CARLO RISPOLI “La Isla Desconocida”

CARLO RISPOLI “La Isla Desconocida”

CARLO RISPOLI “La Isla Desconocida”

Edizioni Segni D’Autore, 2018. 210 x 297, 86 pagine, € 19,90

di Alessandro Nobis

Questa recente pubblicazione dell’intraprendente casa editrice “Segni d’Autore”, ci riporta nello spaziotempo della pirateria, quella celebrata e descritta da uno stuolo di autori celebri e meno conosciuti.

“La Isla Desconocida” grazie alla sempre vivace grafica ed alla brillante sceneggiatura di Carlo Rispoli (vedi anche https://ildiapasonblog.wordpress.com/2018/02/21/mercuri-bazan-rispoli-la-disfatta-dei-cavalieri-grigi/) ci porta come detto in un tempo non definito nel quale le navi dei pirati scorrazzavano nei caldi mari caraibici; l’avventura riparte da dove terminava quella celebrata da Luis Stevenson nel suo capolavoro “L’Isola del Tesoro” e protagonista è “Barbecue” Long John Silver che si viene a trovare a bordo di una piccola imbarcazione (per la verità una barchetta con una piccola vela) qualche tempo avere lasciato l’”Isola”. In realtà questa non è la prima volta che John Silver “riappare” dalle nebbie della fantasia, lo aveva già fatto in occasione della pubblicazione de “La Vera Storia del Pirata Long John Silver”, quando si raccontava a Bjorn Larsson nell’ipotetico anno del Signore 1742, in Madagascar…………

copertina-solo-fronte-per-CDA-e1536842039720-1La lettura di questa graphic novel scorre veloce grazie alle tavole in bianco e nero e fa volare la fantasia del lettore sorprendendolo soprattutto quando si imbatte in citazioni grafiche e rimandi ad altri personaggi e libri legati al mondo piratesco che sono parte fondante di coloro i quali, in età giovanissima ma anche adulta, hanno viaggiato “salgarianamente” nei mari del Sud diventando poi in qualche caso disegnatori, sceneggiatori ed anche scrittori. Ecco la sagoma di Peter Pan, quello dello scozzese Matthew Barrie qui nelle sue sembianze disneyane, c’è un marinaio sbarcato dal Pequod, il profilo del prattiano Rasputin, Capitan Hook ed il Capitano Friday si chiama come il pappagallo di Robinson Crusoe.

La storia, vorrete sapere, la vicenda di cosa narra? Beh, ognuno lo scoprirà e man mano che proseguirà la lettura partirà per la tangente in una lettura personale, anzi di più.

Long John Silver ring in his ear
He’s the hero, make that clear

Does the same thing his father did
Sailing around the Caribbean
Robing king with his talking parrot
This time I think he’s on the high side

(Jack Casady & Grace Slick. Jefferson Airplane, “Long John Silver”, 1971)

 

 

 

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W. B. TILMAN “Mischief, viaggi in Artide e in Antartide”

W. B. TILMAN “Mischief, viaggi in Artide e in Antartide”

W. B. TILMAN “Mischief, viaggi in Artide e in Antartide” (499)

MARE VERTICALE EDIZIONI, PAGG. 270, € 20,00

di Alessandro Nobis

A qualche mese di distanza dalla pubblicazione del volume di Jean Baptiste Charcot “Nei mari della Groenlandia e il naufragio” la casa editrice Mare Verticale ha dato alle stampe la traduzione italiana del diario di viaggio pubblicato in lingua originale nel 1966 di Harold William Bill Tilman (1898 – 1977), instancabile avventuriero, alpinista ed esploratore che raggiunse le cime del monte Kenya, del Ruwenzori e del Kilimangiaro; in Himalaya salì il Nanda Devi e arrivò quasi a scalare nel 1938 la vetta del Monte Everest dedicandosi poi alla navigazione dei mari polari con il suo vascello Mischief alla ricerca di vette inviolate in quelle terre circondate da acque perigliose.

In questo avvincente volume Tilman ci racconta di quattro sue spedizioni, ovvero quelle nella Baia di Baffin (maggio – settembre 1963), in Groenlandia (maggio – settembre 1964), nell’Isola di Heard (novembre 1964 fino al marzo dell’anno seguente) ed infine ancora in Groenlandia (giugno – settembre 1965), tutte a bordo del Cutter “Mischief”, costruito a Cadiff nel 1906, stazza di 29 tonnellate con un motore ausiliario di 40 HP, progettato per navigare nelle tormentate acque del canale di Bristol ma con la chiglia non rinforzata adeguatamente per contrastare eventuali tratti con il mare ghiacciato.

mischief_tilman_a54559152637ac1e93a064489826113cAnche se effettuati nel secolo scorso, visto l’equipaggiamento di Tilman e la pericolosità dei mari da lui frequentati, sembra di leggere un diario di bordo del 18° secolo quando i navigatori cercavano in modo  pioneristico il leggendario “Passaggio a Nord Ovest”; un diario preciso – come deve esserlo – che si legge in modo piacevole sia grazie alla descrizione puntuale delle genti incontrate – come gli abitanti delle Faer Oer e dell’Islanda – ed anche ai commenti ironici di cui è condito.

Una dozzina di anni più tardi, per essere precisi nel 1977, durante una tappa per raggiungere l’Antartide, Tillman si inabissò con l’imbarcazione e tutto l’equipaggio tra i flutti nel tratto di oceano tra Mar Del Plata e le Isole Falkland / Malvinas mentra era al comando della “En Avant” con a bordo alpinisti che avrebbero dovuto scalare la cima di Smith Island.

 

CASTELLI – JONA – LOVATTO  “Al rombo del cannon”

CASTELLI  –  JONA  –  LOVATTO                  “Al rombo del cannon”

CASTELLI – JONA – LOVATTO “Al rombo del cannon”. Grande guerra e canto popolare.

NERI POZZA, Pagg. 830 2cd. 2018. € 60,00

di Alessandro Nobis

romboPenso che questo sontuoso volume pubblicato da Neri Pozza rimarrà un punto fermo per chi, nel futuro e nel presente, vorrà studiare ed approfondire aspetti poco sconosciuti, e spesso peraltro mistificati, del canto popolare durante la carneficina  che inaugurò nel peggiore dei modi il xx° secolo, il Primo Conflitto Mondiale. Neri Pozza ha fatto le cose in grande: ha incaricato tre autorevoli studiosi come Franco Castelli, Emilio Jona e Alberto Lovatto di comporre quest’opera monumentale che ci insegna la storia di quegli anni non attraverso i movimenti di truppe, le dislocazione delle trincee, i bollettini guerra ma attraverso lo spirito di chi la guerra la combatteva e la subiva in prima persona, e con questo mi riferisco anche alle centinaia di migliaia di civili trovatisi loro malgrado a seguire avanzamenti e arretramenti delle prime linee: lo spirito, i pensieri, le preoccupazioni, le paure e lo scontento ma anche l’ironia, il sarcasmo che nella cultura popolare sono sempre stati esplicitati con le voci e quindi con i canti.

Due compact disc dicevo, ben 78 esempi musicali provenienti da molteplici raccolte (alcuni dei quali già riproposti da musicisti del cosiddetto movimento del folk revival, un esempio su tutti “fuoco e mitragliatrici”) e soprattutto dopo una corposa e dettagliata prefazione, i testi e soprattutto i commenti agli stessi suddivisi in otto capitoli e compilati in modo da risultare ognuno un saggio a parte: quello dedicato agli “imboscati” e quello ai “Prigionieri”, il capitolo dedicato alla propaganda in opposizione a quello che descrive il “Cantare contro”. La bibliografia (venti pagine) è probabilmente una delle più complete pubblicate sull’argomento, un fonte di “fonti” per quanti volessero approfondire, per quanto possibile visto la completezza di questo volume, l’argomento.

Un trio di autorevolissimi studio – e lo confermano i precedenti lavori come “Senti le rane che cantano” del 2005,“le ciminiere non fanno più fumo” del 2008 e l’ultima edizione de“I canti popolari piemontesi” diCostantino Nigra per un volume veramente indispensabile.

 

“Musiche della tradizione ebraica a Venezia: le registrazioni di Leo Levi (1954 – 59)”

“Musiche della tradizione ebraica a Venezia: le registrazioni di Leo Levi (1954 – 59)”

PIERGABRIELE MANCUSO (a cura di)

“Musiche della tradizione ebraica a Venezia: le registrazioni di Leo Levi (1954 – 59)”

SQU[ILIBRI], 2018 Collana “aEM”. 143 pagg. con 2CD allegato. € 22,00.

di Alessandro Nobis

18bdd04e288fc232234be2fb5ea8bf38_XLTra il 1954 ed il 1959 il ricercatore italo – israeliano Leo Levi (1912 – 1982) condusse una lunga e preziosissima campagna di raccolta etnografica ed etnomusicologica a Venezia, cercando di ricostruire attraverso tutto il materiale allora disponibile (audio ed orale) il ricchissimo repertorio della comunità ebraica della città di Venezia, dove – lo ricordo – nel 1516 fu istituito il primo ghetto ebraicoche, nato come luogo separazione e di emarginazione degli italkim divenne nel corso del 16° secolo, con l’arrivo delle comunità ashkenazita dall’Europa del Nord, sefardita dalla Spagna e Levantina dal Vicino Oriente, una sorta di crogiuolo unico di lingue, tradizioni anche musicali e culture diverse.

Questo è il secondo titolo pubblicato da Squi[libri] dedicato alle tradizioni ebraicheSQUILIBRI PIEMONTE italiane studiate da Leo Levi (il primo fu “Musiche della tradizione ebraica in Piemonte”) al quale è presumibile ed anche augurabile ne seguano altri; come è caratteristica della Collana si apre con saggi storici e musicologici stavolta di Annalisa Bini, Paolo Gnignati, Piergabriele Mancuso (che presenta una dettagliata bibliografia e descrive uno per uno i brani presenti nei due CD), Francesco Spagnolo e Walter Brunetto che descrive l’importantissimo lavoro che Leo Levi svolse in quel di Venezia nella sue varie fasi. Il tutto utilizzando un linguaggio scientifico ma allo stesso tempo divulgativo e quindi comprensibile dal pubblico più ampio, e questo è un grande pregio costante delle pubblicazioni curate da Squi[libri]; i due compact disc sono rispettivamente dedicati al Rito Sefardita (54 tracce) ed al Rito Ashkenazita (15 tracce), la qualità del suono è più che accettabile tanto che il lavoro di editing è stato minimale, ogni brano viene descritto utilizzando le note di Levi e, dove queste non erano presenti, sono state aggiunte.

Da ultimo segnalo un interessante apparato iconografico (su tutte le foto l’ultima, quella di Levi in compagnia di Carpitella) e naturalmente una dettagliata bibliografia.

http://www.squilibri.it

 

Il DIAPASON incontra BALEN LOPEZ DE MUNAIN

Il DIAPASON incontra BALEN LOPEZ DE MUNAIN

BALEN LOPEZ DE MUNAIN “25 pieza gitarrarako”

EDIZIONI AZTARNA. Volume 21 x 29,7 cm. Pagg. 167, 2018

di Alessandro Nobis

Chitarrista e compositore basco nativo di Bilbao, residente in Italia da molti anni ma con il cuore sempre là, ai piedi dei Pirenei ed in riva al Golfo di Biscaglia, con questa raccolta di composizioni per chitarra pubblicata da pochissimi giorni, Balen Lopez de Munain esordisce nel mondo dell’editoria musicale a ben tredici anni dalla pubblicazione del suo ultimo lavoro discografico “Lotuneak” ristampato qualche anno seguente sempre dall’etichetta basca Aztarna.

Sappiamo che la cultura basca è stata “ostacolata”, per usare un eufemismo, per decenni dal regime fascista del Generale Franco e quindi abbia dovuto in qualche modo essere ricomposta, ricostruita, quasi resuscitata negli anni successivi al franchismo anche se nella memoria e nel cuore delle generazioni più vecchie l’amore per la propria lingua e cultura non si è mai realmente sopito. Questo volume nella sua impostazione rispecchia il progetto che il suo autore ha con pazienza, caparbietà e soprattutto capacità ha portato avanti nel tempo, ovvero la riscoperta della tradizione musicale basca sia attraverso un’interpretazione moderna ed al tempo stesso rispettosa dei repertori tradizionali ma che attraverso la scrittura di nuovi brani.

Il volume, come si evince dal titolo è dedicato ai chitarristi, contiene 25 melodie ed è arricchito da brevi annotazioni di ogni singolo brano e da una serie di splendide fotografie.

Considerata l’importanza di questa pubblicazione, ho incontrato Balen Lopez de Munain per approfondire e conoscere altri aspetti di questo suo prezioso lavoro.

balen
Il volume è acquistabile qui: http://www.aztarna.com

– Signor Lopez de Munain, grazie per la sua disponibilità innanzitutto. Vorrei, diciamo così, partire da lontano e chiederle quale diffusione della musica e più in generale della cultura basca c’è stata dopo l’oscurantismo franchista?

Voglio ricordare innanzitutto che, alla fine dell’Ottocento e quindi molto prima della guerra civile spagnola, nacque attorno alla cittadina basca francese di Donibane Lohitzun/Saint Jean de Luz un gruppo di intellettuali – nell’occasione delle “grandes fetes internationales du Pays Basque” organizzate dal sindaco e di Antoine D’Abbadie – che crearono lo stemma Zazpiak Bat (sette in uno), per rappresentare i territori storici baschi, quattro sotto l’amministrazione spagnola e tre in quella francese. Si voleva così promuovere la cultura basca in tutte le sue forme e stabilire ponti tra i due versanti dei Pirenei tra baschi “spagnoli e francesi”: lo stemma simbolizza le sette province, la Navarra è considerata come una provincia unica –  anche se dai tempi dell’invasione castigliana (1512) una parte rimase sotto la Francia e per questo motivo ci sono soltanto sei stemmi.

Dopo la morte di Franco il regime da lui istaurato ha cercato disperatamente di rimanere attaccato al potere e non possiamo dimenticare che gli anni che vanno dal 1975 al 1978 sono stati, per noi baschi non allineati alle posizioni governative, molto bui e drammatici dal punto di vista politico.

Il movimento culturale basco non si è mai addormentato nemmeno negli anni della dittatura, naturalmente c’era la censura e tante proibizioni, e gli artisti dovevano far di tutto se non volevano finire sotto le grinfie del regime. Parlo di quelli che scelsero di rimanere perché tanti artisti e letterati furono in sostanza obbligati ad andare all’estero per la mancanza di libertà.

Dopo il 1979 la società basca si riscattò e vennero create alcune istituzioni autonome: “lo statuto di Gernika” concesse l’autonomia a tre provincie da una parte, quella conosciuta come Euskadi o Comunità basca ed alla Navarra come soggetto separato dalle altre tre. Ovviamente le provincie che si trovano in Francia rimasero fuori da questi organi di potere amministrativo facendo parte del dipartimento dei Pirenei atlantici della regione ancora più estesa della nuova Aquitania.

“Dividi e vincerai”, la scelta di lasciar fuori la Navarra dai Paesi Baschi fu stata chiaramente politica, voluta da una parte forte della destra spagnolista navarra e dal governo centrale di allora.

Ma, lasciando la politica da una parte, voglio dire che sono stati molto significativi gli anni ‘70 e ‘80 per la nascita di un movimento soprattutto letterario che ha dato prestigio alla lingua: grandi scrittori come Bernardo Atxaga o Joseba Sarrionandia di statura internazionale furono per prima volta tradotti dal euskara/basco al castigliano o altre lingue come l’italiano, l’inglese ed il francese.

Ma ancora prima, nell’anno 1968 Euskaltzaindia – L’Accademia della lingua basca – approvò la creazione di un dialetto letterario” batua” (unito, unificato) per unificare la lingua scritta e per poter aiutare l’unione culturale tra i basco parlanti, visto che fino allora ognuno scriveva nel proprio dialetto.

Ti racconterò un episodio che sicuramente tanti lettori non conosceranno: il compositore Maurice Ravel, uno dei più significativi del secolo scorso, nacque proprio nelle vicinanze di questo paese in un piccolo porto di pescatori di nome Ziburu / Ciboure (in francese) vicinissimo a Donibane Lohitzun/ Saint Jean de Luz, e quando aveva pochi mesi i suoi genitori si trasferiscono con lui a Parigi. Bene, questo non impedì che a casa sua si parlassero due lingue, il basco da parte della mamma e il francese da parte del padre. Le estati le passava spesso in questo paesino basco dove era nato – sono numerose le pagine musicali scritte in questo luogo – e proprio lì ebbe l’opportunità  di conoscere da vicino questo clima e fervore culturale di “Zazpiak bat“ e di avvicinare tanti artisti baschi provenienti della parte spagnola. Dicono che Ravel parlasse un basco con un fortissimo accento parigino ma che non dimenticò mai la lingua materna vantandosi inoltre delle sue origini; conosceva la musica e le danze tradizionali basche e le vecchie melodie che dicono gli cantasse la mamma – lo racconta lui nelle sue lettere – sin dall’infanzia.  Di quegli anni è, prima della “Grande Guerra”, la sua rapsodia per pianoforte “Zazpiak Bat” purtroppo mai completata, anche se tanti spunti di quella partitura furono in seguito utilizzate da Ravel nel suo meraviglioso concerto per pianoforte in Sol Maggiore. Sono molti gli esempi della influenza basca nella sua musica, ad esempio il nel Trio in La per pianoforte, violino e violoncello dove è chiara la sua conoscenza ritmica e melodica della musica basca.

Se questo fosse accaduto in Spagna una quarantina di anni fa dobbiamo pensare che Maurice Ravel sarebbe stato considerato da una parte della società, a noi ben nota, come un sovversivo indipendentista  basco!?.

– Quanto materiale storico, audio, archivistico, video si trova negli archivi pubblici e privati e nelle biblioteche dei Paesi Baschi e al di fuori di essi, visto che il popolo basco per decenni è stato un popolo di migranti?

Nell’anno 1974 nasce Eresbil – Archivio Basco della Musica -: ecco, il valore del lavoro fatto da queste persone è immenso, proprio perché come hai detto tu il materiale che si trova all’estero è molto importante ed abbondante ed in gran parte ancora da conoscere e recuperare. Argentina, Messico, Venezuela, Stati Uniti per citarne qualcuno sono stati e sono sedi di comunità basche da secoli. Eresbil ha fatto un lavoro di raccolta, di classificazione del materiale e della sua digitalizzazione, recuperando i manoscritti originali sia nel campo della musica scritta che registrata e video ma la cosa più importante è che oggi tutto questo materiale è a disposizione dell’utente (https://es.wikipedia.org/wiki/ERESBIL-Archivo_Vasco_de_la_Música).

– Per ciò che riguarda nello specifico la musica scritta, sono molte le pubblicazioni che in qualche modo possono essere assimilate a questa sua?

Il problema è la molta dispersione e la mancanza di conoscenza di quello che si è fatto in passato. Ai miei tempi era ancora peggio, la musica basca per chitarra era una perfetta sconosciuta. In seguito abbiamo saputo che c’erano stati dei compositori come Francisco Madina (1907-1972), esiliato prima in Argentina e dopo negli Stati Uniti, che aveva dedicato una parte importante della sua produzione musicale alla chitarra, scrivendo concerti, quartetti, soli per questo strumento e dedicati in gran parte alla conosciutissima famiglia Romero.

– Il volume presenta 25 brani molti dei quali interpretati nei suoi concerti sia solistici che con altri musicisti: fissarli sul pentagramma, come ha scritto nell’introduzione, è stato un momento importante, un modo di fissare su carta una melodia che poi ogni musicista potrà eseguire rispettandola oppure arrangiandola a piacere, una prassi esecutiva che lei ha seguito al contrario. Mi spiego, il suo percorso è stato quello di riportare all’essenzialità musica di più ampio respiro. E’ esatto questo mio pensiero?

Forse merita una piccola spiegazione quella mia frase che riguarda il giocare con le musiche e strutture, sto parlando delle musiche più articolate e di composizione originale; a me è venuto così ma a un altro musicista può piacere un’altra forma, ma non cambia l’essenza del discorso musicale ma cambia il modo di esecuzione che deve o può essere una cosa molto personale. Nell jazz questo è molto più chiaro, nessuno vuole riprodurre con esattezza un determinato standard. Si studia sì, ma per interpretarlo in modo personale.

– Il repertorio è piuttosto eterogeneo nelle sue tipologie: a chi si rivolge questo volume, solamente ai chitarristi molto esperti? Quali sono le difficoltà nell’esecuzione degli spartiti?

Sicuramente non è un repertorio per principianti ma piuttosto è rivolto a tutti i curiosi che vogliano e abbiano appunto la curiosità verso soluzioni diverse, armonizzazioni differenti di temi anche molto noti per noi baschi. La parte più personale può interessare anche a un pubblico che ama le musiche di confine con un occhio che guarda anche verso il jazz più moderno ed influenzato dalle culture tradizionali. Ti confesso che ho avuto grandi soddisfazione con la mia musica soprattutto da musicisti provenienti dal mondo del jazz.

– A pagina 4 c’è la riproduzione di un manoscritto, credo medioevale: cosa ci racconta?

L’inserimento di quella immagine – medioevale – è stata un’idea dell’editore che subito ho abbracciato. Si trova associata all’aforisma (prima citazione del libro) attribuito a Bernardo de Chartres che si trova nel libro Metalogicon di Giovanni di Salisbury (1120-1180), suo discepolo. Orione, il gigante cieco che aiutato dal piccolo Celadon si dirige verso est, per essere graziato da Eos, dea dell’aurora che gli ridiede la vista. Mi interessava mettere in evidenza l’importanza e il merito dei lavori sia artistici o di qualsiasi tipo realizzati dai nostri predecessori perché appunto grazie a loro noi non partiamo da zero ma abbiamo la possibilitàdi conoscere e usufruire della loro conoscenza. La metafora ha un forte messaggio ed è ancora attuale.

– L’editore ha inserito delle bellissime foto in bianco e nero. Chi è il fotografo?

Il fotografo si chiama Juantxo Egana, noto e apprezzato professionista basco che ha lavorato e pubblicato numerosi libri particolarmente nel campo della  fotografia tecnica, cataloghi per musei, mostre personali, libri di gastronomia ed ha una delle raccolte più importanti sul bertsolarismo,una forma di canzone improvvisata, in rima e in metrica. Ha curato anche le foto di copertina nell’ultimo disco dell’ensemble Alboka e come dicevo è molto apprezzato come ritrattista.

– L’interessante tesi di laurea con la quale ha concluso il biennio al Conservatorio Dall’Abaco di Verona aveva come tema “Le origini del repertorio chitarristico basco”. Pensa in futuro di ampliare questo suo lavoro e di pubblicare un saggio che senz’altro potrebbe interessare un pubblico più ampio?

Chissà, sicuramente è un’idea interessante, il mio era stato un lavoro di divulgazione concepito per illustrare anche un concerto finale per un pubblico che non conosceva la musica  basca, mi interessava inserirla in un contesto socio-politico-culturale per arrivare appunto a una maggiore comprensione e che fosse di aiuto a capire le sue criticità. Dei baschi si è parlato tanto verso la fine del secolo scorso ma sempre in modo settarista, siamo un popolo orgoglioso, abbiamo una cultura, una lingua antica e una grande curiosità.

– Quale distribuzione avrà il volume, considerato che le annotazioni sono riportate nelle lingue basca, inglese, castigliano ed italiano? Dove di potrà acquistare?

La distribuzione sarà a carico di Elkar (elkar.eus) che sicuramente è la distributrice piu importante nei Paesi Baschi, e ovviamente si potrà acquistare on line. Nel sito aztarna.com si potrà vedere tramite un link il modo di acquistarlo:( http://www.aztarna.com/balen25.htm). Tra l’altro, proprio nelle scorse settimane si è tenuta a Durango, vicino a Bilbao, Durangoko azoka – la fiera del libro e del disco basco, la 53° edizione. Il mio libro era presente e spero questo possa aiutare la sua diffusione e farlo conoscere al più grande numero di persone.  Tutto quello che potrà venire dopo sarà il benvenuto. I testi sono stati pubblicati in quattro lingue per una precisa scelta editoriale, per aumentare la diffusione della cultura musicale basca. Forse fa sorridere, ma purtroppo questa lingua non viene parlato da tutte le persone basche e quindi è sempre necessario aggiungere lo spagnolo o il francese.

– Quindi il basco Lei non lo imparato dai suoi genitori.

Ti ricordo che ho 60 anni, quasi, e quindi io ho frequentato le scuole sotto il regime franchista e ho iniziato a studiare il basco molto intensamente a partire dai venti anni. In quel periodo nelle città – adesso fortunatamente la situazione è cambiata – la gente smetteva di parlare la lingua per vergogna, paura e anche perché c’era il rischio di essere considerato un potenziale oppositore; questo è un problema più vecchio del franchismo dovuto anche all’egemonia del potere centrale castigliano, e per questo i miei genitori non parlavano in basco mentre i nonni sì, quello che ci tengo a dire è che la lingua basca e quindi l’identità del popolo sono state sempre messe al bando dalle istituzioni. Nei paesi più piccoli e nelle campagne la gente manteneva invece la lingua in modo più naturale, forse si sentiva più sicura nonostante le proibizioni. Ecco perchè una grandissima parte della società basca non conosce la lingua. Ma qualcosa sta cambiando, posso dirti che il 75 % delle giovani generazioni la conosce e la parla, e questo è un fatto molto positivo per tutta la cultura basca.

 

 

 

ROBERTO MENABO’ “Mesdames a 78 giri: storie di donne che hanno cantato il blues”

ROBERTO MENABO’ “Mesdames a 78 giri: storie di donne che hanno cantato il blues”

ROBERTO MENABO’ “Mesdames a 78 giri: storie di donne che hanno cantato il blues”

S.I.P., cm 14,5 x 21, Pagg. 150 € 12,00. 2018

di Alessandro Nobis

Ci sono i vinili della Folkways, quelli della Wolf, della Herwin e della Yazoo, ci sono le cards e le copertine di Robert Crumb e da qualche settimana ci sono anche questi venti racconti scritti da uno studioso – praticante del blues prebellico, Roberto Menabò. Professione insegnante – e ti pareva che una figura di così alto profilo potesse dedicarsi esclusivamente alla musica nel nostro bizzarro Paese – e nel tempo che resta, al netto di quello dedicato alla famiglia, si è dedicato da tempo immemore alla scoperta di quei musicisti sconosciuti ai più che hanno lasciato poche o pochissime tracce registrate, ed anche biografiche, nelle piantagioni, nelle piccole e grandi città americane grazie alla sua pregevolissima tecnica chitarristica ed altrettanto sapiente penna.

E così dopo i quaranta di racconti di “Rollin’ and Tumblin’”, in questa nuova raccolta, autoprodotta, Menabò affronta venti storie di donne, di cantanti e di chitarriste che in quel periodo pochissimo spazio ebbero nel mondo del blues arcaicamente maschile.

Certo che quando si prova a raccontare di Laura Dukes, di Mae Glover o di Bessie Tucker non ci si può fermare alle spesso assenti note biografiche, ed ecco che allora emergono il mestiere e l’amore per la scrittura e per la musica, “questa” musica che l’autore diffonde con seminari, concerti, lezioni che sempre lasciano il segno in chi ha la fortuna di fruirne. La lettura scorre via veloce, non è appesantita da nozioni riguardanti le seppur parche discografie di queste “Medames a 78 giri” ma al contrario Menabò descrive attraverso significativi ed incisivi acquerelli scene di vita, domestiche e pubbliche, di queste eroine del blues che hanno lasciato ai posteri polverosi, graffiati (e graffianti) race records che qualcuno ha poi cercato, trovato e ri-pubblicato.

Il volume non è in distribuzione, va richiesto direttamente all’autore.

http://www.robertomenabo.it

Riccardo FRATTINI e Gabriele BOLCATO “Lost Town: chi ha ucciso il jazz?”

Riccardo FRATTINI e Gabriele BOLCATO “Lost Town: chi ha ucciso il jazz?”

Riccardo FRATTINI e Gabriele BOLCATO “Lost Town: chi ha ucciso il jazz?”

Transfinito Edizioni. Volume + CD. 180 pagine. 2018.

di Alessandro Nobis

Vittorio è un giovane studente bolognese appassionato più di jazz che di giurisprudenza, più della musica di Chet Baker che di Procedura Penale. Ha studiato al Conservatorio la musica del grande musicista americano, e la sera suona nei club fino a quando un bel giorno di maggio lascia Bologna per recarsi in Olanda dove a Laren, non distante da Amsterdam, il suo idolo terrà un concerto il giorno 13 (parliamo dell’anno 1988) con il sassofonista Archie Shepp: la perfetta ed unica occasione per avvicinare il trombettista al quale Vittorio aveva in mente di regalare una sua composizione, “Levante”, il brano che apre il Cd allegato a a “Lost Town”. Due stili, quello cool di Baker e quello più legato al free di Shepp, a confronto e previste, anzi attese, scintille musicale che da illuminare a giorno la notte olandese; ma quella sera il concerto non si terrà, il corpo di Chet Baker verrà trovato invece steso sul marciapiede davanti al Prince Hendrik, l’albergo dove aveva preso in affitto una camera.image.png

“Lost Town: chi ha ucciso il jazz?” da pochi mesi pubblicato, è la cronaca di un evento mai avvenuto attorno al quale Vittorio ci racconta non solo si sé stesso, delle poche ore trascorse ad Amsterdam ma anche della vita di Chet e del jazz, di quello suonato nei club e di quello di Miles Davis, è la cronaca del tentativo di ricostruire gli eventi che portarono alla misteriosa sparizione di alcuni nastri registrati e pronti per essere pubblicati che si trovavano nella camera di Baker. Di più non posso dire … Più storie che si incontrano e che si sovrappongono raccontate in modo avvincente e fluido, un volume che si fa leggere tutto di un fiato e che fa tristemente ripensare alle vicende umane attraversate da quello straordinario strumentista-cantante dalla vita tormentata oltre ogni possibile immaginazione ma straordinariamente illuminata da una musica bellissima, cristallina e così apparentemente lontana dalla vicenda umana.

Allegato al volume un CD con undici tracce originali e naturalmente ispirate dal lavoro di Chet Baker e dal disco “Chettin’” di Bolcato nel quale il trombettista nel 2013 ripercorse la carriera artistica di Baker fissandone alcuni punti. Da queste Silvano Mastromatteo – pianista che suona nel quartetto di Bolcato assieme a Nicola Monti al contrabbasso e Davide Leonardi alla batteria – ha tratto e quindi sviluppato alcuni spunti creando “Lost Town”. Percorso di scrittura musicale piuttosto inusuale, siamo naturalmente nell’alveo del mainstream, che ha prodotto un jazz godibilissimo che si fa ascoltare con attenzione sia che lo si faccia indipendentemente o accompagnando la lettura del volume; naturalmente a mio avviso, vista la qualità della musica, consiglio a tutti entrambi gli approcci.

A Verona il volume è reperibile presso la libreria Pagina Dodici di Corte Sgarzerie, a due passi da Piazza Erbe.