SOSTIENE BORDIN: THE GUN CLUB “Miami”

SOSTIENE BORDIN: THE GUN CLUB “Miami”

SOSTIENE BORDIN: THE GUN CLUB “Miami”

Animal Records. LP, 1982

di Cristiano Bordin

Per lui in tanti hanno tirato in ballo il fantasma di Jim Morrison e, probabilmente Jeffrey Lee Pierce su quel paragone un po’ ci giocava. Ma se possiamo ritrovare qualche eco morrisoniano nel suo modo di cantare e di stare sul palco, il suo gruppo, i Gun Club, nel loro percorso hanno battuto strade diverse da quelle dei Doors. Quella principale è senza dubbio il blues: un blues velocizzato, drammatizzato, irrobustito, sporcato dall’esperienza del punk ma che però riaffiora sempre nel suono della band. Alla fine le radici contano sempre, vale, anche e soprattutto, per la musica.

Jeffrey Lee Pierce nasce a Los Angeles e frequenta l’ambiente punk della fine degli anni ‘70 e dei primi anni ‘80: quindi gli X, i Cramps, i Blasters. Se guardiamo bene però nessuno di questi gruppi è incasellabile nel punk per come era vissuto in Europa: perché le loro radici erano profondamente americane. E quindi, anche se si suonava più veloce ed i riff erano più secchi, il rock’n’roll, il country, il blues venivano fuori sempre ed era su quelle radici che veniva costruito il proprio suono.

Lo spiega bene il chitarrista del gruppo, Ward Dotson: “Non avevamo molto in comune con la scena punk, eravamo differenti e Jeff aveva le idee molto chiare su come far evolvere i Gun Club ed è riuscito a raggiungere il suo obiettivo. Jeff infatti non seguiva le orme di nessuno e non scimmiottava nessuno”.

Una prova –  il punto più alto della loro carriera- è proprio “Miami”, uscito nel 1982, dopo “Fire of love” e un rimaneggiamento della formazione da cui esce Kid “Congo” Powers per unirsi ai Cramps, poi rientrare e successivamente suonare per una decina di anni con Nick Cave ed i Bad Seeds.

A produrre l’album c’è un altro chitarrista, quello dei Blondie, Chris Stein e se guardiamo la lista dei brani troviamo più di un indizio su quella che è la strada presa dal gruppo: “Run through the jungle” cover dei Creedence Clearwater Revival, “Fire of love” un classico rock ‘n’ roll portato al successo da Jod Reynolds nel ‘58 e “John Hardy” brano con cui si erano già cimentati sia Johnny Cash che Bob Dylan, tanto per tornare al tema delle radici musicali della band.

In “Miami” ci sono i Gun Club al loro massimo splendore: lirici, sporchi dove serve, capaci di reinventare, di rileggere a modo loro sia il  country che  il blues. Qualche reminiscenza punk la troviamo ancora in “Bad indian” o in  “Devil in the woods”. Mentre “John Hardy” e “Fire of love” sono molto di più di un tributo: dentro c’è un po’ tutto lo spirito, l’epica e il vissuto musicale dei Gun Club. Non si può parlare di “cover”, per come sono state ripensate e suonate diventano due canzoni riconoscibili ma allo stesso tempo anche completamente nuove. Un po’ come succede a “Run through the jungle”: quale gruppo con le origini dei Gun Club avrebbe  mai pensato di confrontarsi con i Creedence? Eppure quello che ne esce fuori è un mezzo miracolo, un piccolo capolavoro, un brano capace di dare un segno ad un intero album e  alla fine, ancora,  una questione di radici.

In “Miami”, una parte non secondaria, infatti la gioca anche  la steel guitar, come la giocano i testi ed i richiami che vanno tutti nella direzione dei miti americani prestati al rock’n’roll: c’è posto infatti  per sciamani,  riti voodoo, pellerossa, paludi, frontiere. Un immaginario che scomoda ancora una volta la cultura popolare ed il blues. Ma Jeffrey Lee Pierce era – a dispetto della sua scontrosità, dei mantelli neri, degli anelli e delle collane indiane e purtroppo della sua autodistruttività – un autentica enciclopedia musicale e in “Miami” si sente.

Negli anni successivi uscirono “Las Vegas story”, 1984, un album solo “Wildweed” che non ebbe fortuna, e poi “Death party” e “Mother Juno”: tutti dischi da riscoprire.

La storia dei Gun Club e del suo leader finiscono nel marzo del 1996: il fisico di Jeffrey Lee Pierce, provato da anni di eroina e di alcool non reggerà  più.

A ricordarlo- ma per moltissimi potrebbe essere una scoperta-  è da poco uscito un documentario dall’azzeccatissimo titolo  di “Elvis from hell”: ci sono alcuni personaggi che hanno avuto a che fare con lui come Iggy Pop, Nick Cave, Debby Harry e un paio di illustri suoi fan come Jim Jarmusch e Jack White dei White Stripes. Un  doveroso tributo ad un gruppo capace di  influenzare moltissime altre band e ad un personaggio che  ha fatto davvero un pezzo di storia del rock a stelle e strisce negli anni Ottanta.

SUONI RIEMERSI: COLOSSEUM “Those Who are About to Die”

SUONI RIEMERSI: COLOSSEUM “Those Who are About to Die”

SUONI RIEMERSI: COLOSSEUM “For Those Who are About to Die”

Dunhill Records. CD, 1969

di alessandro nobis

Questa è la stampa americana e canadese dell’album di esordio dei Colosseum, “Morituri te Salutant · Those Who About to Die Salute You” pubblicato nel luglio del ‘69. Allora succedeva così ed i Colosseum, recidivi, lo avrebbero rifatto pochi mesi più tardi con “Valentyne Suite / The Grass is Greener”: stampa americana diversa da quella inglese, diversa casa discografica, copertina diversa così come la track list, giusto per complicare la vita ai “followers” della band inglese.

Questo è l’esordio del gruppo di John Hiseman che con Tony Reeves e Dick Heckstall Smith aveva registrato qualche mese prima, nel 1968, l’ottimo “Bare Wires” con John Mayall ed i Bluesbreakers fondando subito dopo i Colosseum e dando alle stampe “questo” disco.

Una facciata, assieme alla rilettura lo shuffle di Graham Bond “Walking in the Park” cavallo di battaglia della band inglese, riporta la versione completa di Valentyne Suite, a mio parere il punto più lontano dal blues della produzione Colosseum ma quello più giustamente conosciuto per la sua bellezza ed organicità che in Europa venne pubblicato dall’omonimo disco, il primo dell’etichetta Vertigo: tre movimenti, i primi due composti da Dave Greenslade e quindi con l’Hammond in grande evidenza che lega le prime due parti ed il terzo ispirato anche dalla musica di J. S. Bach con un bell’arrangiamento per il sassofono di Heckstall-Smith, quest’ultimo movimento sostituito nella versione inglese per la Fontana da “The Grass is Greener“; ma sentiamo cosa racconta lo stesso Hiseman a David Wells: “I primi due movimenti di The Valentyne Suite furono composti assieme a Beware The Ides Of March, terzo e conclusivo brano. Questo era come la suite veniva suonata dal vivo in America e come venne là pubblicata su disco. Noi però avevamo pubblicato questa terza parte nel nostro album d’esordio per il mercato europeo e così la suite, nella versione inglese di V.S., venne completata con The Grass is Greener”. Questa versione di Valentyne Suite ospita anche “The Kettle”, il brano di apertura di entrambi gli album composto dal sassofonista – che in questa versione però non suona – ed eseguito in trio con Litherland che con la voce dialoga con le “sue” chitarre.

Molto interessanti sono i blues, il primo nato da un’improvvisazione in studio (“Plenty Hard Luck”) ed il primo brano mai registrato dalla band, lo strumentale “Debut” con significativi assoli di sassofono e di hammond.

Uno splendido debutto, che però come dicevo ha mandato in stato confusionale noi aficionados europei; fortunatamente le recenti ristampe in CD della Sanctuay Records ed il cofanetto “Morituri Te Salutant” hanno aggiustato il tiro ……..

CANADA & U.S. PRINT – DUNHILL 1969

The Kettle

Plenty Hard Luck

Debut

Those About to Die

Valentyne Sweet (January’s Search – February’s Valentyne – Beware of the Ides of March)

Walking in the Park (Graham Bond)

UK PRINT – FONTANA 1969

Walking in the Park (Graham Bond)

Plenty Hard Luck

Mandarin

Debut

Beware of the Ides of March (da V. Suite)

The Road she Walked Before

Backwater Blues (Leadbelly)

Those About to Die

SOSTIENE BORDIN: THE LEAGUE OF GENTLEMEN “The League of Gentlemen”

SOSTIENE BORDIN: THE LEAGUE OF GENTLEMEN “The League of Gentlemen”

SOSTIENE BORDIN: THE LEAGUE OF GENTLEMEN “The League of Gentlemen”

EG Records. LP, 1981

di Cristiano Bordin

“Come faccio a ballare questa musica?

“Non ballare con i piedi, segui bene la musica e poi inizia a ballare”.

La voce campionata, e anche i campionamenti precedenti, rendono subito l’idea di quello che sarà lo spirito di questo disco: ritmo in 4/4, musica da ballo,  ironia.

Siamo nel 1981 e il nome stampato sulla copertina è un nome misterioso, The League of Gentlemen. Leggendo però i nomi dei “gentiluomini” arriva subito qualche notizia in più: alla chitarra, ad esempio, c’è Robert Fripp, che è lo stratega di tutta l’operazione. Ma cosa c’entra Robert Fripp con il 4/4 e la musica da ballo? C’entra, perché riesce a mettersi su queste lunghezze d’onda alla sua maniera e anche se indossa una veste diversa dal solito ed  i suoni della sua chitarra prendono forme diverse dal suo passato.

Però facciamo attenzione alle date: “The League of Gentlemen” – il nome dell’album è identico a quello del gruppo –  viene realizzato nella seconda metà del 1980 ma uscirà nel 1981, anno in cui, a settembre, esce anche “Discipline” cioè quello che sarà il grande il grande ritorno dei King Crimson sette anni dopo “Red” con Adrian Belew in formazione insieme a Bill Bruford e Toni Levin. Un brano come “Trap” – che troviamo verso la fine di “The League of Gentlemen” – lo anticipa in pieno,  il suono della chitarra e l’atmosfera complessiva  sono praticamente un antipasto del nuovo corso  dei King Crimson. A scandire “The League of Gentlemen” l’intreccio tra chitarra e tastiere che si rincorrono per tutto l’album, un album che potrebbe facilmente essere catalogato come new wave ma in  ogni traccia  c’è sempre quel qualcosa in più rispetto al clichè del periodo.  Anche perché dire new wave, una autentica esplosione di gruppi, personaggi e di suoni, significa dire tante cose molto diverse  tra loro.

Fripp in questi territori si muove da par suo producendo un album che  non è un intermezzo né una divagazione  ma qualcosa che lancia già un segnale su quella che sarà la sua  una direzione futura. E in “The League of Gentlemen” c’è anche un ingrediente in più, l’ironia come è impossibile non notare dai campionamenti e dalle voci registrate con cui si apre il disco.

Del resto la vena ironica di Fripp oggi la vediamo nei video insieme alla moglie Toyah Wilcox.

Ma chi suona con lui nella League of Gentlemen? Alle tastiere, fondamentali in questo progetto, portato anche sul palco, troviamo Barry Andrews già con gli Xtc, alla batteria invece Kevin Wilson, poi con i Waterboys ed i China Crisis, al basso Sara Lee, che ritroveremo nei Gang of Four e una comparsa la fa anche Danielle Dax, già con i Lemon Kittens e poi autrice di un buon disco a metà anni ‘80, “Jesus egg that wept”, autrice anche della copertina. I brani si rincorrono, l’ipnotico  strumentale dall’impronunciabile titolo “Heptaparaparshinok” è un po’ la sintesi dell’intero disco, “Minor man”, più cupa e dal ritmo spezzato, è forse il brano più in linea con i suoni dell’epoca, “Cognitive dissonance” spiega già le sue intenzioni nel  titolo, “H.G.Wells”  lascia più spazio ancora alle tastiere e “Trap”, come detto, fa da apripista a “Discipline”.

“The League of Gentlmen” considerato a torto come un disco  minore all’epoca della sua uscita è invece un album importante e in ogni caso assolutamente piacevole e godibile.

Ieri come oggi.

SUONI RIEMERSI: COLOSSEUM  “In Concert 1969 · 1971”

SUONI RIEMERSI: COLOSSEUM  “In Concert 1969 · 1971”

COLOSSEUM  “In Concert 1969 · 1971”

VERNE Records. 2LP, 2017

di alessandro nobis

Un doppio ellepì di produzione francese con busta singola e con la grafica dell’etichetta che ricorda palesemente quella della Bronze Records (anche nel font usato per la scritta “Verne”) pubblicato presumibilmente nel 2017 che raccoglie varie registrazioni dal vivo del 1969 e del 1971 con una qualità decisamente buona considerando il periodo storico dal quale provengono.

Tra i vari brani qui riportati spicca a mio giudizio “The Valentyne Suite” che occupa la seconda facciata: una versione particolare, forse embrionale visto che, a parte uno splendida parte suonata da Dave Greenslade, il terzo movimento “The Grass is Greener” della registrazione in studio è sostituito da due brani provenienti dal primo album, ovvero “Beware the Ides of March” e “Those About to Die”; una versione inedita della Suite ma non per questo meno efficace di quella che verrà pubblicata da lì a poco, a novembre. Non meno interessante lo slow blues di James Litherland, “Butty’s Blues” (da “Valentyne Suite) che apre la prima facciata dove naturalmente la chitarra è in primissimo piano come i sax soprano e tenore di Heckstall-Smith, musicista straordinario.

Una parte della terza facciata e tutta la quarta sono dedicate alla formazione di “Colosseum Live”, quindi con Farlowe, Clarke e Clempson più centrata sulla voce dell’ex cantante dei Thunderbirds e sulla chitarra di Clempson ed intrisa di r’n’b, il marchio di fabbrica dei Colosseum di quel purtroppo breve periodo rimasto però nel DNA dei musicisti come le registrazioni live del ’94 testimoniano.

I Colosseum sono parte della storia del rockblues avendo regalato da un lato un capolavoro come “Valentyna Suite” (con la prima formazione) ed il già citato doppio “Live” con la seconda. Qui c’è un corposo assaggio di entrambe le line-up; doppio Lp di non facilissima reperibilità e non solo per “completisti”.

FACCIATA 1

1) Butty’s Blues

2) The Machine Demands a Sacrifice

(Live at the Boston Tea Party, Boston MA, 13 agosto 1969)

FACCIATA E 2

1) The Valentyne Suite (“January’s Search”· “February’s Valentyne”· “Beware the Ides of March”· “Those about to Die”)

(Live at the Boston Tea Party, Boston, MA 13 agosto 1969)

FACCIATA 3·

1) February’s Valentyne

2) Elegy

3) The Grass is Always Greener

(London, BBC “Top Gear 30 giugno 1969)

4) Roper Ladder to the Moon                                                                            

(Big Apple, Brighton UK 27 Marzo 1971)

FACCIATA 4

1) I Can’t Live Without You

2) The Machine Demands a Sacrifice

(The Manchester University, 18 marzo 1971)

3) Skelington

(Big Apple, Brighton UK 27 Marzo 1971)

4) Stormy Monday Blues

(Bristol, 1971)

SUONI RIEMERSI: JON HISEMAN “Ganz schön heiss, Man!”.

SUONI RIEMERSI: JON HISEMAN “Ganz schön heiss, Man!”.

SUONI RIEMERSI: JON HISEMAN “Ganz schön heiss, Man!”. VeraBra Records. LP, 1986

di alessandro nobis

Questo disco “in solo” dello straordinario batterista inglese Jon Hiseman è non solo un’occasione per ammirare la sua tecnica strumentale ma anche e soprattutto la sua creatività nel comporre ed eseguire brani concepiti per questo strumento. Attenzione, qui non siamo davanti ad assoli spesso troppo autoreferenziali ma piuttosto all’uso nella sua totalità di tutte le potenzialità timbrico – ritmiche della batteria.

I brani del disco derivano da concerti eseguiti da Hiseman a Berlino, Mannheim e Hannover, tra la sessantina che nel 1985 tenne con i Paraphernalia, quintetto capitanato da Barbara Thompson e con l’United Jazz & Rock Ensemble, con alcuni dei più prestigiosi esponenti del jazz europeo come Kenny Wheeler, Albert Mengelsdorff, Ian Carr, Eberherd Weber e Wolfgang Dauner.

La prima facciata si apre con “The Metropol”, un brano di sedici minuti registrato a Berlino; qui Hiseman si fa accompagnare dal basso elettrico di Dave Bell (Paraphernalia) in una composizione che vive di luce propria e non ha il bisogno di essere inserita nella registrazione completa del brano che la contiene mentre il secondo brano, “Ganz schön heiss, Man!”, di più breve durata viene dal concerto di Brig, in Svizzera dell’Orchestra mette in evidenza lo straordinario trombone di Mengelsdorff che con i suoi interventi, seppur brevi – qui non ci sono i brani completi –  sposta il baricentro dal jazz più vicino al rock verso la creazione di musica spontanea

La seconda facciata si apre con la ripresa di “Ganz schön heiss, Man!”, estratto da un concerto tenutosi a Mannheim sempre dalla United Jazz & Rock Ensemble che espone in apertura e chiusura il tema e lascia lo spazio al solo di Hiseman e si conclude con l’assolo registrato ad Hannover, “The Pavillion” presumibilmente il nome del teatro dove si tenne il concerto.

Per chi ha saputo apprezzare prima il suono seminale della Graham Bond Organisation, il blues intriso di jazz di Bare Wires di John Mayalls, il robusto blues legato al rock dei Colosseum e quello più hard dei Tempest non faticherà a gustare ogni singolo passaggio di questi soli di John Philipp Hiseman che, in calce alle note di copertina alla domanda ricorda che qualcuno gli avrebbe detto: “Un album di sola batteria? Sei un pazzo! E chi se lo comprerebbe?” Beh, qui ce n’è uno, di questi “pazzi”.

COLOSSEUM “Ruisrock Festival, 1970 August 22”

COLOSSEUM “Ruisrock Festival, 1970 August 22”

COLOSSEUM “Ruisrock Festival, 1970 August 22”

Voiceprint Records. CD, 2018

di alessandro nobis

Anche se qui non c’è il “Dream Team” al completo del leggendario doppio ellepì live del ‘71 (qui il chitarrista Clem Clempson è la voce solista, Chris Farlowe entrerà nella band pochi mesi dopo questo tour europeo), l’energia di John Hiseman e compagni è ai livelli più alti, le versioni dal vivo dei brani lasciamo ampio margine di libertà all’indiscussa classe del quintetto che nei pochissimi anni di vita ha saputo disegnare un percorso che partendo dalle idee di Graham Bond si è arricchito soprattutto nella dimensione live di un rock poderoso con le radici nel British Blues ed i rami più lunghi verso atmosfere più raffinate e colte con aperture anche al jazz che in quegli anni in Inghilterra viveva momenti di straordinaria creatività.

Questo CD della Voiceprint restituisce il set dei Colosseum alla prima edizione del festival finnico di Ruisrock (vi parteciparono tra gli altri gruppi locali anche i Family) con un repertorio che include alcuni dei loro brani più significativi come “Walking in the Park”scritta da Graham Bond che chiude il disco, i due tratti da “The Grass is Greener” versione americana di Valentyne Suite ovvero “Rope Ladder to the Moon” e “Lost Angeles”. La prima con un brillante solo di Heckstall-Smith con due sax (lo stile di Roland Kirk, suo idolo) la seconda introdotta dal vibrafono di Dave Greenslade e con la chitarra di Clem Clempson in gran spolvero supportato dal basso di Mark Clarke, e il lungo assolo al cambio di tempo la dice lunga su quanto questo chitarrista sia stato sottostimato; intriso di blues e di jazz il solo di Greenslade all’organo hammond e straordinario per la poliritmia e l’energia quello di John Hiseman in “The Machine Demands a Sacrifice”, una delle parti di “Valentyne Suite” tratta dall’omonimo album dei Colosseum, senz’altro quello più conosciuto.

Registrazione più che accettabile, di questo album ne esiste anche una stampa curata dalla Tiger Bay Records.

Disco interessante, fa capire l’evoluzione che avrà la band con l’ingresso di Chris Farlowe che lascerà un maggiore e più adeguato spazio a Clempson ed alla sua chitarra.

SUONI RIEMERSI: KING CRIMSON “EARTHBOUND”

SUONI RIEMERSI: KING CRIMSON “EARTHBOUND”

SUONI RIEMERSI: KING CRIMSON “EARTHBOUND”

Island / Help Records. LP, 1972

di alessandro nobis

Ricordo il grande stupore alle prime note di Earthbound che uscirono dalle casse del mio impianto di amplificazione (l’ampli era un Marantz 1030 che ancora funziona brillantemente), stupore non tanto per la qualità della musica ma piuttosto per la qualità della registrazione effettuata su audiocassetta simile ai rarissimi bootlegs che giravano all’epoca. Robert Fripp, Boz Burrell, Ian Wallace e Mel Collins formavano il quartetto che intraprese un tour americano nel febbraio e marzo del 1972 e dal quale in modo frammentario sono tratte le tracce dell’edizione in vinile alle quali vanno aggiunte le tre presenti nell’edizione in CD del 2017 del quarantennale (“Pictures of a City”, “Formentera Lady” e “Cirkus”), e mi vorrei soffermare sulla prima edizione in vinile, quella stampata dalla Island Records nella collana “Help” con etichetta nera e la lettera “I” rosa.

A causa appunto della qualità della registrazione Earthbound passò piuttosto inosservato al tempo della sua pubblicazione e fu acquistato probabilmente solamente dai più fedeli fans del gruppo di Fripp (nelle charts “Virgin Top 30 Albums” riportate dal New Musical Express raggiunse comunque il nono posto, primo era “Trilogy” di EL&P), un vero peccato perché è un lavoro da rivalutare non fosse altro perchè offre la possibilità di ascoltare il lato più contemporaneo, più legato all’idioma improvvisativo crimsoniano così lontano dai gruppi che venivano accostati a Fripp e compagnia accreditati al movimento del progressive rock (un termine che lo stesso leader ha sempre respinto). Già nel disco d’esordio il brano  “Moonchild” aveva declinato chiariramente le coordinate musicale dei King Crimson e nei seguenti lavori in studio erano presenti alcuni dei più influenti esponenti del jazz inglese, ma qui, dal vivo brani come “Earthbound”, “Peoria” e la versione dilatata di “Groon” offrono una ancor più chiara visione del progetto frippiano.

Splendidi soli di Collins e Fripp in “21stCentury Schizoid Man” che apre la prima facciata, intrigante e lucido il processo creativo di “Peoria” con assolo di quattro minuti di sax baritono sul quale si innesta un intervento di Boz alla voce, interessante la dilatazione di “Groon”, ex lato B del singolo “Cat Food” che qui si sviluppa nell’arco di oltre quindici minuti e dove si evidenzia il fondamentale ruolo dei fiati del grande Mel Collins, non a caso “ripescato” da Fripp per la più recente reincarnazione dei King Crimson e particolare il solo di Ian Wallace filtrato sul finale dal VCS3 “in remoto” dal tecnico Hunter McDonald..

Poi il Re Cremisi mutò ancora una volta, e con Robert Fripp della partita furono Bill Bruford, Jamie Muir, John Wetton e David Cross. Ma questa è un’altra storia gloriosa.

21st Century Schizoid ManGroon: 11 febbraio 1972: Wilmington, Delaware*

The Sailor’s Tale: Jacksonville, Florida 26 febbraio 1972

Earthbound: Orlando, Florida 27 febbraio 1972

Peoria: Peoria, Illinois  10 marzo 1973 

*(anche nel Box “Sailor’s Tale)

DONATI · COPPARI ENSEMBLE “A Portrait of Radiohead”

DONATI · COPPARI ENSEMBLE  “A Portrait of Radiohead”

DONATI · COPPARI ENSEMBLE “A Portrait of Radiohead”

DODICILUNE RECORDS. CD, 2020

di alessandro nobis

Conosco in modo superficiale la musica dalla band di Thom Yorke, lo confesso, ma dopo avere ascoltato più volte questo progetto dei chitarristi Diego Donati e Stefano Coppari mi devo ripromettere di affrontare la loro musica in modo più approfondito anche se i miei interessi musicali sono parecchio diversi. Si possono descrivere riletture di brani ritenuti standards o che lo saranno nel prossimo futuro come queste scritture contemporanee della band inglese senza aver ascoltato gli orginali? A mio parere la risposta è senz’altro affermativa e del resto da che “jazz è jazz”, numerosissime sono state le riletture di canzoni nate in diversi contesti (mi vengono in mente “Alice in Wonderland” e “Time after Time” di Cindy Lauper).

Mi piace parecchio ascoltare questo ritratto dei Radiohead, mi piace la raffinatezza degli arrangiamenti (sviluppatisi a partire dal duo di chitarre, così doveva essere il progetto originario), la convincente interpretazione vocale di Anna Laura Alvear Calderon, la scelta precisa e sempre appropriata degli interventi del quartetto d’archi che regala alla musica una leggerezza ed una intensità che si mantengono vive dalla prima all’ultima nota. Paradigmatico mi sembra l’arrangiamento che Donati ha pensato per “Paranoid Android” con la prima lunga parte strumentale con un bel solo di chitarra e la seconda, una splendida ballad con un tappeto sonoro degli archi e della chitarra e con una assolutamente efficace parte vocale, ma anche l’introduzione degli archi in “Karma Police” è indovinata e transla la musica dei Radiohead e i testi di Thom Yorke in un altro universo sonoro parallelo più cameristico, più acustico ma con una costante attenzione e rispetto verso i brani originali.

“A Portrait of Radiohead” può far incrociare i fans della band inglese con quelli del jazz che scopriranno di avere diversi punti in comune, i primi inizieranno ad ascoltare un po’ di jazz, i secondi il rock migliore di questi ultimi anni.

Mi auguro infine che qualcuno abbia modo di far ascoltare a Yorke & C. questo lavoro, penso ne sarebbe prima incuriosito e poi affascinato.

www.dodicilune.it

SOSTIENE BORDIN: THE LOUNGE LIZARDS

SOSTIENE BORDIN: THE LOUNGE LIZARDS

SOSTIENE BORDIN: THE LOUNGE LIZARDS

“The Lounge Lizards”

EG RECORDS, LP. 1981

di cristiano bordin

Se c’è un gruppo che può dare l’idea della vitalità e dell’eclettismo della scena newyorkese degli anni ’80, quel gruppo potrebbe essere proprio i Lounge Lizards. 

E del resto basta fare subito i nomi dei 5 protagonisti dell’album di esordio, che porta laconicamente il nome della band, per potersi orientare: Arto Lindsay, John ed Evan Lurie, Steve Piccolo e Anton Fier. 

Arto Lindsay aveva già fatto un pezzo di storia della New York fine anni ’70: i Dna. Tra rumorismo, suoni abrasivi, strumenti percossi e brutalizzati più che suonati, urla lancinanti, quella che venne definita “no wave” fu un passo oltre il punk capace di produrre gruppi, personaggi- Lydia Lunch, ad esempio- e un album-manifesto come “No New York”. 

Quella stagione produsse anche una vera e propria avanguardia artistica che prediligeva luoghi malsani, marginali, pericolosi come erano il Lower East Side e la Bowery  dove c’era il CBGB’s, vero e proprio tempio per il punk della Grande Mela. 

John Lurie, l’altra anima della band, ricorda così quei luoghi e quel periodo: “New York oggi ha certamente perso qualcosa. Per esempio, non è più pericolosa come una volta. Male. Prima  dovevi essere un duro e  avere carattere per abitarci. Ora sembra un grande shopping mall per gente che si fa pagare l’affitto da papà e mamma“. 

E’ in questo contesto che nascono i Lounge Lizards.

Lindsay, dopo i Lizards, virò  verso il Brasile ed i suoi suoni senza però dimenticare le stagioni precedenti e producendo moltissimo. Anche Evan Lurie e Steve Piccolo, che finì per trasferirsi in Italia, proseguirono tra jazz e avanguardia, mentre Anton Fier lo ritroviamo dietro la batteria di un gruppo anticipatore e abbastanza dimenticato, i Feelies. 

L’album di esordio eponimo uscì nel 1981 e fu davvero un disco capace di lasciare il segno: copertina austera, in bianco e nero, con i 5 vestiti tutti in camicia bianca e cravatta nera. 

Il primo brano, “Incident on south street” chiarisce tutto: le tastiere a fare da ritmica, il sax di Lurie protagonista, la chitarra di Lindsay da cui escono suoni secchi, abrasivi. 

Sono le coordinate su cui articolerà il disco.

Ma i Lounge Lizards però non sono semplicemente jazz più no wave: sono qualcosa che ha che fare sia con il jazz, e parecchio, che con la no wave, molto meno ma proprio la chitarra ce la ricorda in più di un episodio, per arrivare a qualcosa di nuovo e di originale. 

Alla base di tutto questo c’è il jazz: quasi distorto in forme nuove, come suonato tenendo ben presente la lezione di Thelonious Monk, omaggiato con  le versioni di “Epistrophy” e “Well you needn’t“. 

E, a proposito di jazz, in questo esordio troviamo il bop ma incrociamo anche il free, magari messo  a confronto con il funk come in “Do the wrong thing“.

The Lounge lizards” però è un album che ama mettere insieme atmosfere opposte,  momenti quasi rumoristici come  “Wangling” o “Remember Coney island” dove il drumming di Fier anticipa e può ricordare quello di Joey Baron  possono convivere  con aperture liriche  come in “Conquest of rar” e con  omaggi alla classicità come la splendida ed impeccabile “Harlem nocturne“. 

Insomma, un gran disco, che ha ancora un grande futuro davanti a sè. 

La band, purtroppo, produsse poco: altri tre album – “No pain for cakes” e “Voice of chunk” entrambi da riscoprire – e alcuni live. 

Tenere insieme due personalità come Lindsay e Lurie non era semplice, erano i classici due galli nel pollaio: Lurie percorse la strada del cinema soprattutto con Jarmusch – “Stranger than paradise” e “Down by law” con Benigni, poi approdò in tv e ora si dedica alla pitturama ma in seguito una malattia lo costrinse ad abbandonare il sax e la musica.

Negli anni sono passati sul palco dei Lounge Lizards moltissimi altri musicisti: Marc Ribot e John Medeski tra gli altri ma il loro approccio sul palco però lo racconta bene  Arto Lindsay in un’intervista: “Il fatto è che il pubblico dell’arte era troppo facile per noi  e sembrava apprezzarci a prescindere Mentre in  un posto come il CBGB dovevi sudare per guadagnarti attenzione e rispetto. Noi alla fine suonavamo rock’n’roll questo voglio che sia chiaro. Si, magari era una musica più storta e aperta della media ma tuttora mi considero un musicista rock’n’roll o “popular” che è meglio. Miles Davis la chiamava “social music” e penso sia un termine bellissimo“.

THE LOUNGE LIZARDS:

Basso – Steve Piccolo

Batteria – Anton Fier

Sassofono – John Lurie

Chitarra – Arto Lindsay

Tastiere – Evan Lurie

Produttore – Teo Macero

Registrato negli studi della CBS a New York il 21,22,28 e 29 luglio 1980. 

FRANK GET BAND “False Flag”

FRANK GET BAND “False Flag”

FRANK GET BAND “False Flag”

TM Production. CD, 2020

di alessandro nobis

Ascoltando la musica che esce da questo notevole “False Flag” intriso di rock americano e di blues elettrico ti viene da pensare ai panorami dei sobborghi di Atlanta, delle highways che attraversano l’immensa piana del Mississippi o alle città texane circondate dal deserto. Nulla di tutto questo, Frank Get e la sua band fanno propri i suoni più viscerali del nordamerica per raccontarci, in lingua inglese, della storia e della gente della sua terra, la bellissima Trieste con i suoi confini, quello “di terra” e quello “di mare”, da sempre terra di contrasti anche forti, di incontri e di una cultura cosmopolita che non sempre è stata valorizzata pienamente, una terra da sempre contesa per la sua posizione strategica. Comunque, ribadisco, bellissima.

C’è il rock di impronta sudista di “Tramway’s Tales”, la storia del vecchio tram di Villa Opicina che arranca sui binari combattendo strenuamente con la bora triestina (“Ora sei di nuovo fuori servizio / solo per le stranezze delle leggi / e noi abbiamo pagato il riscatto / e ci dicono che così tornerai in servizio”), ci sono “Freedom Republic” (“Dopo trentacinque giorni gloriosi / il nostro sogno è volato via / eravamo pochi e male armati / ma la nostra resistenza fu così fiera”) convincente ballata acustica che racconta la rivolta del 1921 del popolo del quartiere multiculturale di San Giacomo, uno degli highlights di questo lavoro la storia di Anton Dreher inventore della birra “Lager” ed il robusto rock blues di “What’s the Patriot”, storia del nonno di Frank Get combattente con l’esercito austroungarico nella Grande Guerra e che si domanda l’utilità della guerra – domanda universale e perennemente senza risposta – (“Vorremmo vivere in un mondo migliore / siamo finiti in Nord Europa / a combattere un nemico che non abbiamo mai conosciuto”).

Frank Get (voce e plettri )assieme a Marco Mattietti e (batteria), Tea Tidic (basso e voce) sono un trio tosto e con le idee chiare, un chiaro progetto la cui origine risale a qualche decennio fa, quattro per essere esatti, e che mi auguro possa proseguire a lungo per la sua originalità e schiettezza musicale. Per come la vedo io, però, sarebbe stato bello, stampare nel libretto allegato al CD anche la traduzione in italiano dei testi, ne sarebbe davvero valsa la pena.

Comunque, a scanso di equivoci, un gran bel lavoro. Go on, Frank.