TERRA MATER “Terra Mater”

TERRA MATER “Terra Mater”

TERRA MATER  “Terra Mater”

Velut Luna. CD, 2018

di alessandro nobis

Questo è il lavoro d’esordio di un quintetto di base a Verona che affronta in modo serio e davvero convincente il repertorio della musica antica e di quella etnica di area mediterranea; è anche un doveroso tributo al lavoro dell’Ensemble faentino “Musica Officinalis” di Gabriele Bonvicini, Catia Giannessi e Igor Niego (tra gli altri), citato “ufficialmente” nei ringraziamenti. Il nome del gruppo ricorda infatti il loro lavoro d’esordio “Aqua Mater” e nel repertorio di questo bel lavoro sono compresi due brani compresi in quel disco, ovvero il tradizionale turco “Lunga Nahawand” e la Cantiga de santa Maria 339 “En Quanta Guisas”.

Detto questo, tutto il lavoro si ascolta in modo del tutto piacevolissimo, la scelta del repertorio e gli arrangiamenti scelti oltre alla cura dei suoni e della strumentazione rivela una preparazione sì accademica ma anche rivolta allo strumentario etnico dell’area mediterranea, mediorientale e dell’Asia Centrale sulla linea del lavoro ad esempio della famiglia Paniagua, con Luis anche lui citato nelle note di copertina. Dalla Spagna medioevale di Alfonso X El Sabio si arriva all’area irano anatoliche passando per l’Africa berbera, la costa libanese ed i balcani meridionali della Grecia e Macedonia. La separazione nel canto “Ayrilik” brillantemente cantato in azero da Angela Centanin con un beò arrangiamento per la viola di Irene Benciolini, il ritmo dispari macedone di “Antice” con l’intro di oud (Ruben Medici) in coppia con la viola ed il delicato ritmo sostenuto dal tamburo a cornice di Nicola Benetti e l’intervento di Francesco Trespidi alla musette, e qui è davvero intrigante l’arrangiamento e la strumentazione scelta (l’oud al posto del bozouky, la musette in sostituzione della gaida) che trasformano la danza macedone in una palesemente spostata più a levante. E poi non voglio tralasciare la Cantiga già citata in apertura proveniente dalla fondamentale raccolta dei miracoli della vergine Maria raccolta dal Re Alfonso X, con la parte strumentale interpretata in una modalità più “solenne” vicina alla musica medioevale piuttosto che alle sonorità più etniche come nella versione di Eduardo Paniagua nel CD “Cantigas De Murcia”.

Gran bel disco d’esordio.

 

TERRA MATER:

Angela Centanin: voce

Irene Benciolini: violino e viola

Ruben Medici: oud, chitarra, banjo mandolino, viola e violino

Francesco Trespidi: oud, darabukka, riq, musette, kaval, bansuri, low whistle, flauto diritto

Nicola Benetti: fisarmonica, chitarra, daff, darabukka e kantele.

 

www.velutluna.it

https://www.facebook.com/EnsembleTerraMater/

 

 

ANDY IRVINE E LA “BALKAN CONNECTION” 

ANDY IRVINE E LA “BALKAN CONNECTION” 

ANDY IRVINE E LA “BALKAN CONNECTION”

di alessandro nobis

Molti appassionati di musica popolare – tra i quali chi scrive –  hanno scoperto i ritmi ed i suoni balcanici grazie all’ascolto della musica tradizionale irlandese (e già questo è incredibile, ma solo in apparenza), in particolare consumando letteralmente i dischi del gruppo cardine del folk revival, i Planxty di Christy Moore, Donal Lunny, Liam O’Flynn, Matt Molloy e di Andy Irvine (e Johnny Monyhan). In particolare Andy irvine, londinese di nascita ma con padre scozzese e madre irlandese, ebbe il merito di introdurre la musica dei Balcani che vennero poi arrangiate in modo sublime ed inserite alla perfezione in alcune tra le più significative incisioni del gruppo.

Tutto ebbe inizio nel fatidico 1968, quando finita l’esperienza con gli Sweeneys Men, Irvine e consorte partirono per un viaggio nella penisola balcanica, Yugoslavia, Romania e Bulgaria. Narrò nel ‘92 lo stesso Irvine al giornalista Colin Irwin di avere scoperto quei suoni mentre, facendo l’autostop nella Yugoslavia del Maresciallo Tito, fu raccolto da un camionista che ascoltava musica balcanica: fu una vera folgorazione e da quel giorno ogni occasione fu buona per acquistare ed ascoltare i vinili o le cassette di quel ricchissimo repertorio di musiche che accompagnavano le danze popolari e le ballate.  Prive inoltre acquistò un bozouky, probabilmente in Macedonia, e lo regalò all’amico Donal Lunny che lo modificò montando corde accoppiate che avrebbero dovuto suonare all’unisono rispetto alle originali usate in Macedonia accordate invece su ottave  diverse. Ritornato in Irlanda, Irvine riascoltò lungamente il materiale acquistato riuscendo ad entrare in sintonia con quei ritmi dispari così diversi da quelli irlandesi e partire da “The Well Below The Valley” iniziò a proporre quelle musiche arrangiandole così mirabilmente da affascinare i fans della prima ora (e della seconda, e della terza ….) dei Planxty, inserendo il bellissimo suono del bozouky “irlandese” suonato da Lunny.. “Questa musica mi prese all’amo, e non mi lasciò ma più”.

Dopo qualche anno incontrerà Nikola Parov, polistrumentista bulgaro trapiantato a Budapest e leader di quello straordinario gruppo che furono gli Zsaratnok, e parti il progetto Mozaik.

Credo infine che Irvine abbia lasciato un’eredità importante e che abbia dato l’impulso alla scoperta irlandese della musica balcanica: non credo di sbagliare di molto se dico che gli inviti al quintetto di Theodosii Spassov, ad Ivan  Georgev, Georgi Makris e Stefce Stojkowsky fatti dal prestigioso William Kennedy Piping Festival di Armagh, Ulster, siano in piccola parte di questo straordinario musicista tuttora in piena attività.

Ho creduto opportuno scrivere queste righe su di un aspetto poco considerato del folk revival irlandese (?) e di compilare un elenco, secondo le mie possibilità, dei brani tradizionali balcanici e delle ballate scritte da Irvine sulla sua esperienza di viaggio in Europa Orientale incisi con i planxty, nei suoi album solistici e con i Mozaik.

PLANXTY:

THE WELL BELOW THE VALLEY”, 1973. Polydor Records: “Time Will Cure me” (autobiografica).

COLD BLOW AND THE RAINY NIGHT”, 1974. Polydor records: “Băneasă’s Green Glade”/”Mominsko Horo”.

“AFTER THE BREAK”, 1979. Tara Records”Smeceno Horo” (Bulgarian dance).

LIVE IN BREMEN”, 1979 pubblicato 2018. “Smeceno Horo”. Radio Bremen Records.

ANDY IRVINE:

ANDY IRVINE AND PAUL BRADY”, 1976. Mulligan Records “Autumn Gold” (autobiografica).

RAINY SUNDAYS ,,,, WINDY DREAMS”, 1980. Tara Records. “Romanian Song”,  “Paidushko Horo” e “Rainy Sundays” (autobiografica).

EAST WIND”, 1992, Tara Records

“Chetvorno Horo”.

“The Bear’s Rock”

“Dance of Suleiman”

“Illyrian Dawn”

“Pride of Macedonia”

“Antice”

“Two Steps to the Bar”

“Kadana”

“Hard on the Heels”

 

RAIN ON THE ROOF”, 1996. Autoproduzione “Gruncharsko Horo”/”Baker’s Dozen”.

BIRTHDAY CONCERT”, 2014. Autoproduzione “Suleman’s Kopanitsa” e “Romanian Horă”.

MOZAIK:

LIVE FROM THE POWERHOUSE”, 2004. Compass Records

“Suleman’s Kopanitsa”

“Romanian Horă”

“Băneasă’s Green Glade”

“Smeceno Horo”

THE LONG AND THE SHORT OF IT”, 2019. Autoproduzione Mozaik.

“Like a soft Breeze” (Laphatiotis / Pappos)

“Gymes”

“The Song of the Nightingale” (Trad. Tracia)

“Neratzoula” (canzone, Peloponneso)

 

 

 

 

 

MARINA MULOPULOS”Distichos”

MARINA MULOPULOS”Distichos”

MARINA MULOPULOS – “DISTICHOS”

MAROCCO MUSIC, 2015. CD

di Alessandro Nobis

“Distichos” è il lavoro d’esordio della songwriter ellenica Marina Mulopulos, registrato e prodotto in Italia dalla napoletana Marocco Music con la supervisione di Paolo Del Vecchio (la copertina recita testualmente “feat. Paolo Del Vecchio“). Dieci sue composizioni ed una bella interpretazione, quella di “Cogli la mia rosa d’amore” di Rino Gaetano.

Al di là dell’innegabile fascino ancestrale della lingua greca, la bellezza delle composizioni abbinata ad un sapiente uso di suoni acustici ed elettronici fa di questo “Distichos” un lavoro molto interessante nel quale l’eleganza e la raffinatezza del suono si abbina alla duttile voce di Marina Mulopulos che si fa ora dolce, ora graffiante e comunque sempre efficace nell’interpretazione delle “sue” canzoni. Notevole il lavoro in fase di arrangiamento del chitarrista Paolo Del Vecchio, che ha affiancato alla chitarra pochi altri suoni come detto ora acustici ora elettronici, direi limitandosi a coloriture che abbelliscono ancor più il fascino della musica.

“Voithesème / Aiutami” (“Quando guardo il tuo viso / mi ricorda la mia vita / Tu lo sai e per questo intoni un canto”), “Demetra” introdotta efficacemente dal bozouky di Del Vecchio, “Elpizo / Spero” (Spero, che tu danzi / Non avere paura / Canta ……. Danza……Canta) ed il canto propiziatorio “Charumenos / Gioioso” (Giososo danza questo mondo / Spero che la pace arrivi velocemente / …….. / Spero che le cose cambino presto) sono i brani che più hanno catturato la mia attenzione e che mi hanno fatto sognare di poter volare a pelo d’acqua sopra questo martoriato Mediterraneo.

Vi invito ad ascoltare questo lavoro. Non ve ne pentirete.

NIKOLA PAROV

NIKOLA PAROV

NIKOLA PAROV

“A Balkan Varaszatos Hangja” – Quintana records, 1991

PUBBLICATO SU FOLK BULLETIN cartaceo, dicembre 1991

Seconda prova solista di Nikola Parov, il leader bulgaro degli Zsaratnok, dopo il deludente e interlocutorio “After apokalypzsis” nel quale teorizzava una mediazione – rimasta purtroppo alla stato embrionale – tra la tradizione e l’elettronica. Questo secondo disco è – e ve lo dico subito – davvero magnifico; completamente acustico, dedicato alle tradizioni musicali dei Balcani (Macedonia, Bulgaria, Romania, Grecia) con puntate verso le atmosfere arabe e turche, suonato e arrangiato benissimo, e rappresenta una visuale – anche se certamente parziale – sul mondo delle tradizioni musicali di questa regione “a mosaico” europea. I brani sono esclusivamente strumentali e hanno costituito l’ossatura dello splendido spettacolo che gli Zsaratnok hanno presentato nella breve tourneè italiana di inizio giugno. In realtà infatti, se il disco è a nome di Nikola Parov, in esso suonano tutti i componenti del gruppo (Ivan Barvich, Laszlo Major, Vladimirr Krunity e il siriano Almassalma Ahmed Kheir) e non sono ben chiari i motivi per i quali questo disco non è uscito a nome Zsaratnok; i motivi son peraltro sconosciuti anche ai componenti stessi del gruppo, come ci ha rivelato Ivan Barvich.

Grande abilità strumentale quindi, in cui la parte del leone la fa naturalmente Parov, polistrumentista come pochi e studioso del patrimonio balcanico, che è finalmente riuscito a far pubblicate questo “The enchanting sound of the Balkans” (così suona il titolo del disco in inglese) anche ad occidente, dove la sempre attenta Harmonia Mundi ha stampato la versione in compact disc, anche se con la copertina leggermente diversa dall’originale ungherese della Quint Records. Come accade nel commentare questi lavori “a cinque stelle” diventa problematico segnalare i brani più interessanti; proviamo con il tradizionale greco “Hasapiko and Sirto” (il brano di apertura), la danza bulgara “Benati lassu” e la macedone “Pravo sztaresco”. Assolutamente indispensabile.