FRANCO MORONE “Strings of Heart”

FRANCO MORONE “Strings of Heart”

FRANCO MORONE “Strings of Heart”

AUTOPRODUZIONE. CD, 2022

di alessandro nobis

Conosco Franco Morone e la sua musica da molti anni, dai lontani tempi del suo splendido esordio “Stranalandia” (correva l’anno 1990) ed ho sempre grandemente apprezzato il suo suono in studio e dal vivo, lo stile pulito, la raffinatezza e il gusto nel cercare sempre le giuste note per la “melodia perfetta”.

Ora ha pubblicato questo ennesimo ottimo disco, “Strings of Heart“, una raccolta di brani ispirati e dedicati a musicisti o di brani legati alle tradizioni irlandese e scozzese da sempre rivisitate con intelligenza e personalità e mai in modo calligrafico, una caratteristica che sempre ha identificato il chitarrista abruzzese.

Giant’s Parade / Morrison Jig“, “The Water is Wide” e per certi versi “Antice” sono i tre brani che provengono dalla tradizione scoto irlandese: il primo è un medley composto da un brano originale ispirato dal magnifico paesaggio della “Giant’s Causeway” abbinato ad una delle danze più popolari, “Morrison Jig” risalente al 17° secolo e probabilmente composta dal fiddler James Morrison, la seconda è la melodia di una ballata scozzese pubblicata da Cecil Sharp nel 1906 mentre “Antice” è una personale rivisitazione di un brano inciso da Andy Irvine e Dave Spillane nell’album “East Wind”, che mette vicine le tradizioni balcaniche a quelle irlandesi come solo Irvine ha saputo fare.

Le altre composizioni, è giusto chiamarle così visto che sono scritte da Morone, sono frutto di emozioni trasferite sul pentagramma: si parte con “Dangerous Road” (quasi ad intendere come lo stile del chitarrista americano sia molto difficile da imitare), uno splendido omaggio al genio di Michael Hedges che evoca alla perfezione il suo stile, “Porta sul mare” è come una dolce brezza marina che omaggia Julio Pereira e che vuole promuovere l’accoglienza per chi arriva dal mare e da ultimo voglio citare “Walking the Shoreline“, un’altra bellissima melodia.

Era da un bel po’ che Franco Morone non pubblicava un nuovo disco e questo “Strings of Heart” ha ampiamente ripagato le attese degli appassionati e cultori della chitarra acustica “fingerpicking”. Un disco da avere.

http://www.francomorone.it

Pubblicità

SOSTIENE BORDIN: STORMY SIX “Al Volo”

SOSTIENE BORDIN: STORMY SIX “Al Volo”

SOSTIENE BORDIN: STORMY SIX “Al Volo”

COOPERATIVA L’ORCHESTRA. LP, 1982

di Cristiano Bordin

Trovo “Un biglietto del tram” un lavoro particolarmente ben riuscito, difficile da replicare. Ma a me piace moltissimo anche “Al volo”, l’ultimo album in studio e forse i nuovi ascoltatori potrebbero cominciare da lì e sicuramente rimarrebbero sorpresi”.

Franco Fabbri, che degli Stormy Six era il chitarrista e una delle menti musicali, senza dubbio ha ragione. 

Al volo”, uscito nel 1982, è sicuramente un disco che a distanza di tanto tempo è in grado di stupire. Ma è anche un album assolutamente sottovalutato nella discografia del gruppo, passato quasi inosservato al momento della sua uscita: è il loro congedo dopo anni intensi, sul palco e fuori dal palco, ma rappresenta anche un momento importante per la musica italiana degli anni ‘80 e dunque meriterebbe di essere riscoperto.

Gli Stormy Six hanno attraversato un bel pezzo di storia musicale del nostro paese: iniziano negli anni ‘60 tra beat e Cantagiro, rappresentano in pieno gli anni ‘70 con “Un biglietto del tram”, sono tra i protagonisti di Rock in Opposition insieme ad Henry Cow, Etron Fou, Universe Zero, Art Bears e da quel confronto/unione nasce un disco come “Macchina maccheronica”.

Fabbri però aveva vissuto un’altra stagione prima di formare gli Stormy Six, con gli Stregoni: con loro ha accompagnato come gruppo spalla addirittura i Rolling Stones durante un loro tour italiano negli anni ‘60. 

E nelle file della band sono passati nomi illustri: se guardiamo le formazioni dei loro album – uno diverso dall’altro – nell’esordio, “Le idee di oggi per la musica di domani”, al basso troviamo ad esempio Claudio Rocchi.

Oggi Fabbri è un affermatissimo musicologo con una lunga ed interessante bibliografia, si è a lungo occupato dal rapporto tra musica e tecnologia e insegna all’università; il cantante Umberto Fiori è invece considerato tra i più importanti poeti italiani di oggi.

Ma torniamo a “Al Volo”, un album che rappresenta in pieno il tempo in cui esce ma che è in grado in qualche modo di anticipare anche un pezzo di futuro come ci raccontano i testi: spazi vuoti, non luoghi, solitudini.

La banca, la Standa, Piazza degli Affari, per stare al titolo di uno dei brani.

La fotografia di un decennio, quindi, gli anni ‘80.

La musica pesca invece nell’enorme bagaglio dei 5 musicisti che firmano il disco trovando strade magari tortuose, ma senza dubbio nuove per il gruppo: c’è il passaggio all’elettrico e all’elettronica rispetto agli episodi precedenti ma soprattutto c’è tanta voglia di sperimentare, di mescolare le carte, di dare un significato, nei suoni e nell’attitudine, al termine “progressivo”.

Ne esce fuori un album in cui ci sono tracce dei Gentle Giant come dei King Crimson, echi del progetto Rock in Opposition ma anche  suggestioni che rimandano alla nuova scena inglese come gli Wire.

Un bel calderone, insomma.

Non facile da assemblare ma perfettamente riuscito in tutti i suoi episodi.

Il basso rincorso dalla batteria e poi da una chitarra dal suono metallico aprono  l’album con “Non si sa dove stare” che è un po’ il “manifesto” del disco.

 Ma è anche il brano che praticamente tutti gruppi catalogati come new wave o post punk, nati intorno agli ‘80, avrebbero voluto scrivere senza però riuscirci.

Il suono che domina “Al volo” è quello della chitarra-synth- strumento in voga in quel periodo e poi protagonista dell’album solo di Fabbri “Domestic flight” – e il disco ruota intorno a quel suono e al lavoro delle tastiere sempre ben sostenuto dalla ritmica.

Ne escono fuori altri episodi riuscitissimi: da “Reparto novità”, col suo inizio solenne, al crescendo nervoso di “Piazza Affari”, dall’equilibrio elettro/acustico di “Ragionamenti” in cui la voce si prende parte della scena, al suono arioso, quasi pop di “Roma” in cui Fiori dimostra la sua abilità poetica, “Tutti i treni hanno odore di mandarini/ Erano mesi in cui fioriscono anche i pali del telefono/ e sono fresche le gallerie”.

Qualche volta i miei studenti – racconta Franco Fabbri – mi chiedono: “Ma come facevate a suonare pezzi di 10 minuti a memoria senza fermarvi mai?” Ecco, purtroppo, molta musica che ascolto oggi ha un sentore di cameretta, di chiuso, di solitudine

Al volo” invece è un album capace di rappresentare davvero una stagione e un paesaggio, anche umano, ormai totalmente cambiato e dalla direzione segnata: “Mi trovo alla Standa/Non cerco niente” il verso che lo racconta con più efficacia.  

Al volo” descrive il nuovo decennio, il suo brusco ribaltamento rispetto al passato recente, con suoni   che riescono a guardare però sempre al futuro chiudendo un cerchio e un percorso  – che si è riaperto soltanto per una serie di  concerti – reunion – che ha visto gli Stormy Six  sempre e comunque   protagonisti. 

RALPH TOWNER · GLEN MOORE “Trios · Solos”

RALPH TOWNER · GLEN MOORE “Trios · Solos”

RALPH TOWNER · GLEN MOORE “Trios · Solos”

ECM RECORDS. LP, 1973

di alessandro nobis

Alla fine di novembre del 1972 il chitarrista e pianista Ralph Towner ed il contrabbassista Glen Moore entrano in studio a New York per l’ECM al fine di registrare le tracce contenute in questo bellissimo album al quale partecipano anche il percussionista Collin Walcott ed l’oboista Paul McCandless: sebbene l’ensemble Oregon fosse al completo “Trios · Solos” è accreditato solamente a Towner e Moore: forse per ragioni contrattuali (la band aveva già registrato il primo disco, che venne però pubblicato nell’80 ed erano sotto contratto con la Vanguard Records e “Music Of Another Present Era” era stato pubblicato nel ’72) o forse anche perchè in questo ellepì i quattro non suonano mai tutti assieme come facilmente si evince dal titolo. Per me “Trios Solos” rappresentò la porta d’ingresso all’innovativo suono degli Oregon che poi scoprii in tutta la bellezza di “Winter Light” (https://ildiapasonblog.wordpress.com/2016/03/29/oregon-winter-light/).

il disco sia apre con un brano di Towner, “Brujo” tabla, chitarra a 12 corde, e contrabbasso con un solo di accordi di Towner ed uno di Moore; “Belt of Asteroids” che chiude la prima facciata è uno splendido, lungo ed improvvisato solo di contrabbasso, una rarità ai quei tempi. Pianoforte e chitarra con contrabbasso ci regalano una versione del celeberrimo standard di Bill Evans “Re: Person I Knew” e penso che il “Towner pianista” sia stato non abbastanza considerato dai critici, “Raven’s Wood” (che Oregon riproporranno in “Violin” del 1978) scritta da Towner con Paul McCandless e Moore è uno dei brani più significativi di questo disco con la melodia cantata dall’oboe e con un perfetto interplay tra contrabbasso e chitarra, un anticipo di quello che gli Oregon avrebbero regalato in seguito agli appassionati di un jazz che pur avendo riferimenti nel maistream già mezzo secolo fa si rivolgeva al mondo dell’improvvisazione e della composizione.

EDUARDO PANIAGUA “Ave Maris Stella, siglos X – XV”

EDUARDO PANIAGUA “Ave Maris Stella, siglos X – XV”

EDUARDO PANIAGUA “Ave Maris Stella: Himno Liturgico a Santa Maria Virge, siglos X – XV”

PNEUMA RECORDS 1640. 3CD, 2022

di alessandro nobis

Questi triplo cd, la più recente produzione di Eduardo Paniagua, conduce l’ascoltatore in un inedito viaggio nei canti liturgici dedicati alla Vergine Maria dal decimo al quindicesimo secolo ed in particolare nella diffusione dell’inno “Ave Stella Maris” che Paniagua ha studiato minuziosamente cercandolo nelle più importanti biblioteche europee trovando importanti riscontri della sua presenza in archivi che ne testimoniano la diffusione a partire dal IX° secolo: i più antichi manoscritti di questo inno sono conservati al Monasteri di San Gallo (uno con il solo testo ed un secondo con la melodia), di San Domenico di Silos (in spagnolo e adattato al rito Romano) e nel Codice Vaticano (con la notazione mozarabica) che secondo il musicologo tedesco Peter Wagner è la versione più antica utilizzata in molti Paesi Europei fino al XI° secolo. “Ave Stella Maris” di cui non conosciamo l’autore e l’area di origine, si caratterizza da un’accentuata forma ritmica, si compone da sei strofe alle quali aggiunge nel finale una dossologia in preghiera alla Trinità e come detto divenne presto molto popolare nella cristianità soprattutto durante i Vespri delle feste Mariane.

Questo prezioso triplo cd riporta una quarantina di versioni (se così si possono chiamare) di diversa provenienza abbellite da curatissimi accompagnamenti con strumenti il cui utilizzo e contesto sono una caratteristica dei lavori di Eduardo Paniagua. Visto il mio punto di osservazione, ne cito qualcuna provenienti dagli archivi italiani come le due provenienti da quelli della Basilica della Santa Casa di Loreto, quella conservata in Vaticano ma originaria dal monastero di Montecassino (per solo coro e canto solista) che chiude il terzo compact disc o ancora quella il cui canto solista è accompagnato dalla citara (questa dalla Biblioteca Comunale di Reggio Emilia) ed infine la sontuosa “Sibila Vallicellana” (Biblioteca V. di Roma). Tra le altre “Ave Maris Stella”, ne cito solamente una a titolo esemplificativo il cui livello di esecuzione può essere preso come standard per tutto il lavoro: quella proveniente da Saragozza risalente al 1515 introdotta dall’evocativo suono del flauto, del liuto e soprattutto dalla gaida balcanica.

Infine, a testimonianza del fatto che Paniagua non ha del tutto abbandonato nemmeno in questa occasione il suo monumentale lavoro di recupero delle Cantigas di Alfonso El Sabio, tre dei canti proposti appartengono al repertorio delle Cantigas de Santa Maria (CSM 422, CSM 180 e CSM 412) inserite perchè contengono parti dell’inno o a questo si riferiscono.

Nel mio essere semplice “ascoltatore” ritengo questo lavoro di Paniagua di grande valore storico in quanto dimostra come in un’epoca dove la comunicazione era così limitata, la diffusione di canti religiosi come “Ave Stella Maris” fosse invece inaspettatamente ampia.

DRAÍOCHT “Tobar an Cheoil”

DRAÍOCHT “Tobar an Cheoil”

DRAÍOCHT “Tobar an Cheoil”, Autoproduzione. CD, 2022

di alessandro nobis

Sono convinto che non tutti gli irlandesi abbiano contezza di sia ampio il movimento che a vari livelli studia, suona e compone musica popolare: certo, le session nei pub sono importanti soprattutto per i musicisti (e anche per chi ascolta, ovviamente) – si fanno nuove conoscenze, si scambiano repertori, si migliora l’interplay – ma non danno l’esatta misura del lavoro e della passione con la quale centinaia di musicisti siano impegnati nel conservare e dare continuità alla tradizione. La flautista Jane McCormack e l’arpista – compositore Michale Rooney, il duo Draíocht, sono uno splendido esempio di quanto detto e questo “Tobar an Cheoil” è il terzo frutto della loro collaborazione dopo ” Draíocht” del 2004 e “Land’s End” del 2006: è una raccolta soprattutto di brani originali e di qualche tradizionale come quelli tratti dalla fondamentale raccolta di O’Neill stampata nel 1850 “Music of Ireland” come la giga “The Boys of Ballisodare” e il reel “Come West Along the Road” e per citarne un’altra, la giga “The Lark on the Strand” che Michael Coleman registrò per primo nel 1922. Le altre tracce sono per lo più composizioni di Micheal Rooney e sono perfettamente eseguite, non solo tecnicamente ma con grande passione, grazia ed equilibrio; ho trovato particolarmente interessante la versione in duo di “Lament for the Dead“, un frammento tratto dalla splendida “Macalla Suite” che lo stesso Rooney scrisse per commemorare le vittime della rivolta del 1916 (https://ildiapasonblog.wordpress.com/2017/01/03/michael-rooney-the-macalla-suite/) e “Planxty Castle Leslie“, danza che richiama lo stile barocco parte di un’altra suite dell’arpista, “Clairseoireacht” dedicata naturalmente a O’Carolan con l’intervento della chitarra di Jack Warnock ed il violoncello di Aoife Burke.

Lavoro bellissimo, speriamo di vederli presto suonare in Italia in qualche contesto storico che possa valorizzare al meglio la musica di Draíocht.

http://www.draiochtmusic.com

draiochtmusic@yahoo.com

WATSON · HOWARD · PRICE “Old Timey Concert”

WATSON · HOWARD · PRICE “Old Timey Concert”

WATSON · HOWARD · PRICE “Old Timey Concert”

VANGUARD RECORDS. 2LP, 1967 (p. 1977)

di alessandro nobis

Verso la metà degli anni Sessanta i seguaci folk urbano (per intenderci quello di Dylan, Jack Elliott, Van Ronk, Kingston Trio o Phil Ochs) iniziarono a guardare oltre i folk clubs e trovarono il folk rurale che mostrava loro in modo chiarissimo l’origine della musica americana specialmente quella portata oltre oceano dall’emigrazione dalle Isole Britanniche che nelle valli degli Appalachi mise radici e si evolse. Fred Price del Tennessee, Doc Watson e Clint Howard del North Carolina erano tra quelli più seguiti che venivano chiamati a suonare nelle Università e nei luoghi di cultura come ad esempio alla Seattle Folklore Society dove nel 1967 (nella mia copia di stampa francese non è riportata la data esatta, n.d.r.) venne registrato questo importante documento.

Presumibilmente qui è stato pubblicato il concerto nella sua interezza, ventisei brani che rappresentano altrettanti tesori di quella che oggi viene definita “americana” ma che filologicamente è l'”old time music”, il repertorio che si suonava tra le montagne appalachiane, alle feste familiari e alle celebrazioni delle piccole comunità rurali che arrivava direttamente dalle isole britanniche come detto in apertura e veniva tramandata di generazione in generazione e che seppe mescolarsi con altri idiomi come il gospel ed il blues. Così Watson (chitarra, voce, mandolino, banjo ed armonia a bocca), Price (voce e violino) e Howard (voce e chitarra) avevano imparato il repertorio e la tecnica strumentale, direttamente all’interno delle comunità familiari. Il documento ha una notevole importanza storica anche per il repertorio, pescando all’interno del quale segnalo i tradizionali “Fire on the Mountain” e “Reuben’s Train“, arrangiati da Doc Watson con il secondo cantato da Clint Howard, “My mama’s Gone” dal repertorio dei Delmore Brothers e “Footprints in the Snow” da quello dei Monroe Bros., il celeberrimo blues “Corrina Corrina” inciso nel ’28 da Bo Carter e naturalmente quello che chiude il disco ovvero “Will The Circle Be Umbroken“.

ORCHESTRA MOSAJKA “Vite”

ORCHESTRA MOSAJKA “Vite”

ORCHESTRA MOSAJKA “Vite”

AZZURRAMUSIC. CD, 2021

di alessandro nobis

Pubblicato da qualche mese, “Vite” è il secondo lavoro dell’Orchestra Mosajka” dopo l’interessante esordio (https://ildiapasonblog.wordpress.com/2017/01/31/orchestra-mosaika-orchestra-mosaika/). Il disco è stato presentato in un bellissimo concerto al Teatro Camploy di Verona del quale avevo parlato in sede di recensione (https://ildiapasonblog.wordpress.com/2022/04/07/da-remoto-orchestra-mosaika-teatro-camploy-verona-14-marzo-2022/). Il concerto ricalcava in gran parte la scaletta del disco, un lavoro splendidamente suonato con una ricerca accurata degli arrangiamenti che nelle registrazioni in studio risaltano alla perfezione anche se queste sono state fatte, come dice il libretto “dai singoli musicisti autonomamente e presso la propria abitazione con l’assistenza tecnica di Ernesto Da Silva“; questa modalità potrebbe far pensare a chi non conosce il suono dal vivo di Mosajka che si tratti di un’orchestra artificiosa, magari anche con un suono non replicabile “live”. Tutt’altro; basta leggere questa recensione 2017 scritta in modo chiarissimo dal compianto Beppe Montresor per il quotidiano locale, che poi non la pubblicò (https://ildiapasonblog.wordpress.com/2017/05/01/missing-in-action-mosaika-a-san-zeno-verona-26-marzo-2017/).

Vite” è un bellissimo lavoro e l’eterogeneità dei musicisti e del repertorio sono un valore aggiunto alla musica, tutto sotto l’attenta direzione del Mo clarinettista Marco Pasetto, una delle figure più significative emerse dal panorama veronese degli ultimi, oserei dire, decenni.

Dalla splendida “NOW, Celtic Roots” con la voce di Chiara Merci scritta dall’arpista e compositrice di origine australiana Diane Peters che narra la storia delle fasi migratorie della sua famiglia, al tradizionale macedone “Adana” fino  a “Gumbe”, brano composto e orchestrato dal guineano Ernesto Da Silva il repertorio è così eterogeneamente omogeneo grazie alle orchestrazioni che, pur di musicisti diversi, incanta per la sua bellezza ed il respiro che sorprendono ancora. Laboratorio multiculturale nato otto anni fa, l’Orchestra Mosaika ha uno dei suoi punti di forza la capacità di cambiare – spesso per cause di forza maggiore – alcune tessere dando nuovi suoni pur mantenendo la barra a dritta. Come scriveva l’amico Beppe Montresor (in apertura il link per leggere l’articolo nella sua completezza) “La fascinosissima eterogeneità della provenienza storico-geografica dei brani proposti è l’essenza del DNA che informa l’ensemble, ma è l’imprevedibilità delle commistioni che confluiscono anche solamente nello spazio di un solo brano a rendere continuamente sorprendente, con rarissime cadute di tensione, un concerto dei Mosaika“. Che belle parole, Beppe ……..

http://www.azzurramusic.com

http://www.orchestramosaika.it

DALLA PICCIONAIA: ELLIOTT SHARP LIVE

DALLA PICCIONAIA: ELLIOTT SHARP LIVE

DALLA PICCIONAIA: ELLIOTT SHARP LIVE

ESOTERICPROAUDIO THEATER di Villafranca, Verona. 2 luglio 2022.

di alessandro nobis

Beh che dire? Era un bel pezzo che non andavo a un concerto; ricominciare a farlo è stato quasi una liberazione, e l’occasione dell’appuntamento con il newyorkese Elliott Sharp era di quelli classificati come “imperdibili”. Il concerto si è tenuto in uno spazio molto interessante nel centro di Villafranca nei pressi di Verona, costruito appositamente per testare impianti audio, confortevole e perfetto per ospitare piccoli eventi musicali, dotato inoltre di aria condizionata (e questo non è certo un dettaglio, ci siamo capiti …..): pubblico discretamente numeroso, ha ascoltato con massima attenzione la proposta apprezzando quindi i due set del musicista (compositore, chitarrista, improvvisatore), il primo acustico e il secondo elettrico, anche se la musica non è stata di facilissima fruibilità come era onestamente facile prevedire. Il fatto che tutti i presenti siano poi rimasti per tutta la durata del concerto testimonia che esiste un certo interesse verso la musica che nasce spontaneamente e si sviluppa durante il set e che anche nel veronese esiste la possibilità di proporre artisti di questa levatura ma “di nicchia” come dicono quelli bravi.

Due set quindi, il primo del tutto acustico – intendo senza utilizzo di marchingegni elettronici – che ha rivelato anche a chi scrive tutta le straordinarie tecniche con le quali Sharp suona lo strumento; una trentina di minuti di musica improvvisata dedicati, come annunciato dallo stesso “Acoustic Sharp”, al pianista Thelonious Monk, fonte di ispirazione non solo per chi naviga nel mainstream ma anche di chi pratica l’improvvisazione più radicale. Evidentemente, e lo dico da semplice ascoltatore, il songbook monkiano si presta bene ad essere decomposto e ricostruito: frammenti di blues, frammenti monkiani (mi è parso di riconoscere “’Round Midnight” e “Misterioso”, gli altri li ho semplicemente intuiti ma non decodificati ….), bottleneck, tapping, fingerpicking tutto sempre equilibrato, tutto senza autoreferenzialià, tutto non per ammiccare al pubblico ma per presentare il proprio concetto di musica e questo, per chi è avvezzo al radicalismo improvvisativo non è certo una novità. Set per me entusiamante.

La seconda parte del concerto (e qui apro una parentesi per dire che la valigia di Sharp con la pedaliera e tutto il resto si è misteriosamente dissolta nel triangolo non delle Bermude ma di American Airlines – Lufthansa – ITA) è stato eseguito con la chitarra elettrica, grazie anche a Roberto Zorzi che ha prestato le sua preziose apparecchiature all’amico Sharp; “Electric Sharp” ha proposto un set “spontaneo” molto interessante dove mi è parso di capire – ma già lo sapevo, in realtà – che la sua capacità tecnica applicata allo strumento non è mai sovrastata dall’elettronica anzi, lo strumento perfettamente inserito in un contesto elettronico ci consegna una musica per la quale l’unico aggettivo che mi viene in mente è “contemporanea” mescolando in modo  omogeneo il suo background personale di musicista e produttore con le ispirazioni istantenee che gli arrivano durante l’esecuzione / creazione del brano.

Complimenti davvero, per concludere, allo staff dell’Esotericproaudio Theater per avere accettato di proporre Elliott Sharp, e mi è sembrato felicemente di capire che nel prossimo autunno succederà qualcos’altro di ambito, anzi di “area jazz”.

Speriamo che qualcuno abbia registrato …………. o è una domanda retorica?

MARC JOHNSON “Bass Desires”

MARC JOHNSON “Bass Desires”

MARC JOHNSON“Bass Desires” ECM Records 1299. CD, LP 1986

di alessandro nobis

Registrato a New York nel maggio del 1985, questo è il primo dei due album pubblicati da questo fantastico quartetto composto da una sezione ritmica (Marc Johnson e Peter Erskine) e da due chitarristi del calibro di John Scofield e Bill Frisell. Contrariamente a molti super gruppi che a livello discografico non hanno sempre mantenuto le attese degli appassionati, i Bass Desires hanno invece prodotto musica di grande qualità anche efficacemente “replicata” dal vivo (e chi ha avuto l’opportunità di assistere ad un loro concerto lo potrebbe confermare).

Qui la magia si concretizza con il perfetto equilibrio nella diversità stilista facilmente riscontrabile di Scofield e Frisell e con la creatività e leggerezza che rasenta la perfezione della sezione ritmica, una delle più interessanti nella storia del jazz e naturalmente di conseguenza del catalogo ECM; una ritmica che verrà riproposta anche nel 1989 nel disco con John Abercrombie nel quale possiamo ascoltare un’altra spettacolare versione di un brano di Marc Johnson, “Samurai Hee-Haw“, uno dei timbri indelebili dei Bass Desires presente sul disco in oggetto.

Quelo che più sorprende è la scelta del repertorio in quanto, laddove nel secondo album “Current Events” troviamo brani originali, in questo primo disco ci sono alcune splendide riletture di brani appartenenti al jazz vicino ad altri che possiamo definire alloctoni: “Resolution“, secondo movimento del coltraniano “A Love Supreme”, “The Wishing Doll“, canzone scritta negli anni sessanta da Elmer Bernstein e Marck David, ma soprattutto “Black is the Color of my True Love’s Hair” una ballata tradizionale raccolta negli Appalachi ma di origine scozzese e pubblicata da Roud con il numero # 1013.

Tra gli originali quelli che preferisco ancora dopo tutto questo tempo “Bass Desires” aperto da Erskine (che compone il brano) e con il tema eseguito all’unisono dalle chitarre che si alternano nei soli e la magnifica ballad conclusiva di John Scofield “Thanks Again“.

Disco eccelso, come il secondo “Second Sight” e perfetta la produzione di Eicher (Manfred). Credo ancora sia in catalogo.