SARTORIS · DI BONAVENTURA  “Notturni”

SARTORIS · DI BONAVENTURA  “Notturni”

SARTORIS · DI BONAVENTURA  “Notturni”

Caligola Records. CD, 2021

 di alessandro nobis

Del pianista ·compositore Emanuele Sartoris e delle sue imprese discografiche ho già parlato in passato (vedi i link in calce a questo articolo) e quello che più mi impressionato, al di là della sua sopraffina tecnica pianistica, è la capacità di creare un suono, una musica perennemente in bilico tra classicismo, jazz ed improvvisazione. Forse quest’ultimo aspetto è quello che risalta di più da questa ennesima magnifica incisione per la quale ha coinvolto lo straordinario suonatore di bandoneon Daniele Di Bonaventura, verrebbe da dire “l’uomo giusto al posto giusto” vista la sua capacità di muoversi da linguaggio musicale all’altro trasportando il bandoneon fuori dalla “confort area” del tango argentino; qui a mio avviso le parole che possono dare una chiave di lettura sono tre, ovvero “notturno”, impromptu” e “improvvisazione” che vanno a formare un triangolo al centro del quale si sviluppa questo progetto. I primi due sono in relazione alla stagione classica del Romanticismo; i “Notturni”, parliamo di quelli composti da Chopin ne 1832 due dei quali (il Primo ed il Secondo dell’Opera 9) filtrati da Sartoris e Di Bonaventura aprono e chiudono questo lavoro, sip restano perfettamente all’aggiunta di abbellimenti e di improvvisazioni (uno stilema esecutivo messo in pratica dallo stesso Chopin) mentre “Impromptu” è termine legato a Franz Schubert che al momento della loro composizione (1827) lasciava chiari riferimenti ad “aggiunte” personali degli esecutori dei brani. Il terzo termine, improvvisazione, è in senso moderno legato al alla musica jazz della quale come tutti sanno ne costituisce il cardine. Detto questo – in poche e semplici parole – quello che emerge dall’ascolto, ad esempio de “La Volta CelesteNotturno Op.4 N. 1” composto da Sartoris è la massima cantabilità del tema, il perfetto interplay tra i due musicisti che sembrano specchiarsi uno nell’altro scambiandosi l’esposizione del tema principale, tra l’altro di grande bellezza, creando spontaneamente la musica e facendo sembrare quasi inutile lo spartito. “Notturno d’inverno” è la composizione centrale del disco; è un brano composto da Di Bonaventura dove Emanuele Sartoris offre al bandoneonista un efficacissimo supporto, ritmico oserei dire da neofita. Infine voglio citare “La Fine dei Tempi Op. 4 Nr. 6” dove l’improvvisazione della parte centrale rende alla perfezione il progetto di questo “Notturni”, disco che naturalmente dovrebbe essere ascoltato da chi ama il jazz moderno ma anche e soprattutto dagli appassionati del pianismo classico; questi ultimi troveranno qui una inedita e splendida interpretazione contemporanea delle regole e delle idee dei grandi compositori della prima metà dell’ottocento. Qualcuno storcerà il naso, mi spiace per lui, a qualcun altro gli si spalancherà una finestra su un mondo nuovo.

In conclusione una curiosità: la scaletta segue una certa simmetria, al cento la composizione di Di Bonaventura, agli estremi due riletture di Chopin e in mezzo i sei Notturni di Sartoris. Grande bel disco, i direttori dei festival jazz e classica più arguti ascoltino questo, a mio modesto avviso, capolavoro. 

(https://ildiapasonblog.wordpress.com/2020/08/01/genot-sartoris-totentanz-evocazioni-lisztiane/)

(https://ildiapasonblog.wordpress.com/2020/04/03/barbiero·manera·sartoris-woland/)

(https://ildiapasonblog.wordpress.com/2018/12/14/emanuele-sartoris-i-nuovi-studi/)

(https://ildiapasonblog.wordpress.com/2019/10/01/night-dreamers-techne/)

BAN · MANERI · SURMAN “Transylvanian Folk Songs: the Bela Bartok Field Recordings”

BAN · MANERI · SURMAN “Transylvanian Folk Songs: the Bela Bartok Field Recordings”

LUCIAN BAN · MAT MANERI · JOHN SURMAN “Transylvanian Folk Songs: the Bela Bartok Field Recordings”

SUNNYSIDE RECORDS, CD. 2020

di alessandro nobis

Nativo di Cluj, nel cuore della Transilvania rumena, Lucian Ban è un eccellente pianista innamorato della sua terra, della sua cultura e di conseguenza del monumentale lavoro che Bartok Bela ha raccolto, trascritto e interpretato lasciando un’eredità che come quantità e qualità ha pochi eguali nel mondo; John Surman è uno sperimentatore dei sassofoni e clarinetti considerato uno dei padri della corrente jazzistica formatasi in Europa negli anni Sessanta e protagonista di alcune delle più interessanti pagine incise in questo ambito e l’americano Mat Maneri, dal canto suo, è un violista di grandissime doti, il suo linguaggi si muove tra sperimentazione, musica contemporanea e jazz. Il pianista rumeno ha chiamato “a sé” Surman e Maneri con i quali ha confezionato questo straordinario esempio di come si possa contemporaneamente seguire con rispetto il lavoro di Bartok (ma anche, aggiungo, di Kodaly Zoltan) aggiornando le sue composizioni con suoni e combinazioni sonore più vicine ai nostri giorni. La combinazione pianoforte ·ance ·viola non è per nulla casuale, e si ispira a “Contrast” composta nel 1938 e registrata nel 1940 Bartok assieme a Benny Goodman e Joseph Szigetti, quindi partire dalla tradizione più cristallina per creare qualcosa di nuovo, fare riferimento anche a semplici frammenti bartokiani e svilupparli mantenendo inalterato lo spirito originale. Un progetto complesso ed ambizioso che il trio grazie anche alle esperienze individuali nel campo dell’improvvisazione riesce a realizzare nel migliore dei modi.

Emblematica la melodia natalizia “What a great night is, a Messenger was born”, dove le ance e la viola interpretano nel pieno rispetto lo spartito di Bartok lasciando tutto lo spazio al pianoforte libero nel processo creativo.

Le stupende foto della copertina e del libretto sono di Bela Bartok.

FRANCESCO MARZIANI  “Changing my life”

FRANCESCO MARZIANI  “Changing my life”

FRANCESCO MARZIANI  “Changing my life” Creusarte Records. CD, 2020

di alessandro nobis

L’etichetta Creusarte da qualche settimana ha pubblicato questo convincente (molto convincente) lavoro del pianista partenopeo Francesco Marziani al quale collaborano anche Marco de Tilla al contrabbasso, Massimo Del Pezzo alla batteria, Giulio Martino al sassofono e Flavio Dapiran alla tromba. E’ un lavoro piuttosto articolato considerato che sono presenti tracce eseguite in solo, in trio, in quartetto ed in quintetto che evidenziato da un lato la preparazione e la capacità compositiva di Marziani e dall’altro l’accurata ed indovinata scelta degli strumenti più idonei all’esecuzione dei brani.

Tra le composizioni eseguite in trio spicca a mio avviso la splendida ballad “With love from Napoli” introdotta dal fraseggio di Marziani e con un significativo solo del contrabbasso di De Tilla; notevole il neo-hard-bop di “Autumn Drops” con un lungo solo di pianoforte seguito dagli opportuni soli del sassofono e della tromba, e mi è piaciuto molto l’arrangiamento di “In your sweet way” dove il tenore di Martino enuncia il tema e si esprime in un lungo ed espressivo assolo ed alla chiusura lascia lo spazio al drumming “con spazzole” di Del Pezzo.

E’ chiaro, qui non troverete voli pindarici sulle insidiose terre dell’improvvisazione radicale, qui c’è una costante ricerca del perfetto equilibrio tra i linguaggi della musica afroamericana e della tradizione classica europea brillantemente mutuati dalla capacità compositiva di Marziani. La presenza di due composizioni come il bellissimo blues del songbook ellingtoniano “Things ain’t what they used to be” e dell’“intermezzo op. 2 118” di Johann Brahms la dicono lunga sul percorso musicale di Francesco Marziani.

 

 

 

BARBIERO·MANERA·SARTORIS  “Woland”

BARBIERO·MANERA·SARTORIS  “Woland”

BARBIERO·MANERA·SARTORIS  “Woland”

Autoproduzione CD, 2020

di alessandro nobis

Franco Fayenz sostiene come lo stato della cultura non solo musicale in Italia non sia buono: Massimo Barbiero dice invece più lapidariamente che esso  “non è” (cit. intervista a “jazz Convention”); mi trovo d’accordo con il batterista compositore che da un bel po’ ha deciso di autoprodursi i propri lavori per essere del tutto indipendente dal mercato discografico, e anche questo “Woland: omaggio a Il Maestro e Margherita”, la sua più recente produzione, non sfugge dunque al Barbiero – pensiero (che accomuna comunque altri artisti, non solo di ambito jazzistico) proponendo un lavoro che si ispira a “Il Maestro e Margherita” di Michail Bulgakov in compagnia di Eloisa Manera (violino e violino a 5 corde) e del pianista Emanuele Sartoris autori rispettivamente di una e di quattro composizioni.

Onestamente devo confessare di non avere letto Bulgakov e quindi il mio approccio alla musica di Woland esula dall’interpretazione “filtrata” dalla conoscenza del volume ma, comunque sia, trovo “anche” queste incisioni molto interessanti a partire dalla formazione davvero inedita che combina in modo equilibrato i suoni delle percussioni, del violino e del pianoforte; l’ascolto poi rivela le diverse componenti della musica scritta e mi sembra di poter dire che al di là delle considerazioni sull’indiscutibile preparazione tecnica e dalla capacità di dialogo tra gli strumentisti, emergono a mio avviso in modo chiaro le diverse componenti che stanno alla base del progetto. Questo perché parlano lo stesso linguaggio facendo incontrare in modo del tutto aperto i loro background realizzando un amalgama chimicamente perfetto; non ho la competenza per addentrarmi in analisi musicologiche, tuttavia l’ascolto mi fa fatto scoprire i caratteri di certa musica classica del Novecento che pervade tutto il disco (l’introduzione e un richiamo alla tradizione classica – russa? – in “Hella” ad esempio), naturalmente il linguaggio del jazz (in “Woland” composta da Sartoris) e l’improvvisazione in “Margherita” di Barbiero con il dialogo tra l’autore ed Eloisa Manera. Superbi i tre movimenti della lunga “Suite dei tre Demoni” composta dalla violinista: la prima parte dove emergono il violino ed il pianoforte con un lungo frammento “libero”, una seconda introdotta dal pianoforte subito seguito da violino e dalla batteria con una brillante parte improvvisata, la terza dove il drumming di Barbiero trova largo spazio evidenziando tutta la creatività e la ricca tavolozza di suoni che talvolta incrocia i suono del violino e del pianoforte.

Un disco davvero interessante anche decontestualizzandolo dalla fonte primaria, quella di Bulgakov, un trio che sarebbe stato uno dei punti di forza della programmazione del Open Papyrus Jazz Festival di Ivrea annullato per l’epidemia di Coronavirus. Sarà ovviamente tra i protagonisti dello stesso Festival nella sua edizione translata e del quale il cartellone dovrà subire forzatamente qualche variazione, ma “Woland” ci sarà senz’altro.

www.massimobarbiero.com

 

 

 

 

FAUSTO FERRAIUOLO TRIO “Il Dono”

FAUSTO FERRAIUOLO TRIO “Il Dono”

FAUSTO FERRAIUOLO TRIO  “Il Dono”

Abeat Records. CD, 2019

di alessandro nobis

Oggi (7 marzo 2020) se ne è andato uno degli ultimi giganti rimasti, “le ali” di Coltrane come il sassofonista appellava McCoy Tyner, e oggi sto ascoltando questo bel lavoro del pianista Fausto Ferraiuolo pubblicato alla Abeat Records registrato assieme al batterista Jeff Ballard ed al contrabbassista Aldo Vigorito e che rende merito al bel momento che il jazz italiano sta attraversando tra molte difficoltà; un trio affiatato, con un interessante progetto che si basa sulle composizioni del talentuoso pianista ed il cui il segno distintivo, mi sembra poter dire, è quello della ricerca della melodia che si affianca al carattere improvvisativo di “Improtune” e di “O impro mia” nate grazie ad un significativo e fruttuoso istinto al dialogo tra i tre protagonisti. D’altro canto i brani più strutturati come la bellissima ballad “4 settembre” ci rivelano il suono purissimo del pianoforte e la dedicata ma sostanziale cavata del contrabbasso che con il drumming di Jeff Ballard aiutano Ferraiuolo a creare un pathos che raramente abbiamo l’occasione di ascoltare, la sostenuta “Baires” ci trasporta nel clima sudamericano rivisto e corretto, perfetto il solo di pianoforte e da menzionare quello di Ballard, ed anche nell’unico standard presente (perfetta la scelta di dare spazio agli spartiti di Ferraiuolo), ovvero “Somebody Loves Me” di George Gershwin il trio mostra tutto il suo valore nella rilettura di questa composizione e nella già menzionata capacità di dialogo.

Grazie per il bel “Dono”, ogni tanto un bel disco di “nuovo mainstream” giova allo spirito.

 

 

FRANCESCA GEMMO “Ad libitum”

FRANCESCA GEMMO “Ad libitum”

FRANCESCA GEMMO “Ad libitum”

DODICILUNE Records. CD ED416, 2019

di Alessandro Nobis

Sul concetto di improvvisazione in generale si sono espressi autorevolissimi musicisti e critici e quindi sarò lapidario dicendo che essa è un atto singolo ed irripetibile, sia venga applicata all’interno di un linguaggio musicale sia al di fuori di qualsivoglia idioma. Ogni volta che assistiamo ad una performance di un artista assistiamo alla costruzione in itinere di musica che nasce, prende forma e muore nell’atto della sua conclusione; ecco che quindi dopo aver ascoltato le “forme” create dalla pianista Francesca Gemmo ti viene voglia di assistere, in esecuzioni live, come la pianista proceda nella creazione della sua performance. Fortunatamente per noi, molti improvvisatori registrano e pubblicano spesso i risultati del processo – in realtà tradendo ciò che i più ortodossi sostengono, e cioè che queste esibizioni esistono solamente nel momento in cui prendono vita – e quindi bene ha fatto la Dodicilune a dare spazio nel suo corposo catalogo a queste intriganti dieci tracce per pianoforte solo nate e registrate nello spazio di poche ore in uno studio. Altrettanto logico che durante le esecuzioni emerga tutto il retroterra musicale sia esso legato all’area dell’improvvisazione più radicale (mi riferisco alle collaborazioni con Elliott Sharp o Giancarlo Schiaffini) che a quella della musica “contemporanea” (Bussotti, Curran o Prati, ancora Cage del quale la Gemmo sta registrando l’integrale per pianoforte): ci sono tracce che si sviluppano da un canovaccio seppur minimo (i quattro movimenti si “Sipari”) altre “create” in divenire tra le quali segnalo “Novella” e la conclusiva “In Fine”.

Un bellissimo lavoro che potrà soddisfare in modo trasversale gli appassionati di classica contemporanea e della musica più “estrema”.

Info http://www.dodiciluneshop.it

NIGHT DREAMERS “Téchne”

NIGHT DREAMERS “Téchne”

NIGHT DREAMERS “Téchne”

ALFAPROJECT RECORDS. CD, 2019

di Alessandro Nobis

Direi che Massimo Bernardini ha perfettamente ragione quando scrive le sue note introduttive a questo “Téchne” riferendosi a quel capolavoro di musica d’autore che è “Automobili” di Dalla e Roversi l’unico disco, mi permetto sommessamente di aggiungere, dedicato agli “assi del volante”. Testi straordinari e musica impeccabile, ed ora a mezzo secolo di distanza ecco che quattro jazzisti (cinque per la verità visto che Giampaolo Casati “presta” l’espressività della sua tromba in due brani) decidono di dedicare un disco agli antichi eroi dell’automobilismo, impresa difficile visto che qui si tratta di pura musica, di puro jazz: sono il pianista Emanuele Sartoris, il batterista Antonio Stizzoli, Simone Garino ai sassofoni e Dario Scopesi al contrabbasso. L’energia del brano iniziale scritto da Sartoris evoca il circuito francese di Le Mans e descrive la magie del giorno, ma soprattutto della notte, che si respira durante la leggendaria 24 ore (chi ci è stato sa a cosa mi riferisco) con un tempo quadrato, quasi funky. E l’Alfa Romeo con il suo quadrifoglio alla quale si dedicano un pugno di composizioni: al “ramarro” Campari con la struttura del brano indovinatissima che riprende dopo il significativo solo di Antonio Stizzoli, il batterista, al sogno di Chet Baker / Giampaolo Casati in “The Red Flying Alfa” che vola sulle strade toscane in un’ipotetica fuga dal carcere, alla follia pura del duello notturno a fari spenti tra i miti Varzi e Nuvolari.

Conclusione di questo a parer mio ottimo lavoro una composizione di Stizzoli che ci riporta agli albori dell’automobilismo, quello dei fratelli Michelin alla Parigi – Brest, (oggi una passeggiata ma allora chissà cos’era) con bel assolo al sax soprano di Simone Garino (autore anche di “Mirafiori” con l’imitazione dei clacson che aprono lo spartito).

Emanuele Sartoris lascia quindi per il momento le atmosfere intime del suo lavoro in “solo” (https://ildiapasonblog.wordpress.com/2018/12/14/emanuele-sartoris-i-nuovi-studi/) e trova qui una nuova dimensione in un quartetto che evidenzia grande comunicatività e piacere nel suonare assieme (che si percepisce nettamente durante l’ascolto) riportandoci in una “scuderia” lungo i circuiti stradali di un’era fa. Veramente notevole.

 

 

ANTONIO FRESA “Piano Verticale”

ANTONIO FRESA “Piano Verticale”

ANTONIO FRESA “Piano Verticale”

AUTOPRODUZIONE. CD, 2019

di Alessandro Nobis

Questo è il primo di tre lavori che il pianista partenopeo intende dedicare al suo strumento, il pianoforte. In particolare questo suo primo, come si evince dal titolo, ha come protagonista il piano verticale, quello che rappresenta il punto fermo iniziale per la stragrande maggioranza di coloro che ambiscono a suonare il pianoforte. Antonio Fresa ha concentrato la sua attenzione alla composizione di musiche per film che sono state molto apprezzate dalla critica dei più importanti festival del settore e questa sua capacità descrittiva la ritroviamo tutta in questo suo “Piano Verticale” che raccoglie sia brani nati per la cinematografia che composti per questa speciale occasione; ci sono due brani dove l’esecuzione è affidata al solo pianoforte dei quali voglio citare per l’intensità e delicatezza “Tra sette anni” mentre per gli altri Fresa ha scritto arrangiamenti che coinvolgono altri strumenti. Tra questi voglio citare il bellissimo brano di apertura “Inner Life” con l’intervento del vibrafono di Marco Pacassoni (https://ildiapasonblog.wordpress.com/2018/06/16/marco-pacassoni-group-frank-ruth/), del violino di Armand Priftuli e del violoncello di Stefano Jorio, e i due composti per altrettanti film di Lucio Fiorentino: “Mio Padre” con la presenza di Raffaele Casarano al sax soprano, Ninon Valder al bandoneon, il clarinetto di Peppe Plaitano e l’ensemble d’archi “The Writing Room” ed il secondo, “Perdita” nel quale il trio d’archi accompagna l’autore e da un forte contributo a disegnare immagini e paesaggi in chi fruisce di queste melodie di rara bellezza ed intensità.

E, lo voglio sottolineare, nonostante le diverse provenienze, i diversi arrangiamenti e le diverse sonorità, ciò che emerge alla fine di questo “Piano Verticale” è l’omogeneità della musica suonata nella quale gli “Haiku” composti da Lorenzo Marone trovano idealmente casa e vanno ad impreziosire la musica di Antonio Fresa.

Che poi, fruire e gustare la musica mentre si immaginano paesaggi ispirati da ciò che ascolta è una delle cose più piacevoli ed uniche ed è una pratica che mi sorprende ascolto dopo ascolto.

 

ELSA MARTIN & STEFANO BATTAGLIA “Sfueâi”

ELSA MARTIN & STEFANO BATTAGLIA “Sfueâi”

ELSA MARTIN & STEFANO BATTAGLIA “Sfueâi”

Artesuono Records, CD. 2019

di Alessandro Nobis

Una volta premesso che il trio di Stefano Battaglia (quello con Roberto Dani e Salvatore Maiore) è a mio avviso una delle più belle realtà del jazz di questi ultimi anni e che l’ascolto di “Verso” (2013) disco d’esordio di Elsa Martin mi aveva sorpreso per l’equilibrio tra la modernità e la tradizione, la notizia della pubblicazione di questo “Sfueâi” mi aveva intrigato non poco.

E’ un progetto molto ambizioso che media perfettamente “le lingue” friulane con il raffinato pianismo legato a mio avviso alla corrente “third stream” che pochi riescono a concretizzare a questi livelli (mi viene in mente Ran Blake, per fare un nome, per spiegare un’idea); non solo, ci sono le liriche dei poeti legati alla loro terra madre in modo perpetuo sia che siano stati “emigranti” (e sappiamo quanto questa gente sia legata alla propria storia) sia che abbiano vissuto la loro vita umana ed artistica tra le valli e le piane del Friuli. Musica affascinante, una sfida vinta, un progetto ambizioso che rende al meglio l’omaggio ai poeti friulani inserendo le loro liriche in un ambiente musicale contemporaneo, mai ripetitivo, mai banale ma sempre originale e di grande gusto. La lunga “Canaa su la puarta”, ad esempio, con il testo di Novella Cantarutti di Navarons è a mio avviso il brano più emblematico di questo lavoro: otto versi recitati “cantando” con grande intensità, una voce che affianca poi fondendosi (attorno al minuto 8) all’improvvisazione pianistica di Battaglia che chiude il brano di nuovo a fianco della voce “declamante”. E poi la pacatezza ed il lirismo del brano eponimo con il testo ancora di Novella Cantarutti, e come non citare il Pasolini emigrato della bellissima “Ciampanis” nella parlata di Casarsa della Delizia (“io sono uno spirito d’amore, che al suo paese torna di lontano”?

Lo voglio ripetere, questo “Sfueâi” contiene musica dal grande fascino, che si assapora lontano dai rumori e dai fastidi del quotidiano e che da’ l’opportunità a chi ascolta di regalarsi preziosi momenti di intimità e di isolamento.

Musica che fa pensare e riflettere, cosa di meglio di questi tempi?

 

CLAUDIO ANGELERI “Blue is More”

CLAUDIO ANGELERI “Blue is More”

CLAUDIO ANGELERI “Blue is More”

Dodicilune Ed417, CD. 2019

di Alessandro Nobis

Leggi la scaletta sulla copertina e noti che ci sono tre fari, tre punti fermi che illuminano e delimitano il jazz scritto e suonato dal pianista Claudio Angeleri per questo suo “Blue is More”: Bud Powell, Duke Ellington e Thelonious Monk, tre nomi per farsi un’idea della musica contenuta in questo bel lavoro prodotto dalla Dodicilune, uno dei primi di questo 2019.

Poi lo ascolti e scopri che non si tratta solamente di un omaggio calligrafico al genio dei tre colleghi pianisti, ma c’è molto di più: il talento compositivo, la sensibilità dello strumentista, gli arrangiamenti che non cadono mai nel già sentito pur rimanendo nel fiume del main stream, c’è l’accurata scelta dei musicisti che non si fermano al ruolo di sidemen ma contribuiscono in modo efficace alla musica proposta: Gabriele Comeglio ai sassofoni, Andrea Andreoli al trombone, Marco Esposito al basso elettrico, Luca Bongiovanni alla batteria e due ospiti, la cantante Paola Milzani nell’efficacissima interpretazione di uno dei più significativi brani del repertorio di Monk (“Monk’s Dream”) nel quale, dopo il solo di trombone, “suona” in modo del tutto originale la parte dell’Hammond di Larry Young nella sua versione del brano degli anni sessanta ( se non vado errato nell’album “Unity” del ’66)ed il flauto di Giulio Visibelli in “Paths”, composizione originale di Angeleri.

“Profumo monkiano” anche nella scrittura di Angeleri “Blues is More” dove il tema è introdotto da Bongiovanni ed al quale seguono i soli di Comeglio ed a seguire di Angeleri,  ed interessante la rilettura del brano di Bud Powell “Dance of the Infidels”, eseguita in trio che esplicita tutta la ricerca ritmica e timbrica di Angeleri e l’inusuale quanto efficace utilizzo del basso elettrico in un brano di Powell. Infine non posso non consigliare la ellingtoniana “A new world is coming” e l’originale “Dixie” entrambe al piano solo, che – mi sembra di poter dire – racchiudano la storia musicale di Claudio Angeleri.

http://www.dodicilune.it