DI VERONA

Per partecipare ai quattro incontri è indispensabile prenotare mandando una e-mail a info.ondasdomar@cpiaverona.edu.it fino ad esaurimento dei posti.

Questa la disponibilità attuale dei posti, calcolati nel caso di “distanziamento anti Covid” con l’eccezione dell’incontro del 18 novembre:

7 ottobre · San Colombano: 20

28 ottobre · Veronesi in Africa orientale nella seconda metà dell’Ottocento: 20

18 novembre · Via della Seta: 6

2 dicembre · Emilio Salgari: 40

MALOO “Fuzzland”

MALOO “Fuzzland”

MALOO “Fuzzland”

DODICILUNE / CONTROVENTO Records. CD, 2022

di alessandro nobis

“Intrigante” è stato il primo aggettivo che mi è venuto in mente ascoltando questo lavoro ad opera di Valeriano Ulissi (chitarra, elettronica), Carlo Bolognini (basso), Giovanni Zannini (batteria, elettronica) e Federico Zannini (percussioni, elettronica), a.k.a. “Maloo”, che segue “Everything needs time” disco d’esordio del 2016; intrigante perchè si presta a diversi livelli di ascolto, quello diciamo così piacevolmente epidermico e quello più approfondito se si vuole andare alla scoperta delle origini e del lavoro di produzione. L’idea è cercare un equilibrio più vicino alla perfezione creando una fusione musicale nella quale siano comunque riconoscibili gli elementi che la compongono, e per poter realizzare un progetto del genere è necessario avere alla base una conoscenza dello spettro musicale odierno più ampio possibile che, mi sembra di poter dire, i quattro componenti abbiano.

Sorprendente la bella rilettura di un brano che non ti aspetti ovvero “In Bloom” dei Nirvana (era su “Nevermind” del ’91) con l’uso di registrazioni vocali originali probabilmente proveniente da una trasmissione televisiva e con un accurato utilizzo – ma questa considerazione vale per tutto “Fuzzland” – dell’elettronica ottimamente combinata con le tessiture ritmiche del brano; una modalità di intrecciare suoni reali e alloctoni che a qualcuno di noi “reduci” di decenni di ascolti non può non ricordare il geniale lavoro di Brian Eno e David Byrne, quel “My life in a Bush of Ghosts” che quaranta anni or sono tracciò a mio avviso un sentiero indelebile nella musica.

Gli altri nove brani sono tutti originali, un altro punto a favore del quartetto, e mostrano uno sforzo costante nel mantenere piuttosto omogeneo tutto il lavoro cercando tuttavia di inserire, mantenendo una linearità timbrica, i vari elementi di questa fusione: il brano eponimo ad esempio, è uno di quelli che mi sono piaciuti maggiormente che si caratterizza da un ritmo martellante e da un intelligente filtraggio elettronico degli strumenti lungo tutta la composizione, “Departures” contiene numerosi “inserti” alloctoni ed ha una bella parte di chitarra (mi sembra di capire, tanto sono ben nascosti dall’elettronica i suoni originali) ed infine “Around My Mind” ha a mio avviso un’impronta di certo rock dei primi anni settanta grazie ai particolari suoni sintetici ed anche a certo jazz elettrico.

Disco interessante davvero, intrigante come dicevo in apertura, una sfida per chi cerca sempre di dare un’etichetta alla musica che si va ad ascoltare. Perdita di tempo, concentratevi sulle sfumature di questo “Fuzzland“.

Il disco è una co-produzione di Valeriano Ulissi e della sempre attenta Dodicilune che lo ha inserto nella collana “Controvento.

MUIREANN NIC AMHLAOIBH & IRISH CHAMBER ORCHESTRA “Róisín Relmagined”

MUIREANN NIC AMHLAOIBH & IRISH CHAMBER ORCHESTRA “Róisín Relmagined”

MUIREANN NIC AMHLAOIBH & IRISH CHAMBER ORCHESTRA “Róisín Relmagined”

AUTOPRODUZIONE. CD, 2022

di alessandro nobis

Capita ancora che nelle domeniche pomeriggio, magari di una giornata uggiosa, nelle case di famiglia irlandesi ci si raccolga davanti al camino che emana un dolce profumo di torba ascoltando le antiche canzoni tramandate di generazione in generazione che raccontano di antichi canti narrativi e ballate d’amore, canti di emigrazione e ninnenanne le cui origini vanno dal XVI° al XIX° secolo: è questo l’universo del “Sean-nós”, il genere più antico della tradizione irlandese, canto monodico la cui protagonista era, e lo è ancora, la voce umana. Questo lavoro pubblicato il 10 marzo della cantante Muireann Nic Amhlaoibh originaria del Kerry Occidentale è un disco davvero straordinario, un lavoro che intende riportare alla luce del pubblico degli amanti della musica irlandese il repertorio che per secoli è stato tramandato per lo più oralmente; l’idea, commissionata dal Kilkenny Arts Festival e perfettamente realizzata grazie alla produzione di Donal O’Connor e della prestigiosa Irish Chamber Orchestra assieme ad alcuni solisti di primissimo piano del folk irlandese, trasporta nel nostro tempo dodici canti originariamente monodici accompagnati qui dall’orchestra che perfettamente si abbina alla straordinaria voce della cantante con arrangiamenti così ben preparati e realizzati da autorevoli musicisti come Cormac McCarthy e Michael Keeney (ne cito solamente due) in grado di colpire l’ascoltatore, qualsiasi ascoltatore, per la bellezza, leggerezza ed intensità del repertorio.

Due i brani che voglio citare a titolo esemplificativo. Il primo è la maestosa resa di “Róisín Dúbh“, una celebre canzone che nasconde nel testo il patriottismo irlandese risalente al XVI° secolo ed attribuita a Red Hugh O’Donnel, utilizzata anche dal grande Sean O’Riada come colonna sonora del film “Mise Erin”; splendido l’intervento del piper Mick O’Brien, con la voce aggiunge ulteriore fascino alla già magnifica melodia. Il secondo è ” Cailín na nÚrla Donn“, canto di emigrazione e d’amore su un ritmo di danza con in aggiunta il pianoforte che sottolinea la melodia ed il flauto di O’Brien che la “espone” in alternanza alla voce.

Disco bellissimo, se Sean O’Riada avesse la possibilità di ascoltarlo sarebbe felice di sapere che la sua via “orchestrale” è percorsa in un modo così luminoso anche ai nostri giorni.

Produzione complicata da portare in Italia, ma a volte i miracoli si realizzano, chissà ………

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DA REMOTO: ORCHESTRA MOSAIKA “Teatro Camploy, Verona. 14 marzo 2022″

DA REMOTO: ORCHESTRA MOSAIKA “Teatro Camploy, Verona. 14 marzo 2022″

DA REMOTO: ORCHESTRA MOSAIKA “Teatro Camploy, Verona. 14 marzo 2022″

di alessandro nobis

Nell’ambito delle giornate dedicate alla Festa Della Donna si è tenuto il 14 marzo al Teatro Camploy un concerto dell’Orchestra Mosaika, ensemble che, come è facile intuire, ha nella diversa provenienza dei musicisti e dei repertori le caratteristiche principali; naturalmente non è “tutto qua”, c’è molto altro che l’ascolto del concerto mette chiaramente in evidenza, ovvero la capacità di posizionare in modo perfetto le “tessere” di questo mosaico per rendere, come dicevo sopra, omogenei i suoni pur lasciando i caratteri distintivi di ogni singola tessera. Come un mosaico appunto, da vicino leggi le singole tessere, più ti allontani apprezzi l’insieme e di questo grande merito va a Marco Pasetto, clarinettista, orchestratore di molti dei brani suonati e conduttore di questa Orchestra.

L’occasione era “anche” quella di presentare al pubblico in una sede prestigiosa il secondo lavoro dell’Orchestra, “Vite“, e di conseguenza la scaletta del concerto ha inevitabilmente rispecchiato quella del CD con un paio di inserti e di sorprese che il pubblico ha molto gradito. Tra queste il quartetto di danzatrici tradizionali di Sri Lanka che sono state parte integrante dell’arrangiamento di un brano della tradizione Rom, quel “Ederlezi” che ha aperto la serata e cha evidenziato come il ballo popolare possa essere decontestualizzato dalle proprie origini con un rispettoso lavoro sull’orchestrazione; nell’esecuzione di “Tanamdenata” invece, il ballo ha presentato passi legati sia alla tradizione indiana che srilankese ed è è stato decisamente uno dei momenti di maggior impatto del programma. L’altra “tessera” inedita è stata dedicata alle donne afgane: un brano della tradizione, “Da Zamong Zeba Watan” preceduta dalla lettura curata da Susanna Bissoli di un racconto scritto nella Casa di Ramia da una donna afgana durante un laboratorio di narrazione orale, narrazione accompagnata dall’orchestra e uno dei momenti più toccanti del concerto.

Molto intenso ed efficace anche il brano composto, suonato, cantato ed orchestrato dall’arpista australiana Diane Peters (“Now / Celtic Roots“), una sorta di diario di viaggio della sua esperienza di migrante sulla rotta Europa – Australia e ritorno; una profonda ricerca della melodia e di una perfetta resa orchestrale che “accompagna” il testo della ballad con un inserto dal chiaro riferimento alle tradizione di matrice celtica ed anche, visto l’intervento del digeridoo di Stefano Benini, di quella aborigena.

Dell’Orchestra hanno fatto parte per questa occasione anche Michele Masini e Francesco Sbibu Sguazzabia alle percussioni (che ha sostituito Ernesto Da Silva), dimostrazione di come cambiando alcune tessere del “mosaico” il livello dell’esecuzione rimanga inalterato, un ulteriore prova di come il progetto di Marco Pasetto sia solido e ben convincente e naturalmente piacevolissimo da ascoltare.

La serata ha avuto il patrocinio dell’Assessorato alla Cultura del Comune di Verona ed è stata realizzata con l’Associazione “Casa di Ramia”.

BARBIERO · MANERA · SARTORIS “Verrà la morte ed avrà i tuoi occhi”

BARBIERO · MANERA · SARTORIS “Verrà la morte ed avrà i tuoi occhi”

BARBIERO · MANERA · SARTORIS “Verrà la morte ed avrà i tuoi occhi”

MB Records 06. CD, 2022

di alessandro nobis

Avevo già tessuto le lodi di “Woland” il primo splendido lavoro ispirato a “Il Maestro e Margherita” di Bulgakov realizzato da questo questo terzetto (https://ildiapasonblog.wordpress.com/2020/04/03/barbiero%c2%b7manera%c2%b7sartoris-woland/), lodi che ora mi vedo volentieri “costretto” a ripetere dopo aver ascoltato attentamente (mi sembra l’avverbio esatto nonostante non sia un musicista) questo “Verrà la morte ed avrà i tuoi occhi” ispirato dalle liriche di Cesare Pavese pubblicate nel 1951 ma scritte nel ’50 e ritrovate nel suo studio dopo la morte. I musicisti sono sempre loro, naturalmente, il percussionista Massimo Barbiero, il pianista Emanuele Sartoris e la violinista / vocalist Eloisa Manera: un lavoro che nella sua omogeneità concettuale si rivela polimorfico nelle scelte timbriche ed esecutive e che può essere anche interpretato da chi ne fruisce – almeno io l’ho letto così – come una composizione fatta di brani eseguiti in trio intercalati da interludi eseguiti in solo e duetti. A me, modestamente, non pare un disco di jazz “sensu strictu”, a meno che si intenda con questo nome un linguaggio musicale che lasci ampi se non totali spazi alla creatività di chi lo pratica ed all’interno del quale sia possibile inserire tasselli provenienti dalle esperienze musicali degli esecutori. Scrittura, improvvisazione, classicismo pianistico, naturalmente il jazz, tutto mi appare perfettamente equilibrato, ogni nota è messa al posto giusto, non c’è autoreferenzialità ma piuttosto condivisione e ricerca del suono perfetto: poi, come detto, ognuno è libero di cercare i propri riferimenti, ed è questa libertà un’altra peculiarità di queste registrazioni. Personalmente, ad esempio, l'”Interludio 2” per violino solo mi ha riportato a certe scritture bartokiane, “The Cat will Known” composta da Barbiero ed eseguita in trio, al linguaggio jazzistico con ancora lo straordinario violino che “sovrascrive” ma non sovrasta il fraseggio pianistico ed ancora l'”Interludio 3“, scrittura / improvvisazione di Massimo Barbiero, compositore e percussionista la cui capacità di ricercare ed affiancare i suoni ricavati dal suo strumento nelle sue performance mi sorprende ed affascina ogni volta. “Verrà la morte …..” si chiude con “Coda”, brano per solo pianoforte che ci riporta alle influenze classiche che Emanuele Sartoris ha saputo così bene mutuare con i suoi studi jazzistici.

Che dire? Solo che questo, come il precedente “Woland” sarebbero perfetti per il catalogo ECM senza bisogno di alcun lavoro di produzione o post produzione; è probabile che all'”Open Papyrus jazz Festival” Barbiero, Manera e Sartoris saranno in cartellone, la loro splendida musica merita la più ampia diffuzione.

http://www.massimobarbiero.com

3 ON THE BUND “Frenzy”

3 ON THE BUND “Frenzy”

3 ON THE BUND “Frenzy”

AUTOPRODUZIONE. CD, 2022

di alessandro nobis

“3 on the Bund” è un’altra dimostrazione (l’ennesima) di quanto sia vivo il movimento musicale irlandese che non solo studia la tradizione musicale ma ne rinnova il repertorio, non credo ci siano altri Paesi che lo facciano a questo livello e con questa intensità: Aisling Lyons (arpa e concertina), Sean Kelliher (plettri), Rebecca McCarthy Kent (violino, voce) e Simon Pfisterer (flauti e uilleann pipes) confezionano con questo ottimo “Frenzy” il loro lavoro d’esordio ponendosi subito in evidenza nel panorama della musica celtica irlandese. Le dieci tracce contengono brani composti recentemente sia da membri del quartetto che da altri musicisti tra i quali Niall Vallely, Blakie O’Connell o Mark Knopfler (sì proprio lui!); del compositore di Armagh (e fantastico suonatore di concertina) il gruppo interpreta il reel “Singing Stream” abbinato ad un altro reel, “Gortavale Rock” scritto da Chathal Hayden mentre del chitarrista dei Dire Straits suonano “Local Hero” originariamente scritto per la colonna sonora dell’omonimo film abbinato ad una composizione dell’accordeonista Blakie O’Connell, “The Master’ Return“. Tra le ballad splendido l’arrangiamento di “I Wish I  Had Someone to Love me” cantata da Roísín Ryan: il titolo in realtà è l’incipit della ballata americana “The Prisoner’s Song” che narra delle immaginabili condizioni carcerarie ascritta al genere hillibilly composta nei primi anni Venti da Vernon Dalthart e registrata la prima volta nel ’24 da Guy Massey sulla base di un testo imparato dal fratello di Guy, Robert, che l’aveva sentita mentre prestava servizio in carcere, il classico esempio di come nasce una ballata dal contenuto sociale.

Disco d’esordio splendido, il mio augurio è che la coesione tra i musicisti resti forte, per loro il futuro è davvero roseo; sperimao di vederli dal vivo in Italia. Chissà.

Segnalo infine che tra gli ospiti del disco oltre a Roísín Ryan troviamo anche il contrabbassista dei Lunasa, Trevor Hutchinson.

LAPROVITERA · RISPOLI “Le Notti Bianche”

LAPROVITERA · RISPOLI “Le Notti Bianche”

LAPROVITERA · RISPOLI “Le Notti Bianche”

EDIZIONINPE, 2021. cm  21 x 30 · Pagg. 79

di alessandro nobis

Per la Collana “Nuvole in Tempesta” la casa editrice NPE lo sceneggiatore Andrea Laprovitera ed il disegnatore Carlo Rispoli hanno pubblicato “Le Notti Bianche”, riduzione del celeberrimo ed omonimo racconto di Fëdor Dostoevskij che narra gli accadimenti durante le notti bianche di San Pietroburgo nella quale, nei giorni intorno al solstizio d’estate, la luce la fa da padrona per lunghissime ore. Il racconto, pubblicato nel 1848 nella rivista letteraria “”Annali patri”, si svolge sul lungofiume della Neva e racconta dell’incontro fortuito tra Nasken’ka e “Anonimo Sognatore”, la prima giovane donna che vive con l’anziana nonna ed è in vana attesa del ritorno del suo amante ed il secondo, uomo attanagliato dalla solitudine e poco abituato ad incontri con altre persone, che vaga nelle bianche notti di San Pietroburgo senza meta, scappando quasi dal mondo reale.

Si incontrano, aprono i loro cuori, passeggiano, forse si innamorano e le due inquiete anime sembrano aver donato serenità e voglia di stare insieme ma …………..

Certo che la riduzione “illustrata” di importante episodio della letteratura non è impresa facile, ma in questo “Le Notti Bianche” la sceneggiatura di Andrea Laprovitera mi sembra particolarmente efficace e perfettamente complementare alle acquerellature che Carlo Rispoli ha preparato per la realizzazione di questo volume; tavole che anche senza le nuvolette inquadrano perfettamente l’ambientazione ottocentesca tra i ponti della città ed il grigiore della luce notturna che fanno da sfondo alla vicenda. I dialoghi forzatamente stringati nelle nuvolette fanno il resto, ed alla fine chiudi il libro solo per riaprirlo e leggerlo nuovamente e, perchè no, nasce il desiderio di leggere il racconto di Dostoevskij nella sua forma originale: forse l’ho già scritto in altra occasione, ma la funzione didattica delle graphic novel o almeno di alcune di esse come questa, ha potenzialmente la funzione di far avvicinare gli studenti alla letteratura più significativa, di “accendere qualche lampadina”.

http://www.edizioninpe.it

CRISPINO · GALLO · PIGHI · ZORZI “Le Quattro Verità”

CRISPINO · GALLO · PIGHI · ZORZI “Le Quattro Verità”

CRISPINO · GALLO · PIGHI · ZORZI “Le Quattro Verità”

DODICILUNE DISCHI. CD, 2022

di alessandro nobis

Al di là delle implicazioni filosofico letterarie insite nei titoli delle 4 tracce di questo lavoro, va detto che il fruttuoso incontro nel’estate del 2020 in uno studio di registrazione nel bresciano (a Pozzolengo) tra il chitarrista Luca Crispino (anche bassista) e Roberto Zorzi, il bassista Danilo Gallo (suona anche un flauto della tradizione albanese in una delle tracce) e il batterista Luca Pighi si è concretizzato in quattro momenti di creazione spontanea fissati per i posteri e per i contemporanei e pubblicati da pochi giorni da Luca Crispino in collaborazione con la sempre attenta Dodicilune. Qui credo di poter dire che siamo lontani dalla musica improvvisata espressa dalla Company londinese quasi mezzo secolo fa, siamo piuttosto nell’ambito di un free rock nel solco tracciato da un manipolo di musicisti inglesi e più tardi ri-creato oltreoceano da altri interessati ad esplorare una forma di rock libero per quanto possibile dagli schemi e creato spontaneamente. I quattro protagonisti hanno background piuttosto diversi: Zorzi è da sempre legato alle pratiche improvvisative anche più radicali, Crispino e Gallo provengono da quello che genericamente viene chiamato circuito jazz, Pighi dei quattro è il più eclettico e con Crispino è parte del quartetto Terreni Kappa che di recente per la Dodicilune ha pubblicato il suo secondo album, “Pequod”

Tra le 4 tracce segnalo “La Prima Verità“, improvvisazione di ventiquattro minuti aperta da accordi di chitarra che anticipa l’improvvisazione collettiva con un fondamentale ruolo della batteria che offre “appoggio” al dialogo tra gli strumenti, un brano segnato da brevi riff (segnatamente ad esempio intorno ai minuti 7 e 21) e da incisivi soli di chitarra e basso, il terzo “movimento” che dopo l’ipnotico inizio vede prendere il sopravvento un riff che non può non far ricordare tale Hugh Hopper e la “Quarta Verità“, decisamente – e sorprendentemente – un bellissimo slow blues con richiami anche alle sue forme più arcaiche (decisamente notevole l’atmosfera creata dall’uso del bottleneck a due terzi del brano, per esempio).

Splendido lavoro il cui ascolto richiede la massima attenzione per cercare di comprendere lo sviluppo di ogni singola traccia, ne vale la pena davvero. Un quartetto che spero possa trovare ingaggi nei festival e nelle più interessanti rassegne; ma, domanda retorica, ce ne sono ancora di direttori artistici in grado di mettersi in gioco cercando le più interessanti proposte musicali che a mio avviso non mancano da inserire in cartellone?

LUCA DONINI 4et “Live in Croatia”

LUCA DONINI 4et “Live in Croatia”

LUCA DONINI 4et “Live in Croatia”

Cat Sound Records. CD, 2022

di alessandro nobis

Confesso che questo “Live In Croatia” è il primo lavoro del sassofonista e compositore Luca Donini che ho avuto l’opportunità di ascoltare; in realtà, per usare un termine cestistico, qui si ascolta il suo “quartetto base” (con Donini ci sono Mario Marcassa al basso, Andrea Tarozzi al pianoforte e Ricky  Turco alla batteria) che a seconda dell’occasione – e dei budget – può mutare se stesso in settetto o in orchestra. In ogni caso se il quartetto funziona, e qui funziona eccome, il risultato qualitativamente non cambia quale sia la line-up: jazz di ottima fattura suonato da quattro musicisti molto preparati e soprattutto dotati della capacità di “ascoltare” gli altri durante l’esecuzione dei brani, una dote questa che si acquisisce mantenendo saldi i rapporti umani, suonando e ancora suonando. Ovvio che ascoltando questo lavoro, ma il ragionamento potrebbe essere allargato all’infinito, ai critici nasca l’impellente desiderio di “inscatolare” e”categorizzare” la musica; “jazz” è categoria non più sufficiente nonostante includa tutte le influenze individuali di chi lo pratica, bisogna a tutti i costi affiancarle un aggettivo che la identifichi a tutti i costi; si ascolti questo “Live In Croatia” e gli inserti che il Donini 4et inserisce nella sua musica paiono evidenti. Nelle composizioni caratterizzate da un mainstream di nuova composizione trovi inserti di musica latina come in “Palmas” con le percussioni di Turco, di robusto funky in “Maat” introdotto dall’efficace basso elettrico di Mario Marcassa vicino alla classica ballad di “Canto Dell’Angelo” con il lirismo degli assoli di sassofono, pianoforte e basso accompagnati dalla presenza discreta della batteria e dagli istinti improvvisativi che aprono il bellissimo “Raft“.

E, ad ascoltare il cd, pare che la musica del Donini 4et abbia più che convinto gli spettatori del loro tour dello scorso agosto. Sono convinto che sarà così anche per pubblico italiano dei festival che inviteranno il quartetto a suonare il loro interessante progetto.

ARMAROLI · SCHIAFFINI 4tet “Monkish (‘round about Thelonious”

ARMAROLI · SCHIAFFINI 4tet “Monkish (‘round about Thelonious”

ARMAROLI · SCHIAFFINI 4tet “Monkish (‘round about Thelonious”

Dodicilune Dischi. CD, 2022

di alessandro nobis

A meno di un anno dalla pubblicazione dell’eccellente “Deconstructing Monk in Africa” (https://ildiapasonblog.wordpress.com/2021/03/14/schiaffini-%c2%b7-armaroli-deconstructing-monk-in-africa/) Giancarlo Schiaffini (trombone) e Sergio Armaroli (balafon cromatico e vibrafono) assieme a Giovanni Maier (contrabbasso) e Urban Kušar (batteria, percussioni) affrontano nuovamente lo straordinario songbook di Thelonious Monk, pianista, straordinario interprete (vale per tutti il disco dedicato a Duke Ellington con Kenny Clarke e Oscar Pettiford) e  autore di alcune della pagine più importanti della musica afroamericana. Lo fanno scegliendo dodici tra i temi più conosciute ma anche tra quelli poco interpretati dandone una lettura a mio avviso molto originale e per questo altrettanto interessante; gli spartiti di Monk sono tra i più amati dai musicisti ed i più interpretati non solo tra coloro che gravitano nel mondo jazz ma anche da quelli che battono strade parecchio diverse ma che amano fare proprie le melodie monkiane. Mi sembra di poter affermare che Armaroli, Schiaffini, Maier e Kušar costruiscono il loro progetto lasciando piena libertà esecutiva soprattutto al trombonista che ricama, improvvisa e pennella splendidamente sui temi che il vibrafono ed il balafon via via espongono, supportato da una ritmica che perfettamente si adatta e partecipa a questo incrocio di temi e di improvvisazioni. E quando entra in scena il balafon tutto rimanda all’Africa, come in “Bemsha Swing” introdotto da Maier o in “Blues Five Spot“, uno slow blues “primordiale” uno dei brani più significativi di questo ottimo disco con un bel solo di Armaroli; particolare e per me magnifica anche la rilettura di uno dei “super standards” di Monk, “Misterioso“, aperto da un lungo dialogo tra contrabbasso e batteria che anticipa il tema esposto dal balafon che esegue uno splendido assolo ad anticipare l’intervento di Schiaffini in solo dove rilegge il tema e quasi invita all’improvvisazione i compagni.

Di interpretazioni monkiane ne ho ascoltate parecchie, a cominciare da quelle di Steve Lacy (in quartetto ed in solo) della fine degli anni cinquanta e mi sento libero di dire che queste di “Monkish” sono tra le migliori; il titolo recita “‘round about Thelonious” parafrasando un suo celebre brano ma qui, più che “girarci attorno” i quattro musicisti sono penetrati ben bene nell’essenza di Monk come pochi altri hanno saputo fare. Disco che, sempre secondo il mio parere di ascoltatore, resterà e resisterà al tempo.