MI LINDA DAMA “Matesha”


MI LINDA DAMA “Matesha”


MI LINDA DAMA “Matesha”

RADICI MUSIC RECORDS CD, 2017

di Alessandro Nobis (già pubblicato su http://www.folkbulletin.com)

“Matesha” (l’altalena intorno alla quale i giovani sefarditi si riunivano per raccontarsi storie e cantare canzoni) è il bel disco d’esordio di questo trio padovano formato da Namritha Dama alla voce, Giulio Gavardi ai plettri e Niccolò Giuliani alle percussioni che ha scelto di lavorare sul repertorio degli antichi canti delle popolazioni di religione ebraica nella Spagna mediovale. Il repertorio è quello conosciuto e contiene melodie piuttosto conosciute dagli appassionati del genere come “La Rosa En Florese” (“La Rosa Enflorece”), la delusione amorosa di “Adio Querida” (Addio / Addio cara / non voglio la vita / me l’hai rattristata tu), la storia di Abramo in “Kuando el re Nimrod”, ma il tratto più interessante del lavoro di Mi Linda Dama è la chiave di lettura che offre all’ascoltatore, molto diversa da quella “colta” proposta tra i molti dall’Hesperion XX di Jordi Savall o dai Cantilena Antiqua di Stefano Albarello; il suono di Matesha è più “popolare” e si avvicina probabilmente a come queste canzoni – delle vere e proprie poesie musicate –  venivano suonate ed ascoltate appunto attorno ai luoghi d’incontro come le “altalene”, lontane dalla sontuosità e ricercatezza proposte dai gruppi che prima ho citato.

Anche la scelta della strumentazione è davvero convincente ed accurata, andando a coprire una territorio culturale che va dal medio oriente turco alle terre bagnate dall’Atlantico, che al tempo dei sefarditi di chiamava Al-Andalus (del resto ancora oggi, in Marocco, vivono comunità ebraiche) e gli arrangiamenti riescono a fondere questi diversi suoni: visti dal vivo (alle selezioni veronesi di SUONARE A FOLKEST 2017 ed al Folk Festival di San Giorgio Ingannapoltron, sempre nel veronese) mi sento di dire che Mi Linda Dama riescono ancor meglio che su disco ad ammaliare il pubblico con il loro repertorio grazie anche all’importante ruolo – non solo vocale ma anche scenico – giocato dalla bravissima Namritha Dama.

 

 

 

 

 

 

 

 

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SIMONE GRAZIANO “Snailspace”

SIMONE GRAZIANO “Snailspace”

SIMONE GRAZIANO “Snailspace”

Auand  Records, 2017

di alessandro nobis

Beh, a me questo “Snailspace” piace. E anche parecchio. Intanto perché è un altro bel segnale che il jazz italiano è vivo e vegeto, perché anche la coraggiosa Auand Records sta sfornando titolo dopo titolo dei lavori di notevole qualità, per la qualità dei musicisti ed infine – come direbbero gli inglesi “last but not the least “-, perché il contenuto di questo “Snailspace” è composto di nove brani scritti dal pianista fiorentino, e questo è forse il dato che ci può dare la cifra stilistica di questo disco. Simone Graziano come detto al pianoforte (soprattutto), tastiere e composizione, Francesco Ponticelli al contrabbasso e Tommy Crane alla batteria sono un trio affiatato a cui piace dialogare all’interno della struttura dei brani che manifestano inequivocabilmente un seducente lirismo che ti colpisce subito. Ascoltate “Neri”, “Tiblisi” o la costruzione di “July 2015” e capirete come la frequentazione di John Taylor, Franco D’Andrea e di Enrico Pieranunzi (tra gli altri, e ci sarebbe anche Mulgrew Miller) abbia seminato bene ed abbia aiutato a sviluppare più intensamente la capacità compositiva del pianista toscano diplomatosi in pianoforte classico ed in seguito assiduo frequentatore della prestigiosa Berkelee College of Music di Boston.

C’è anche lo spazio per l’uso calibrato e mai invasivo dell’elettronica (la lunga e segmentata “Aleph 3” con l’interessante drumming di Crane e l’ipnotica breve “Slowbye” che chiude il disco scritta a quattro mani con Ponticelli), due episodi che si integrano alla perfezione tra le tracce, diciamo così, acustiche. Ho già “dichiarato” in apertura il mio personale gradimento verso questo lavoro, ascoltatelo e vedrete che impiegherete anche voi poco tempo – molto poco – ad apprezzarlo.

www.auand.com

 

 

 

HESPERION XXI & LA CAPELLA REAL DE CATALUNYA “Henricus Isaac 1450 – 1517”

HESPERION XXI & LA CAPELLA REAL DE CATALUNYA “Henricus Isaac 1450 – 1517”

HESPERION XXI & LA CAPELLA REAL DE CATALUNYA “Henricus Isaac” (1450 – 1517)

ALIAVOX RECORDS, CD, 2017

di Alessandro Nobis

C’è un filo sottile e quasi invisibile che lega il XV° secolo alla musica del Novecento, un filo che ha rischiato di rimanere tale se nel 1902 Anton Webern non avesse presentato uno studio molto approfondito riguardante la raccolta di mottetti “Choralis Constantinus”, scritto (ma terminato da un suo allievo, Ludwig Senfl)  da un fino ad allora quasi sconosciuto autore delle Fiandre, Heinrich Isaac; un lavoro che influenzò la musica corale del Novecento, soprattutto Webern, ma anche Shoenberg e Berg, in special modo nella tecnica di composizione (cfr. Passacaglia Op. 1).hqdefault.jpg

Questo ennesimo splendido lavoro confezionato da Jordi Savall vuole celebrare con una illuminata antologia il 500° anniversario del compositore delle Fiandre, che nel 1480 circa venne chiamato in Italia, a Firenze, alle dipendenze di Lorenzo de Medici per sostituire l’organista Squarcialupi e dove restò fino al 1492, anno della morte di Lorenzo; dal Granducato venne chiamato alla corte dell’imperatore Massimiliano 1° dove cinque anni dopo fu nominato compositore di Corte. Ma Firenze restò sempre nel cuore di Isaac tanto che l’Imperatore lo nominò suo personale diplomatico nella città toscana dove morì nel 1517. Questa in breve l’avventurosa vita terrena di Henricus Isaac, nella quale tra un viaggio e l’altro trovò il tempo di comporre una grande quantità di materiale che influenzò non poco la musica dei secoli seguenti, anche se per quel che mi sovviene poche sono le incisioni che ripropongono i suoi lavori. Questo Cd dell’Hesperion XX e della Capella Real de Catalunya ha il pregio di presentare questo autore al pubblico, e lo fa nel solito stile che Savall ci ha abituato: utilissimo libretto multilingue con due saggi di carattere storico – musicologico, un’esecuzione di livello eccellente, una scelta accurata tale da offrire le più diverse sfaccettature dell’opera di Isaac.

L’amore per la corte medicea è testimoniata qui dal brano strumentale di apertura (“Palle Palle” la fanfara dei Medici), da “Chi darà acqua alla mia fonte”, Lamento di Angelo Poliziano musicato da Isaac in occasione della morte di Lorenzo e dal canto carnascialesco “Hora e di maggio”, un genere di composizione molto gradita allo stesso Lorenzo; interessante poi “Innsbruck, devo lasciarti” costruito su una probabile melodia popolare, e naturalmente i mottetti la cui bellezza e fascino vengono portati a livelli  di assoluta eccellenza grazie all’esecuzione della Capella Real.

Se siete appassionati dell’arte di questo violista catalano e/o della musica antica, impiegherete pochi minuti ad innamorarvi di questo repertorio, registrato pochi giorni dopo un concerto live in Catalunya. Li vedremo mai in Italia?

 

 

POL HUELLOU “The Lost Agenda”

POL HUELLOU “The Lost Agenda”

POL HUELLOU “The Lost Agenda”

GOASCO MUSIC PRODUCTION CD, 2017

di Alessandro Nobis

Jean Pol Huellou è un musicista e cantante bretone, appassionato sì della tradizione della sua terra ma anche cultore di quella d’Irlanda; soprattutto è un alchimista sonoro a cui piace “confondere” le idee di chi ascolta con scelte che paiono azzardate solamente al primo ascolto e che in seguito diventono affascinanti ed intriganti. Per questa sua recente produzione “The Lost Agenda” si è circondato di amici musicisti di gran capacità e valore che condividono il suo percorso, cito qui solamente il chitarrista Gilles Le Bigot, l’irlandese David Hopkins (al bodhran) e Rèmi Chauvet a.k.a. “Myrdhin”, uno degli arpisti responsabili della rinascita del’arpa celtica bretone; si è circondato soprattutto da un arsenale di strumenti dalle più disparate provenienze come il liuto arabo, il sanza (idiofono africano antesignano della kalimba), il flauto diritto giapponese shakuchachi, il banjo oltre naturalmente a quelli normalmente utilizzati nella musica di derivazione popolare, decidendo volta per volta gli arrangiamenti ed i “suoni”. Nell’”agenda” troviamo un repertorio piuttosto eterogeneo ma reso del tutto godibilissimo dall’equilibrio trovato dallo stesso Huellou; prendiamo ad esempio “The Star of the County Down” dove si sceglie di renderla strumentale affidando la melodia al banjo rendendola ancora più esotica grazie alla sanza o l’autobiografica e suggestiva “The Town i loved so well” scritta da Phil Coulter che narra la sua vita a Derry prima e dopo “The Troubles”, l’inaspettato quanto stupendo arrangiamento di “Fortune My Joy” di John Dowland e termino con il medley di O’Carolan “Planxty Irvine – Sé Bheag Sé Mhor” ed il blues “Moi J’m’ennuie” cantato da Michèle Kercoas con un notevole arrangiamento di clarinetto.

Un lavoro di rara raffinatezza, peccato che probabilmente non verrà mai distribuito su grande scala: si può contattare l’artista su Facebook o contattandolo su artforpeace@wanadoo.fr

 

 

 

FRANCESCO CALIGIURI “Olimpo”

FRANCESCO CALIGIURI “Olimpo”

FRANCESCO CALIGIURI “Olimpo”

DODICILUNE RECORDS, Ed 369, 2017

di Alessandro Nobis

Il fascino di uno strumento in “solo” in ambito afroamericano mi ha sempre affascinato per la condizione in cui si viene a trovare l’esecutore, in sfida con sé stesso, con la sua tecnica, le sue idee, la sua sensibilità, la sua capacità di improvvisare. Sonny Rollins, Evan Parker, Roberto Ottaviano, Steve Lacy e John Surman per citarne cinque, rappresentano altrettanti  modi di sfidare se stessi e gli strumenti ad ancia. Non ho citato a caso John Surman, perché è così evidente la sua influenza sul preparatissimo fiatista cosentino Francesco Caligiuri che un ascolto superficiale di questo “Olimpo” rischia di minimizzare e di ridurre il suo lavoro ad un puro e semplice esercizio calligrafico. Naturalmente così non è: il lavoro si compone di nove brani ognuno dedicato ad altrettanti Dei della mitologia greca – che il capitello ionico in copertina fa immaginare – realizzati attraverso l’utilizzo di sassofono (soprano e baritono), flauto, clarinetto basso e di una buona ma calibrata dose di elettronica. Sovraincisioni, tappeti sonori, improvvisazione, manipolazione del suono dei fiati, composizione ed arrangiamento per un lavoro degno di nota che pur rientrando nel jazz offre di tanto in tanto melodie di derivazione popolare e musica contemporanea ed il cui ascolto stuzzica la curiosità per una sua esecuzione dal vivo. Mi sono in particolare gustato “Afrodite” con il dialogo clarinetto basso – soprano, “Athena” (bella esecuzione per solo baritono), “Apollo” con il flauto in primo piano rispetto all’elettronica e “Ares”, forse il brano che tra tutti più mi ha ricordato Surman nella sua parte improvvisata che nella sapiente manipolazione delle sonorità del sax baritono.

Una produzione coraggiosa, questa di Caligiuri e della Dodicilune. Molto interessante.

http://www.dodiciluneshop.it

 

 

 

SUONI RIEMERSI: MATILDA WHITERSPOON “MISSISSIPPI MATILDA”

di Alessandro Nobis

Hanno pubblicato solo tre brani di Mississippi Matilda; è vero, non la troverete negli annali del blues, ma un brano che incise, “Hard Working Woman” fu reinterpretato da B.B.King e Carey Bell. Una vita dura, come quella di molti blues men e blues women che diedero un piccolo – grande contributo a questo straordinario mondo musicale e che sparirono in fretta, troppo in fretta. Questa è la sua storia che co cercato di raccontarvi, un po’ vera un po’ no. Ma tant’è. Voglio ringraziare Lorenz Zadro e Marino Grandi per il loro importante aiuto. 

Faceva un freddo pungente quella domenica pomeriggio a Chicago. Il vento gelido sferzava persone, case e cose e da noi nel South Side il blizzard passava attraverso gli interstizi tra muri e finestre delle case. Insomma se la chiamavano “The Windy City” un motivo ci sarà ben stato! Mamma mia, che freddo!

Comunque, stavo tornandomene tranquillamente a casa quando, svoltato l’angolo dove c’era il negozietto di Al, chi ti vedo seduti sui gradini di casa mia? Due tizi bianchi come il latte. OK pensai, gli anni Sessanta erano finiti solo da un paio d’anni ma se un bianco o peggio due gironzolavano lì intorno i casi erano due: o era sbirri oppure due che avevano perso il lume della ragione.

E’ lei Mississippi Matilda?”. Nessuno mi chiamava così da prima della guerra, da trentanni almeno, e se non fosse stato per il giubbotto tutto sdrucito e per i capelli lunghi ed arruffati li avrei scambiati per due sbirri; non che avessi fatto qualcosa di losco, ma due bianchi lì, ripeto, nel mio quartiere …… insomma era una cosa un poco strana.

Non so ancora se sono – o meglio ero – Mississippi Matilda” risposi. “Dipende da chi lo vuole sapere. Mississippi Matilda è morta e sepolta da un pezzo……….”, aggiunsi per tagliar corto.

Ma come avevano fatto a trovarmi e, soprattutto, come facevano a sapere chi ero e dove abitavo? Sulla cassetta mezza arrugginita della posta c’era scritto “Witherspoon – Williams”, cioè il mio nome da ragazza e quello di mio marito Jasper, Jasper Williams. Sì forse erano sbirri o peggio: federali.

Erano invece due giornalisti, uno aveva anche una di quelle macchine fotografiche portatili che stampava la foto immediatamente; si chiamavano Robert “Bob” Eagle e Steve LaVere (quello con la macchina fotografica). Mi spiegarono che no, non erano sbirri o federali, che cercavano Mississippi Matilda – cioè me – perché erano appassionati di blues, che lavoravano per Living Blues – una rivista che non avevo mai sentito nominare -, che insieme ad altri loro amici passavano molto del loro tempo libero alla ricerca di cantanti e musicisti in attività molti anni prima ma che erano diciamo così “usciti dal giro”; che giravano penitenziari, case di riposo, quartieri malfamati – ed anche cimiteri – per passione, per amore della musica blues. Avevano preso anche svariati pesci in faccia e qualche schiaffone, mi dissero, e nei piccoli cimiteri del sud e nei dintorni di Chicago avevano scoperto che parecchi di quelli che cercavano erano lì da anni.

Mi dissero soprattutto di essere collezionisti di vecchie incisioni e che avevano ascoltato la mia voce nelle uniche tre canzoni che erano state pubblicate nel 1936!

Ma non potevano svegliarsi prima, dico io!

Erano anche simpatici i due tizi, in particolare Bob: mi raccontò che negli ultimi anni molti musicisti bianchi, anche inglesi, suonavano il blues e che ce n’erano di bravi, alcuni addirittura erano venuti a Chicago a suonare con i musicisti neri (non disse “negri”, disse proprio “neri”, quale onore!). Insomma questi due bianchi volevano sapere com’era andata che ero sparita dal “giro”, volevano conoscere la mia storia. “Ma guarda un po’– dissi fra me e me – proprio qua dovevano capitare”; ma dai, alla fine erano simpatici, e li feci entrare – solo perché si stava congelando, se fossimo stati in un’altra stagione col cavolo che li facevo entrare, li avrei tenuti lì sui gradini -, sgomberai il mio divano dalle cianfrusaglie che i miei figli più piccoli ci avevano messo sopra e preparai un po’ di caffè bollente, nero naturalmente. Ero tutta spettinata ed in disordine, eppoi non sono mai stata una bella donna; mi chiesero di fare una foto, una sola, e quella fecero.

Dissi “ho sei figli a cui badare e una casa da riassettare, non ho tempo di ascoltare il blues alla radio. Si sono io Mississippi Matilda, mi chiamavano cosi prima della guerra. Ma che diavolo volete da me?”. Detto fra noi, i miei blues erano svaniti, quello che ne era rimasto era nel mio cuore, sepolto, nascosto. E basta. “Del blues non ne voglio più sapere. La domenica vado alla chiesa battista e canto i gospel nel coro per ringraziare Dio anche se spesso mi domando per cosa, visto la vita che si fa qui nel South Side”.

Beh, sessant’anni in un paio d’ore non erano facili da raccontare, era chiedere un po’ troppo ma volevo che i due se ne andassero prima possibile; lo sapete anche voi certe cose si ha piacere a ricordarle, altre assolutamente no. Giusto? Comunque alcune gliele raccontai, altre no, altre ancora non me le ricordavo proprio e alcuni ricordi li “aggiustai” un poco, giusto per far loro sentire qualcosa che volevano sentire. Mi pare giusto, che dite?

Avete mai sentito parlare della Contea di Forrest giù nel Mississippi? D’estate si crepa di caldo e noi negri dovevamo lavorare nei campi dalla mattina alla sera, ma questa storia la conoscete bene vero? Qui a Chicago siamo nel 1972, giù a Hattiesburg siamo ancora ai tempi della segregazione razziale, alla faccia di Malcom X e di Martin Luther King. Sì, a parole non c’è più ma provate ad andare laggiù e svegliarvi una mattina, diciamo così, con la pelle scura. Hattiesburg è davvero un postaccio, provate ad immaginarvi come poteva essere negli anni ’10 e ’20, quando ero ancora una bambina. Sono cresciuta in una piccola casa in legno, rialzata dal terreno con dei blocchetti di cemento lontana dal paese ma abbastanza vicina alla linea ferroviaria della compagnia New Orleans & Northeastern RR il cui nome era tutto un programma, intendo dire che ogni volta che passava un merci sognavamo di andarcene da lì, nel più moderno Nord Est piuttosto che a New Orleans. Ogni tanto vedevamo qualche vagabondo salire sul treno in corsa vicino al semaforo laggiù in fondo al rettilineo, mi sembra di vederli ancora; qualche volta ne trovavano uno morto sulla massicciata, buttato giù dai vigilanti, quei bastardi.

Insomma mio padre era un bracciante agricolo, mia mamma no: aveva dei problemi alla schiena, non poteva piegarsi più tanto. Lei faceva dei lavoretti, delle commissioni per le famiglie della zona che si trovavano in difficoltà più di noi s’intende e non era facile esserlo, ve l’assicuro. A scuola? No non ci sono mai andata, la domenica veniva a casa nostra un mio zio che piano piano mi insegnava a leggere, scrivere e “far di conto”. In compenso cantavo, non ho mai imparato a suonare uno strumento o a leggere uno spartito, cantavo in modo del tutto spontaneo: filastrocche per bambini, scioglilingua, canzoni facili che mi insegnavano mia mamma e mia nonna paterna. Mi ricordo, era ancora piccola avrò avuto nemmeno dieci anni, che incontravo ogni tanto giù a Hattiesburg qualche Buffalo Soldier reduce mutilato in guerra che per raggranellare qualche spicciolo cantava canzonette agli angoli delle strade; ecco, le imparavo e poi le ricantavo.

La domenica andavo con mamma alla chiesa Battista dove cantavano gli spirituals ed anche qualche gospel: c’era tutta la comunità, tutti cantavano e c’era una solista straordinaria, si chiamava ………… Betty Winslon, o Wilson, mah! Io imparavo a memoria e a casa ricantavo. Sì, avevo una bella voce, lo ammetto.

Qualche anno dopo, la guerra era finita da oramai più di dieci anni, iniziavano a girare dalle mie parti dei musicisti girovaghi – neri ma anche qualche redneck bianco – che con la chitarra cantavano dei blues, spesso pieno di doppi sensi e di allusioni sessuali. Dalle mie parti le “tristezze” non mancavano di certo, a fatica si tirava la carretta, ma quei musicisti, almeno qualcuno di loro, era bravo a suonare la chitarra: Blind Joe Alfred, Old Smockey John, Frankie Cat Jack suonavano per le strade o nei jukejoints in cambio di qualcosa da mangiare – e naturalmente da bere -, e più di qualcuno – dicevano – aveva venduto la sua anima al diavolo, pur di imparare bene a suonare. In giro dicevano ce n’erano anche di bravi giù in città, e qualcuno aveva inciso dei dischi, dei 78 giri. Giù in paese ce n’era uno bravo, suonava di nascosto, aveva un voce non bellissima, insomma, un po’ stridula e quasi fastidiosa. Una sera lo conobbi, si chiamava Eugene Powell e veniva dalla Contea di Perry, vicino a Hattiesburg. Iniziammo a cantare qualche blues assieme, dopo qualche mese, nel settembre del ’35, ci sposammo: veramente un bell’affare. Suonavamo blues lui conosceva ed anche qualcuno di quelli che avevamo sentito in giro; non eravamo poi così male tant’è che il sabato sera suonavamo giù ad Hattiesburg in un locale, una bettolaccia più che altro della quale non mi ricordo il nome. “Sam’s Hole”, o forse “The wrong Side” o “The Wrong Korner”, con la kappa davanti: sì, era “The Wrong Korner”, magari esiste ancora, andate a vedere voi che potete……….. un luogo di perdizione era! E meno male che eravamo capitati lì perché una sera un tizio, un musicista pure lui, ci raccontò che giù a New Orleans, al St.Charles Hotel, la domenica c’erano un paio di bianchi che registravano acetati per farne dei “race records”, e che pagavano pure per le registrazioni!

Decisi con Eugene di provare alcuni blues, io era già incinta del primo figlio ed avevo qualche problemino nel muovermi, ma fatto sta che un paio di mesi dopo prendemmo il treno e ci andammo, a New Orleans. Era il 14 ottobre del ‘36, la mia prima volta in una città come quella e non dimenticherò mai la frenesia nelle strade, tutte quelle automobili, il tram, il Mississippi era enorme, tutta quella gente che camminava; era incredibile! Andò che entrammo in quella stanza dell’albergo, era già tutto preparato, e registrammo quattro brani con un secondo chitarrista, Wille Harris Jr. uno che poi non ho più incontrato: “A. & V. Blues”, “Hard Working Woman”, “Happy Home Blues” e “Peel Your Banana”. Fuori che aspettavano di registrare c’erano anche Lonnie e Sam Chtaman, Robert Hill e Bo Carter. Comunque sia i due uomini lavoravano per la Bluebird Records, che poi pubblicò tre brani, lasciando fuori “Peel Your Banana”, fu una scelta giusta perché quel testo era di una volgarità fuori controllo. Eugene litigò durante la registrazione con uno dei due della Bluebird, se non ricordo male, lui improvvisò un blues ed io cantai “a braccio”, quasi per fare incavolare ancora di più quel tipo. Forse non fu proprio una gran bella idea, me lo chiesi se lo fosse stata per qualche tempo, poi smisi di chiedermelo. In ogni caso quei tre brani non incisero per niente sulla storia del blues, erano tre piccole gocce d’acqua in un mare di race records. Per me furono invece importanti perché a me da quel giorno del blues, di registrazioni, di New Orleans, di race records non ne volli più sapere. Basta.

A parte che stavo per avere il mio primo figlio, volevo redimermi, ed iniziai anzi ricominciai a frequentare la Chiesa Battista ed a cantare gospel e spiritual. In seguito, e questo per parecchi anni, la mattina continuai a raccogliere cotone e a badare ai figli che erano diventati otto nel frattempo. Otto! Mio marito trovò un lavoro come bracciante a Greenville, la famiglia era numerosa e così dovevamo spaccarci la schiena e lavorare come muli.

Alla fine la lontananza divenne insostenibile, il nostro rapporto si logorò e così ci separammo; nel ’56 mi trasferiì a Chicago con un flglio e cinque figlie. Non potevo stare da sola, era durissima e così l’anno seguente mi risposai con un brav’uomo, Jasper Williams: no, non aveva niente a che fare con la musica. Capite bene quanto fosse difficile tirar su tutti quei figli, e così mi misi a fare la cameriera in case di famiglie benestanti, una di un avvocato e l’altra di un medico, bianchi naturalmente. La mattina di qua il pomeriggio di là a pulire, rammendare, stirare, riassettare la casa, qualche volta anche cucinare. Qualche tempo fa ho lasciato quei due lavori, ero stanca e le due case troppo lontane dal South Side, adesso faccio la babysitter e tiro avanti così. I miei figli? I più grandi badavano ai più piccoli, andavano tutti a scuola.

La domenica in chiesa a cantare, ecco dove era finita Mississippi Matilda. Pensavate fossi morta? Rimpianti? Nessuno, doveva andare così e così è andata. La mia eredità sono quei tre brani, e tutto il mio amore per il gospel. Non mi chiederete adesso di cantare il blues, vero? Dai, su, fate i bravi, scrivete pure tutto quello che avete sentito, ma non chiedetemi di cantare il blues di nuovo, eh?

 

QUERCUS “Nightfall”

QUERCUS “Nightfall”

QUERCUS “Nightfall”

ECM RECORDS 2522 CD, 2017

di Alessandro Nobis

“Quercus” è un progetto giunto al suo secondo episodio prodotto da Manfred Eicher che vede come protagonisti la cantante June Tabor, il sassofonista Iain Ballamy ed il pianista Huw Warren, inglesi. Lo so, tendo ad esagerare, ma questo lavoro riesce nella difficile impresa di coniugare la ballata popolare, il jazz e la musica contemporanea e lo ritengo pertanto uno dei lavori meglio riusciti dell’etichetta di Monaco di Baviera di questi anni.

Tra tutte le interpreti della folk inglese – cito a memoria Sandy Denny, Maddy Prior, Jacquie McShee e ci metto anche Shirley e Dolly Collins – June Tabor è quella che soprattutto negli ultimi anni si è distinta per progetti, mi si perdoni il termine quasi da “Third Stream”, per usare un termine jazzistico: non filologicamente folk, non propriamente classico contemporaneo, una terza via insomma nella quale a mio avviso la musica di Quercus ci rientra appieno. Con due musicisti come Iain Bellamy e Huw Warren, completamente fuori dal giro della tradizione ma aperti a qualsiasi universo musicale, l’alchimia è perfetta, ed ecco che il repertorio popolare splende di una calda ed illuminante luce propria. Accade allora che “Auld Lang Syne”, melodia scozzese con testo di Robert Burns, “Once I Loved You Dear” o il canto narrativo “On Berrow Sands” (le forti maree del Canale di Bristol con i gabbiano che incarnano le anime dei pescatori e marinai annegati) e “The Cuckoo” raccolta dalla stessa Tabor da una gitana nel Dorset diventano canzoni senza tempo magnificamente decontestualizzate dal folk, che la dylaniana “Don’t think twice it’s alright” con il pianismo di Bellamy e la delicata voce di June Tabor si muta in una ballad dal sapore jazz (il fraseggio del pianoforte ed il lirismo del tenore) ed i due strumentali (“Christchurch” di Warren e “Emmeline” di Ballamy”) si innestano alla perfezione in questo “Nightfall”.

Se siete seguaci – ma non troppo ortodossi –  della setta ECM e non conoscevate la Tabor, fate un paio di salti indietro nel tempo e procuratevi “Silly Sisters” (1976) con Maddy Prior e “A Cut Above” (1980) con il chitarrista acustico Martin Simpson: vi si manifesterà un altro mondo. Parallelo.