“Musiche della tradizione ebraica a Venezia: le registrazioni di Leo Levi (1954 – 59)”

“Musiche della tradizione ebraica a Venezia: le registrazioni di Leo Levi (1954 – 59)”

PIERGABRIELE MANCUSO (a cura di)

“Musiche della tradizione ebraica a Venezia: le registrazioni di Leo Levi (1954 – 59)”

SQU[ILIBRI], 2018 Collana “aEM”. 143 pagg. con 2CD allegato. € 22,00.

di Alessandro Nobis

18bdd04e288fc232234be2fb5ea8bf38_XLTra il 1954 ed il 1959 il ricercatore italo – israeliano Leo Levi (1912 – 1982) condusse una lunga e preziosissima campagna di raccolta etnografica ed etnomusicologica a Venezia, cercando di ricostruire attraverso tutto il materiale allora disponibile (audio ed orale) il ricchissimo repertorio della comunità ebraica della città di Venezia, dove – lo ricordo – nel 1516 fu istituito il primo ghetto ebraicoche, nato come luogo separazione e di emarginazione degli italkim divenne nel corso del 16° secolo, con l’arrivo delle comunità ashkenazita dall’Europa del Nord, sefardita dalla Spagna e Levantina dal Vicino Oriente, una sorta di crogiuolo unico di lingue, tradizioni anche musicali e culture diverse.

Questo è il secondo titolo pubblicato da Squi[libri] dedicato alle tradizioni ebraicheSQUILIBRI PIEMONTE italiane studiate da Leo Levi (il primo fu “Musiche della tradizione ebraica in Piemonte”) al quale è presumibile ed anche augurabile ne seguano altri; come è caratteristica della Collana si apre con saggi storici e musicologici stavolta di Annalisa Bini, Paolo Gnignati, Piergabriele Mancuso (che presenta una dettagliata bibliografia e descrive uno per uno i brani presenti nei due CD), Francesco Spagnolo e Walter Brunetto che descrive l’importantissimo lavoro che Leo Levi svolse in quel di Venezia nella sue varie fasi. Il tutto utilizzando un linguaggio scientifico ma allo stesso tempo divulgativo e quindi comprensibile dal pubblico più ampio, e questo è un grande pregio costante delle pubblicazioni curate da Squi[libri]; i due compact disc sono rispettivamente dedicati al Rito Sefardita (54 tracce) ed al Rito Ashkenazita (15 tracce), la qualità del suono è più che accettabile tanto che il lavoro di editing è stato minimale, ogni brano viene descritto utilizzando le note di Levi e, dove queste non erano presenti, sono state aggiunte.

Da ultimo segnalo un interessante apparato iconografico (su tutte le foto l’ultima, quella di Levi in compagnia di Carpitella) e naturalmente una dettagliata bibliografia.

http://www.squilibri.it

 

Il DIAPASON incontra BALEN LOPEZ DE MUNAIN

Il DIAPASON incontra BALEN LOPEZ DE MUNAIN

BALEN LOPEZ DE MUNAIN “25 pieza gitarrarako”

EDIZIONI AZTARNA. Volume 21 x 29,7 cm. Pagg. 167, 2018

di Alessandro Nobis

Chitarrista e compositore basco nativo di Bilbao, residente in Italia da molti anni ma con il cuore sempre là, ai piedi dei Pirenei ed in riva al Golfo di Biscaglia, con questa raccolta di composizioni per chitarra pubblicata da pochissimi giorni, Balen Lopez de Munain esordisce nel mondo dell’editoria musicale a ben tredici anni dalla pubblicazione del suo ultimo lavoro discografico “Lotuneak” ristampato qualche anno seguente sempre dall’etichetta basca Aztarna.

Sappiamo che la cultura basca è stata “ostacolata”, per usare un eufemismo, per decenni dal regime fascista del Generale Franco e quindi abbia dovuto in qualche modo essere ricomposta, ricostruita, quasi resuscitata negli anni successivi al franchismo anche se nella memoria e nel cuore delle generazioni più vecchie l’amore per la propria lingua e cultura non si è mai realmente sopito. Questo volume nella sua impostazione rispecchia il progetto che il suo autore ha con pazienza, caparbietà e soprattutto capacità ha portato avanti nel tempo, ovvero la riscoperta della tradizione musicale basca sia attraverso un’interpretazione moderna ed al tempo stesso rispettosa dei repertori tradizionali ma che attraverso la scrittura di nuovi brani.

Il volume, come si evince dal titolo è dedicato ai chitarristi, contiene 25 melodie ed è arricchito da brevi annotazioni di ogni singolo brano e da una serie di splendide fotografie.

Considerata l’importanza di questa pubblicazione, ho incontrato Balen Lopez de Munain per approfondire e conoscere altri aspetti di questo suo prezioso lavoro.

balen
Il volume è acquistabile qui: http://www.aztarna.com

– Signor Lopez de Munain, grazie per la sua disponibilità innanzitutto. Vorrei, diciamo così, partire da lontano e chiederle quale diffusione della musica e più in generale della cultura basca c’è stata dopo l’oscurantismo franchista?

Voglio ricordare innanzitutto che, alla fine dell’Ottocento e quindi molto prima della guerra civile spagnola, nacque attorno alla cittadina basca francese di Donibane Lohitzun/Saint Jean de Luz un gruppo di intellettuali – nell’occasione delle “grandes fetes internationales du Pays Basque” organizzate dal sindaco e di Antoine D’Abbadie – che crearono lo stemma Zazpiak Bat (sette in uno), per rappresentare i territori storici baschi, quattro sotto l’amministrazione spagnola e tre in quella francese. Si voleva così promuovere la cultura basca in tutte le sue forme e stabilire ponti tra i due versanti dei Pirenei tra baschi “spagnoli e francesi”: lo stemma simbolizza le sette province, la Navarra è considerata come una provincia unica –  anche se dai tempi dell’invasione castigliana (1512) una parte rimase sotto la Francia e per questo motivo ci sono soltanto sei stemmi.

Dopo la morte di Franco il regime da lui istaurato ha cercato disperatamente di rimanere attaccato al potere e non possiamo dimenticare che gli anni che vanno dal 1975 al 1978 sono stati, per noi baschi non allineati alle posizioni governative, molto bui e drammatici dal punto di vista politico.

Il movimento culturale basco non si è mai addormentato nemmeno negli anni della dittatura, naturalmente c’era la censura e tante proibizioni, e gli artisti dovevano far di tutto se non volevano finire sotto le grinfie del regime. Parlo di quelli che scelsero di rimanere perché tanti artisti e letterati furono in sostanza obbligati ad andare all’estero per la mancanza di libertà.

Dopo il 1979 la società basca si riscattò e vennero create alcune istituzioni autonome: “lo statuto di Gernika” concesse l’autonomia a tre provincie da una parte, quella conosciuta come Euskadi o Comunità basca ed alla Navarra come soggetto separato dalle altre tre. Ovviamente le provincie che si trovano in Francia rimasero fuori da questi organi di potere amministrativo facendo parte del dipartimento dei Pirenei atlantici della regione ancora più estesa della nuova Aquitania.

“Dividi e vincerai”, la scelta di lasciar fuori la Navarra dai Paesi Baschi fu stata chiaramente politica, voluta da una parte forte della destra spagnolista navarra e dal governo centrale di allora.

Ma, lasciando la politica da una parte, voglio dire che sono stati molto significativi gli anni ‘70 e ‘80 per la nascita di un movimento soprattutto letterario che ha dato prestigio alla lingua: grandi scrittori come Bernardo Atxaga o Joseba Sarrionandia di statura internazionale furono per prima volta tradotti dal euskara/basco al castigliano o altre lingue come l’italiano, l’inglese ed il francese.

Ma ancora prima, nell’anno 1968 Euskaltzaindia – L’Accademia della lingua basca – approvò la creazione di un dialetto letterario” batua” (unito, unificato) per unificare la lingua scritta e per poter aiutare l’unione culturale tra i basco parlanti, visto che fino allora ognuno scriveva nel proprio dialetto.

Ti racconterò un episodio che sicuramente tanti lettori non conosceranno: il compositore Maurice Ravel, uno dei più significativi del secolo scorso, nacque proprio nelle vicinanze di questo paese in un piccolo porto di pescatori di nome Ziburu / Ciboure (in francese) vicinissimo a Donibane Lohitzun/ Saint Jean de Luz, e quando aveva pochi mesi i suoi genitori si trasferiscono con lui a Parigi. Bene, questo non impedì che a casa sua si parlassero due lingue, il basco da parte della mamma e il francese da parte del padre. Le estati le passava spesso in questo paesino basco dove era nato – sono numerose le pagine musicali scritte in questo luogo – e proprio lì ebbe l’opportunità  di conoscere da vicino questo clima e fervore culturale di “Zazpiak bat“ e di avvicinare tanti artisti baschi provenienti della parte spagnola. Dicono che Ravel parlasse un basco con un fortissimo accento parigino ma che non dimenticò mai la lingua materna vantandosi inoltre delle sue origini; conosceva la musica e le danze tradizionali basche e le vecchie melodie che dicono gli cantasse la mamma – lo racconta lui nelle sue lettere – sin dall’infanzia.  Di quegli anni è, prima della “Grande Guerra”, la sua rapsodia per pianoforte “Zazpiak Bat” purtroppo mai completata, anche se tanti spunti di quella partitura furono in seguito utilizzate da Ravel nel suo meraviglioso concerto per pianoforte in Sol Maggiore. Sono molti gli esempi della influenza basca nella sua musica, ad esempio il nel Trio in La per pianoforte, violino e violoncello dove è chiara la sua conoscenza ritmica e melodica della musica basca.

Se questo fosse accaduto in Spagna una quarantina di anni fa dobbiamo pensare che Maurice Ravel sarebbe stato considerato da una parte della società, a noi ben nota, come un sovversivo indipendentista  basco!?.

– Quanto materiale storico, audio, archivistico, video si trova negli archivi pubblici e privati e nelle biblioteche dei Paesi Baschi e al di fuori di essi, visto che il popolo basco per decenni è stato un popolo di migranti?

Nell’anno 1974 nasce Eresbil – Archivio Basco della Musica -: ecco, il valore del lavoro fatto da queste persone è immenso, proprio perché come hai detto tu il materiale che si trova all’estero è molto importante ed abbondante ed in gran parte ancora da conoscere e recuperare. Argentina, Messico, Venezuela, Stati Uniti per citarne qualcuno sono stati e sono sedi di comunità basche da secoli. Eresbil ha fatto un lavoro di raccolta, di classificazione del materiale e della sua digitalizzazione, recuperando i manoscritti originali sia nel campo della musica scritta che registrata e video ma la cosa più importante è che oggi tutto questo materiale è a disposizione dell’utente (https://es.wikipedia.org/wiki/ERESBIL-Archivo_Vasco_de_la_Música).

– Per ciò che riguarda nello specifico la musica scritta, sono molte le pubblicazioni che in qualche modo possono essere assimilate a questa sua?

Il problema è la molta dispersione e la mancanza di conoscenza di quello che si è fatto in passato. Ai miei tempi era ancora peggio, la musica basca per chitarra era una perfetta sconosciuta. In seguito abbiamo saputo che c’erano stati dei compositori come Francisco Madina (1907-1972), esiliato prima in Argentina e dopo negli Stati Uniti, che aveva dedicato una parte importante della sua produzione musicale alla chitarra, scrivendo concerti, quartetti, soli per questo strumento e dedicati in gran parte alla conosciutissima famiglia Romero.

– Il volume presenta 25 brani molti dei quali interpretati nei suoi concerti sia solistici che con altri musicisti: fissarli sul pentagramma, come ha scritto nell’introduzione, è stato un momento importante, un modo di fissare su carta una melodia che poi ogni musicista potrà eseguire rispettandola oppure arrangiandola a piacere, una prassi esecutiva che lei ha seguito al contrario. Mi spiego, il suo percorso è stato quello di riportare all’essenzialità musica di più ampio respiro. E’ esatto questo mio pensiero?

Forse merita una piccola spiegazione quella mia frase che riguarda il giocare con le musiche e strutture, sto parlando delle musiche più articolate e di composizione originale; a me è venuto così ma a un altro musicista può piacere un’altra forma, ma non cambia l’essenza del discorso musicale ma cambia il modo di esecuzione che deve o può essere una cosa molto personale. Nell jazz questo è molto più chiaro, nessuno vuole riprodurre con esattezza un determinato standard. Si studia sì, ma per interpretarlo in modo personale.

– Il repertorio è piuttosto eterogeneo nelle sue tipologie: a chi si rivolge questo volume, solamente ai chitarristi molto esperti? Quali sono le difficoltà nell’esecuzione degli spartiti?

Sicuramente non è un repertorio per principianti ma piuttosto è rivolto a tutti i curiosi che vogliano e abbiano appunto la curiosità verso soluzioni diverse, armonizzazioni differenti di temi anche molto noti per noi baschi. La parte più personale può interessare anche a un pubblico che ama le musiche di confine con un occhio che guarda anche verso il jazz più moderno ed influenzato dalle culture tradizionali. Ti confesso che ho avuto grandi soddisfazione con la mia musica soprattutto da musicisti provenienti dal mondo del jazz.

– A pagina 4 c’è la riproduzione di un manoscritto, credo medioevale: cosa ci racconta?

L’inserimento di quella immagine – medioevale – è stata un’idea dell’editore che subito ho abbracciato. Si trova associata all’aforisma (prima citazione del libro) attribuito a Bernardo de Chartres che si trova nel libro Metalogicon di Giovanni di Salisbury (1120-1180), suo discepolo. Orione, il gigante cieco che aiutato dal piccolo Celadon si dirige verso est, per essere graziato da Eos, dea dell’aurora che gli ridiede la vista. Mi interessava mettere in evidenza l’importanza e il merito dei lavori sia artistici o di qualsiasi tipo realizzati dai nostri predecessori perché appunto grazie a loro noi non partiamo da zero ma abbiamo la possibilitàdi conoscere e usufruire della loro conoscenza. La metafora ha un forte messaggio ed è ancora attuale.

– L’editore ha inserito delle bellissime foto in bianco e nero. Chi è il fotografo?

Il fotografo si chiama Juantxo Egana, noto e apprezzato professionista basco che ha lavorato e pubblicato numerosi libri particolarmente nel campo della  fotografia tecnica, cataloghi per musei, mostre personali, libri di gastronomia ed ha una delle raccolte più importanti sul bertsolarismo,una forma di canzone improvvisata, in rima e in metrica. Ha curato anche le foto di copertina nell’ultimo disco dell’ensemble Alboka e come dicevo è molto apprezzato come ritrattista.

– L’interessante tesi di laurea con la quale ha concluso il biennio al Conservatorio Dall’Abaco di Verona aveva come tema “Le origini del repertorio chitarristico basco”. Pensa in futuro di ampliare questo suo lavoro e di pubblicare un saggio che senz’altro potrebbe interessare un pubblico più ampio?

Chissà, sicuramente è un’idea interessante, il mio era stato un lavoro di divulgazione concepito per illustrare anche un concerto finale per un pubblico che non conosceva la musica  basca, mi interessava inserirla in un contesto socio-politico-culturale per arrivare appunto a una maggiore comprensione e che fosse di aiuto a capire le sue criticità. Dei baschi si è parlato tanto verso la fine del secolo scorso ma sempre in modo settarista, siamo un popolo orgoglioso, abbiamo una cultura, una lingua antica e una grande curiosità.

– Quale distribuzione avrà il volume, considerato che le annotazioni sono riportate nelle lingue basca, inglese, castigliano ed italiano? Dove di potrà acquistare?

La distribuzione sarà a carico di Elkar (elkar.eus) che sicuramente è la distributrice piu importante nei Paesi Baschi, e ovviamente si potrà acquistare on line. Nel sito aztarna.com si potrà vedere tramite un link il modo di acquistarlo:( http://www.aztarna.com/balen25.htm). Tra l’altro, proprio nelle scorse settimane si è tenuta a Durango, vicino a Bilbao, Durangoko azoka – la fiera del libro e del disco basco, la 53° edizione. Il mio libro era presente e spero questo possa aiutare la sua diffusione e farlo conoscere al più grande numero di persone.  Tutto quello che potrà venire dopo sarà il benvenuto. I testi sono stati pubblicati in quattro lingue per una precisa scelta editoriale, per aumentare la diffusione della cultura musicale basca. Forse fa sorridere, ma purtroppo questa lingua non viene parlato da tutte le persone basche e quindi è sempre necessario aggiungere lo spagnolo o il francese.

– Quindi il basco Lei non lo imparato dai suoi genitori.

Ti ricordo che ho 60 anni, quasi, e quindi io ho frequentato le scuole sotto il regime franchista e ho iniziato a studiare il basco molto intensamente a partire dai venti anni. In quel periodo nelle città – adesso fortunatamente la situazione è cambiata – la gente smetteva di parlare la lingua per vergogna, paura e anche perché c’era il rischio di essere considerato un potenziale oppositore; questo è un problema più vecchio del franchismo dovuto anche all’egemonia del potere centrale castigliano, e per questo i miei genitori non parlavano in basco mentre i nonni sì, quello che ci tengo a dire è che la lingua basca e quindi l’identità del popolo sono state sempre messe al bando dalle istituzioni. Nei paesi più piccoli e nelle campagne la gente manteneva invece la lingua in modo più naturale, forse si sentiva più sicura nonostante le proibizioni. Ecco perchè una grandissima parte della società basca non conosce la lingua. Ma qualcosa sta cambiando, posso dirti che il 75 % delle giovani generazioni la conosce e la parla, e questo è un fatto molto positivo per tutta la cultura basca.

 

 

 

ROBERTO MENABO’ “Mesdames a 78 giri: storie di donne che hanno cantato il blues”

ROBERTO MENABO’ “Mesdames a 78 giri: storie di donne che hanno cantato il blues”

ROBERTO MENABO’ “Mesdames a 78 giri: storie di donne che hanno cantato il blues”

S.I.P., cm 14,5 x 21, Pagg. 150 € 12,00. 2018

di Alessandro Nobis

Ci sono i vinili della Folkways, quelli della Wolf, della Herwin e della Yazoo, ci sono le cards e le copertine di Robert Crumb e da qualche settimana ci sono anche questi venti racconti scritti da uno studioso – praticante del blues prebellico, Roberto Menabò. Professione insegnante – e ti pareva che una figura di così alto profilo potesse dedicarsi esclusivamente alla musica nel nostro bizzarro Paese – e nel tempo che resta, al netto di quello dedicato alla famiglia, si è dedicato da tempo immemore alla scoperta di quei musicisti sconosciuti ai più che hanno lasciato poche o pochissime tracce registrate, ed anche biografiche, nelle piantagioni, nelle piccole e grandi città americane grazie alla sua pregevolissima tecnica chitarristica ed altrettanto sapiente penna.

E così dopo i quaranta di racconti di “Rollin’ and Tumblin’”, in questa nuova raccolta, autoprodotta, Menabò affronta venti storie di donne, di cantanti e di chitarriste che in quel periodo pochissimo spazio ebbero nel mondo del blues arcaicamente maschile.

Certo che quando si prova a raccontare di Laura Dukes, di Mae Glover o di Bessie Tucker non ci si può fermare alle spesso assenti note biografiche, ed ecco che allora emergono il mestiere e l’amore per la scrittura e per la musica, “questa” musica che l’autore diffonde con seminari, concerti, lezioni che sempre lasciano il segno in chi ha la fortuna di fruirne. La lettura scorre via veloce, non è appesantita da nozioni riguardanti le seppur parche discografie di queste “Medames a 78 giri” ma al contrario Menabò descrive attraverso significativi ed incisivi acquerelli scene di vita, domestiche e pubbliche, di queste eroine del blues che hanno lasciato ai posteri polverosi, graffiati (e graffianti) race records che qualcuno ha poi cercato, trovato e ri-pubblicato.

Il volume non è in distribuzione, va richiesto direttamente all’autore.

http://www.robertomenabo.it

Riccardo FRATTINI e Gabriele BOLCATO “Lost Town: chi ha ucciso il jazz?”

Riccardo FRATTINI e Gabriele BOLCATO “Lost Town: chi ha ucciso il jazz?”

Riccardo FRATTINI e Gabriele BOLCATO “Lost Town: chi ha ucciso il jazz?”

Transfinito Edizioni. Volume + CD. 180 pagine. 2018.

di Alessandro Nobis

Vittorio è un giovane studente bolognese appassionato più di jazz che di giurisprudenza, più della musica di Chet Baker che di Procedura Penale. Ha studiato al Conservatorio la musica del grande musicista americano, e la sera suona nei club fino a quando un bel giorno di maggio lascia Bologna per recarsi in Olanda dove a Laren, non distante da Amsterdam, il suo idolo terrà un concerto il giorno 13 (parliamo dell’anno 1988) con il sassofonista Archie Shepp: la perfetta ed unica occasione per avvicinare il trombettista al quale Vittorio aveva in mente di regalare una sua composizione, “Levante”, il brano che apre il Cd allegato a a “Lost Town”. Due stili, quello cool di Baker e quello più legato al free di Shepp, a confronto e previste, anzi attese, scintille musicale che da illuminare a giorno la notte olandese; ma quella sera il concerto non si terrà, il corpo di Chet Baker verrà trovato invece steso sul marciapiede davanti al Prince Hendrik, l’albergo dove aveva preso in affitto una camera.image.png

“Lost Town: chi ha ucciso il jazz?” da pochi mesi pubblicato, è la cronaca di un evento mai avvenuto attorno al quale Vittorio ci racconta non solo si sé stesso, delle poche ore trascorse ad Amsterdam ma anche della vita di Chet e del jazz, di quello suonato nei club e di quello di Miles Davis, è la cronaca del tentativo di ricostruire gli eventi che portarono alla misteriosa sparizione di alcuni nastri registrati e pronti per essere pubblicati che si trovavano nella camera di Baker. Di più non posso dire … Più storie che si incontrano e che si sovrappongono raccontate in modo avvincente e fluido, un volume che si fa leggere tutto di un fiato e che fa tristemente ripensare alle vicende umane attraversate da quello straordinario strumentista-cantante dalla vita tormentata oltre ogni possibile immaginazione ma straordinariamente illuminata da una musica bellissima, cristallina e così apparentemente lontana dalla vicenda umana.

Allegato al volume un CD con undici tracce originali e naturalmente ispirate dal lavoro di Chet Baker e dal disco “Chettin’” di Bolcato nel quale il trombettista nel 2013 ripercorse la carriera artistica di Baker fissandone alcuni punti. Da queste Silvano Mastromatteo – pianista che suona nel quartetto di Bolcato assieme a Nicola Monti al contrabbasso e Davide Leonardi alla batteria – ha tratto e quindi sviluppato alcuni spunti creando “Lost Town”. Percorso di scrittura musicale piuttosto inusuale, siamo naturalmente nell’alveo del mainstream, che ha prodotto un jazz godibilissimo che si fa ascoltare con attenzione sia che lo si faccia indipendentemente o accompagnando la lettura del volume; naturalmente a mio avviso, vista la qualità della musica, consiglio a tutti entrambi gli approcci.

A Verona il volume è reperibile presso la libreria Pagina Dodici di Corte Sgarzerie, a due passi da Piazza Erbe.

UARAGNIAUN “Perché sono marxista. Di Fabio Perinei. Poesie Canzoni Ballate”

UARAGNIAUN “Perché sono marxista. Di Fabio Perinei. Poesie Canzoni Ballate”

UARAGNIAUN “Perché sono marxista. Di Fabio Perinei. Poesie Canzoni Ballate”

SUONI DELLA MURGIA. Libro +  Cd, 2018

di Alessandro Nobis

UnknownCon questo ambizioso progetto ideato da Stefano Losurdo e concretizzato grazie ad una sottoscrizione “popolare” dai pugliesi Uaragniaun si è voluto rendere omaggio a Fabio Perinei (1945 – 2009), figura di spicco della cultura altamurana, Sindaco e Deputato della Repubblica al quale già nel 2010 Silvio Teot aveva dedicato la biografia “A furor di popolo”. Di Teot il saggio iniziale del volume a cui fanno seguito uno scritto di Perinei, la sua biografia ed una dettagliatissima parte dedicata alla musica, ai musicisti ed alle parole riportate nel CD, con fondamentali traduzioni in lingua italiana che consentono ai “nonparlanti pugliese” di capire nel migliore dei modi la vita e l’attività di Fabio Perinei, probabilmente sconosciuto al di fuori dei confini “locali”.

Il disco è una preziosa testimonianza, una ricostruzione storica quasi in forma di teatro – canzone di quanto avvenne in Italia a partire dal primo dopoguerra fino agli anni Settanta attraverso stringati ed efficaci richiami e soprattutto con i testi di Fabio Perinei, Rocco Scotellaro, Domenico Modugno, Stefano Losurdo, Ivan Della Mea e Matteo Salvatore musicati e suonati dal gruppo di Altamura, sempre con la raffinatezza e brillantezza che da sempre gli conosciamo anche se qui siamo un po’ lontani dal repertorio tradizionale dei precedenti lavori. Dichiaratamente ispirato al seminale gruppo “Cantacronache”, “Perché sono marxista” racconta la storia dalla vicenda dei Comitati Civici per le elezioni del 1947 alla condizione dei braccianti agricoli (“Lu soprastante”, “U’ stump” a “P’ nu muert nest a Peppino Buongallino” che narra della misteriosa morte del bracciante – consigliere comunale Peppino Buongallino”) all’emigrazione ed al conseguente abbandono della terra (“Amara Terra Mia”, “Emigrazione”a “Paese mio Svegliati” – “E tutti mandano a dire / che sì stanno bene / ma che si sentono tristi senza i parenti e senza gli amici”– ed ancora “Compagni, fermiamo quei treni”,) al Sud che nonostante il presunto miracolo economico resta indietro nello sviluppo. E poi la svolta di Fabio Perinei, il suo tesseramento con il P.C.I. dopo l’ignobile golpe cileno, quello di Enrico Berlinguer lontanissimo ormai dal P.C.U.S..

Un progetto davvero brillante, che volutamente ricorda nella fattura la collana de “I Dischi del Sole” così importanti per aver saputo dare una coscienza “popolare” negli anni Settanta, lavoro che si ascolta tutto d’un fiato e che potrà avere, sia nella parte testuale che musicale un utilizzo anche a livello scolastico, considerato che molte delle tematiche trattate sono ahimè ancora attualissime.

LA LESSINIA – IERI OGGI DOMANI Quaderno culturale n. 41

LA LESSINIA – IERI OGGI DOMANI Quaderno culturale n. 41

LA LESSINIA – IERI OGGI DOMANI Quaderno culturale n. 41

La Grafica Editrice Verona, 2018. PAGG. 262, € 15,00

di Alessandro Nobis

Con una precisione elvetica all’inizio di ogni estate, dal 1978, arriva nelle libreria il nuovo volume de “La Lessinia Ieri Oggi Domani”, miscellanea di articoli riguardante la porzione montana della provincia di Verona, la Lessinia, separata ad ovest dall’altra montagna veronese, il Monte Baldo, dalla Valle del fiume Adige.

xxCome è prassi per il gruppo di autori, appassionati e studiosi coordinati dal geologo Ugo Sauro, il volume è suddiviso in sezioni riguardanti i più diversi aspetti  del territorio lessinico: “Territorio e ambiente”, “Preistoria e archeologia”, “Storia”, “Tradizioni e memoria popolare”, “Itinerari”, “Vita in Lessinia” e da ultimo, ma importante, “Il Quaderno a scuola”, temi trattati sempre in modo accuratamente scientifico e contemporaneamente divulgativo, una linea che da sempre ha contraddistinto tutti i volumi sin qui dati alle stampe.

Ciò che ogni anno stupisce chi va a sfogliare e quindi a leggere gli articoli pubblicati è la quantità e la qualità dei brevi saggi pubblicati che dimostrano quanto sia variegata nei suoi più diversi aspetti questa area prealpina e quanto siano preparati dal punto di vista scientifico gli autori che via via trovano e descrivono angoli culturali decisamente reconditi e sconosciuti al pubblico che la domenica frequenta la Lessinia fruendo dell’aria pulita e della bellezza del territorio troppo spesso in modo distratto.

In questo 41° volumetto desidero segnalare – il criterio è naturalmente quello dell’interesse mio personale – lo scritto di Vincenzo Pavan “Strutture ad arco nella Lessinia”, quello di Luciano Salzani, ispettore della soprintendenza Archeologica del Veneto, che riassume la storia delle ricerche archeologiche sui Monti Lessini e (“La vecchia scuola di Azzarino”) di Anna Maria Tezza che racconta in modo molto documentato le vicende dell’edificio che per oltre quaranta anni ha ospitato i bambini della zona

Ricordo infine che allegato al Quaderno pubblicato nel 2017 è allegato un Cd con tutti gli articoli sino ad allora editi in formato pdf (8680 pagine!) e pertanto facilmente fruibile da chiunque conosca l’abc dell’informatica.

La pubblicazione del quaderno è sostenuta dall’”Associazione Culturale Accademia della Lessinia ONLUS”; si può abbastanza facilmente reperire in alcune librerie veronesi e nei musei sparsi sul territorio della montagna veronese oppure chiedendolo direttamente all’editore.

 

PAUL STEINBECK “Grande Musica Nera. La storia dell’Art Ensemble of Chicago”

PAUL STEINBECK “Grande Musica Nera. La storia dell’Art Ensemble of Chicago”

PAUL STEINBECK “Grande Musica Nera. La storia dell’Art Ensemble of Chicago”

QUODLIBET CHORUS EDIZIONI 2018. PAGG. 399, € 25,00

di Alessandro Nobis

AEOC 2Il mio personale “impatto” con la musica dell’AACM (Association for Advancement of Creative Musicians) risale a qualche decennio fa; correva la primavera del 1979 ed a Verona venne organizzata dalla sua illuminata direzione artistica una memorabile edizione di Verona Jazz dedicata al jazz prodotto da quel collettivo di straordinari talenti che in quel di Chicago, e poi a Parigi e quindi nuovamente in America, scriveva pagine davvero memorabili di storia della musica afromericana. Musica e musicisti che da quel lontano ’79 ho seguito nelle produzioni discografiche, anche quelle italiane per la Soul Note di Bonandrini, e pertanto non ho potuto esimermi di accaparrarmi una copia di questo volume e leggere con grande gusto questo imperdibile – almeno per me – racconto dell’evoluzione del jazz sviluppatasi a Chicago.

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Il programma di quel VERONA JAZZ 1979

A partire da quell’agosto del ’65 – quando la AACM tenne tre concerti, i suoi primi concerti – lasciando nello sconcerto gli estimatori del mainstream, quelli più aperti alle nuove tendenze, che per la prima volta ebbero l’opportunità di ascoltare musica sperimentale scritta e composta da musicisti afroamericani, la storia di questo collettivo è legata in modo in modo indissolubile a quella dell’Art Ensemble of Chicago (Joseph Jarman, Roscoe Mitchell, Malachi Favors, Don Moye e Lester Bowie), per primo capace di affiancare l’aspetto musicale a quello visuale attraverso mascheramenti, gestualità e strumenti che richiamassero l’attenzione all’indissolubile filo che lega la musica africana al jazz americano. Paul Steinbeck racconta la storia dell’AEOC con dovizia di particolari documentati e di citazioni con grande passione, mescolando abilmente la parte descrittiva con aspetti più dedicati nello specifico a musicisti e musicologi; la traduzione di Giuseppe Lucchesini può così finalmente consentire al lettore italiano di ricostruire la storia dell’Art Ensemble of Chicago e la brillante prefazione di Claudio Sessa assieme alle foto inserite nel volume fanno di questo “Grande Musica Nera” un’imperdibile occasione per chi si vuole abbeverare alla fonte della Great Black Music.

 

 

 

DIEGO ALVERA’ “Tazio Nuvolari Pozzo 1928”

DIEGO ALVERA’ “Tazio Nuvolari Pozzo 1928”

DIEGO ALVERA’ “T. Tazio Nuvolari Pozzo 1928”

SCRIPTA EDIZIONI 2018. PAGG. 154, € 13,00

di Alessandro Nobis

Affrontare i miti dello sport come Dorando Pietri, Silvio Piola, Costante Girardengo o Tazio Nuvolari è un po’ come affrontare un “tornante Bordino” a tavoletta: rischi di uscire fuori strada e di schiantarti sul muro delle ovvietà e della semplice cronistoria biografica.

alvera'Questo volume scritto con la consueta verve narrativa da Diego Alverà affronta il “mito” Nuvolari prendendo come pretesto gli accadimenti di quel 25 marzo 1928 al Circuito Stradale del Pozzo (sarebbe stata la terza edizione della corsa), a pochissimi chilometri da Piazza Brà cuore di Verona. Alverà è uno storyteller oramai navigato che ha attraversato le vite di Gilles Villeneuve, di Walter Bonatti, di Miles Davis o di Ian Curtis descrivendo questi “incroci” con passione, con una lunga e maniacale ricerca del dato storico al servizio del suo stile narrativo sempre avvincente e sempre lontano “Mille Miglia” dal puro dato storico.

“T” ha non solamente il merito di restituire al presente un frammento della storia dello sport veronese e dell’automobilismo ma anche quello di riportare in vita personaggi e vicende di quella fase epica di questo sport e della simbiosi tra “uomo” e “macchina” così legata alle idee futuriste di moda a quel tempo; D’Annunzio, per citare un episodio, regalò al mito una tartaruga-talismano sussurrandogli “l’animale più lento per l’uomo più veloce” e come scrisse Patrizio Roversi (Alverà mi consentirà la citazione), “Nuvolari ha le mani come artigli, Nuvolari ha un talismano contro i mali” (forse quel talismano?)

Nello scorrere di una giornata si costruisce il “romanzo” della vita di Tazio Nuvolari da Castel D’Ario, si ricorda che prima della Scuderia Ferrari ebbe breve vita la Scuderia Nuvolari, si ricordano le forme della Bugatti 35B, azzurra e dalla sagoma affilata come un coltello; Alverà descrive bravamente fotogramma dopo fotogramma il sorpasso ai danni di Pietro Bordino sotto un fitto acquazzone, su una strada a dir poco sconnessa, con gli schizzi di fango sugli occhiali da motociclista, con il pubblico stipato lungo il circuito mentre la Bugatti numero 4 sopravanza quella di Bordino. La descrizione dura una dozzina di pagine, fotogramma dopo fotogramma naturalmente tutto a colori, da gustare a piena mente.

Alla fine “T” torna dalla sua Carolina, bastano un bacio in fronte e la medaglia vinta tra le mani per tornare “umano”.

 

 

 

KNUD RASMUSSEN “Aua”

KNUD RASMUSSEN “Aua”

KNUD RASMUSSEN “Aua”

BIBLIOTECA ADELPHI 681. 2018, PAGG. 190, € 18,00

Mentre sui ghiacci antartici tra il 1921 ed il 1922 si compiva l’ultimo tragico atto della cosiddetta fase “Eroica” dell’esplorazione del Polo Sud ovvero la spedizione del bastimento Quest, l’ultima avventura del leggendario Ernest Shackleton, dall’altro capo del mondo il danese / groenlandese Knud Rasmussen era alle prese con la sua quinta spedizione nelle terre artiche che lo avrebbe portato dalla natìa Groenlandia all’estremo est siberiano attraversando il Canada, l’Alaska e le Isole Aleutine.aua 02

Le spedizioni artiche di Rasmussen erano sì a carattere scientifico – geografico ma soprattutto erano di carattere etnografico, visto il suo profondo interesse al mondo culturale delle popolazioni locali; Rasmussen parlava correntemente la lingua Inuit, ed aveva sposato una donna groenlandese di quell’etnia che le aveva dato due figli e che sarebbe scomparsa alla vigilia di questa quinta avventura tra le affascinanti terre artiche. Tra il 1921 ed il 1924  incontrò numerose comunità Inuit ed al suo ritorno pubblicò la fondamentale opera “Fra Grønland Til Stillhavet”, contenente centinaia di preziose testimonianze fotografiche, pubblicata nel 1932 e mai tradotta in italiano.

Uno degli incontri più toccanti e significativi che Rasmussen ebbe in quelle terre furono quelli con lo sciamano Aua, nato presumibilmente nel 1987 e scomparso dopo il 1923 (come spesso succede, non esistono registri di nascita e morte delle popolazioni indigene nordamericane e non solo di quelle); bravissimo a conquistare la fiducia ed in seguito l’amicizia dello sciamano grazie anche alla sua affabilità ed al suo invidiabile Inuit parlato, l’esploratore danese ebbe la fortuna di incontrare e raccogliere le testimonianze ed i ricordi di Aua in momento storico importantissimo per la cultura Inuit, ovvero quello della transizione tra la secolare fase del più puro sciamanesimo e la parziale cristianizzazione che segnò anche la fine dell’isolamento economico – culturale assieme al mutamento dei bisogni quotidiani delle popolazioni native.

Pertanto ritengo che questo preziosissimo volume, brillantemente curato da Bruno Berni, sia una preziosa raccolta delle più significative pagine e fotografie relative alla spedizione danese ed in particolare agli incontri con lo sciamano Aua, e mi auguro che presto venga pubblicata in lingua italiana l’integrale opera sopra citata.

Segnalo infine che altre pagine scritte da Knud Rasmussen sempre relative alla stessa quinta avventura polare furono pubblicate nel 2011 in “Il grande viaggio in slitta” edito da Quodlibet, mentre di un compagno di viaggio del danese, Peter Frauchen, la Sonzogno pubblicò nel 1932 e nel 1961 “L’esquimese”.

IL CANZONIERE DEL PROGNO “La Moscarola”

IL CANZONIERE DEL PROGNO “La Moscarola”

ASSOCIAZIONE CULTURALE IL CANZONIERE DEL PROGNO “La Moscarola”

GIANNI BUSSINELLI EDITORE, LIBRO + CD, 2017. 21 cm X 21 cm, 270 PAGG. € 20,00

di Alessandro Nobis

Il Canzoniere del Progno di Illasi, nell’omonima valle dell’est della provincia di Verona, è una delle più longeve comunità di ricercatori, interpreti ed appassionati della cultura popolare dell’area veronese essendo nata agli albori degli anni Novanta. Sul finire dello 017 ha pubblicato questo prezioso volume con un CD allegato, che testimonia il valore qualitativo e quantitativo della ricerca sviluppata nel tempo e la cura con la quale questo materiale è stato assemblato per questo volume; qui troviamo tutto l’”arsenale” della cultura popolare ovvero canti, filastrocche, preghiere, credenze popolari, racconti di vita vissuta, giochi e tutto quello che nei decenni si è riusciti a tramandare oralmente di generazione in generazione. Da questo nasce il titolo, azzeccatissimo, “La Moscarola”, ovvero quel contenitore con telaio in legno ed i lati di retina metallica che nelle campagne sostituiva prima la ghiacciaia e poi il frigorifero nel quale venivano conservati i cibi “a rischio insetti”.

LA MOSCAROLAIl volume consta di otto capitoli che trattano tutti gli aspetti della vita nelle campagne e nei piccoli centri urbani del veronese:”Lunario e Calendario agricolo”, “La casa”, La piazza e la vita in paese”, “Il lavoro”, “Il corteggiamento, l’amore, il matrimonio”, “L’infanzia e le malattie”, e i capitoli più toccanti a mio modesto avviso sono senz’altro “La guerra” e “L’emigrazione”; soprattutto quest’ultimo assume un particolare valore vista la sua attualità, e le trascrizioni delle registrazioni riguardanti questo argomento potrebbero uscire dalla bocca dei profughi che da qualche anno arrivano in Europa. Racconta ad esempio l’informatore Pietro Paggi (classe 1937, di Roverè Veronese): “……..mio padre aveva voluto andare in Argentina perché era stufo della guerra e non ne voleva più sapere, aveva paura che ne potesse venirne un’altra e allora è partito subito e ha voluto che noi andassimo con lui.”

Una raccolta di testimonianze importante costituendo il valore aggiunto fa distinguere questo volume da molti altri in circolazione; forse sarebbe stato utile riportare anche la traduzione delle testimonianze in lingua italiana, perdendo sicuramente la spontaneità del dialetto ma magari allargando la nicchia degli appassionati e studiosi della cultura popolare di altre aree.

Il CD contiene ventidue tracce, registrate dal vivo dal Canzoniere con alcuni frammenti delle voci degli informatori: semplici arrangiamenti senza tanti fronzoli e vicino alle prassi esecutive di un passato che non tornerà mai più, conditi da tanta passione per le proprie radici, nel più puro stile del Canzoniere del Progno.

www.canzonieredelprogno.it