GIUSEPPE CISTOLA 5et “Por la Calle Argentina”

GIUSEPPE CISTOLA 5et “Por la Calle Argentina”

GIUSEPPE CISTOLA 5et “Por la Calle Argentina”

EMMERECORDLABEL, CD, 2020

di alessandro nobis

image.pngGiuseppe Cistola, chitarrista e compositore, si è posto come obiettivo per questo lavoro scrivere musica mettendoci la passione, i ricordi e tutte le emozioni che ha vissuto e quindi interiorizzato durante un suo lungo soggiorno in terra argentina; con lui, per questo ottimo “Por la Calle Argentina” ci sono il contrabbassista Lorenzo Scipioni, il batterista Michele Sperandio, il sassofonista Marco Postacchini ed il pianista Simone Maggio, presenze fondamentali per la realizzazione di questo bel progetto. Qui non troverete l’Argentina più conosciuta e forse anche più scontata (e nemmeno la rilettura dei classici del jazz), ma piuttosto la rielaborazione di un’esperienza personale che si è realizzata in queste dieci composizioni, tant’è che l’unico a mio avviso chiaro richiamo diretto alle atmosfere argentine l’ho trovato nella splendida e “notturna” ballad “Paseo Nocturno”, con l’incipit di Scipioni (con l’archetto) e Maggio ed un cantabile solo di Postacchini ad introdurre quelli di pianoforte e di chitarra. Cistola e compagni conoscono benissimo l’ABC del linguaggio della musica afroamericana sul quale costruiscono momenti di interplay e assoli mai scontati e sempre caratterizzati da una ricerca melodica e da un controllato virtuosismo. Così nel brano di apertura “5 – 3”, un’altra ballad aperta dalla chitarra di Cistola con un bel tema, nel conclusivo “Sunday Blues” dove il tema è esposto all’unisono dalla chitarra e dal sassofono o ancora la lunga “Out of Rules” con un bel dialogo pianoforte – chitarra che apre al pizzicato del contrabbasso e caratterizzato da un lungo solo di Cistola.

Il quintetto suona davvero bene, le composizioni del chitarrista passano dallo spartito attraversando le sensibilità dei compagni di viaggio creando della musica di gran qualità.

Ha ragione Cistola quando dice di non avere nulla contro gli standard e spero converrà con me nel ritenerli indispensabili allo studio del jazz e della sua secolare storia: se però hai una fluidità di scrittura di questo livello, come si evince dall’ascolto di questi disco, proseguire in questo percorso è d’obbligo.

http://www.emmerecordlabel.it/

 

 

 

JACQUI McSHEE & KEVIN DEMPSEY “From there to here”

JACQUI McSHEE & KEVIN DEMPSEY “From there to here”

JACQUI McSHEE & KEVIN DEMPSEY  “From there to here”

MCDEM Records. CD, 2020

di alessandro nobis

Pur frequentando lo stesso ambiente musicale londinese da molto prima, Jacqui McShee e Kevin Dempsey
pubblicano solo ora questo magnifico lavoro acustico che contiene classici del folk, brani di autore e parecchie canzoni scritte a quattro mani. Jacqui McShee è una delle muse del folk inglese ed è stata componente di quello straordinario quintetto che risponde al nome di Pentangle, il più originale a mio avviso nella ricerca di una nuova dimensione per il folk inglese; Kevin Dempsey è uno dei migliori chitarristi acustici che la scena inglese abbia prodotto (chi siano gli altri lo potete immaginare) ed anche un ottimo cantante e di lui vorrei citare almeno due “presenze”, quella con i Whippersnapper e quella con i Dando Shaft.

MCSHEE DEMPSEY.jpgIn “From there to here” i due nostri eroi si incontrano e danno vita ad un disco che nella sua semplicità, spontaneità, pacatezza e sincerità lascia l’ascoltatore letteralmente a bocca aperta. La voce della McShee ed il sapiente, raffinato quanto ricercato tocco di Dempsey valorizzano al meglio il repertorio proposto che come dicevo in apertura pur essendo caratterizzato da un costante equilibrio sonoro affronta brani di diversa provenienza.

Lasciatemi citare inizialmente la toccante lettura di “Lord Franklin”, una delle più significative e belle ballad di metà Ottocento qui con una breve introduzione di Dempsey, fine cesellatore in tutto il lavoro, ed al suo ascolto mi viene da pensare sia una dedica a John Renbourn che mantenne questo brano nel suo repertorio live per decenni, e la bellezza e semplicità esecutiva di un altro splendido canto narrativo tradizionale appalachiano, dal repertorio dei seminali New Lost City Ramblers ma di origine scozzese incluso nel catalogo Roud con il numero 268: è la storia d’amore di “Jack Monroe”, una ragazza che per seguire il suo amore si traveste da uomo e si imbarca sulla stessa nave di lui, Jackie Frazier (“Jack-A-Roe” è il nome maschile che lei stessa si attribuisce).IMG_9288.jpg Poi davvero interessante la resa acustica di “Nature Boy”, composta da Eden Ahbez (George McGrew) per Nat King Cole nel ’47 (registrato tra gli altri da Lady Gaga), un tributo a Bill Pastor per avergli fatto conoscere la cultura vegana crudista (i Nature Boy erano appunto gli adepti a questa filosofia), e tra i cinque brani originali segnalo “Telephone Lies” cantata da Dempsey (la lontananza anche temporanea dagli affetti familiari) e “Beautiful Island” scritta interpretata da Jacqui McShee con uno splendido accompagnato fingerpicking di Dempsey, pacato ricordo dell’avventura della sua famiglia passata nel ’92 alle Bahamas durante il passaggio dell’uragano Andrew.

Per me questo lavoro è uno dei dischi più significativi della prima metà di questo imprevedibile 2020. Jacqui McShee e Kevin Dempsey saranno probabilmente in Italia in autunno.

Ora attendo con impazienza il nuovo lavoro di Shirley Collins, previsto per l’estate.

Jacqui McShee e Kevin Dempsey saranno probabilmente in Italia in autunno.

Contatti: https://www.facebook.com/geomusicagency/?epa=SEARCH_BOX

 

 

 

 

 

 

DALLA PICCIONAIA: ANNULLATA L’EDIZIONE 2020 DEL WKPF DI ARMAGH / CANCELLATION OF WKPF

DALLA PICCIONAIA: ANNULLATA L’EDIZIONE 2020 DEL WKPF DI ARMAGH / CANCELLATION OF WKPF

DALLA PICCIONAIA: ANNULLATA L’EDIZIONE 2020 DEL WKPF DI ARMAGH

di alessandro nobis

Come era tutto sommato abbastanza prevedibile viste in primis l’assoluta imprevedibilità – il gioco di parole è voluto – del Corona Virus ma anche la cura e professionalità che da sempre distingue l’Armagh Pipers Club nell’organizzare le proprie attività, la ventisettesima edizione del William Kennedy Piping Festival in programma come di consueto alla metà del prossimo mese di novembre è stata ufficialmente annullata. Non è stata una decisione facile da prendere, ma a mio avviso è stata intelligente e la migliore soluzione possibile vista l’impossibilità di prevedere lo sviluppo della pandemia; procastinare la decisione di altre settimane tenendo sulle spine artisti e pubblico soprattutto quello proveniente dai Paesi Europei e nordamericani – che si sarebbe trovato alle prese con problemi di annullamento delle prenotazioni di voli e alberghi – non sarebbe stato serio e non in linea con il modus operandi del Club.

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IRISH SESSION, WKPF 2019

Nell’esplicativo comunicato stampa rilasciato pochi giorni or sono, il Direttore Brian Vallely ha dichiarato: “Teniamo molto alla salute ed alla sicurezza di tutti i membri del Club che partecipano all’organizzazione, del pubblico e degli ospiti musicisti invitati e non potremmo lavorare alla preparazione del festival con la coscienza tranquilla. Oltre a ciò temiamo restrizioni nei viaggi e negli spostamenti interni e inoltre sarebbe difficile per noi mantenere fede alla qualità delle proposte che per 26 edizioni siamo riusciti a mantenere costante. Avevamo già stabilito il programma e invitato i musicisti (il programma comunque non è stato divulgato, n.d.r.)confidando che questa edizione sarebbe stata di qualità superiore; eravamo pronti a presentare il programma nei giorni in cui la pandemia è iniziata, e faremo tutto il possibile per riproporre il programma l’anno venturo”.

Durante questi mesi di lockdown il Club comunque la proseguito la sua preziosissima attività nel campo della didattica che lo contraddistingue nonostante le difficoltà procurate dal diffondersi della pandemia, con 24 insegnanti “tutors” che hanno registrato e caricato sul sito web per i loro studenti “in remoto”. “Abbiamo preparato oltre 300 lezioni in formato video e molte altre sono state inviate tramite la posta elettronica, e siamo davvero fieri dei tutori per il loro spirito di adattamento in questa particolare situazione e voglio ringraziare l’Arts Council od Northern Ireland per il continuo supporto economico fornito anche durante questa emergenza”, conclude Mr. Vallely.

Quindi ci si vede ad Armagh a novembre, del 2021.

ENGLISH LANGUAGE, COURTESY OF ARMAGH PIPERS CLUB

Armagh Pipers Club has taken the difficult decision to cancel this year’s William Kennedy Piping Festival. The 27th edition of this international gathering celebrating all forms of pipe-based traditional music was to have taken place in Armagh city in mid-November. 

The Director of the Pipers Club, Brian Vallely, said: “We take the health and safety of all our Club members, audience members and invited guests extremely seriously so we could not in good conscience continue planning for this year’s event under the current circumstances. Apart from this there would more than likely be attendance restrictions and possibly travel restrictions in place, making it extremely difficult for us to present the type and quality of festival we want and regular attendees expect. 

“We had already booked all of the artists for this year’s festival and the program was ready to launch when this virus took over. We will now turn our attention to making sure the 2021 event will be the best ever, and we will of course endeavour to re-book all of these same artists.”

The cancellation of the festival comes despite the Club’s success in moving its music education programme completely online.  Until the pandemic struck, the Club was offering 36 classes every week to over 200 students, in rented school premises. Lockdown forced a rapid rethink and within a few days the Club’s team of 24 tutors were recording and uploading lessons for their students to follow from home.

Mr Vallely said: “We managed to complete the term with over 300 lessons delivered in video format, and dozens of others emailed out to class members with notes and sound recordings. We are very grateful to the tutors for adapting so enthusiastically to this new way of working, and to the Arts Council of Northern Ireland for continuing to fund the education programme during this emergency.” The charity, which has been teaching traditional music since 1966, has continued to sell its tutor books and other publications worldwide throughout the lockdown, and is now planning for a new year of teaching starting in September. 

For further information:

Ciarán Ó Maoláin, secretary, Armagh Pipers Club

ciaran@armaghpipers.com / +44 (0)7712 809933

 

 

QUAI DES BRUMES “Au bord de l’eau”

QUAI DES BRUMES “Au bord de l’eau”

QUAI DES BRUMES & AMF STRING QUARTET “Au bord de l’eau”

Associazione AMF. CD, 2020

di alessandro nobis

Se vi piace la Storia della terra di Francia ma non avete voglia di leggere un saggio che vi guidi attraverso la sua complessità, non ci sono problemi: ascoltate la straordinaria musica che il trio “Quai des Brumes” suona e sicuramente il desiderio di approfondire verrà. “Au bord de l’eau” è il secondo affascinante lavoro che il clarinettista Federico Benedetti, il chitarrista Tolga During ed il contrabbassista Roberto Bartoli hanno QUAI 1pubblicato qualche settimana or sono: il primo lavoro d’esordio “Chansons Boîteuses” era un viaggio esplorativo negli anni che precedettero il secondo conflitto mondiale, dal ’36 al ’38, gli anni del governo del “Front Populaire”. La Francia, soprattutto Parigi, si distingueva per la sua multiculturalità, erano i migliori anni della “Chanson Francaise” ed i Quai Des Brumes avevano saputo intelligentemente e molto lucidamente dare un quadro della musica che si suonava nei bistrot e nei teatri parigini: i quindici brani percorrono un itinerario che ci porta nei caffè, nei bistrot, nella sale-concerto di quel periodo e, citando “Nunn o Pani naschella” ci si immerge nel jazz manouche, “Les copains d’abord” di George Brassens in una splendida esecuzione strumentale di uno dei grandi della canzone d’autore mondiale ed il pacato swing di Sidney Bechet dell’immortale “Petite Fleur” potete avere un’idea del repertorio che però, per essere apprezzato nel profondo, va ascoltato perché la perizia dei tre musicisti e gli arrangiamenti curati in modo molto efficace da Federico Benedetti riescono in modo molto equilibrato ad omogeneizzare i vari repertori facendo sì che questo “Chanson Boiteuses” sia un disco splendido, arricchito anche da tre composizioni originali tra le quali voglio citare quella dell’eccellente chitarrista Tolga During, “Waltz for my father”.

QUAI 2Con “Au bord de l’eau” Quai des Brumes va oltre, e si avvale della collaborazione di un quartetto d’archi, l’AMF (acronimo di Associazione Musicisti di Ferrara) String Quartet: Pierclaudio Fei e Massimo Mantovani violini, Julie Shepherd alla viola e Giacomo Grespan al violoncello. Anche qui prima di dire due parole sul programma voglio sottolineare gli arrangiamenti – sempre del clarinettista – che riescono in maniera davvero notevole a creare un comune dialogo tra gli archi ed il trio ed a rendere ancora una volta omogenei i vari stili affrontati ed anche sulla bravura dei tre solisti varrebbe la pena spendere qualche riga; sulla precisione ed efficacia del contrabbasso di Roberto Bartoli, sulla straordinaria chitarra “Manouche” visto che imbraccia una Maccaferri, di Tolga Turing bravissimo a suonare le parti “cantate” e nello swing di “Ecrin” (un piccolo capolavoro con la chitarra ed il clarinetto che duellano con gli archi) e sul clarinetto – e clarinetto basso – di Federico Benedetti sempre espressivo e puntuale nei soli e nel lavoro sulle melodie.

Il repertorio è molto interessante, e mi limito a segnalarvi una splendida rilettura della canzone  “Nuit d’etolies” composta da Claude Debussy nel 1880, due delle canzoni composte di Gabriel Faurè ovvero “Dans les ruines d’una abbaye” e “Au bord de l’eau”, “Les Anges” di Erik Satie (una delle tre melodie del 1887) ed infine “Ma premiere lettre” di Cecile Chaminade che apre il disco. Ascoltate con attenzione, chiudete gli occhi e vi ritroverete nella Francia di fine Ottocento, quella della Comune di Parigi, lungo le sponde della Senna e, magari, incontrerete George Pierre Seurat mentre dipinge una delle sue opere.

Di Roberto Bartoli avevo scritto in occasione del suo “Landscapes”: https://ildiapasonblog.wordpress.com/2018/09/19/roberto-bartoli-landscapes/

Di Tolga During in occasione del suo “Gelibolu”: https://ildiapasonblog.wordpress.com/2018/10/24/tolga-during-ottomani-gelibolu/

www.quaidesbrumes.it

 

 

 

CAOIMHIN O’FEARGHAIL “ Uilleann Piping from County Waterford”

CAOIMHIN O’FEARGHAIL “ Uilleann Piping from County Waterford”

CAOIMHIN O’FEARGHAIL

“The Ace and Deuce of Piping Vol. 4: Uilleann Piping from County Waterford”

Na Píobaíri Uilleann. CD, 2020

di alessandro nobis

Il piper Caoimhín Ó Fearghail è originario di uno dei Gaeltacht irlandesi e precisamente da An Rinn, nella meridionale Contea di Waterford e come quasi tutti gli uilleann pipers ha iniziato a suonare la musica tradizionale partendo dal tin-whistle, il flauto diritto di metallo per poi passare alla cornamusa, molto più complessa e considerata lo strumento principe della musica popolare irlandese. Allievo di David Power, dichiara apertamente di aver subito l’influenza – e non poteva essere altrimenti – dei capostipiti Willie Clancy, Patsy Touhey, Tommy Reck e naturalmente Seamus Ennis.

FEARGHAIL 1Questo magnifico CD è il quarto della serie “The Ace and Deuce of Piping” curato dall’associazione Na Piobairi Uilleann ed il suo repertorio apre una finestra sulla tradizione della sua terra, appunto il Waterford come il reel “The One Horned Cow” appreso da Lima Walsh e da lui inciso nel lontanissimo ‘33 e qui associato a “The Ramblin Thatcher”, appreso dal disco “The Fire Aflame” (O’Flynn, Jeane e Molloy) ed a “The Fermoy Lasses” o la slow air “Miss Brien an Chuilfhionn” imparata ascoltando una versione cantata da Walter Power.

Notevolissima la versione in “solo” di Johnny Cope che gli appassionati ricorderanno incisa anche dai primi Planxty (ma anche dal flautista Fintan Vallely)  nel 1984 e da Ennis nel ’78) e soprattutto il set “Bonaparte’s Retreat” abbinato alla hornpipe “Callaghan’s Hornpipe”, quest’ultima ispirata al grande Seamus Ennis; di “Bonaparte’s Retreat” ne sono state incise varie versioni (Chieftains, Finbar Furey e oltreoceano da Norman Blake e John Hartford) e presumibilmente fu composta nel XIX secolo dopo la ritirata di Napoleone del 1812 in Russia, disfatta che secondo alcuni storici salvò le isole britanniche da una possibile invasione francese ….. O’Fearghail ne riporta una versione struggente come probabilmente era quella di Tommy Kearney, violinista che insegnò la melodia al nostro giovane piper della Waterford County.

Non sono a conoscenza di altre incisioni di Caoimhín Ó Fearghail: attendo notizie, ma intanto questo disco è bellissimo.

https://napiobairiuilleann.bandcamp.com/artists

 

 

MILK JAZZ TRIO “Drink Jazz, listen to milk”

MILK JAZZ TRIO “Drink Jazz, listen to milk”

MILK JAZZ TRIO  “Drink Jazz, listen to milk”

Cat Sound Records. CD, 2020

di alessandro nobis

A dieci anni dal disco d’esordio per la Philology il contrabbassista / bassista Roberto Pascucci, il pianista Gabriele Petetti ed il batterista Ricky Turco ovvero il “Milk Jazz Trio” tornano in sala d’incisione con undici nuove composizioni, dieci scritte dal contrabbassista Pascucci e una, “Hours by the Window”, composta da Phil Gould-Mark King, batterista della band inglese Level 42 (niente a che fare con il jazz, ma con una sezione ritmica formidabile e autori di un pop “perfetto”).

12637241504_6ec9da8374_bUtilissimo anche per noi neofiti del jazz riascoltare il primo ottimo lavoro per cercare di comprendere l’evoluzione che il trio ha sviluppato in questo lungo periodo, perché un’evoluzione c’è stata: una ricerca ancora più attenta e profonda della melodia (“No Redemption without Attention”), un suono prevalentemente acustico, jazz lontano dall’interpretazione di standards afraomericani, ballads originali di ampio respiro vicino a composizioni dai tempi più marcati (“Heavy Metal Kids have tender Heart” con una bella intro della batteria per un brano che profuma di “jazzrock acustico”) ed infine un uso della strumentazione elettrica pacato e mai sopra le righe. Etichettare la musica del trio in un qualsivoglia modo a mio avviso non è corretto: è jazz marcatamente europeo nel quale un ruolo importante lo gioca il background dei musicisti che hanno studiato anche profondamente la musica classica europea e contemporanea (ad esempio sapere che Pascucci è stato allievo di Stefano Scodanibbio la dice piuttosto lunga …) e che da queste ne sono stati inevitabilmente influenzati.

COVER MILK 1In “Drink Jazz, Listen to Milk” si respira un’aria un po’ diversa con riferimenti o piuttosto citazioni soprattutto sonore del miglior jazz elettrico tipico dei Settanta; l’interplay è sempre di gran livello, le composizioni di Pascucci sono estremamente godibili e apparentemente “facili”, appaiono strumenti come il Moog ed anche i suoni del basso assumono talora i connotati della chitarra. Detto dell’interpretazione strumentale di “Hours by the Window”,  dei Level 42 – che contribuisce a creare nuovi confini alla musica del Milk Jazz 3 -, vi invito all’ascolto di “Bitter sweet”, pacata ballad con due espressivi quanto significativo solo di basso elettrico accompagnato alle spazzole da Turco, “Aerobrain”, un tema che ci riporta molto volentieri al miglior jazz elettrico d’annata ed infine la suggestiva “Cinematic Mood” con un’ostinato di Rhodes che introduce un’altra ballad, segno distintivo del Milk Jazz Trio.

Speriamo di non dover attendere altri 10 anni per il terzo disco, ed altrettanto ci auguriamo di poter fruire al più presto di una loro esibizione dal vivo.

 

 

NOVOTONO  “Wood (Winds) at Work”

NOVOTONO  “Wood (Winds) at Work”

NOVOTONO  “Wood (Winds) at Work”

Auterecords. CD, 2020

di alessandro nobis

Di Adalberto Ferrari avevo parlato in occasione del suo “Unstable Waterlors” (https://ildiapasonblog.wordpress.com/2020/02/28/adalberto-ferrari-unstable-watercolors/), e di Andrea Ferrari di “Essential Lines (https://ildiapasonblog.wordpress.com/2020/02/11/andrea-ferrari-essential-lines/): ora i due fratelli pubblicano un nuovo disco in duo (è il quarto dopo “Wanderung” del 2007, “On War” del 2008 e “Overlays” del 2018) naturalmente dedicato ai suoni della famiglia dei clarinetti e dei sassofoni.

WOOD(WINDS)_AT_WORK_coverE’ un’operazione coraggiosa ma altrettanto ben riuscita nella quale l’interplay è spinto al limite; non è solo una questione di “familiarità” ma di un progetto dove mi sembra di poter dire che l’improvvisazione gioca un ruolo fondamentale accanto alla scrittura dei temi. Il risultato finale è alquanto effervescente ed intrigante e ho trovato “Wood (WInds) at Work” assolutamente meritevole di tutta l’attenzione possibile anche perché come fortunatamente spesso succede i reiterati ascolti rivelano nelle pieghe della musica i “segreti” del dialogo inter-strumentale che mettono in evidenza i percorsi comuni e non tra i due musicisti.

“Coco the puppet” è uno dei brani più emblematici del lavoro dove il breve tema quasi “circense” esposto dal clarinetto basso viene circondato e si intreccia al dialogo con il sax soprano ad imitare una reale discussione tra due burattini; “One way” che apre il disco è un’efficace “call and response” tra sax baritono e clarinetto basso, protagonisti anche dell’immaginifica e fiabesca “Folletto folle dei boschi”, in “Poli” i due fiati si rincorrono e si incrociano creando parallellismi che si intersecano (è un ossimoro, ma provate ad ascoltare attentamente).

Disco davvero notevole, una delle cose più interessanti che mi è capitato da ascoltare in questi mesi di quarantena, tra avanguardia e classicismo jazz.

http://www.novotono.com

 

 

 

FRANCESCO MARZIANI  “Changing my life”

FRANCESCO MARZIANI  “Changing my life”

FRANCESCO MARZIANI  “Changing my life” Creusarte Records. CD, 2020

di alessandro nobis

L’etichetta Creusarte da qualche settimana ha pubblicato questo convincente (molto convincente) lavoro del pianista partenopeo Francesco Marziani al quale collaborano anche Marco de Tilla al contrabbasso, Massimo Del Pezzo alla batteria, Giulio Martino al sassofono e Flavio Dapiran alla tromba. E’ un lavoro piuttosto articolato considerato che sono presenti tracce eseguite in solo, in trio, in quartetto ed in quintetto che evidenziato da un lato la preparazione e la capacità compositiva di Marziani e dall’altro l’accurata ed indovinata scelta degli strumenti più idonei all’esecuzione dei brani.

Tra le composizioni eseguite in trio spicca a mio avviso la splendida ballad “With love from Napoli” introdotta dal fraseggio di Marziani e con un significativo solo del contrabbasso di De Tilla; notevole il neo-hard-bop di “Autumn Drops” con un lungo solo di pianoforte seguito dagli opportuni soli del sassofono e della tromba, e mi è piaciuto molto l’arrangiamento di “In your sweet way” dove il tenore di Martino enuncia il tema e si esprime in un lungo ed espressivo assolo ed alla chiusura lascia lo spazio al drumming “con spazzole” di Del Pezzo.

E’ chiaro, qui non troverete voli pindarici sulle insidiose terre dell’improvvisazione radicale, qui c’è una costante ricerca del perfetto equilibrio tra i linguaggi della musica afroamericana e della tradizione classica europea brillantemente mutuati dalla capacità compositiva di Marziani. La presenza di due composizioni come il bellissimo blues del songbook ellingtoniano “Things ain’t what they used to be” e dell’“intermezzo op. 2 118” di Johann Brahms la dicono lunga sul percorso musicale di Francesco Marziani.

 

 

 

NARDI · DI BONAVENTURA · TAVOLAZZI “Ghimel”

NARDI · DI BONAVENTURA · TAVOLAZZI “Ghimel”

NARDI ·DI BONAVENTURA ·TAVOLAZZI  “Ghimel”

VISAGE MUSIC. CD, 2020

di alessandro nobis

Confesso che la musica di questo lavoro ha colpito il centro della mia “confort area” musicale: perché i tre musicisti sono di caratura di primissimo livello, perché i loro background sono diversi, perché mettono in comune le loro esperienze per comporre ed eseguire i brani di questo bellissimo lavoro. La lunga “Ninna Nanna Greca” (che apriva “Gerontocrazia” degli Area) appare qui del tutto trasformata in “altro”, dilatata dagli assoli di bandoneon e di oud ed arricchita ancor più dei colori mediterranei e che senz’altro sarebbe piaciuta a Demetrio Stratos può essere considerata a tutti gli effetti come un “originale”, come lo sono le altre otto tracce di questo lavoro che disegna nel suo percorso paesaggi sonori e musiche che si concretizzano nelle menti di chi le realizza ed in quelle di chi si prende il giusto tempo di ascoltarle ed apprezzarle; quella che una trentina di anni fa si definiva come “nuova musica acustica” qui prende una nuova forma.

Beh insomma per chi ha apprezzato Rabih Abou Khalil ed il suo straordinario lavoro di “attualizzazione” del “sultano degli strumenti” troverà qui la sua prosecuzione sulla sponda settentrionale del Mediterraneo dove Elias Nardi, Ares Tavolazzi e Daniele di Bonaventura convergono le loro idee in un caleidoscopio di colori e di suoni mutuati da un idioma musicale comune, il jazz: il contrabbasso di Tavolazzi che apre “Bassideas” e che dialoga con Nardi, i passi di danza del medioriente di “Danza N. 3” con il bandoneon e l’oud che giocano alternativamente il ruolo di “maestro di cerimonie” e il contrabbasso che detta “i passi” e che ti teletrasporta in una piazza di una qualche isola dell’Egeo greco-turco, la già citata “Ninna Nanna Greca” sono, assieme al brano di apertura “Fosforo” aperta da Tavolazzi con una breve intro i brani che mi sembrano emblematici per descrivere questo ottimo “Ghimel”.

Aspetto di ascoltare dal vivo questa musica dove, immagino, la dilatazione temporale dei singoli brani troverà certamente il suo apice grazie, oltre alla loro bellezza, alla capacità di dialogo dei tre musicisti ed alla magia dell’improvvisazione musicale.

Della musica di Elias Nardi ne ho scritto anche qui:

(https://ildiapasonblog.wordpress.com/2018/03/14/akte-akte/)

http://www.visagemusic.it

 

 

APARTICLE  “The Glamour Action”

APARTICLE  “The Glamour Action”

APARTICLE  “The Glamour Action”

UR Records. CD, 2020

di alessandro nobis

Questo è la seconda incisione del quartetto Aparticle. Dopo il convincente “Bulbs” del 2018 (https://ildiapasonblog.wordpress.com/2019/01/25/aparticle-bulbs/), ecco un nuovo lavoro che conferma quanto di buono si era ascoltato in quello d’esordio: innanzitutto la coesione sonora del quartetto, e questo a mio avviso è riscontrabile ascoltando innanzitutto i due brani che nascono da una improvvisazione collettiva come “First Action” e “Second Action” che partono entrambi da uno spunto del clarinetto basso e della batteria; a mio avviso se dall’esperienza dell’improvvisazione non idiomatica scaturisce un profondo dialogo ed un apporto individuale che contribuisca alla crescita della stessa, ecco che di conseguenza anche nell’esecuzione di brani con “tema” scritti o concordato emergono queste caratteristiche, ed è quello che si nota ascoltando la musica di “Aparticle”.

Giulio Stermieri (piano elettrico), Cristiano Arcelli (ance), Michele Bonifati (chitarra) ed Ermanno Baron (batteria) confezionano quindi un lavoro davvero interessante, creativo, lontano dalla riproposizione di standard che si presenta come un invidiabile equilibro esecutivo che lascia solo immaginare l’aspetto “Live” di Aparticle.

Quoto l’iniziale “Seedsmen” con bei soli di Rhodes e chitarra e con l’incalzante apporto del basso (chitarra), la lunga “Our Warning System” che si sviluppa partendo dall’introduzione dal talentuoso Bonifati che duetta con Baron e con espressivo lungo solo di chitarra nel quale si inserisce il sax tenore che esegue a sua volta un assolo e per concludere “It is Necessarily So” che, a mio avviso quantomeno nel titolo, fa riferimento all’immortale quasi omonimo brano del songbook gershwiniano. Ma forse mi sbaglio.

Un gran bel disco, speriamo che la situazione dei concerti riparta chè di jazz come quello di questo quartetto ce n’è davvero bisogno.