ANTONIO FRESA “Piano Verticale”

ANTONIO FRESA “Piano Verticale”

ANTONIO FRESA “Piano Verticale”

AUTOPRODUZIONE. CD, 2019

di Alessandro Nobis

Questo è il primo di tre lavori che il pianista partenopeo intende dedicare al suo strumento, il pianoforte. In particolare questo suo primo, come si evince dal titolo, ha come protagonista il piano verticale, quello che rappresenta il punto fermo iniziale per la stragrande maggioranza di coloro che ambiscono a suonare il pianoforte. Antonio Fresa ha concentrato la sua attenzione alla composizione di musiche per film che sono state molto apprezzate dalla critica dei più importanti festival del settore e questa sua capacità descrittiva la ritroviamo tutta in questo suo “Piano Verticale” che raccoglie sia brani nati per la cinematografia che composti per questa speciale occasione; ci sono due brani dove l’esecuzione è affidata al solo pianoforte dei quali voglio citare per l’intensità e delicatezza “Tra sette anni” mentre per gli altri Fresa ha scritto arrangiamenti che coinvolgono altri strumenti. Tra questi voglio citare il bellissimo brano di apertura “Inner Life” con l’intervento del vibrafono di Marco Pacassoni (https://ildiapasonblog.wordpress.com/2018/06/16/marco-pacassoni-group-frank-ruth/), del violino di Armand Priftuli e del violoncello di Stefano Jorio, e i due composti per altrettanti film di Lucio Fiorentino: “Mio Padre” con la presenza di Raffaele Casarano al sax soprano, Ninon Valder al bandoneon, il clarinetto di Peppe Plaitano e l’ensemble d’archi “The Writing Room” ed il secondo, “Perdita” nel quale il trio d’archi accompagna l’autore e da un forte contributo a disegnare immagini e paesaggi in chi fruisce di queste melodie di rara bellezza ed intensità.

E, lo voglio sottolineare, nonostante le diverse provenienze, i diversi arrangiamenti e le diverse sonorità, ciò che emerge alla fine di questo “Piano Verticale” è l’omogeneità della musica suonata nella quale gli “Haiku” composti da Lorenzo Marone trovano idealmente casa e vanno ad impreziosire la musica di Antonio Fresa.

Che poi, fruire e gustare la musica mentre si immaginano paesaggi ispirati da ciò che ascolta è una delle cose più piacevoli ed uniche ed è una pratica che mi sorprende ascolto dopo ascolto.

 

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ELSA MARTIN & STEFANO BATTAGLIA “Sfueâi”

ELSA MARTIN & STEFANO BATTAGLIA “Sfueâi”

ELSA MARTIN & STEFANO BATTAGLIA “Sfueâi”

Artesuono Records, CD. 2019

di Alessandro Nobis

Una volta premesso che il trio di Stefano Battaglia (quello con Roberto Dani e Salvatore Maiore) è a mio avviso una delle più belle realtà del jazz di questi ultimi anni e che l’ascolto di “Verso” (2013) disco d’esordio di Elsa Martin mi aveva sorpreso per l’equilibrio tra la modernità e la tradizione, la notizia della pubblicazione di questo “Sfueâi” mi aveva intrigato non poco.

E’ un progetto molto ambizioso che media perfettamente “le lingue” friulane con il raffinato pianismo legato a mio avviso alla corrente “third stream” che pochi riescono a concretizzare a questi livelli (mi viene in mente Ran Blake, per fare un nome, per spiegare un’idea); non solo, ci sono le liriche dei poeti legati alla loro terra madre in modo perpetuo sia che siano stati “emigranti” (e sappiamo quanto questa gente sia legata alla propria storia) sia che abbiano vissuto la loro vita umana ed artistica tra le valli e le piane del Friuli. Musica affascinante, una sfida vinta, un progetto ambizioso che rende al meglio l’omaggio ai poeti friulani inserendo le loro liriche in un ambiente musicale contemporaneo, mai ripetitivo, mai banale ma sempre originale e di grande gusto. La lunga “Canaa su la puarta”, ad esempio, con il testo di Novella Cantarutti di Navarons è a mio avviso il brano più emblematico di questo lavoro: otto versi recitati “cantando” con grande intensità, una voce che affianca poi fondendosi (attorno al minuto 8) all’improvvisazione pianistica di Battaglia che chiude il brano di nuovo a fianco della voce “declamante”. E poi la pacatezza ed il lirismo del brano eponimo con il testo ancora di Novella Cantarutti, e come non citare il Pasolini emigrato della bellissima “Ciampanis” nella parlata di Casarsa della Delizia (“io sono uno spirito d’amore, che al suo paese torna di lontano”?

Lo voglio ripetere, questo “Sfueâi” contiene musica dal grande fascino, che si assapora lontano dai rumori e dai fastidi del quotidiano e che da’ l’opportunità a chi ascolta di regalarsi preziosi momenti di intimità e di isolamento.

Musica che fa pensare e riflettere, cosa di meglio di questi tempi?

 

CLAUDIO ANGELERI “Blue is More”

CLAUDIO ANGELERI “Blue is More”

CLAUDIO ANGELERI “Blue is More”

Dodicilune Ed417, CD. 2019

di Alessandro Nobis

Leggi la scaletta sulla copertina e noti che ci sono tre fari, tre punti fermi che illuminano e delimitano il jazz scritto e suonato dal pianista Claudio Angeleri per questo suo “Blue is More”: Bud Powell, Duke Ellington e Thelonious Monk, tre nomi per farsi un’idea della musica contenuta in questo bel lavoro prodotto dalla Dodicilune, uno dei primi di questo 2019.

Poi lo ascolti e scopri che non si tratta solamente di un omaggio calligrafico al genio dei tre colleghi pianisti, ma c’è molto di più: il talento compositivo, la sensibilità dello strumentista, gli arrangiamenti che non cadono mai nel già sentito pur rimanendo nel fiume del main stream, c’è l’accurata scelta dei musicisti che non si fermano al ruolo di sidemen ma contribuiscono in modo efficace alla musica proposta: Gabriele Comeglio ai sassofoni, Andrea Andreoli al trombone, Marco Esposito al basso elettrico, Luca Bongiovanni alla batteria e due ospiti, la cantante Paola Milzani nell’efficacissima interpretazione di uno dei più significativi brani del repertorio di Monk (“Monk’s Dream”) nel quale, dopo il solo di trombone, “suona” in modo del tutto originale la parte dell’Hammond di Larry Young nella sua versione del brano degli anni sessanta ( se non vado errato nell’album “Unity” del ’66)ed il flauto di Giulio Visibelli in “Paths”, composizione originale di Angeleri.

“Profumo monkiano” anche nella scrittura di Angeleri “Blues is More” dove il tema è introdotto da Bongiovanni ed al quale seguono i soli di Comeglio ed a seguire di Angeleri,  ed interessante la rilettura del brano di Bud Powell “Dance of the Infidels”, eseguita in trio che esplicita tutta la ricerca ritmica e timbrica di Angeleri e l’inusuale quanto efficace utilizzo del basso elettrico in un brano di Powell. Infine non posso non consigliare la ellingtoniana “A new world is coming” e l’originale “Dixie” entrambe al piano solo, che – mi sembra di poter dire – racchiudano la storia musicale di Claudio Angeleri.

http://www.dodicilune.it

 

 

EMANUELE SARTORIS  “I Nuovi Studi”

EMANUELE SARTORIS                                       “I Nuovi Studi”

EMANUELE SARTORIS “I Nuovi Studi”

DODICILUNE RECORDS, CD Ed415, 2018. Distribuzione IRD.

di Alessandro Nobis

Il termine “Third Stream” in ambito jazzistico racconta di una musica che contiene elementi “classici europei” vicino ad elementi “afroamericani” e lo strumento che meglio può rappresentare questo linguaggio è senz’altro il pianoforte, per la sua estensione e per il fatto che chi lo suona ha molto probabilmente fatto studi classici. Avevo già parlato di questa “terza corrente” in occasione della pubblicazione del pianista Ran Blake ed ora, al di qua dell’oceano, mi trovo a provare di descrivere questo bel lavoro dell’eccellente pianista Emanuele Sartoris, pubblicato dalla Dodicilune. Ho citato l’oceano non a caso ma pensando che mentre i jazzisti come Ran Blake hanno come riferimento la storia della musica afroamericana, quelli europei percorrono la strada avendo alle spalle una storia e cultura musicale completamente diversa.

music-4.jpegQuindi il risultato non può che essere diverso a parità di obiettivo e di concetto e l’ascolto del disco mette in risalto oltre alla bravura ed al tocco del pianista anche il coraggio di un musicista che con gran perizia, rispetto e sensibilità riesce a rendere omogeneo un repertorio che pone “a tu per tu” le sue composizioni con quelle di “mostri sacri” come Frederic Chopin (Studio Opus 25 Nr. 2), Alexander Skryabin (Studio Opus 8 Nr. 2), Bill Evans e Franz Liszt (I preludio, studi trascendentali), i fari che guidano ed illuminano il pensiero musicale di Sartoris; del resto, mi sembra di poter dire che l’interpretazione dell’evansiana “Comrade Conrad”, una delle ultime scritture registrate in vita dal pianista americano sembra quasi chiudere il cerchio unendo alla perfezione i linguaggi delle classiche europea ed afromericana lasciando al suo interno l’artista che la suona, anzi che la fa sua. Disco intenso, importante, una musica alla continua ricerca della perfezione e di un qualcosa che vada oltre i canoni dei linguaggi che ho citato anche in apertura, e la scelta della parola “Studi” va in questa direzione: musica che non stanca mai, che raccoglie un’eredità secolare e che nella rielaborazione personale si (e ci) proietta in avanti.

http://www.dodicilune.it

MARCELLO CASSANELLI “Overtour”

MARCELLO CASSANELLI “Overtour”

MARCELLO CLAUDIO CASSANELLI “Overtour”

DODICILUNE CD Ed399, 2018

di Alessandro Nobis

La spesso vituperata dai jazzofili e jazzisti più ortodossi stagione del jazz elettrico, figlio della svolta elettrica davisiana della fine degli anni sessanta, a mezzo secolo di distanza la ritroviamo sorprendentemente assimilata, analizzata e rivista anche in modo critico dai musicisti e pianisti delle generazioni più giovani; è il caso del pianista bolognese Marcello C. Cassanelli che con questo “Overtour” presenta la sua opera prima per i tipi dell’attivissima Dodicilune, etichetta pugliese. Gli studi di Cassanelli la dicono lunga sulle fonti che lo hanno portato a comporre i sette brani che troviamo in “Overtour”: Conservatorio a Bologna con tesi su Robert Schumann, specialistica in jazz con studio dello sviluppo del piano elettrico nella musica di Davis (Jarrett, Corea, Hancock). Gira una foto da qualche parte sul web che ritrae Cassanelli al pianoforte con Chick Corea e quindi non stupisce più di tanto se il pianista bolognese dedica al pianista americano, il notevole “Preludio To La Fiesta”, quasi “apocrifo”.

Cinque brani eseguiti in trio con Bruno Farinelli alla batteria e Blake Franchetto al basso elettrico e contrabbasso, e due in quartetto, “Late Night” con il sax alto di Cristiano Arcelli e “Fused” con la voce di Giulia Barozzi”; l’uso del Moog, il suono del piano Fender, la voce “strumentale”, il fraseggio pianistico, l’uso del l’incalzante basso elettrico, lo studio approfondito di quegli anni del jazz elettrico americano fanno di questo lavoro non una calligrafica e sterile imitazione di un inimitabile, ma la rielaborazione personale di un periodo storico importante nello sviluppo della musica afroamericana. E l’ascolto di “Giulia”, bellissima ballad acustica con l’uso delle spazzole alla batteria e del contrabbasso, smentisce tutto quanto avete ascoltato prima e quanto ascolterete di seguito, una dimostrazione della maturità di questo pianista acquisita già al suo disco d’esordio.

Adesso aspettiamo il seguito …….

 

 

LELLO PETRARCA “Reflections”

LELLO PETRARCA “Reflections”

LELLO PETRARCA “Reflections”

Dodicilune Records. CD Ed393, 2018

di Alessandro Nobis

A due anni di distanza dell’ottimo “Musical Stories” (https://ildiapasonblog.wordpress.com/2016/04/21/lello-petrarca-trio-musical-stories/) viene pubblicato sempre dalla Dodicilune questo altrettanto interessante “Reflections” del pianista campano Lello Petrarca, sempre in compagnia del batterista Aldo Fucile e del contrabbassista Vincenzo Faraldo.

music-4.jpegPetrarca guarda la sua immagine riflessa (questa una dei significati della parola inglese “Reflection”) e vede le sembianze di L. Van Beethoven, C. Debussy e W.A. Mozart, tre caposaldi della musica per pianoforte che conosce perfettamente e che ha elaborato ed interiorizzato nel suo pianismo, e le cui influenze si esplicitano in tre significativi brani, rispettivamente “Patetico Adagio” (Sonata patetica numero 5), “Un Preludio in Jazz”, e “Turca Fuga” (interpretazione del famosissimo Rondò della Sonata numero 11): mainstream suonato con grande classe e sensibilità assieme alla ritmica che, vista anche dal vivo, forma un unicum con il pianista. Un trio veramente efficace ed espressivo quindi, con un equilibrio ed una capacità espressiva a suo agio naturalmente sia quando affronta le pagine originali contenute in questo CD come la swingante “Giocando ad Anatole” e la ballad “Rigo Piano” (presumo dedicata a  quel “Rigo Piano”) che quando affronta in modo maturo e personale “Someday my Prince Will Come”, lo standard di Frank Churchill, tema tra i più frequentati della storia del jazz.

NELLO MALLARDO “La Bellezza dell’Essenziale”

NELLO MALLARDO “La Bellezza dell’Essenziale”

NELLO MALLARDO “La Bellezza dell’Essenziale”

DODICILUNE RECORDS, Ed396, CD, 2018

di Alessandro Nobis

Nove brani per raccontare sé stesso, nove scritture per pianoforte solo nel segna della cosiddetta “third stream”, la corrente che lega attraverso il linguaggio classico del Novecento alla musica afromericana. Alcuni dei musicisti che fanno parte di questa corrente arrivano dal jazz, altri dalla più pura tradizione del classicismo novecentesco; come Nello Mallardo che confeziona per la Dodicilune Records questo bel lavoro il cui titolo è paradigmatico al suo contenuto, “La Bellezza dell’Essenziale” nel quale ha saputo brillantemente mediare tra la straordinaria musica di Claude Debussy e le sue esperienze “altre” descrivendo le proprie emozioni e sentimenti.music-4

Mallardo ha alle spalle una solidissima preparazione classica che gli consente tra l’altro di coprire l’incarico di pianista del prestigioso corpo di ballo del Teatro San Carlo di Napoli, ma ha evidentemente anche un’apertura culturale di ampio respiro che si rende evidente già al primo ascolto di “La Bellezza dell’Essenziale”; la sua è una musica lontana anni luce da quella fastidiosa autoreferenzialità che talvolta permea i lavori per pianoforte solo ma che invece si rivela essere ricca di sfaccettature che emergono sempre più da successivi ascolti.

Ecco, “Dreaming in Autumn”, “Ostinato”, “Rensie” e “Restless” sono mio modesto parere le quattro tracce più emblematiche, quelle che ci consegnano altrettante nitide istantanee del percorso stilistico del pianista napoletano.

Un altro gran bel disco targato Dodicilune che si dimostra sempre più una fucina ed una vetrina del jazz nostrano. Vecchi leoni vicini a nuovi talentuosissimi musicisti, come Aniello Mallardo Chianese appunto.