JON HISEMAN’ TEMPEST “BBC Session 1973”

JON HISEMAN’ TEMPEST “BBC Session 1973”

JON HISEMAN’ TEMPEST “BBC Session 1973”

CASTLE · SANCTUARY RECORDS. CD, 2005

di alessandro nobis

Nel 2005 la Sanctuary Records pubblica il doppio CD “Under The Blossom” che contiene i due lavori dei Tempest ovvero “Tempest” del 1973 (https://ildiapasonblog.wordpress.com/2022/03/17/jon-hisemans-tempest-tempest/) e “Living in  Fear” del 1974 entrambi pubblicati originariamente dalla Bronze Records e che soprattutto contiene sette tracce finora ufficialmente inedite (ma presenti nel bootleg “Live in London ’74”, titolo fuorviante oltre che errata data) provenienti dall’archivio BBC; si tratta del concerto della durata di circa un’ora che il 2 giugno 1973 che il quintetto tenne per la BBC RADIO ONE al Golders Green Hippodrome e che quindi presenta un repertorio di brani tratti dal disco d’esordio.

Quintetto perchè l’aspetto più interessante di queste sette brani è la presenza dei due chitarristi Alan Holdsworth e Ollie Halsall che vanno ad aggiungersi naturalmente a Jon Hiseman, Mark Clarke e Paul Williams, una line-up che va ulteriormente ad arricchire le potenzialità espressive dei Tempest soprattutto nelle esibizioni dal vivo. Un esempio può essere la “dilatazione” di “Brothers“, già presente sull’album di esordio con una durata di poco più di tre minuti e qui portata ad oltre un quarto d’ora grazie al notevole interplay tra i due chitarristi che dialogano supportandosi vicendevolmente durate i rispettivi assoli; “Drums Away” è naturalmente un brano creato da John Hiseman, con un solo iniziale che prelude all’esposizione del riff delle chitarre, per poi proseguire lungamente mettendo a mio avviso in evidenza tutte le capacità creative del batterista in questo ambito musicale, un efficace rock blues dal suono molto marcato e piuttosto lontano dalle sonorità dei Colosseum, “Grey and Black” è una ballad eseguita in duo (sempre dal primo disco) con il Rhodes di Ollie Halsall che accompagna la voce di Paul Williams e con un bel arrangiamento per le voci

Insomma un’ora di Tempest dal vivo che fortunatamente oggi possiamo ascoltare con un audio decisamente professionale, un gruppo che avuto una breve durata ma che, in studio e dal vivo, ha sempre soddisfatto i palati più fini; qualcuno rimase stupito dalla svolta “hard” di Hiseman fatto salvo poi, dopo un attento ascolto comprendere ed applaudire …………..

PETER KAUKONEN “Black Kangaroo”

PETER KAUKONEN “Black Kangaroo”

PETER KAUKONEN “Black Kangaroo”

GRUNT RECORDS. LP, CS, stereo8, 1972

di alessandro nobis

In realtà, parafrasando le parole di Bill Graham, i “sex symbol of Scandinavia” sono due, non solo Jorma ma anche il fratello Peter Kaukonen, chitarrista pure lui che nel 1972 per l’etichetta di famiglia dei Jefferson Airplane pubblicava con il suo gruppo questo primo disco, “Black Kangaroo“. La notevole chitarra di Peter la si può ascoltare anche in due pietre miliari della west coast musicale, ovvero “Blows Against the Empire” (una sorta di Arca di Noè del rock californiano) accreditato a Paul Kantner e “Sunfighter” della coppia Kantner / Grace Slick, oltre che in “Manhole” della stessa cantante e nel disco che riunì nell’89 i J. A. per l’ultima volta in studio.

Detto questo, la musica di “Black Kangaroo” a parte i due brani acustici che aprono e chiudono la seconda facciata ovvero “Barking Dog Blues” per chitarra acustica e mandolino (il mandolinista non compare nei credits, forse è lo stesso kaukonen?) e “That’s a Good Question” con il violoncello di Terry Adams è un rockblues d’autore (tutti i brani sono originali) piuttosto robusto con evidenti riferimenti a quello hendrixiano (vedi il brano iniziale “Up or Down” e “Dynamo Snackbar“), eseguito per lo più in trio al quale hanno contribuito tra gli altri il batterista Joey Covington (scomparso nel 2013 e con i Jefferson dal 1969 al 1972), il tastierista Nick Buck (con gli Hot Tuna) ed l’ottimo bassista elettrico Larry Weisberg. Pregevoli il solo di Kaukonen in “What all we know a Love” e l’introspettiva ballad “Billy’s Tune“.

Un disco ed un autore caduti nell’oblio, un vero peccato perchè la vena compositiva e la chitarra di Peter Kaukonen avrebbero meritato altra gloria; il disco venne pubblicato in Cd dal Wounded Knee Records nel 2007 con quattro inediti e lo spot radio promozionale.

RORY GALLAGHER A VERONA “20 febbraio 1972, un marziano atterra al LEM”

RORY GALLAGHER A VERONA “20 febbraio 1972, un marziano atterra al LEM”

RORY GALLAGHER A VERONA “20 febbraio 1972, un marziano atterra al LEM”

di fabio oliosi e alessandro nobis

(scusate il titolo, ma “marziano” e “LEM” si prestavano ad un irresistibile gioco di parole).

A sentire i nostri coetanei ultrasessantenni appassionati “storici” di musica a domanda “sei stato al concerto di Gallagher al LEM” molti rispondono affermativamente salvo realizzare con il senno di poi che i presenti presunti supererebbero di gran lunga la capienza del locale, qualche centinaio di persone; e le “prove” della loro presenza? Beh quelle non ci sono naturalmente, tuttavia un paio di amici con i quali ci si frequentava ai tempi del Liceo Fracastoro andarono a quel concerto e le prove di ciò che scrivo sono le foto scattate (e che testimoniano anche il fatto che non sempre Gallagher indossava una delle sue famose camicie a quadri) e la bacchetta rotta che il batterista Wilger Campbell lanciò tra il pubblico e che uno dei due “Fabio” conserva ancora, almeno spero.

Quell’anno, il 1972, fu un anno importante per il bluesman di Ballyshannon perchè consacrò in modo definitivo la sua immensa caratura di musicista soprattutto nella dimensione live grazie ad una tourneè europea, con Gerry McAvoy al basso  e Wiler Campbell alla batteria, tra i mesi di febbraio e marzo e la conseguente pubblicazione di una delle sue opere più significative, quel “Live In Europe” che presenta brani tra i quali, magari, se ne nasconde qualcuno registrato a Verona. Vallo a sapere! Sognare non costa nulla anche perchè sulla copertina del disco non ci sono notizie al riguardo. Non chiedete della “scaletta” dei brani, a quindici anni le emozioni sovrastano tutto, dico solo che di sicuro quei due set domenicali diedero probabilmente una decisa “svolta” alla vita musicale di qualcuno dei presenti.

Il quotidiano locale “L’Arena” pubblicò due giorni prima a spese dell’organizzatore dell’evento due “moduli”, tutto qua, allora si usava così; aggiungo, per contestualizzare temporalmente l’evento che nei cinema veronesi si proiettava “Il Caso Mattei” di Franco Rosi, la versione integrale di “Conoscenza Carnale” con Candice Bergen e “Sacco e Vanzetti“.

Di seguito riporto un bel ricordo di uno dei due amici che andarono a quel concerto, quello pomeridiano, ricordo condiviso anche dal secondo Fabio, Fabio Bertelli. Io a quel concerto non ero presente, alla richiesta di andare, sebbene fosse una domenica pomeriggio, i miei rispesero con dei reiterati “non se ne parla nemmeno”. Che peccato!

“Nel febbraio del 1972 ho quindici anni. Sono tempi “scatenati” e ne combiniamo di tutti i colori, a scuola la mattina e col “cinquantino” nel pomeriggio. Il mio amico omonimo e compagno di scorribande mi propone di andare al LEM di San Martino Buon Albergo nel pomeriggio di domenica per un concerto di un chitarrista blues-rock famoso che io però non conosco. Beh, finora ho sbirciato solo un paio di numeri di Ciao 2001 e ascolto ogni tanto alla radio “Per voi giovani” ma Rory Gallagher non l’ho ancora “incrociato”. Il mio amico Fabio mi convince ad indossare, come lui, invece della solita maglietta, una canottiera rosa con una grande sigla “CEB” che lui ha dipinto.  Non ho mai saputo cosa volesse dire questa parola o questo acronimo, magari me lo dirà dopo aver letto queste righe, questo mio ricordo personale. Nella discoteca fa molto caldo e rimaniamo in jeans e canottiera “CEB”; magrini tutti e due, facciamo “tendenza” (o forse, impressione o “scaressa” in dialetto veronese) ma noi non lo sappiamo.  Sento che va bene così.  Sento che è solo ora che posso esprimermi in questo modo e lo faccio.

Ho con me una macchina fotografica Voigländer con un cubo-flash montato sopra, regalo di mio nonno Giorgio.

La musica è forte e magica. Rory sorprende e cattura il pubblico.

Consumo buona parte di un rullino da 36 foto.

Usciamo dal concerto carichi di energia e affascinati da quel suono che fa risuonare dentro di me sogni e voglia di trasgressione. (Fabio Oliosi)

Di Rory Gallagher esiste una bella biografia in italiano scritta da Fabio Rossi (https://ildiapasonblog.wordpress.com/2017/10/30/fabio-rossi-rory-gallagher/) della quale ne è stata pubblicata una seconda edizione da Chinaski Edizioni.

PAPA JOHN CREACH

PAPA JOHN CREACH

“Papa John Creach”

Grunt Records FTR 1003. LP, 1971

di alessandro nobis

Grace Slick, Carlos Santana con Greg Rolie e Dave Brown, Jack Casady e Jorma Kaukonen, Jerry Garcia, John Cipollina, Paul Kantner, Joey Covington, Pete Sears sono i musicisti che hanno collaborato alla registrazione di questo primo disco solista del violinista Papa John Creach (1917 – 1994), al tempo membro dei Jefferson Airplane e degli Hot Tuna e con un brillante passato nel mondo del jazz e del blues dove ebbe modo di suonare con Big Joe Turner e T-Bone Walker tra gli altri, fino a quando nel ’70 entrò a far parte dei J.A. con i quali registrò i tre dischi prodotti dalla Grunt Records (“Bark“, “Long John Silver” e “Thirty Seconds over Winterland“) e “Jefferson Airplane” (la reunion dell’88), dei Jefferson Starship (“Dragon Fly“, “Red Octopus“, “Sunfighter” e “Baron Von Toolboth …..”) e degli Hot Tuna (“First Pull Up …” e “Burgers). E’ lapalissiana la considerazione che PJC godeva nell’ambiente westcoastiano a cavallo del 1970, tutti corrono a dare il loro contributo e quello che ne esce è, forzatamente, un disco eterogeneo dal quale però emergono pienamente sia il suo talento come violinista e come cantante che le personalità degli ospiti: “Plunk a Little Funk“, “String Jet Rock” e “Everytime i hear her name” (con sezione fiati) sono in pratica brani degli Hot Tuna (il gruppo è al completo), splendidi anche “Soul Fever” con Garcia alla chitarra e l’hammond di Rolie ma altrettanto interessanti ho trovato il super classico “St. Louis Blues” e “Over the Rainbow” (il passato di Creach che ritorna) e “Down Home Blues” con Carlos Santana alla chitarra e Doug Rauch (della band del chitarrista) al basso.

Su tutto, come detto, la classe cristallina di Papa John Creach che finalmente esprime tutta la sua tecnica e la sua vitalità. Un bel disco, probabilmente il suo più significativo. Non credo, infine che sia stato ristampato in CD.

JON HISEMAN’S TEMPEST “Tempest”

JON HISEMAN’S TEMPEST “Tempest”

JON HISEMAN’S TEMPEST “Tempest”

Bronze Records. LP, 1973

di alessandro nobis

Terminata (o, con il senno di poi, interrotta) l’avventura con i Colosseum, Mark Clarke (il bassista) e Jon Hiseman ovvero la sezione ritmica della band chiamano lo straordinario chitarrista Alan Holdsworth (e violinista) ed il cantante Paul Williams per formare questo eccellente “Power Trio + 1” direi diverso dagli altri gruppi con lo stesso tipo di formazione come il trii di Rory Gallagher, i Cream o quello di Jeff Beck con Tim Bogert e Carmine Appice (gli ultimi due come noto la ritmica dei Vanilla Fudge) o ancora quello di Leslie West. Otto composizioni, sei scritte con lo zampino del batterista, una da Holdsworth (con John Edwards) ed una da Clarke (con Suzy Bottomley) sono la scaletta del disco, musica parecchio distante dal blues rispetto ai Colosseum e più orientata verso un rock più robusto ed efficace, e per questa “deviazione” piuttosto criticata dai fans dei Colosseum all’epoca.

Ascoltato cinquanta anni dopo il progetto John Hiseman’s Tempest (questo il primo nome del gruppo) è ancora interessante e ben “vivo”, naturalmente splendidamente suonato e vario nel repertorio; la duttilità di Hiseman in coppia con l’efficace basso elettrico di Clarke si sposano perfettamente con la straordinaria chitarra e con la potente voce di Williams e i tre brani della prima facciata scritti da trio Hiseman / Clarke / Holdsworth presentano agli appassionati tutto il talento dell’allora sconosciuto ventisettenne chitarrista (che al tempo ancora non aveva pubblicato alcun album) attraverso i suoi assoli per lo stile rimasto inimitato vuoi per la tecnica che per la capacità di mescolare diversi idiomi ed ottenerne uno personale (ascoltare “Metal Fatigue” del 1985 per capire). In “Upon Tomorrow” si respira aria di jazz acustico ed elettrico e svela anche Holdsworth come violinista (bello il suo solo iniziale) confermando l’indovinatissima scelta dei due ex Colosseum di ingaggiare il talentuoso musicista che si adatta benissimo ai ritmi più vicini come detto al jazz elettrico come un paio di anni dopo confermerà registrando l’ottimo “Bundles” dei Soft Machine. Ma le sorprese non finiscono qui, in “Grey And Black” ballad scritta e suonata esclusivamente da Mark Clarke, ascoltiamo il tocco appropriato al Fender Rhodes e la voce del bassista con un efficace arrangiamento a due voci.

Un disco riuscitissimo, per gustarlo nel migliore dei modi è necessario però scordarsi per un’oretta il sound dei Colosseum.

SOSTIENE BORDIN: THE GUN CLUB “Miami”

SOSTIENE BORDIN: THE GUN CLUB “Miami”

SOSTIENE BORDIN: THE GUN CLUB “Miami”

Animal Records. LP, 1982

di Cristiano Bordin

Per lui in tanti hanno tirato in ballo il fantasma di Jim Morrison e, probabilmente Jeffrey Lee Pierce su quel paragone un po’ ci giocava. Ma se possiamo ritrovare qualche eco morrisoniano nel suo modo di cantare e di stare sul palco, il suo gruppo, i Gun Club, nel loro percorso hanno battuto strade diverse da quelle dei Doors. Quella principale è senza dubbio il blues: un blues velocizzato, drammatizzato, irrobustito, sporcato dall’esperienza del punk ma che però riaffiora sempre nel suono della band. Alla fine le radici contano sempre, vale, anche e soprattutto, per la musica.

Jeffrey Lee Pierce nasce a Los Angeles e frequenta l’ambiente punk della fine degli anni ‘70 e dei primi anni ‘80: quindi gli X, i Cramps, i Blasters. Se guardiamo bene però nessuno di questi gruppi è incasellabile nel punk per come era vissuto in Europa: perché le loro radici erano profondamente americane. E quindi, anche se si suonava più veloce ed i riff erano più secchi, il rock’n’roll, il country, il blues venivano fuori sempre ed era su quelle radici che veniva costruito il proprio suono.

Lo spiega bene il chitarrista del gruppo, Ward Dotson: “Non avevamo molto in comune con la scena punk, eravamo differenti e Jeff aveva le idee molto chiare su come far evolvere i Gun Club ed è riuscito a raggiungere il suo obiettivo. Jeff infatti non seguiva le orme di nessuno e non scimmiottava nessuno”.

Una prova –  il punto più alto della loro carriera- è proprio “Miami”, uscito nel 1982, dopo “Fire of love” e un rimaneggiamento della formazione da cui esce Kid “Congo” Powers per unirsi ai Cramps, poi rientrare e successivamente suonare per una decina di anni con Nick Cave ed i Bad Seeds.

A produrre l’album c’è un altro chitarrista, quello dei Blondie, Chris Stein e se guardiamo la lista dei brani troviamo più di un indizio su quella che è la strada presa dal gruppo: “Run through the jungle” cover dei Creedence Clearwater Revival, “Fire of love” un classico rock ‘n’ roll portato al successo da Jod Reynolds nel ‘58 e “John Hardy” brano con cui si erano già cimentati sia Johnny Cash che Bob Dylan, tanto per tornare al tema delle radici musicali della band.

In “Miami” ci sono i Gun Club al loro massimo splendore: lirici, sporchi dove serve, capaci di reinventare, di rileggere a modo loro sia il  country che  il blues. Qualche reminiscenza punk la troviamo ancora in “Bad indian” o in  “Devil in the woods”. Mentre “John Hardy” e “Fire of love” sono molto di più di un tributo: dentro c’è un po’ tutto lo spirito, l’epica e il vissuto musicale dei Gun Club. Non si può parlare di “cover”, per come sono state ripensate e suonate diventano due canzoni riconoscibili ma allo stesso tempo anche completamente nuove. Un po’ come succede a “Run through the jungle”: quale gruppo con le origini dei Gun Club avrebbe  mai pensato di confrontarsi con i Creedence? Eppure quello che ne esce fuori è un mezzo miracolo, un piccolo capolavoro, un brano capace di dare un segno ad un intero album e  alla fine, ancora,  una questione di radici.

In “Miami”, una parte non secondaria, infatti la gioca anche  la steel guitar, come la giocano i testi ed i richiami che vanno tutti nella direzione dei miti americani prestati al rock’n’roll: c’è posto infatti  per sciamani,  riti voodoo, pellerossa, paludi, frontiere. Un immaginario che scomoda ancora una volta la cultura popolare ed il blues. Ma Jeffrey Lee Pierce era – a dispetto della sua scontrosità, dei mantelli neri, degli anelli e delle collane indiane e purtroppo della sua autodistruttività – un autentica enciclopedia musicale e in “Miami” si sente.

Negli anni successivi uscirono “Las Vegas story”, 1984, un album solo “Wildweed” che non ebbe fortuna, e poi “Death party” e “Mother Juno”: tutti dischi da riscoprire.

La storia dei Gun Club e del suo leader finiscono nel marzo del 1996: il fisico di Jeffrey Lee Pierce, provato da anni di eroina e di alcool non reggerà  più.

A ricordarlo- ma per moltissimi potrebbe essere una scoperta-  è da poco uscito un documentario dall’azzeccatissimo titolo  di “Elvis from hell”: ci sono alcuni personaggi che hanno avuto a che fare con lui come Iggy Pop, Nick Cave, Debby Harry e un paio di illustri suoi fan come Jim Jarmusch e Jack White dei White Stripes. Un  doveroso tributo ad un gruppo capace di  influenzare moltissime altre band e ad un personaggio che  ha fatto davvero un pezzo di storia del rock a stelle e strisce negli anni Ottanta.

SUONI RIEMERSI: COLOSSEUM “Those Who are About to Die”

SUONI RIEMERSI: COLOSSEUM “Those Who are About to Die”

SUONI RIEMERSI: COLOSSEUM “For Those Who are About to Die”

Dunhill Records. CD, 1969

di alessandro nobis

Questa è la stampa americana e canadese dell’album di esordio dei Colosseum, “Morituri te Salutant · Those Who About to Die Salute You” pubblicato nel luglio del ‘69. Allora succedeva così ed i Colosseum, recidivi, lo avrebbero rifatto pochi mesi più tardi con “Valentyne Suite / The Grass is Greener”: stampa americana diversa da quella inglese, diversa casa discografica, copertina diversa così come la track list, giusto per complicare la vita ai “followers” della band inglese.

Questo è l’esordio del gruppo di John Hiseman che con Tony Reeves e Dick Heckstall Smith aveva registrato qualche mese prima, nel 1968, l’ottimo “Bare Wires” con John Mayall ed i Bluesbreakers fondando subito dopo i Colosseum e dando alle stampe “questo” disco.

Una facciata, assieme alla rilettura lo shuffle di Graham Bond “Walking in the Park” cavallo di battaglia della band inglese, riporta la versione completa di Valentyne Suite, a mio parere il punto più lontano dal blues della produzione Colosseum ma quello più giustamente conosciuto per la sua bellezza ed organicità che in Europa venne pubblicato dall’omonimo disco, il primo dell’etichetta Vertigo: tre movimenti, i primi due composti da Dave Greenslade e quindi con l’Hammond in grande evidenza che lega le prime due parti ed il terzo ispirato anche dalla musica di J. S. Bach con un bell’arrangiamento per il sassofono di Heckstall-Smith, quest’ultimo movimento sostituito nella versione inglese per la Fontana da “The Grass is Greener“; ma sentiamo cosa racconta lo stesso Hiseman a David Wells: “I primi due movimenti di The Valentyne Suite furono composti assieme a Beware The Ides Of March, terzo e conclusivo brano. Questo era come la suite veniva suonata dal vivo in America e come venne là pubblicata su disco. Noi però avevamo pubblicato questa terza parte nel nostro album d’esordio per il mercato europeo e così la suite, nella versione inglese di V.S., venne completata con The Grass is Greener”. Questa versione di Valentyne Suite ospita anche “The Kettle”, il brano di apertura di entrambi gli album composto dal sassofonista – che in questa versione però non suona – ed eseguito in trio con Litherland che con la voce dialoga con le “sue” chitarre.

Molto interessanti sono i blues, il primo nato da un’improvvisazione in studio (“Plenty Hard Luck”) ed il primo brano mai registrato dalla band, lo strumentale “Debut” con significativi assoli di sassofono e di hammond.

Uno splendido debutto, che però come dicevo ha mandato in stato confusionale noi aficionados europei; fortunatamente le recenti ristampe in CD della Sanctuay Records ed il cofanetto “Morituri Te Salutant” hanno aggiustato il tiro ……..

CANADA & U.S. PRINT – DUNHILL 1969

The Kettle

Plenty Hard Luck

Debut

Those About to Die

Valentyne Sweet (January’s Search – February’s Valentyne – Beware of the Ides of March)

Walking in the Park (Graham Bond)

UK PRINT – FONTANA 1969

Walking in the Park (Graham Bond)

Plenty Hard Luck

Mandarin

Debut

Beware of the Ides of March (da V. Suite)

The Road she Walked Before

Backwater Blues (Leadbelly)

Those About to Die

SOSTIENE BORDIN: THE LEAGUE OF GENTLEMEN “The League of Gentlemen”

SOSTIENE BORDIN: THE LEAGUE OF GENTLEMEN “The League of Gentlemen”

SOSTIENE BORDIN: THE LEAGUE OF GENTLEMEN “The League of Gentlemen”

EG Records. LP, 1981

di Cristiano Bordin

“Come faccio a ballare questa musica?

“Non ballare con i piedi, segui bene la musica e poi inizia a ballare”.

La voce campionata, e anche i campionamenti precedenti, rendono subito l’idea di quello che sarà lo spirito di questo disco: ritmo in 4/4, musica da ballo,  ironia.

Siamo nel 1981 e il nome stampato sulla copertina è un nome misterioso, The League of Gentlemen. Leggendo però i nomi dei “gentiluomini” arriva subito qualche notizia in più: alla chitarra, ad esempio, c’è Robert Fripp, che è lo stratega di tutta l’operazione. Ma cosa c’entra Robert Fripp con il 4/4 e la musica da ballo? C’entra, perché riesce a mettersi su queste lunghezze d’onda alla sua maniera e anche se indossa una veste diversa dal solito ed  i suoni della sua chitarra prendono forme diverse dal suo passato.

Però facciamo attenzione alle date: “The League of Gentlemen” – il nome dell’album è identico a quello del gruppo –  viene realizzato nella seconda metà del 1980 ma uscirà nel 1981, anno in cui, a settembre, esce anche “Discipline” cioè quello che sarà il grande il grande ritorno dei King Crimson sette anni dopo “Red” con Adrian Belew in formazione insieme a Bill Bruford e Toni Levin. Un brano come “Trap” – che troviamo verso la fine di “The League of Gentlemen” – lo anticipa in pieno,  il suono della chitarra e l’atmosfera complessiva  sono praticamente un antipasto del nuovo corso  dei King Crimson. A scandire “The League of Gentlemen” l’intreccio tra chitarra e tastiere che si rincorrono per tutto l’album, un album che potrebbe facilmente essere catalogato come new wave ma in  ogni traccia  c’è sempre quel qualcosa in più rispetto al clichè del periodo.  Anche perché dire new wave, una autentica esplosione di gruppi, personaggi e di suoni, significa dire tante cose molto diverse  tra loro.

Fripp in questi territori si muove da par suo producendo un album che  non è un intermezzo né una divagazione  ma qualcosa che lancia già un segnale su quella che sarà la sua  una direzione futura. E in “The League of Gentlemen” c’è anche un ingrediente in più, l’ironia come è impossibile non notare dai campionamenti e dalle voci registrate con cui si apre il disco.

Del resto la vena ironica di Fripp oggi la vediamo nei video insieme alla moglie Toyah Wilcox.

Ma chi suona con lui nella League of Gentlemen? Alle tastiere, fondamentali in questo progetto, portato anche sul palco, troviamo Barry Andrews già con gli Xtc, alla batteria invece Kevin Wilson, poi con i Waterboys ed i China Crisis, al basso Sara Lee, che ritroveremo nei Gang of Four e una comparsa la fa anche Danielle Dax, già con i Lemon Kittens e poi autrice di un buon disco a metà anni ‘80, “Jesus egg that wept”, autrice anche della copertina. I brani si rincorrono, l’ipnotico  strumentale dall’impronunciabile titolo “Heptaparaparshinok” è un po’ la sintesi dell’intero disco, “Minor man”, più cupa e dal ritmo spezzato, è forse il brano più in linea con i suoni dell’epoca, “Cognitive dissonance” spiega già le sue intenzioni nel  titolo, “H.G.Wells”  lascia più spazio ancora alle tastiere e “Trap”, come detto, fa da apripista a “Discipline”.

“The League of Gentlmen” considerato a torto come un disco  minore all’epoca della sua uscita è invece un album importante e in ogni caso assolutamente piacevole e godibile.

Ieri come oggi.

SUONI RIEMERSI: COLOSSEUM  “In Concert 1969 · 1971”

SUONI RIEMERSI: COLOSSEUM  “In Concert 1969 · 1971”

COLOSSEUM  “In Concert 1969 · 1971”

VERNE Records. 2LP, 2017

di alessandro nobis

Un doppio ellepì di produzione francese con busta singola e con la grafica dell’etichetta che ricorda palesemente quella della Bronze Records (anche nel font usato per la scritta “Verne”) pubblicato presumibilmente nel 2017 che raccoglie varie registrazioni dal vivo del 1969 e del 1971 con una qualità decisamente buona considerando il periodo storico dal quale provengono.

Tra i vari brani qui riportati spicca a mio giudizio “The Valentyne Suite” che occupa la seconda facciata: una versione particolare, forse embrionale visto che, a parte uno splendida parte suonata da Dave Greenslade, il terzo movimento “The Grass is Greener” della registrazione in studio è sostituito da due brani provenienti dal primo album, ovvero “Beware the Ides of March” e “Those About to Die”; una versione inedita della Suite ma non per questo meno efficace di quella che verrà pubblicata da lì a poco, a novembre. Non meno interessante lo slow blues di James Litherland, “Butty’s Blues” (da “Valentyne Suite) che apre la prima facciata dove naturalmente la chitarra è in primissimo piano come i sax soprano e tenore di Heckstall-Smith, musicista straordinario.

Una parte della terza facciata e tutta la quarta sono dedicate alla formazione di “Colosseum Live”, quindi con Farlowe, Clarke e Clempson più centrata sulla voce dell’ex cantante dei Thunderbirds e sulla chitarra di Clempson ed intrisa di r’n’b, il marchio di fabbrica dei Colosseum di quel purtroppo breve periodo rimasto però nel DNA dei musicisti come le registrazioni live del ’94 testimoniano.

I Colosseum sono parte della storia del rockblues avendo regalato da un lato un capolavoro come “Valentyna Suite” (con la prima formazione) ed il già citato doppio “Live” con la seconda. Qui c’è un corposo assaggio di entrambe le line-up; doppio Lp di non facilissima reperibilità e non solo per “completisti”.

FACCIATA 1

1) Butty’s Blues

2) The Machine Demands a Sacrifice

(Live at the Boston Tea Party, Boston MA, 13 agosto 1969)

FACCIATA E 2

1) The Valentyne Suite (“January’s Search”· “February’s Valentyne”· “Beware the Ides of March”· “Those about to Die”)

(Live at the Boston Tea Party, Boston, MA 13 agosto 1969)

FACCIATA 3·

1) February’s Valentyne

2) Elegy

3) The Grass is Always Greener

(London, BBC “Top Gear 30 giugno 1969)

4) Roper Ladder to the Moon                                                                            

(Big Apple, Brighton UK 27 Marzo 1971)

FACCIATA 4

1) I Can’t Live Without You

2) The Machine Demands a Sacrifice

(The Manchester University, 18 marzo 1971)

3) Skelington

(Big Apple, Brighton UK 27 Marzo 1971)

4) Stormy Monday Blues

(Bristol, 1971)

SUONI RIEMERSI: JON HISEMAN “Ganz schön heiss, Man!”.

SUONI RIEMERSI: JON HISEMAN “Ganz schön heiss, Man!”.

SUONI RIEMERSI: JON HISEMAN “Ganz schön heiss, Man!”. VeraBra Records. LP, 1986

di alessandro nobis

Questo disco “in solo” dello straordinario batterista inglese Jon Hiseman è non solo un’occasione per ammirare la sua tecnica strumentale ma anche e soprattutto la sua creatività nel comporre ed eseguire brani concepiti per questo strumento. Attenzione, qui non siamo davanti ad assoli spesso troppo autoreferenziali ma piuttosto all’uso nella sua totalità di tutte le potenzialità timbrico – ritmiche della batteria.

I brani del disco derivano da concerti eseguiti da Hiseman a Berlino, Mannheim e Hannover, tra la sessantina che nel 1985 tenne con i Paraphernalia, quintetto capitanato da Barbara Thompson e con l’United Jazz & Rock Ensemble, con alcuni dei più prestigiosi esponenti del jazz europeo come Kenny Wheeler, Albert Mengelsdorff, Ian Carr, Eberherd Weber e Wolfgang Dauner.

La prima facciata si apre con “The Metropol”, un brano di sedici minuti registrato a Berlino; qui Hiseman si fa accompagnare dal basso elettrico di Dave Bell (Paraphernalia) in una composizione che vive di luce propria e non ha il bisogno di essere inserita nella registrazione completa del brano che la contiene mentre il secondo brano, “Ganz schön heiss, Man!”, di più breve durata viene dal concerto di Brig, in Svizzera dell’Orchestra mette in evidenza lo straordinario trombone di Mengelsdorff che con i suoi interventi, seppur brevi – qui non ci sono i brani completi –  sposta il baricentro dal jazz più vicino al rock verso la creazione di musica spontanea

La seconda facciata si apre con la ripresa di “Ganz schön heiss, Man!”, estratto da un concerto tenutosi a Mannheim sempre dalla United Jazz & Rock Ensemble che espone in apertura e chiusura il tema e lascia lo spazio al solo di Hiseman e si conclude con l’assolo registrato ad Hannover, “The Pavillion” presumibilmente il nome del teatro dove si tenne il concerto.

Per chi ha saputo apprezzare prima il suono seminale della Graham Bond Organisation, il blues intriso di jazz di Bare Wires di John Mayalls, il robusto blues legato al rock dei Colosseum e quello più hard dei Tempest non faticherà a gustare ogni singolo passaggio di questi soli di John Philipp Hiseman che, in calce alle note di copertina alla domanda ricorda che qualcuno gli avrebbe detto: “Un album di sola batteria? Sei un pazzo! E chi se lo comprerebbe?” Beh, qui ce n’è uno, di questi “pazzi”.