KUJACOUSTIC “Inniò – In nessun dove”

KUJACOUSTIC “Inniò – In nessun dove”

KUJACOUSTIC “Inniò – In nessun dove”

FOLKEST DISCHI Records. CD, 2020

di alessandro nobis

Se avete accumulato abbastanza esperienza nell’ascolto della buona musica acustica, il primo riferimento che viene spontaneo al primo ascolto va al David Grisman Quintet con il quale Kujacoustic ha in comune le timbriche degli strumenti, l’attenzione e valorizzazione del patrimonio tradizionale e il gusto per la nuova composizione. Tutto qua. In “Inniò” non c’è nulla di calligrafico, ci sono i talenti di Massimo Gatti (mandolino), Michele Pucci (chitarra) e di Alessandro Turchet (contrabbasso) che costruiscono un repertorio eseguito con grande maestria con brani originali e la rivisitazione di altri tre appartenenti a musiche popolari friulane, greche e finniche riviste naturalmente attraverso “i legni” che i tre abbracciano, accompagnati in tre brani dalle misurate ed efficaci percussioni di Michele Budai.

Tre i “tradizionali”: magnifico mi sembra l’arrangiamento del “Valzer di Napoleon” spesso esuguito dalla fisarmonica e che qui trova una sua inedita dimensione cameristica al pari di “Rautanen”, tradizionale finlandese esercizio di stile di Massimo Gatti che suona un mandolino “americano” con quel timbro particolare che quasi transla il repertorio europeo “altrove”, e dal patrimonio greco del repertorio rebetiko ecco la splendida melodia “Misirlou” che ospita alla perfezione al suo interno “Aman”, tradizionale sefardita.

Ma, a parte gli arrangiamenti dei brani alloctoni sono le composizioni originali che valorizzano il progetto di Kujacoustic; il respiro di “Rèif” composto da Michele Pucci e la pacata melodia di “Nuvole” (scritta da Massimo Gatti), la musica gitana apocrifa del valzer “Tzigani Mood” dove ancora una volta il gusto e la compostezza del mandolinista emerge in tutto il suo splendore ed infine il sapore dawg che si percepisce ascoltando il brano che apre questo bellissimo lavoro, “La Via”.

Un trio eccellente per un disco eccellente, complimenti anche a chi ha creduto in loro pubblicando questo disco. Per me la speranza di vederli suonare dal vivo, credo sarebbe un grande spasso.

MARIA VICENTINI & SALVATORE MAIORE “Mingus World”

MARIA VICENTINI & SALVATORE MAIORE “Mingus World”

MARIA VICENTINI & SALVATORE MAIORE “Mingus World”

VELUT LUNA RECORDS. CD, 2020

di alessandro nobis

Mi ero ripromesso di non parlare più di dischi di musica afroamericana più che altro per la mia incompetenza, ma ci sono occasioni così significative da costituire un’eccezione non fosse altro – e questo è il caso – per avere avuto la fortuna di assistere ad uno dei loro concerti; era il 2019, il palco era quello del Cohen Club a Verona (volete sapere la data esatta? Bene, il 3 marzo) e Maria Vicentini (violino, viola) con Salvatore Maiore (contrabbasso, violoncello) presentavano la loro visione del repertorio di Charles Mingus dove arrangiavano alcune delle sue composizioni per strumenti ad arco.

Un progetto che si è concretizzato con questo “Mingus World”, una “restituzione” che ci regala una visione inedita e sorprendente del songbook mingusiano, uno dei più “alti” della storia della musica “americana” del novecento. E qui dei capolavori del contrabbassista di Nogales c’è ampia testimonianza a cominciare da “Monk, Bunk & Vice Versa” che apre il lavoro, una composizione dedicata da Mingus a Thelonious Monk con citazione di “Well You Needn’t” qui con un deciso incipit del contrabbasso ed il tema esposto dalla viola, per continuare con “Jelly Roll” splendida lettura del brano del 1959 (l’ellepì è “Mingus Ah Um”) eseguito in “pizzicato” ed arricchito con due significativi soli, “Better Get Hit In Your Soul” dove gli archetti duettano, interagiscono, improvvisano mettendo in evidenza tutta la straordinaria bellezza di questo tema, uno dei più celebri di Mingus assieme a quel “Good Bye Pork Pie Hat” qui in una “struggente” versione dove il violoncello espone l’obbligato del tema sul tappeto del violino per poi confluire in una lunga ed efficace improvvisazione di Maria Vicentini. 

Retoricamente mi domando, ogni volta che ascolto musica di questo livello, come mai Maria Vicentini e Salvatore Maiore non siano nei programmi dei più importanti Jazz Festival del Bel Paese a cominciare da quello della città dove vivo …………… Verona.

http://www.velutluna.it

DANDO SHAFT  “Shadows Across the Moon”

DANDO SHAFT  “Shadows Across the Moon”

DANDO SHAFT  “Shadows Across the Moon”

TALKING ELEPHANT RECORDS. CD, 2020

di alessandro nobis

La prima edizione di questo ottimo lavoro degli inglesi Dando Shaft risale al 1993 e fu curata dall’etichetta Happy Trails; nel corso dell’anno 2020 è opportunamente stata ripubblicata dalla Talking Elephant Records, un’etichetta che può godere di una maggiore distribuzione internazionale visto il valore della musica contenuta nel CD. Si tratta di un concerto italiano tenuto in Sala Piatti, a Bergamo, il 17 marzo del 1989 organizzato da Gigi Bresciani di GeoMusic al quale parteciparono Martin Jenkins (mandoncello, flauto e voce), Kevin Dempsey e Dave Cooper  (chitarre e voci), Roger Bullen (basso), Ted Kay (tabla e percussioni) e Chris Leslie al violino, e questa ristampa vuole essere anche un caro ricordo ai tre “Dando” scomparsi: Kay, Jenkins e Bullen. Il repertorio per questa reunion pesca nelle produzioni dei Dando Shaft ovvero “An Evening with …… del 1970” (“Rain“ e “Cold Wind“), Dando Shaft del 1971 (“Railway“, “Sometimes“), Lantaloon del ’72 (“Road Song”) e da Kingdom del ’77 (“If i could let go“,“Kingdom“ e “Feel like i Want to go Home“) oltre a due al tempo inediti: “Coming Back To Stay” ed il brano eponimo. I Dando Shaft sono sempre stati una band particolare musicalmente parlando, sapendo mescolare alla perfezione – e in questa registrazione la cosa è piuttosto evidente – il folk, la musica acustica, un pizzico di jazz, sonorità orientali, splendidi arrangiamenti strumentali e vocali e composizioni originali e sapendosi distinguere dal suono degli altri gruppi che all’epoca dei fatti praticavano quello che era chiamato folkrock; per questo motivo gli Shaft sono rimasti ineguagliati lasciando il seme della loro musica in gruppi come, a mio avviso, i bravissimi Mirò (non a caso anche questi nell’orbita dell’agenzia GeoMusic di Brescaini).

Questa reunion del 1989 fu del tutto inaspettata per i fans dei Dando, e fu merito della passione e competenza di Gigi Bresciani se i musicisti decisero di partire per l’Italia per le prove e registrare questo ottimo disco (il concerto purtroppo non è completo …….. ma non si sa mai). Così racconta Kevin Dempsey nelle esaustive note di copertina (non presenti nella precedente edizione): “un bel giorno un certo Gigi Bresciani bussò alla porta, si presentò e chiese se il gruppo si sarebbe potuto riunire ed andare in Italia per un concerto. Pensai che fosse impossibile, erano anni che non suonavamo insieme ed inoltre mi ero quasi scordato i brani; Gigi ci offrì la possibilità di suonare un concerto a Bergamo e registrarlo, quindi ci incontrammo e decidemmo di andare portando con noi Chris Leslie”.

“Shadows Across the Moon” viene quindi dall’archivio di Gigi Bresciani dal quale speriamo in breve escano altre perle come questa. Questo il mio personale auspicio.

BUCK CURRAN  “No Love is Sorrow”

BUCK CURRAN  “No Love is Sorrow”

BUCK CURRAN  “No Love is Sorrow”

OBSOLETE RECORDINGS. CD, LP 2020

di alessandro nobis

Questo è il terzo album del chitarrista – compositore Buck Curran, dopo “Immortal Light” del 2016 e “Afternoon Ragas” del 2018. Curran, americano, è uno dei musicisti profondamente influenzati soprattutto dal “Takoma Sound”, in particolare da quello di due monumenti della chitarra acustica, John Fahey e Robbie Basho; ma, a differenza della maggior parte di questi musicisti, Curran ha saputo brillantemente studiare, interiorizzare e quindi filtrare attraverso la sua personalità la “lezione Takoma” realizzando un proprio progetto musicale che ho trovato molto interessante ed originale. “Marie”, “No Love is Sorrow” e “Chromaticle” riconducono a quanto detto in precedenza e nascono da improvvisazioni ben costruite e sviluppate, ma in questo lavoro c’è dell’altro come l’elemento elettronico su cui si fonda “War Behind the Sun”, lungo brano tra l’ambient più intelligente dalla struttura stratificata, l’intimistica ballad dal grande fascino “Ghost Over the Hill” con il fantasma che lo aspetta nella casa vuota in cima alla collina, le due versioni di “Blue Raga” dedicata ed influenzata dalla musica classica indiana e con sullo sfondo le tabla di Dipak Kumar Chakraborty ed infine un brano che non ti aspetti eseguito al pianoforte (verticale?), un’altra piacevolissima ballad, “Django (New Years Day)”.

Come ho detto, questo “No Love is Sorrow” è una gran bel disco, Buck Curran è un musicista che non conoscevo – e per questo devo ringraziare Gigi Bresciani di GeoMusic – e rappresenta una ventata nuova nel panorama del chitarrismo acustico talvolta imbrigliato nell’autoreferenzialità.

Nasce prepotentemente a questo punto la curiosità di ascoltare i suoi due lavori precedenti, giusto per esplorare il percorso solista di Buck Curran.

EDUARDO PANIAGUA · MUSICA ANTIGUA “Cantigas del Sur de Francia”

EDUARDO PANIAGUA · MUSICA ANTIGUA “Cantigas del Sur de Francia”

EDUARDO PANIAGUA · MUSICA ANTIGUA “Cantigas del Sur de Francia”

PNEUMA RECORDS. 2CD, 2020

di alessandro nobis

Queste ventiquattro Cantigas De Santa Maria si vanno ad aggiungere a quelle pubblicate tempo fa sul CD dedicato a quelle riguardanti la Francia Settentrionale (https://ildiapasonblog.wordpress.com/2020/10/21/eduardo-paniagua-cantigas-del-norte-de-francia/); questa volta “arrivano” dall’Occitania” e metà di esse furono raccolte da Alfonso X° El Sabio nel santuario della bellissima Rocamadour, che oggi si trova nel Dipartimento della Lot ma che nel Medioevo era parte della nazione occitana. Il primo compactdisc si apre con una suggestiva versione strumentale de “De Romeria Sentada in Silla” (sul cd “Cantigas de Flauta y tamburil” PN 400 trovate la versione con il testo) che precede la lunga Cantiga 331 “Mozo y Madre en Rocamadour” che, introdotta dal suono del fhal (un flauto di bambù) celebra uno dei miracoli della Vergine Maria (in questo caso resuscita l’amatissimo figlio  dodicenne di una donna falciato da una febbre altissima) e si chiude con un inusuale miracolo “pastorale”: una donna affida un agnello che ha comperato impegnando tutti i suoi risparmi ad un pastore, ma al suo ritorno costui dà la colpa della sparizione ad un lupo, la donna implora con una preghiera Nostra Signora di Rocamadour che la ripaga facendo riapparire l’agnello che le dice “sono tornato!”. Anche del secondo CD dedicato all’Occitania scelgo un brano strumentale ed uno cantato: il primo è “La Nave Cargada de Trigo”, dove il testo (qui non presente in quanto è una versione strumentale) racconta di un naufragio di una nave carica di farina e del miracolo della Vergine Maria che salva sia il carico della nave che i suoi marinai e mercanti). Il secondo è una Cantiga di guarigione che narra appunto della guarigione della Regina Beatriz de Suabia, madre di Alfonso X°, mandata dal Re Fernando III°, incinta, a Cuenca dove si ammalò gravemente e fu vanamente curata dai medici; ma aveva con sé una preziosa immagine della Vergine del Mare che salvò dalla malattia la Regina, immagine che poi Alfonso consegnò alla Cattedrale di Siviglia.

Quello che colpisce di questo e degli altri lavori di Paniagua – in specie quelli dedicati alle Cantigas – è la costante capacità di utilizzare musicisti di grande levatura (i cinque cantori ad esempio, ma anche gli specialisti dei singoli strumenti) e di un autentico arsenale sonoro etnico ispanici e non, per dare corpo e immagine a questo straordinario repertorio della cultura cristiana. Ovviamente, un altro bellissimo lavoro di Eduardo Paniagua e dell’Ensemble Musica Antigua che ha fondato e che dirige.

Di altri lavori pubblicati da Eduardo Paniagua ne avevo scritto qui:

(https://ildiapasonblog.wordpress.com/2020/10/21/eduardo-paniagua-cantigas-del-norte-de-francia/)

(https://ildiapasonblog.wordpress.com/2020/10/07/eduardo-paniagua-alquimia-de-la-felicidad/)

(https://ildiapasonblog.wordpress.com/2020/05/20/suoni-riemersi-eduardo-paniagua-trovadores-en-castilla-alfonso-viii-y-los-almohades/)

(https://ildiapasonblog.wordpress.com/2019/04/01/eduardo-paniagua-cantigas-de-andalucia/)

(https://ildiapasonblog.wordpress.com/2018/09/22/eduardo-paniagua-isidro-mozarabe/)

(https://ildiapasonblog.wordpress.com/2018/01/24/eduardo-paniagua-cantigas-de-ultramar/)

(https://ildiapasonblog.wordpress.com/2017/11/01/eduardo-paniagua-cantigas-de-murcia/)

(https://ildiapasonblog.wordpress.com/2016/06/04/eduardo-paniagua-calahorra/)

ANDY IRVINE  “OLD DOG LONG ROAD 1961 · 2015 · VOL. 2”

ANDY IRVINE  “OLD DOG LONG ROAD 1961 · 2015 · VOL. 2”

ANDY IRVINE  “OLD DOG LONG ROAD 1961 · 2015 · VOL. 2”

AUTOPRODUZIONE. 2CD, 2020

di alessandro nobis

Per questo secondo doppio compact disc antologico di “Old Dog Long Road” – del primo ne avevo parlato qualche settimana or sono (https://ildiapasonblog.wordpress.com/2021/03/08/andy-irvine-old-dog-long-road-1961-·2012·vol-1/) – si allarga l’arco temporale dal 1961 al 2015 comprendendo ben 23 brani scelti da varie fonti raccolte soprattutto durante i suoi concerti “in solo” nei quali i repertori presentati si fanno apprezzare per l’ampio spettro delle proposte. C’è anche una preziosa chicca, registrata nel 61’, un debito di riconoscenza verso uno dei suoi punti di riferimento dichiarati, Woody Guthrie: si tratta della devota interpretazione di “Hobo’s Lullaby”, dove Irvine cerca riuscendovi di imitare la voce ed il suono della chitarra del leggendario autore americano, una registrazione casalinga effettuata a solo diciotto anni dalla quale si intende come la folgorazione per il folk fosse già in atto ……

Tra le chicche ce ne sono alcune che secondo il mio modesto parere brillano più di altre: “As I Roved Out”, anno 1975, eseguito dai Planxty (Liam O’Flynn, Irvine, Paul Brady e Johnny Monihan), “The Blind Harper” in duo con Donal Lunny (la Child Ballad # 12) imparata da Nic Jones, il brano dei Mozaik “The Wind Blows over the Danube” (1998), arrangiamento di una melodia raccolta da Bartok Béla nel 1907, e soprattutto “John Barlow”. Quest’ultima eseguita in solo da Irvine è conosciuta anche come “Willy Of Wilsbury”(Child Ballad # 100) ed è composta da una melodia di un altro canto narrativo raccolto da Francis Child (#89) con il testo di origine scozzese precedente al 1775 che racconta la storia della figlia di un Re che rimane incinta del suo eroe (Willy, appunto) causando, diciamo così, il forte disappunto del padre che vuole ammazzare il padre di suo nipote. Con il primo volume questo doppio CD dà una visione chiara della storia e della carriera di Andy Irvine, figura fondamentale della musica tradizionale nel senso più ampio possibile.

LES CONTES D’ALFONSINA “Chapitre I”

LES CONTES D’ALFONSINA “Chapitre I”

LES CONTES D’ALFONSINA  “Chapitre I”

DODICILUNE RECORDS. CD, 2020

di alessandro nobis

Si respira una fresca ed originale aria d’oltralpe in questo bell’esordio del quartetto “Les Contense D’Alfonsine”: aria della miglior canzone d’autore, dello swing manouche e del valse musette che si incontrano grazie a quattro musicisti, la cantante Sofia Romano, il clarinettista Hugo Proy, il violinista Frédéric Gairard e il chitarrista Marco Papadia.

Giusto per mettere le cose in chiaro, il disco si apre con “Indiffèrence” una ottima versione di un valse musette scritto nel ’42 da Joseph Colombo e dall’accordeonista italo-francese Tony Murena (un autore e strumentista da riscoprire assolutamente) e tra le tracce segnalo anche “La Bicyclette” di Pierre Barouh portata al successo da Yves Montand con una significativa interpretazione di Sofia Romano, sempre all’altezza di un repertorio non facile da affrontare senza cadere nel “già sentito” ed autrice di alcuni dei testi come in “Le Géant” scritta a quattro mani con Marco Papadia ed unico brano totalmente originale che va nella direzione del rinnovamento del repertorio manouche, e dell’unico brano proveniente dalla musica afroamericana scritto dal sopranista Joshua Redman (era nel disco “Back East”) che chiude il disco, “Zarafah”; un’interessante introduzione – e – chiusura  dichiaratamente “bartokiana” di violino, un’espressiva parte di Proy e il sempre delicato arpeggio di chitarra che con il clarinetto stendono il perfetto “fondale” per la voce di Sofia Romano.

Un lavoro notevole, questo “Les Contes D’Alfonsina”, tra rinnovamento e tradizione, con arrangiamenti che non mostrano alcuna caduta di tono e che indicano molto chiaramente la direzione musicale che questo quartetto italo francese ha intrapreso.

http://www.dodicilune.it

ELSA MARTIN · STEFANO BATTAGLIA “Al centro delle cose”

ELSA MARTIN · STEFANO BATTAGLIA  “Al centro delle cose”

ELSA MARTIN · STEFANO BATTAGLIA  “Al centro delle cose”

ARTESUONO, RECORDS. CD, 2020

di alessandro nobis

Rispetto, ricerca sonora, delicatezza, originalità: questo emerge dall’ascolto di questo splendido lavoro della cantante Elsa Martin e del pianista Stefano Battaglia ai quali va certamente affiancata la figura del poeta – friulano anche lui – Pierluigi Cappello con le liriche, e la sua voce che appare in “Inniò”, che ci ha lasciato dopo la sua inopinata scomparsa di tre anni fa ed al quale i due musicisti dedicano questo lavoro monografico. Visti i precedenti “individuali” ed il loro precedente “Sfueai” (https://ildiapasonblog.wordpress.com/2019/05/31/elsa-martin-stefano-battaglia-sfueai/), una riuscitissima interazione con i poeti friulani, non ci si poteva aspettare un semplice ed ovvio “accompagnamento” alle liriche di Cappello, e tutta la bellezza del lavoro è a mio avviso racchiusa in “Lucciole” un lungo rincorrersi ed accavallarsi tra il canto delle liriche dell’autore friulano ed i lunghi momenti improvvisativi dove emerge l’ottimo lavoro di postproduzione con il raddoppiarsi, il triplicarsi della voce di Elsa Martin e le splendide sottolineature melodiche e le creazioni spontanee di Stefano Battaglia; sembra di essere lì, sdraiati nel bosco avvolti dal silenzio e dalla meditazione ad osservare il cielo stellato dove non sono le stelle a brillare ma le lucciole che “si travestono di stelle”. Lo stesso schema nella realizzazione di “Oggi scrivere il nome”, con arrangiamento di Elsa Martin che si distingue per il ruolo della sperimentazione vocale con le emissioni vocali raddoppiate, triplicate che giocano con le reiterate note del pianoforte (“a goccia a goccia cede e ti si allarga dentro”) che collegano la melodia che apre e chiude il brano: da ascoltare attentamente, più e più volte.

Certo non si può definire “jazz” questo “Al centro delle cose” e nemmeno musica contemporanea, ma piuttosto un tentativo perfettamente riuscito di portare i versi di Cappello in un universo prima sconosciuto creato dall’interazione delle “tre” sensibilità che hanno costruito questo piccolo grande omaggio alla poesia e la cui “porta d’ingresso” è il suono arcaico di “Scluse”, la breve ma significativa traccia che ti trasporta dall’altra parte, da un’”altra” parte tutta da esplorare.

CARLO BAZAN • CARLO RISPOLI “IL CASO SINDELAR”

CARLO BAZAN • CARLO RISPOLI “IL CASO SINDELAR”

CARLO BAZAN • CARLO RISPOLI – “IL CASO SINDELAR”

LE INCHIESTE DEL COMMISSARIO BARONI

Segni D’Autore Edizioni. Volume 30,5 x 24,5 cm. Pagg. 56, 2020

di alessandro nobis

Vittorio Pozzo, che di calcio se ne intendeva (la doppietta mondiale 1934 e 1938 fu anche merito suo), scriveva di lui il 26 gennaio del ‘39 su La Stampa di Torino: «La sua non era una finta scomposta, plateale, marcata. Era un accenno, una sfumatura, il tocco di un artista. Fingeva di andare a destra e poi convergeva a sinistra colla facilità, la leggerezza, l’eleganza di un passo di danza alla Strauss, mentre l’avversario, ingannato e nemmeno sfiorato, finiva a terra nel suo vano tentativo di carica

Lui era “Carta Velina”, il “Mozart del Calcio”, lui era il numero 10 della nazionale austriaca, lui era l’antesignano del “falso nove”, il miglior giocatore austriaco di tutti i tempi anche se austriaco non era; era Matej (a.k.a. Matthias) Sindelar di Kozlov in Moravia, uno di quelli capaci di rinunciare alla sua carriera pur di dire “NO” alla nazionale tedesca (dopo l’annessione dell’Austria alla Germania hitleriana i giocatori della rappresentativa danubiana passarono alla nazionale tedesca) ed al nazismo, e per questo con la moglie Camilla Castagnola fu giustiziato in modo “non ufficiale” dalla Gestapo a Vienna, il 23 gennaio del 1939 nel loro appartamento probabilmente dopo la manomissione della stufa da poco acquistata.

Della loro scomparsa e soprattutto dei suoi motivi indaga il Commissario di Polizia Andrea Baroni che dal commissariato di Porta Vittoria a Milano si trasferisce quasi in clandestinità in quel di Vienna per far luce sul duplice omicidio su accorata richiesta dei genitori di Camilla, rischiando non poco e ………… 

Al solito sia le immagini di Carlo Rispoli sia la sceneggiatura di Carlo Bazan sono efficaci e descrittive quanto basta per lasciare al lettore la possibilità di fantasticare e di entrare nella storia, come nel caso della loro precedente collaborazione in occasione della pubblicazione del bellissimo “Sangue sul Lago Otsego”.

www.segnidautore.it

 

VAL BONETTI “A world of lullabies”

VAL BONETTI  “A world of lullabies”

VAL BONETTI  “A world of lullabies”

AUTOPRODUZIONE. CD, 2020

di alessandro nobis

Ci sono due ragioni per avere questo disco, realizzato grazie ai contributi dei numerosi appassionati che hanno partecipato alla raccolta fondi promossa da Val Bonetti tramite “Produzioni dal Basso”: la prima perché la musica registrata è di rara bellezza, la seconda perché acquistandolo si dà un aiuto concreto all’Associazione Famiglie con bambini affetti da LGS (L.G.S è L’acronimo di Sindrome di Lennox – Gastault, una piuttosto rara forma di epilessia).

Detto ciò, penso di poter dire come “A World of Lullabies” sia il disco della maturità di Val Bonetti, vista la qualità degli arrangiamenti, la purezza esecutiva e l’aria di grande respiro che permea tutto il lavoro e, naturalmente, per l’accuratezza con la quale ha scelto il repertorio e gli strumenti con le loro timbriche; un lavoro eterogeneo ma reso splendidamente omogeneo che mette in risalto le peculiarità di ogni singolo brano e di ogni singolo popolo nelle cui tradizioni si sono conservate queste autentiche gemme musicali. Le due ninne nanne del Western Africa (dal Senegal e dal Mali) con la splendida Kora di Cheikh Fall (il solo in “Ayo Nèe Ne” è a dir poco spettacolare), i ritmi dispari bulgari di “Polegnana e Todora” eseguita in solo da Val Bonetti, il medioriente iraniano di “Gonjeshk Lala” in trio con l’oud di Peppe Frana e la batteria di Alberto Pederneschi assieme all’inedita chitarra elettrica e quello armeno di “Kessabi Oror” con la deliziosa voce di Nadine Jeanne e la sempre originale chitarra di Simone Massaron sono i brani che più mi hanno intrigato, ma tutto il disco si mantiene ad un livello davvero alto. Apprezzabile – e raro – l’uso anche delle lingue originali dei diversi titoli e molto bella la copertina. Tutto perfetto quindi? Sì. Procuratevene una copia, il perché, se siete arrivati a leggere fin qui, lo sapete già.

Del CD, che in questa versione non sarà più ristampato, sono ancora disponibili pochissime copie sul sito di Val Bonetti (www.valbonetti.com); il chitarrista sta lavorando ad una nuova edizione di questo lavoro, che non avrà la stessa copertina di Quentin Graban – che ha concesso l’uso dell’immagine solo per questa versione benefica – e che sarà pubblicato ufficialmente e quindi disponibile sul mercato, magari con qualche novità ……

Di Val Bonetti ne avevo scritto anche qui:

https://ildiapasonblog.wordpress.com/2015/12/27/simone-valbonetti-cristiano-da-ros/

https://ildiapasonblog.wordpress.com/2020/09/05/da-remoto-val-bonetti-·-marco-ricci/

https://ildiapasonblog.wordpress.com/2020/12/05/val-bonetti-hidden-star/