GRATEFUL DEAD “WORKINGMAN’S DEAD 50th ANNIVERSARY EDITION”

GRATEFUL DEAD “WORKINGMAN’S DEAD 50th ANNIVERSARY EDITION”

GRATEFUL DEAD “WORKINGMAN’S DEAD 50th ANNIVERSARY EDITION”

Warner Bros Records, 1970. Rhino Records, 3CD 2020

di alessandro nobis

La copertina originale

Tra i dischi registrati dai Grateful Dead in uno studio, quello che personalmente preferisco è il loro quarto pubblicato nel 1970, ovvero “Workingman’s Dead” ed il motivo è molto semplice; è senz’altro il loro album più legato alle loro radici musicali, al folk, al country, al blues e dedicato ai lavoratori: contiene brani come “Casey Jones” (la storia di un macchinista che guida un treno sotto l’effetto della cocaine). “New Speedway Boogie” (dedicata all’incerto futuro di un cercatore d’oro) e “Cumberland Blues” (un minatore che scende in galleria per 5 dollari al giorno) che la band di Jerry Garcia & C. hanno spessissimo inserito nelle loro davvero leggendarie performance live. Per celebrare il cinquantesimo anno da quel 14 giugno 1970 la Rhino e la Warner pubblicano il vinile in picture disc e soprattutto un triplo CD che, oltre al disco originale al quale sono state aggiunte sei tracce dal vivo (1969 e 1970), contiene la registrazione il loro concerto del 21 febbraio 1971 a Port Chester nello stato di New York con in scaletta cinque brani contenuti in Workingman’s Dead. Per chi non conosce questo capolavoro deadiano l’occasione è ghiotta davvero vista la presenza della registrazione live finora inedita. E come in nessun altro disco dei Dead emerge così forte la “fratellanza” spirituale con gli altri musicisti della Bay Area che a cavallo del ’70 era così forte con gli impasti vocali così vicini alle esperienze di CSN&Y e la presenza di un ipotetico anello di congiunzione rappresentato qui da “Dire Wolf” e da “Teach your children” su “Deja Vu” di Crosby & C.: ancora una volta l’arrangiamento delle parti vocali, la magica steel guitar di Garcia, il carattere acustico del brano ed inoltre la presenza di David Nelson in “Cumberland Blues”, uno dei musicisti che contribuì alla nascita dei New Riders of the Purple Sage, gruppo nato appunto da una costola dei Grateful Dead e che nel 1969 aveva visti nella line-up ancher Phil Lesh e Mickey Hart (“Before Time Began” registrazione live pubblicata dalla Relix).

L’edizione De Luxe di “Workingman’s Dead” contiene come dicevo l’ottimo (l’ennesimo ottimo) concerto di Port Chester, un’occasione da non perdere soprattutto per chi non conosce il lato “americana” di Jerry Garcia & C.

Lato 1

  1. Uncle John’s Band– 4:42
  2. High Time– 5:12
  3. Dire Wolf– 3:11
  4. New Speedway Boogie– 4:01

Lato 2

  1. Cumberland Blues(Garcia, Hunter, & Phil Lesh) – 3:14
  2. Black Peter– 5:41
  3. Easy Wind(Hunter) – 4:57
  4. Casey Jones– 4:24

Brani inediti:

  • “Dire Wolf” recorded June 27, 1969, at Santa Rosa Veteran’s Memorial Hall, Santa Rosa, CA
  • “Black Peter” recorded January 10, 1970, at Golden Hall Community Concourse, San Diego, CA
  • “Easy Wind” recorded January 16, 1970, at Springer’s Ballroom, Gresham, OR
  • “Cumberland Blues” recorded January 17, 1970, at Oregon State University (Gymnasium), Corvallis, OR
  • “Mason’s Children” rec. Jan. 24, 1970 at Civic Auditorium, Honolulu, HI 
  • “Uncle John’s Band” recorded October 4, 1970, at WinterlandSan Francisco, CA

Edizione per il 50° Anniversario (CD 2 & 3)

February 21, 1971 (Set 1) – Capitol Theatre — Port Chester, New York

1.“Cold Rain and Snow” (traditional, arranged by Grateful Dead)7:36
2.Me and Bobby McGee” (Kris KristoffersonFred Foster)7:33
3.“Loser” (Garcia, Hunter)6:54
4.“Easy Wind”8:49
5.Playing in the Band” (WeirHart, Hunter)5:25
6.Bertha” (Garcia, Hunter)6:13
7.Me and My Uncle” (John Phillips)3:56
8.“Ripple” (false start)1:09
9.Ripple” (Garcia, Hunter)5:24
10.Next Time You See Me” (Earl ForestBill Harvey)4:39
11.Sugar Magnolia” (Bob WeirRobert Hunter)6:08
12.“Greatest Story Ever Told >” (Weir, Hunter)4:09
13.Johnny B. Goode” (Chuck Berry)3:42
1.China Cat Sunflower>” (Garcia, Hunter)6:20
2.I Know You Rider>” (traditional, arranged by Grateful Dead)4:29
3.“Bird Song” (Garcia, Hunter)6:17
4.“Cumberland Blues”4:55
5.I’m a King Bee” (Slim Harpo)7:32
6.“Beat It On Down the Line” (Jesse Fuller)3:17
7.“Wharf Rat” (Garcia, Hunter)9:46
8.Truckin’” (Garcia, Lesh, Weir, Hunter)8:07
9.“Casey Jones”4:39
10.Good Lovin’>” (Artie Resnick, Rudy Clark)17:00
11.“Uncle John’s Band” 

Formazione

Grateful Dead

SOSTIENE BORDIN: STIFF LITTLE FINGERS “Nobody’s Heroes”

SOSTIENE BORDIN: STIFF LITTLE FINGERS “Nobody’s Heroes”

SOSTIENE BORDIN: STIFF LITTLE FINGERS “Nobody’s Heroes”

Chrysalis Records. LP, 1980

di cristiano bordin

Era il 1980 quando uscì “Nobody’s heroes”, il secondo album degli Stiff Little Fingers.

In quell’anno c’era stato il primo grande sciopero della fame nel famigerato blocco H del carcere di Long Kesh. I militanti dell’IRA e delle altre organizzazioni armate repubblicane ed indipendentiste irlandesi si ribellarono alla perdita dello status di prigionieri politici e scelsero l’arma estrema dello sciopero della fame. Cominciò allora un’altra drammatica lotta con la Thatcher, che restò inamovibile, e che arrivò al tragico epilogo dell’anno successivo con 10 morti tra cui Bobby Sands che resse più di 60 giorni di sciopero della fame prima di cedere.

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Erano gli anni dei “Troubles” e alla situazione del loro paese 4 ragazzi di Belfast, che avevano scelto come nome Stiff Little Fingers prendendolo da una canzone dei Vibrators,  avevano già dedicato il loro folgorante album di esordio, “Inflammable material”. Le loro canzoni erano insieme politiche – “Alternative Ulster” è un vero e proprio inno – ma anche  capaci  di  parlare a ragazzi come loro usando anche un registro personale. Il segreto? Quello di sempre per chi cammina sulla strada del punk, a quei tempi come oggi: la cosiddetta credibilità di strada.

“Inflammable material” resta una  vera  e propria pietra miliare del punk, che però sapeva anche guardare oltre il punk. E del resto il gruppo si era formato dopo aver visto suonare a Belfast i Clash, ma da ragazzino  Jack Burns, cantante e leader della band, era rimasto affascinato da Rory Gallagher. L’esordio, oltre ad essere un disco che rimarrà per sempre, finisce in classifica e la band trova in John Peel un solido alleato.

E allora arriva il momento di fare il bis, con “Nobody’s heroes”. Il secondo disco non è mai un passo facile. Confermarsi al livello dell’esordio- materiale infiammabile di nome e di fatto-  era davvero bella sfida che però la band vince con una naturalezza, e una forza, impressionanti.

Gotta getaway” ha la stessa potenza granitica e la stessa di capacità di stamparsi nella memoria di “Suspect device“.

Fly the flag” e  “Wait and see” sono episodi più complessi e più strutturati che vanno oltre il punk e lasciano aperti altri percorsi al gruppo senza però  tradire le origini.

In primo piano i marchi di fabbrica degli Stiff Little Fingers: la voce, roca, rabbiosa, inconfondibile di Burns, i riff di chitarra, i cori. “Nobody’s heroes” dà il titolo al disco ed è una delle canzoni simbolo della band nord irlandese: potenza, ritmica devastante, ritornello indimenticabile. Insomma c’è praticamente tutto e sicuramente sarà stata un esempio per tanti altri gruppi anche dei decenni successivi.

Ma una delle caratteristiche di quel periodo era unire la rabbia del punk ai suoni del reggae. I Clash, nel loro esordio, avevano segnato la strada con “Police and thieves“, cover di Junior Marvin e gli Stiff Little Fingers avevano accettato la sfida già nell’esordio con “Johnny was” di Bob Marley. E allora bastava solo proseguire, magari creando l’atmosfera adatta con “Bloody dub” e il terreno per un altro grande pezzo, “Doesn’t make all right” era pronto.

La potenza del punk arrivava e colpiva  e contaminava un pezzo degli Specials, altro grandissimo gruppo di quella stagione.

Ormai “Nobody’s heroes” sta scivolando verso l’epilogo anche se viene già voglia di ricominciare da capo: “I don’t like you” e la successiva “No change” hanno sfumature power pop e  preludono al gran finale di “Tin soldiers” un altro classico del gruppo.

Gli Stiff Little Fingers proseguirono poi con “Go for it”, e uscì, lo stesso anno di “Nobody’s hero”, un grande live, “Hanx” e poi si persero un po’ per strada. Si riformarono, cambiarono spesso formazione in cui ebbe posto per un po’ anche Bruce Foxton, bassista dei Jam,  ci furono ritorni dei membri originali del gruppo, altri dischi e soprattutto tanti tour e tanti concerti.

L’ultimo album in studio è di 6 anni fa, ma i concerti sono proseguiti anche dopo

Certo, la voce di Jack Burns non è più così abrasiva come un tempo  e i chili di troppo sono inevitabili.

Ma il loro pezzo di storia lo hanno fatto e per chi magari, per ragioni anagrafiche,  li scopre ora perchè non ne hai mai sentito parlare prima “Nobody’s heroes” ha ancora l’effetto di una scossa e la capacità di riportarci indietro di 40 anni per rivivere una stagione leggendaria e probabilmente irripetibile.

SUONI RIEMERSI: KEITH TIPPETT “Blueprint”

SUONI RIEMERSI: KEITH TIPPETT “Blueprint”

SUONI RIEMERSI: KEITH TIPPETT “Blueprint”

RCA, LP. 1972

di alessandro nobis

Per quelli come me che da adolescenti hanno seguito le gesta del Re Cremisi sin dai loro inizi, questo disco prodotto da Robert Fripp ha aperto, direi spalancato la porta dell’universo del jazz inglese, quello che ha qualche anno aveva già intrapreso un percorso autonomo rispetto a quello d’oltreoceano seguendo invece la rotta delle composizioni originali e soprattutto dei dogmi dell’improvvisazione più radicale. Il leader dei KC aveva sempre avuto una certa attenzione per le pratiche improvvisative (e “Illusion”, la parte centrale di “Moonchild” di “In the Court” ne è una splendida testimonianza soprattutto nelle versione integrale di oltre 12 minuti) ed il nuovo jazz britannico: due anni prima aveva infatti prodotto “Septober Energy” dell’ensemble Centipede che eseguiva composizioni tippettiane, e per “In the Wake”, “Lizard”, “Islands” e “Red” Fripp aveva assoldato parecchi musicisti provenienti dal quell’area come Nick Evans, Mark Charig, Robin Miller e Harry Miller, quest’ultimo del “giro” londinese dei sudafricani. Per le session di “Lark’s Tongue in Aspic”, invitò a far parte stabilmente del gruppo un altro musicista proveniente dal mondo dell’improvvisazione radicale della Company di Derek Bailey, Jamie Muir.R-2126174-1299458675.jpeg

Per questo epocale “Blueprint” il pianista Keith Tippett chiama in studio il contrabbassista Roy Babbington (qualcuno lo ricorderà in una delle formazioni dei Soft Machine e dei Centipede) ed i batteristi Frank Perry e Keith Bailey oltre alla cantante Julie Tippetts dando vita ad un lavoro dichiaratamente di musica improvvisata dove emerge tutta la classe e la creatività di Tippett, in grado di passare in poche battute dal cristallino lirismo a momenti travolgenti, dal tocco delicato all’irruenza percussiva sulla tastiera (il brano di apertura “Song”), coordinate queste che ancora oggi sono il suoi tratti distintivi specialmente nelle esibizioni e registrazioni in solo. Paradigmatica direi “Dance” (Tippett – Perry – Tippetts – Babbington) per la sua costruzione: la prima parte con le percussioni che con il contrabbasso assecondano la liricità degli accordi del pianoforte, la seconda con un breve solo di percussioni ed i sovracuti del contrabbasso che introducono la chitarra acustica ed i vocalizzi con il pianoforte che sale e sale ……. Splendido.

A questo “Blueprint” seguirà l’anno seguente un altro importante lavoro, “Ovary Lodge”, il trio con Frank Perry e Roy Babbington. Sempre Prodotto da Robert Fripp.

The sounds are acoustic. No electronics are involved” (Robert Fripp)

All music on this album is improvised” (Keith Tippett)

SOSTIENE BORDIN: THE DUKES OF STRATOSPHEAR “Psonic Psunspots”

SOSTIENE BORDIN: THE DUKES OF STRATOSPHEAR “Psonic Psunspots”

SOSTIENE BORDIN: THE DUKES OF STRATOSPHEAR “Psonic Psunspots”

VIRGIN RECORDS. LP, 1987

di cristiano bordin

“È stato sconvolgente pensare che gli ascoltatori preferissero queste finte personalità alle nostre stesse personalità”. Così dichiarò Andy Partridge, leader degli Xtc, uno dei gruppi inglesi più importanti e prolifici dalla esplosione del punk fino agli anni ’90.

Eppure andò più o meno davvero così.

I Dukes of Stratosphear fu un’ avventura, un travestimento in quelli che erano gli abiti preferiti della band: quelli degli anni ’60 della psichedelica inglese e americana.

Strumenti d’ epoca, pseudonimi – Partridge era sir Jon Johns – due sole sessions per ogni brano. Una boccata d’aria fresca per una band che ha conosciuto il successo ma anche mille traversie e alla fine ha raccolto meno di quanto ha seminato.

I Dukes of Stratosphear iniziano nell’85 con “25 o’clock”. La data di uscita spiega molto: il primo aprile. Ma succede l’imprevedibile: con sole 5 mila sterline di budget l’album vende il doppio di “Big express”, firmato Xtc, uscito l’anno prima. E allora perché non riprovarci?

Il budget raddoppia e il miracolo si ripete “Psonic psunspots” vendera’ più di “Skylarking”, uscito l’anno prima, il 1986, che pure è uno dei dischi più belli fatti dagli Xtc.

Il gioco riesce per la seconda volta e gli ingredienti sono la classe e la creatività della band, il saper fondere radici e passioni musicali con la propria personalità.

Non è da tutti giocare ad armi pari coi Beatles o con i Byrds ma alla fine dipende sempre da chi ci gioca. E Partridge è soci se lo possono permettere.

Bellissima copertina in puro stile psichedelico, un titolo che sembra una frase di Età Beta e 10 brani uno più bello dell’altro che si incastrano perfettamente tra passato, gli anni ’60, e il presente, gli’ 80. “Vanishing girl”, “Shiny cage”, ” sono ballate psichedeliche perfette e senza tempo. “Have you seen Jackie”, “You’re a good man Albert Brown” sono delicati omaggi alla psichedelica inglese: Tomorrow, Bonzo Dog Band. “Caleidoscope”, “You’re my drug” rappresentano in pieno il progetto Dukes of Stratosphere tra richiami beatlesiani – e il fantasma dei Beatles ha accompagnato tutta la vicenda degli Xtc – echi barrettiani e richiami ai Kinks. Se mettiamo insieme questo album a “Skylarking” non si può che concludere che quegli anni tra il 1986 e l’87, sono stati tra i migliori della band di Swindon.

Ma il gioco Duke of Stratosphear finirà presto.

Per un incidente orribile con un sorbetto” dichiarò Partridge con humour britannico.

Ma “Psonic Psunspots” resta qualcosa di più di uno scherzo: un album che funziona adesso come allora è che funzionerà sempre.

THE DUKES OF STRATOSPHEAR: SIR JOHN JOHNS (Andy Partridge): voce, chitarra – THE RED CURTAIN (Colin Moulding): basso – LORD CORNELIUS PLUM (Dave Gregory): tastiere, chitarra – E.I.E.I. OWEN: batteria

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SUONI RIEMERSI: “Verona, dedicato a John Lennon”

SUONI RIEMERSI: “Verona, dedicato a John Lennon”

SUONI RIEMERSI: “Verona, dedicato a John Lennon”

Il Posto Records. 2LP, 1990

Sono trascorsi ventinove anni dalla pubblicazione – prodotta da Luciano Benini e dalla sua etichetta “Il Posto Records” – di questa lucida testimonianza del frizzante panorama musicale di Verona dedicata al songbook di John Lennon, assassinato dieci anni prima. Confesso che era un bel po’ che non rimettevo sul giradischi questi vinili, e mi viene spontaneo affermare che musica che ho ascoltato è che ancora oggi di assoluto livello sia nella progettazione artistica del lavoro curata da Francesco Sbibu Sguazzabia che nella sua realizzazione, facendomi ritornare ai tempi de “Il Posto” di Luciano Benini (ideatore di questo progetto), il locale veronese che in quegli anni offriva una programmazione di livello veramente notevole appetibile per tutti i palati.

R-6322261-1424185027-5674.jpegIn questo lodevolissimo lavoro sono rappresentati molti dei linguaggi musicali frequentati dai musicisti coinvolti come si legge nella scaletta sotto riportata: dal jazz al rock più arcigno, dalla canzone d’autore alla musica ambient, dalla fusion al canto lirico, tutti concentrati ad interpretare lo splendido ed immortale songbook di John Lennon.

Voglio a questo punto indicare un brano per facciata che durante l’ascolto mi ha questa volta più colpito per la scelta dell’arrangiamento e per la qualità dell’interpretazione, e come sempre accade quando si ascoltano questi lavori antologici a seconda del proprio stato d’animo si fanno delle scelte sempre diverse: oggi quoto “Nowhere Man” di Beppe Castellani con una splendida versione solistica al tenore, la magnifica “Yer Blues” del trio del baritonista Bruno Marini con Gianni Sabbioni e Cesare Valbusa, “Imagine” del Tu whit, tu whoo Trio in una originale interpretazione ambient e “Nobody Loves You”, testo in italiano di Duilio Del Prete con la splendida voce di Grazia De Marchi accompagnata dall’impeccabile Giannantonio Mutto al pianoforte.

Peccato che questo lavoro non sia stato mai pubblicato su compact disc o sulle piattaforme digitali perché potrebbe avere finalmente l’attenzione di un pubblico molto più vasto di quello che in passato abbia avuto.

Una fotografia delle Verona musicale di quegli anni, ricchissima di musicisti di alto livello che componevano una scena che poche altre città potevano vantare.

All’interno un inserto con i testi, commenti di Luciano Benini, del Movimento Nonviolento, di Riccardo Bertoncelli, Enrico De Angelis e Giampaolo Rizzetto; grafiche di Loretta Sacconelli e la copertina di Gianni Zampolli.

Questa la scaletta dei brani:

NOWHERE MAN: BEPPE CASTELLANI, sax tenore

HELP: CARILLON (Fabrizio Renato, Giampaolo Vidali, Riccardo Aganetto, Bruno Brunati, Roberto Castellani)

TOMORROW NEVER KNOWS: TEOK HAMOLA TRIO (Matteo Ederle, Silvio Galasso e Moreno Adami)

STRAWBERRY FIELDS FOREVER: VITTORIO FRAJA, MATTEO EDERLE, GIANNI SABBIONI

ALLA YOU NEED IS LOVE: GISELLA FERRARIN (voce), ENRICO BENTIVOGLIO (tastiere)

ACROSS THE UNIVERSE: STEFANO BENINI 4et (Stefano Benini, Paolo Birro, Lorenzo Conte, Andrea Michelutti)

I AM THE WALRUS: N.A.D. (Roberto Zorzi, Nicola Salerno Enrico Terragnoli, Alberto Olivieri, Egidio Zancanari)

JULIA: CRISTINA PASTORELLO (voce), GIANANTONIO MUTTO (pianoforte)

YER BLUES: BRUNO MARINI (sax baritono), GIANNI SABBIONI (contrabbasso), CESARE VALBUSA (Batteria)

MEDLEY (BECAUSE / OH MY LOVE / LOVE): Luciano Benini (voce effetti), VLADIMIRO MARINESI (chitarra), DAVID BENINI (voce effetti), CARLO “CHARLIE” CASAROTTI (voce)

WORKING CLASS HERO: CRISTINA MAZZA (sax alto), GIANNI SABBIONI (contrabbasso), SBIBU (gong)

MOTHER: MARCO ONGARO (voce), BRUNO MARINI (sax baritono), MARCO PASETTO (clarino), GIANNI SABBIONI (contrabbasso), ALBERTO OLIVIERI (batteria)

GOD: CHARLIE WHITE COMBO (Carlo Degani, Roberto Ceruti, Almito Cornucci, Cesare Valbusa, Tiziano Ferraro, Antonio Canteri)

IMAGINE: TU WHIT TU WHOO TRIO (Stefano Benini, Enrico Terragnoli, Sbibu)

IMAGINE: BOO BAHP SINGERS (Renata Bertolas, Gaetano Lonardi, Vittoriana Macchi, Stefano Panarotto, G. Antonio Mutto, Gianni Sabbioni, Marco Pasetto)

MIND GAMES: Marco Attard (voce), Marco Fasoli e Alessandro De Marco (violini), Gaetano Soliman (viola), Savina Zampieri (violoncello), Ivano Avesani (contrabbasso)

NOBODY LOVES YOU: GRAZIA DE MARCHI (voce), G, Antonio Mutto (pianoforte)

WOMAN: TASCHEPIENE (Diego Chiuppani, Fabio Cobelli, Renato Castellazzi, Francesca Paolini)

BEAUTIFUL BOY: RICCARDO MASSARI (pianoforte), Marco Pasetto (clatino – ocarina), Claudia Pasetto (viola da gamba)

GIVE PEACE A CHANCE: SBIBU, LA GENTE DEL POSTO, RHONDA MOORE e JUDY DILLON (voci)

 

 

 

SOSTIENE BORDIN: JOHN PEEL (1939 – 2004)

SOSTIENE BORDIN: JOHN PEEL (1939 – 2004)

SOSTIENE BORDIN: JOHN PEEL (1939 – 2004)

di Cristiano Bordin

image.pngIl 30 agosto avrebbe compiuto 80 anni: purtroppo però John Peel se ne è andato per colpa di un infarto quando era in vacanza a Cuzco, in Perù, nel 2004 quando di anni ne aveva solo 65. E’ stato molto di più di dj radiofonico, ha attraversato per intero la musica rock in tutte le sue varianti dal dopoguerra al nuovo secolo tanto che  Brian Eno lo raccontò così:” Si trovava veramente al centro di tutto. E’ stata il primo  ad aver capito che la musica era un luogo dove le persone si sarebbero incontrate tra loro. E lui è diventato il centro di tutte quelle conversazioni”. Oggi, per la rivoluzione che hanno avuto  l’approccio e il modo di fruire della musica un personaggio così sembra quasi una leggenda. E infatti una leggenda John Robert Parker Ravenscroft, questo il suo vero nome,  lo è stato per davvero. Dj radiofonico lo diventò in Usa dove si trovava con il padre nel 1960  grazie alla esplosione dei Beatles che erano di Liverpool come lui.  image.pngCavalcando la beatlemania inizia a lavorare in varie città e in varie radio per fare ritorno in Inghilterra nel ’67 quando lo assume la Bbc dopo la sua esperienza ad una radio pirata londinese, Radio London dove si era imposto alla attenzione generale con il suo programma “Perfumed garden”. Non gliene fregava nulla delle classifiche e dei singoli: in scaletta metteva quello che gli piaceva spaziando dalle Mothers of Inventions ai Jefferson Airplane, da Captain Beefheart al blues senza dimenticarsi dei Misunderstood  una delle sue band preferite dell’epoca. In piena libertà. Ma le radio pirata dovettero chiudere e la Bbc era lì che non aspettava altro che assumerlo. Prima “Night ride” poi “Top gear” e infine “The John Peel show” furono i suoi programmi in cui Peel dava fondo a tutto il suo eclettismo, a tutta la sua immensa cultura musicale e a tutta la sua curiosità. In scaletta c’era di tutto e nel suo studio ci passano tutti d a David Bowie a Bob Marley, lanciò i King Crimson e trasmise  per intero “Tubolar bells” di Mike Oldfield  che divenne un successo da milioni di copie anche grazie a lui. Dalla metà degli anni ’70 inizia un’altra avventura  che lo rese famoso, le Peel sessions: registrazioni dal vivo di 4 o più brani di band famose come di gruppi all’esordio. image.pngDi Peel session- molte pubblicate poi dalla sua etichetta, la Strange Fruit- ne condusse circa 4 mila e nel suo studio passarono qualcosa come 2 mila musicisti. Tra cui i Led Zeppelin, Jimi Hendrix, Bob Marley, i Pink Floyd, Tim Buckley  e più tardi Siouxsie and the Banshees ancora senza contratto così come capitò agli Xtc, i Joy Division, gli Smiths e i Nirvana. E soprattutto i Fall, una delle sue band preferite, invitati una trentina volte. Ci furono mai ospiti italiani nei suoi programmi? Si, capitò alla Pfm, con due sessions nel ’73, e ai catanesi Uzeda, che incidevano per la Touch & Go, nel ’94 e che dimostrano quanto era attento alle novità e quanto coraggio e quanta  apertura mentale avesse. E anticonformista lo era anche nella vita e gli piaceva scherzare: il suo secondo matrimonio lo celebrò  sulle note di “You’ll never walk alone” inno del Liverpool di cui era tifosissimo tanto da interrompere durante una trasmissione  “Love will tear us apart” dei Joy Division  per esultare per un gol dei reds. E al suo funerale a fare da colonna sonora ci fu “Teenage kicks” degli Undertones: quando gliela mandarono la trasmise 2 volte  di fila dicendo “Non c’è niente di meglio di questo”. Ha attraversato 40 anni di musica John Peel, ha visto il declino del rock e l’inizio di un cambiamento epocale come la digitalizzazione. Ma sempre con ironia e senza reducismi lui che li ha visti, intervistati, ospitati praticamente tutti. “Ho avuto una sfortuna sfacciata- ha detto in un’intervista-  tutto quello che volevo l’ho avuto: una moglie meravigliosa, una casa in campagna, un impiego in radio. Cascassi morto domani mattina non potrei lamentarmi di nulla. A parte che mi perderei il nuovo album dei Fall”.

SOSTIENE BORDIN:

(https://ildiapasonblog.wordpress.com/2019/08/16/sostiene-bordin-the-stranglers-rattus-norvegicus/)

(https://ildiapasonblog.wordpress.com/2019/07/12/sostiene-bordin-king-crimson-live-arena-di-verona-8-luglio-2019/)

 

 

SOSTIENE BORDIN: THE STRANGLERS “IV”

SOSTIENE BORDIN:                                        THE STRANGLERS “IV”

SOSTIENE BORDIN: THE STRANGLERS “IV” (Rattus Norvegicus)

EMI. LP, CD. 1977

di Crstiano Bordin

Il 1977 non è un anno qualsiasi: segna un passaggio generazionale fortissimo anche nella musica. Nuovi gruppi, nuovi suoni, nuove etichette, un approccio completamente diverso, opposto, rispetto al periodo precedente. E’ una scossa creativa che produrrà per diversi anni album e gruppi a getto continuo.  Per tanti tutto è punk in quegli anni. Ma in realtà le sfumature sono tantissime e come sempre succede dare un’etichetta vuol dire appiattire o non considerare le differenze tra gruppo e gruppo. Nel 1977 esce “Rattus Norvegicus” degli Stranglers, il loro esordio. Un disco punk? Un gruppo punk? Per attitudine sicuramente si. Per suono direi di no. E’ un disco che mette insieme tante cose, tanti riferimenti ed è anomalo anche negli strumenti usati dalla band. Le tastiere, ad esempio, qualsiasi gruppo punk non le voleva vedere nemmeno in fotografia. E poi gli Stranglers erano pure un po’ strani: gli piaceva provocare, anche sul palco, si infilavano volentieri in canzoni dai doppi sensi abbastanza evidenti che li avrebbe fatti censurare della Bbc, come successe per uno dei singoli, “Peaches“. E poi nel quartetto c’erano musicisti di età parecchio diversa che contribuivano a dare di loro un’immagine assolutamente particolare. “Peaches” fu un successone, l’album vendette bene e “Hanging around“, con il suo intro di tastiere, e “Get a grip on yourself“, dove compare anche il sax,  diventarono dei classici per i live. Riff di chitarra secchi, come il periodo imponeva, un basso travolgente e minaccioso, e le tastiere che danno a questo album originalità oltre che un suono fuori dagli schemi.  “London lady“, Princess of the street” sono canzoni immediate, veloci, rabbiose come le citate “Peaches” e “Get a grip on yourself”  ma ognuna di queste è diversa dall’altra e nessuna corrisponde  ai canoni punk fino in fondo. C’è sempre qualcosa in più e qualcosa di diverso. Come il pezzo che chiude l’album “Down in the sewer”: una cavalcata incredibile, un crescendo di una potenza devastante dove a guidare la danza sono soprattutto le  tastiere di Dave Greenfield. In quel pezzo di quasi 8 minuti- un’eresia in tempi di punk- c’è un po’ di tutto. Un cocktail esplosivo dove sono tanti gli elementi riconoscibili- psichedelia e progressive –  che diventano nelle loro mani qualcosa di nuovo e  di indefinibile. Un disco “Rattus norvegicus” che chi ha ascoltato allora difficilmente avrà abbandonato.

E per chi non l’ha mai sentito potrebbe essere davvero una bella sorpresa.

Jean Jacques Burnel: basso, voce

Jet Black: batteria

Hugh Cornwell: chitarra, voce

Dave Greenfield: tastiere

SOSTIENE BORDIN: KING CRIMSON, ARENA DI VERONA 8 LUGLIO 2019

SOSTIENE BORDIN: KING CRIMSON, ARENA DI VERONA 8 LUGLIO 2019

SOSTIENE BORDIN: KING CRIMSON LIVE, ARENA DI VERONA 8 LUGLIO 2019

di Cristiano Bordin

Se c’è un gruppo che ha sempre camminato per una strada tutta sua costruendosi un suono dai tanti richiami ma dalla assoluta indefinibilità quelli sono proprio i King Crimson. E il gruppo di Robert Fripp, mutando nel corso dei decenni costantemente pelle ma compiendo il miracolo di rimanere  sempre se stesso, ha tagliato quest’anno il traguardo dei cinquanta  anni. Cinquanta candeline da festeggiare con un tour con la formazione che rappresenta l’ultima versione del  Re Cremisi: tre batterie – Gavin Harrison, Pat Mastelotto e  Jeremy Stacey, impegnato anche alle tastiere – Mel Collins, sax e flauto, Jakko Jaksick, chitarra e voce, Tony Levine al basso e ovviamente sua maestà Robert Fripp alla chitarra.

Una formazione, già protagonista in Italia di altri concerti e di altri tour, lunedì sera ha suonato davanti ad una platea prestigiosa come l’Arena di Verona. Niente tutto esaurito, ma comunque per festeggiare il compleanno del gruppo e del loro  primo album “In the Court of the Crimson King” c’erano circa diecimila persone per un concerto diviso in due set più un bis. In tutto quasi tre ore di musica. Tutte ad un livello altissimo.

Si parte con un dialogo a tre proprio tra i batteristi e poi “Pictures of a city“, brano da “In the wake of Poseidon”, con un riff chitarristico denso, scuro, metallico, quasi cattivo che ritroveremo in altri brani, accompagnato dal sax.  Poi si arriva ad uno dei momenti forse più attesi,  “Epitaph“.

E dopo “Radical action” e una grande versione di  “Islands” si  arriva quasi a concludere la prima parte ma ci sono ancora almeno un paio di  sorprese:  “Cat Food“, complessa e virtuosistica,  e “Frame by frame” .

Un primo set  impeccabile: tante sfumature ma anche un suono coerente che è capace  di costruire e di  spaziare tra paesaggi sonori diversi con la stessa maestria. Fripp è sempre  impassibile e sembra il direttore di un’orchestra che riesce sempre a ritrovarsi anche per i percorsi musicalmente più difficili con una naturalezza incredibile. E forse è proprio questa l’unica definizione possibile per i King Crimson: un’orchestra di musica contemporanea capace di riproporre con uno stile inconfondibile e sempre attuale  perché sempre capace di rinnovarsi, cinquant’anni di musica e cinquant’anni di carriera.

La seconda parte è qualcosa di quasi indescrivibile per coesione e  potenza. Si inizia con una fantastica “Sheltering sky” ed è il suono di “Discipline” a tornare ovviamente in una nuova veste. Succederà anche con “Indiscipline”  e sinceramente per apprezzando moltissimo Adrian Belew le versioni di questi due pezzi non me lo hanno fatto rimpiangere anche se rivederlo a fianco di Fripp per festeggiare i 50 anni sarebbe stata la classica ciliegina sulla torta. Dopo una  stupenda  versione di “Cirkus” arriva “Moonchild”  in una veste rinnovata, costruita sulla nuova formazione e sulle tre batterie e ovviamente “In the Court of the Crimson King“. Il finale è da brivido: prima “Starless” che chiude il secondo set e poi, nel bis,  una più che poderosa “21th Century Schizoid Man” con improvvisazione finale con cui i Crimson terminano la loro esibizione areniana tra gli applausi e un’ovazione generale

Proprio “Starless” sarà poi al centro dei commenti post concerto: una imperfezione di Fripp durante “Starless”, una specie di refuso, diventa motivo di interminabili discussioni in rete. Discussioni che forse dimenticano una frase pronunciata proprio da Fripp in un’intervista “Personalmente non mi importa  quando i musicisti commettono errori. Anzi quello che vedi è la qualità del musicista che risponde all’errore davanti al pubblico“. E la qualità del musicista e del gruppo sul palco è stata incredibile come tutto questo concerto e come lo saranno  sicuramente le  prossime date  di questo tour. Cinquant’ anni di carriera  hanno dimostrato che ci sono più idee in una canzone dei King Crimson che in interi decenni di musica. E questa serata lo ha assolutamente confermato.

Dei King Crimson vi avevo già parlato qui:

https://ildiapasonblog.wordpress.com/2018/06/20/king-crimson-live-in-vienna-december-1-2016/

https://ildiapasonblog.wordpress.com/2017/11/06/king-crimson-live-in-chicago/

https://ildiapasonblog.wordpress.com/2016/04/19/king-crimson-live-in-toronto/

 

MARCO PACASSONI GROUP  “Frank & Ruth”

MARCO PACASSONI GROUP  “Frank & Ruth”

MARCO PACASSONI GROUP  “Frank & Ruth”

ESORDISC CD, 2018

di Alessandro Nobis

Trovo mortificante che di uno dei protagonisti della musica del Novecento sia per l’aspetto strumentale che soprattutto per quello compositivo se ne parli e se ne “suoni” davvero poco. Eppure Frank Zappa per tutta la sua carriera è stato considerato un genio – spesso scomodo per l’establishment americano -, un grande compositore, arrangiatore e chitarrista e nonostante questo si contano sulle punta della dita omaggi e riletture dei suoi spartiti. In Italia ad esempio, ricordo solamente la rilettura cameristica di “Harmonia meets Zappa” datata oramai 1994 e pubblicato dalla Materiali Sonori. Giunge quindi graditissimo questo “Frank & Ruth” (Ruth è Ruth Underwood) opera del vibrafonista e percussionista (di marimba in particolare) Marco Pacassoni che ridà vita ad alcune delle pagine del songbook zappiano a cavallo del 1970, periodo in cui molte delle composizione del chitarrista davano grande spazio agli strumenti della Underwood.

In “Frank & Ruth” troviamo l’esecuzione con nuovi arrangiamenti di alcune delle migliori pagine zappiane come “Peaches & Regalia” (da Hot Rats), “Blessed Relief (da Grand Wazoo) o “Edchidnas-Arf” (da Waka Yawaka), la straordinaria voce di Pietra Magoni in “Planet of the Baritone Women” (da Broadway the Hard Way) il notevolissimo medley, “Sleep, Pink and Black (the napkins suite)” con l’introduzione della chitarra acustica di Alberto Lombardi ed un pregevole solo di vibrafono di Pacassoni, ed in conclusione una personale rilettura di “Stolen Moments” scritta dal jazzista Oliver Nelson ed eseguita da Zappa sempre in “Broadway”. Su tutte voglio sottolineare l’esecuzione per solo marimba di “The Black Page”, omaggio a Ruth Underwood, figura così importante in quel decennio durante il quale militò nell’orchestra diretta da Frank Zappa.

Gruppo preparatissimo e compatto quello di Pacassoni, con un suono davvero nel solco dello Zappa in versione “studio”; credo che il Genio di Baltimora avrebbe piacere sapere che la sua musica non solo non è stata dimenticata, ma che è ancora eseguita / interpretata con grande rispetto.

E, aggiungo, bene ha fatto la direzione artistica dell’Ancona Jazz Festival ad inserire Marco Pacassoni ed il suo gruppo nel cartellone dell’edizione 2018, il 19 luglio per essere precisi. Se siete da quelle parti, non fatevi scappare il concerto.

Altrimenti cercate questo ottimo “Frank & Ruth”.

www.marcopacassoni.com

www.blueartmanagement.com

www.esordisco.com

 

www.facebook.com/MarcoPacassoniOfficial

 

THE ROLLING STONES “On Air”

THE ROLLING STONES “On Air”

THE ROLLING STONES “On Air”

POLYDOR RECORDS. 2LP, CD, 2CD 2017

di Alessandro Nobis

Narra la leggenda (o racconta la storia) che sul finire degli anni Cinquanta a Dartford, una cittadina della provincia inglese, due imberbi ragazzini aspettassero il titolare di un negozio di elettrodomestici prima dell’apertura per essere i primi a “sondare” le novità a 45 giri di blues, di rhythm’n’blues, di soul che una volta la settimana arrivavano via posta dalla lontana America: Muddy Waters, John Lee Hooker, Wilson Pickett, Wille Dixon, e poi di corsa via a casa con tutto il week end a consumare i 45 giri sul giradischi e soprattutto a provare i brani.

I primi vagiti degli Stones di Keith Richards, Brian Jones e Mick Jagger sono tutti lì, all’insegna della musica nera americana, e queste preziose registrazioni provenienti dagli archivi della BBC e contenute in questi due ellepì sono l’ulteriore testimonianza di tutto questo, nel nome del blues, del soul e del rhythm’n’blues. Dal 1963 al 1965, quindi prima della pubblicazione di “December’s Children”, trentatrè tracce – probabilmente già edite in bootleg vari – di rivisitazioni sincere, riuscite ma tutto sommato abbastanza calligrafiche – come si usava agli albori del British Blues – di Chuck Berry, Solomon Burke, Willie Dixon, Jimmy Reed, Ellis McDaniel a.k.a. Bo Diddley, Wilson Pickett, Hank Snow e Rufus Thomas, le radici dei Rolling Stones sulle quali poi la band inglese ha saputo edificare la sua storia senza mai dimenticarle; solamente tre gli originali, ma sono “(I can’t get no) Satisfaction”, “The Last Time” e “Little by Little”! Da lì a qualche anno gl Stones saranno a Chicago dai fratelli Chess, a registrare con i loro – ed i nostri – eroi…….

Un doppio ellepì CD non solo per i “completisti” per avere un chiaro sguardo su quegli anni nei quali i musicisti inglesi intelligentemente andavano alla scoperta della musica di matrice blues d’oltreoceano.

Tutto sommato invece inutile a mio avviso la versione di un solo CD che contiene il primo dei due dischi. Lasciatela perdere e concentratevi sul doppio.