SUONI RIEMERSI: COLOSSEUM  “In Concert 1969 · 1971”

SUONI RIEMERSI: COLOSSEUM  “In Concert 1969 · 1971”

COLOSSEUM  “In Concert 1969 · 1971”

VERNE Records. 2LP, 2017

di alessandro nobis

Un doppio ellepì di produzione francese con busta singola e con la grafica dell’etichetta che ricorda palesemente quella della Bronze Records (anche nel font usato per la scritta “Verne”) pubblicato presumibilmente nel 2017 che raccoglie varie registrazioni dal vivo del 1969 e del 1971 con una qualità decisamente buona considerando il periodo storico dal quale provengono.

Tra i vari brani qui riportati spicca a mio giudizio “The Valentyne Suite” che occupa la seconda facciata: una versione particolare, forse embrionale visto che, a parte uno splendida parte suonata da Dave Greenslade, il terzo movimento “The Grass is Greener” della registrazione in studio è sostituito da due brani provenienti dal primo album, ovvero “Beware the Ides of March” e “Those About to Die”; una versione inedita della Suite ma non per questo meno efficace di quella che verrà pubblicata da lì a poco, a novembre. Non meno interessante lo slow blues di James Litherland, “Butty’s Blues” (da “Valentyne Suite) che apre la prima facciata dove naturalmente la chitarra è in primissimo piano come i sax soprano e tenore di Heckstall-Smith, musicista straordinario.

Una parte della terza facciata e tutta la quarta sono dedicate alla formazione di “Colosseum Live”, quindi con Farlowe, Clarke e Clempson più centrata sulla voce dell’ex cantante dei Thunderbirds e sulla chitarra di Clempson ed intrisa di r’n’b, il marchio di fabbrica dei Colosseum di quel purtroppo breve periodo rimasto però nel DNA dei musicisti come le registrazioni live del ’94 testimoniano.

I Colosseum sono parte della storia del rockblues avendo regalato da un lato un capolavoro come “Valentyna Suite” (con la prima formazione) ed il già citato doppio “Live” con la seconda. Qui c’è un corposo assaggio di entrambe le line-up; doppio Lp di non facilissima reperibilità e non solo per “completisti”.

FACCIATA 1

1) Butty’s Blues

2) The Machine Demands a Sacrifice

(Live at the Boston Tea Party, Boston MA, 13 agosto 1969)

FACCIATA E 2

1) The Valentyne Suite (“January’s Search”· “February’s Valentyne”· “Beware the Ides of March”· “Those about to Die”)

(Live at the Boston Tea Party, Boston, MA 13 agosto 1969)

FACCIATA 3·

1) February’s Valentyne

2) Elegy

3) The Grass is Always Greener

(London, BBC “Top Gear 30 giugno 1969)

4) Roper Ladder to the Moon                                                                            

(Big Apple, Brighton UK 27 Marzo 1971)

FACCIATA 4

1) I Can’t Live Without You

2) The Machine Demands a Sacrifice

(The Manchester University, 18 marzo 1971)

3) Skelington

(Big Apple, Brighton UK 27 Marzo 1971)

4) Stormy Monday Blues

(Bristol, 1971)

SUONI RIEMERSI: JON HISEMAN “Ganz schön heiss, Man!”.

SUONI RIEMERSI: JON HISEMAN “Ganz schön heiss, Man!”.

SUONI RIEMERSI: JON HISEMAN “Ganz schön heiss, Man!”. VeraBra Records. LP, 1986

di alessandro nobis

Questo disco “in solo” dello straordinario batterista inglese Jon Hiseman è non solo un’occasione per ammirare la sua tecnica strumentale ma anche e soprattutto la sua creatività nel comporre ed eseguire brani concepiti per questo strumento. Attenzione, qui non siamo davanti ad assoli spesso troppo autoreferenziali ma piuttosto all’uso nella sua totalità di tutte le potenzialità timbrico – ritmiche della batteria.

I brani del disco derivano da concerti eseguiti da Hiseman a Berlino, Mannheim e Hannover, tra la sessantina che nel 1985 tenne con i Paraphernalia, quintetto capitanato da Barbara Thompson e con l’United Jazz & Rock Ensemble, con alcuni dei più prestigiosi esponenti del jazz europeo come Kenny Wheeler, Albert Mengelsdorff, Ian Carr, Eberherd Weber e Wolfgang Dauner.

La prima facciata si apre con “The Metropol”, un brano di sedici minuti registrato a Berlino; qui Hiseman si fa accompagnare dal basso elettrico di Dave Bell (Paraphernalia) in una composizione che vive di luce propria e non ha il bisogno di essere inserita nella registrazione completa del brano che la contiene mentre il secondo brano, “Ganz schön heiss, Man!”, di più breve durata viene dal concerto di Brig, in Svizzera dell’Orchestra mette in evidenza lo straordinario trombone di Mengelsdorff che con i suoi interventi, seppur brevi – qui non ci sono i brani completi –  sposta il baricentro dal jazz più vicino al rock verso la creazione di musica spontanea

La seconda facciata si apre con la ripresa di “Ganz schön heiss, Man!”, estratto da un concerto tenutosi a Mannheim sempre dalla United Jazz & Rock Ensemble che espone in apertura e chiusura il tema e lascia lo spazio al solo di Hiseman e si conclude con l’assolo registrato ad Hannover, “The Pavillion” presumibilmente il nome del teatro dove si tenne il concerto.

Per chi ha saputo apprezzare prima il suono seminale della Graham Bond Organisation, il blues intriso di jazz di Bare Wires di John Mayalls, il robusto blues legato al rock dei Colosseum e quello più hard dei Tempest non faticherà a gustare ogni singolo passaggio di questi soli di John Philipp Hiseman che, in calce alle note di copertina alla domanda ricorda che qualcuno gli avrebbe detto: “Un album di sola batteria? Sei un pazzo! E chi se lo comprerebbe?” Beh, qui ce n’è uno, di questi “pazzi”.

COLOSSEUM “Ruisrock Festival, 1970 August 22”

COLOSSEUM “Ruisrock Festival, 1970 August 22”

COLOSSEUM “Ruisrock Festival, 1970 August 22”

Voiceprint Records. CD, 2018

di alessandro nobis

Anche se qui non c’è il “Dream Team” al completo del leggendario doppio ellepì live del ‘71 (qui il chitarrista Clem Clempson è la voce solista, Chris Farlowe entrerà nella band pochi mesi dopo questo tour europeo), l’energia di John Hiseman e compagni è ai livelli più alti, le versioni dal vivo dei brani lasciamo ampio margine di libertà all’indiscussa classe del quintetto che nei pochissimi anni di vita ha saputo disegnare un percorso che partendo dalle idee di Graham Bond si è arricchito soprattutto nella dimensione live di un rock poderoso con le radici nel British Blues ed i rami più lunghi verso atmosfere più raffinate e colte con aperture anche al jazz che in quegli anni in Inghilterra viveva momenti di straordinaria creatività.

Questo CD della Voiceprint restituisce il set dei Colosseum alla prima edizione del festival finnico di Ruisrock (vi parteciparono tra gli altri gruppi locali anche i Family) con un repertorio che include alcuni dei loro brani più significativi come “Walking in the Park”scritta da Graham Bond che chiude il disco, i due tratti da “The Grass is Greener” versione americana di Valentyne Suite ovvero “Rope Ladder to the Moon” e “Lost Angeles”. La prima con un brillante solo di Heckstall-Smith con due sax (lo stile di Roland Kirk, suo idolo) la seconda introdotta dal vibrafono di Dave Greenslade e con la chitarra di Clem Clempson in gran spolvero supportato dal basso di Mark Clarke, e il lungo assolo al cambio di tempo la dice lunga su quanto questo chitarrista sia stato sottostimato; intriso di blues e di jazz il solo di Greenslade all’organo hammond e straordinario per la poliritmia e l’energia quello di John Hiseman in “The Machine Demands a Sacrifice”, una delle parti di “Valentyne Suite” tratta dall’omonimo album dei Colosseum, senz’altro quello più conosciuto.

Registrazione più che accettabile, di questo album ne esiste anche una stampa curata dalla Tiger Bay Records.

Disco interessante, fa capire l’evoluzione che avrà la band con l’ingresso di Chris Farlowe che lascerà un maggiore e più adeguato spazio a Clempson ed alla sua chitarra.

SUONI RIEMERSI: KING CRIMSON “EARTHBOUND”

SUONI RIEMERSI: KING CRIMSON “EARTHBOUND”

SUONI RIEMERSI: KING CRIMSON “EARTHBOUND”

Island / Help Records. LP, 1972

di alessandro nobis

Ricordo il grande stupore alle prime note di Earthbound che uscirono dalle casse del mio impianto di amplificazione (l’ampli era un Marantz 1030 che ancora funziona brillantemente), stupore non tanto per la qualità della musica ma piuttosto per la qualità della registrazione effettuata su audiocassetta simile ai rarissimi bootlegs che giravano all’epoca. Robert Fripp, Boz Burrell, Ian Wallace e Mel Collins formavano il quartetto che intraprese un tour americano nel febbraio e marzo del 1972 e dal quale in modo frammentario sono tratte le tracce dell’edizione in vinile alle quali vanno aggiunte le tre presenti nell’edizione in CD del 2017 del quarantennale (“Pictures of a City”, “Formentera Lady” e “Cirkus”), e mi vorrei soffermare sulla prima edizione in vinile, quella stampata dalla Island Records nella collana “Help” con etichetta nera e la lettera “I” rosa.

A causa appunto della qualità della registrazione Earthbound passò piuttosto inosservato al tempo della sua pubblicazione e fu acquistato probabilmente solamente dai più fedeli fans del gruppo di Fripp (nelle charts “Virgin Top 30 Albums” riportate dal New Musical Express raggiunse comunque il nono posto, primo era “Trilogy” di EL&P), un vero peccato perché è un lavoro da rivalutare non fosse altro perchè offre la possibilità di ascoltare il lato più contemporaneo, più legato all’idioma improvvisativo crimsoniano così lontano dai gruppi che venivano accostati a Fripp e compagnia accreditati al movimento del progressive rock (un termine che lo stesso leader ha sempre respinto). Già nel disco d’esordio il brano  “Moonchild” aveva declinato chiariramente le coordinate musicale dei King Crimson e nei seguenti lavori in studio erano presenti alcuni dei più influenti esponenti del jazz inglese, ma qui, dal vivo brani come “Earthbound”, “Peoria” e la versione dilatata di “Groon” offrono una ancor più chiara visione del progetto frippiano.

Splendidi soli di Collins e Fripp in “21stCentury Schizoid Man” che apre la prima facciata, intrigante e lucido il processo creativo di “Peoria” con assolo di quattro minuti di sax baritono sul quale si innesta un intervento di Boz alla voce, interessante la dilatazione di “Groon”, ex lato B del singolo “Cat Food” che qui si sviluppa nell’arco di oltre quindici minuti e dove si evidenzia il fondamentale ruolo dei fiati del grande Mel Collins, non a caso “ripescato” da Fripp per la più recente reincarnazione dei King Crimson e particolare il solo di Ian Wallace filtrato sul finale dal VCS3 “in remoto” dal tecnico Hunter McDonald..

Poi il Re Cremisi mutò ancora una volta, e con Robert Fripp della partita furono Bill Bruford, Jamie Muir, John Wetton e David Cross. Ma questa è un’altra storia gloriosa.

21st Century Schizoid ManGroon: 11 febbraio 1972: Wilmington, Delaware*

The Sailor’s Tale: Jacksonville, Florida 26 febbraio 1972

Earthbound: Orlando, Florida 27 febbraio 1972

Peoria: Peoria, Illinois  10 marzo 1973 

*(anche nel Box “Sailor’s Tale)

DONATI · COPPARI ENSEMBLE “A Portrait of Radiohead”

DONATI · COPPARI ENSEMBLE  “A Portrait of Radiohead”

DONATI · COPPARI ENSEMBLE “A Portrait of Radiohead”

DODICILUNE RECORDS. CD, 2020

di alessandro nobis

Conosco in modo superficiale la musica dalla band di Thom Yorke, lo confesso, ma dopo avere ascoltato più volte questo progetto dei chitarristi Diego Donati e Stefano Coppari mi devo ripromettere di affrontare la loro musica in modo più approfondito anche se i miei interessi musicali sono parecchio diversi. Si possono descrivere riletture di brani ritenuti standards o che lo saranno nel prossimo futuro come queste scritture contemporanee della band inglese senza aver ascoltato gli orginali? A mio parere la risposta è senz’altro affermativa e del resto da che “jazz è jazz”, numerosissime sono state le riletture di canzoni nate in diversi contesti (mi vengono in mente “Alice in Wonderland” e “Time after Time” di Cindy Lauper).

Mi piace parecchio ascoltare questo ritratto dei Radiohead, mi piace la raffinatezza degli arrangiamenti (sviluppatisi a partire dal duo di chitarre, così doveva essere il progetto originario), la convincente interpretazione vocale di Anna Laura Alvear Calderon, la scelta precisa e sempre appropriata degli interventi del quartetto d’archi che regala alla musica una leggerezza ed una intensità che si mantengono vive dalla prima all’ultima nota. Paradigmatico mi sembra l’arrangiamento che Donati ha pensato per “Paranoid Android” con la prima lunga parte strumentale con un bel solo di chitarra e la seconda, una splendida ballad con un tappeto sonoro degli archi e della chitarra e con una assolutamente efficace parte vocale, ma anche l’introduzione degli archi in “Karma Police” è indovinata e transla la musica dei Radiohead e i testi di Thom Yorke in un altro universo sonoro parallelo più cameristico, più acustico ma con una costante attenzione e rispetto verso i brani originali.

“A Portrait of Radiohead” può far incrociare i fans della band inglese con quelli del jazz che scopriranno di avere diversi punti in comune, i primi inizieranno ad ascoltare un po’ di jazz, i secondi il rock migliore di questi ultimi anni.

Mi auguro infine che qualcuno abbia modo di far ascoltare a Yorke & C. questo lavoro, penso ne sarebbe prima incuriosito e poi affascinato.

www.dodicilune.it

SOSTIENE BORDIN: THE LOUNGE LIZARDS

SOSTIENE BORDIN: THE LOUNGE LIZARDS

SOSTIENE BORDIN: THE LOUNGE LIZARDS

“The Lounge Lizards”

EG RECORDS, LP. 1981

di cristiano bordin

Se c’è un gruppo che può dare l’idea della vitalità e dell’eclettismo della scena newyorkese degli anni ’80, quel gruppo potrebbe essere proprio i Lounge Lizards. 

E del resto basta fare subito i nomi dei 5 protagonisti dell’album di esordio, che porta laconicamente il nome della band, per potersi orientare: Arto Lindsay, John ed Evan Lurie, Steve Piccolo e Anton Fier. 

Arto Lindsay aveva già fatto un pezzo di storia della New York fine anni ’70: i Dna. Tra rumorismo, suoni abrasivi, strumenti percossi e brutalizzati più che suonati, urla lancinanti, quella che venne definita “no wave” fu un passo oltre il punk capace di produrre gruppi, personaggi- Lydia Lunch, ad esempio- e un album-manifesto come “No New York”. 

Quella stagione produsse anche una vera e propria avanguardia artistica che prediligeva luoghi malsani, marginali, pericolosi come erano il Lower East Side e la Bowery  dove c’era il CBGB’s, vero e proprio tempio per il punk della Grande Mela. 

John Lurie, l’altra anima della band, ricorda così quei luoghi e quel periodo: “New York oggi ha certamente perso qualcosa. Per esempio, non è più pericolosa come una volta. Male. Prima  dovevi essere un duro e  avere carattere per abitarci. Ora sembra un grande shopping mall per gente che si fa pagare l’affitto da papà e mamma“. 

E’ in questo contesto che nascono i Lounge Lizards.

Lindsay, dopo i Lizards, virò  verso il Brasile ed i suoi suoni senza però dimenticare le stagioni precedenti e producendo moltissimo. Anche Evan Lurie e Steve Piccolo, che finì per trasferirsi in Italia, proseguirono tra jazz e avanguardia, mentre Anton Fier lo ritroviamo dietro la batteria di un gruppo anticipatore e abbastanza dimenticato, i Feelies. 

L’album di esordio eponimo uscì nel 1981 e fu davvero un disco capace di lasciare il segno: copertina austera, in bianco e nero, con i 5 vestiti tutti in camicia bianca e cravatta nera. 

Il primo brano, “Incident on south street” chiarisce tutto: le tastiere a fare da ritmica, il sax di Lurie protagonista, la chitarra di Lindsay da cui escono suoni secchi, abrasivi. 

Sono le coordinate su cui articolerà il disco.

Ma i Lounge Lizards però non sono semplicemente jazz più no wave: sono qualcosa che ha che fare sia con il jazz, e parecchio, che con la no wave, molto meno ma proprio la chitarra ce la ricorda in più di un episodio, per arrivare a qualcosa di nuovo e di originale. 

Alla base di tutto questo c’è il jazz: quasi distorto in forme nuove, come suonato tenendo ben presente la lezione di Thelonious Monk, omaggiato con  le versioni di “Epistrophy” e “Well you needn’t“. 

E, a proposito di jazz, in questo esordio troviamo il bop ma incrociamo anche il free, magari messo  a confronto con il funk come in “Do the wrong thing“.

The Lounge lizards” però è un album che ama mettere insieme atmosfere opposte,  momenti quasi rumoristici come  “Wangling” o “Remember Coney island” dove il drumming di Fier anticipa e può ricordare quello di Joey Baron  possono convivere  con aperture liriche  come in “Conquest of rar” e con  omaggi alla classicità come la splendida ed impeccabile “Harlem nocturne“. 

Insomma, un gran disco, che ha ancora un grande futuro davanti a sè. 

La band, purtroppo, produsse poco: altri tre album – “No pain for cakes” e “Voice of chunk” entrambi da riscoprire – e alcuni live. 

Tenere insieme due personalità come Lindsay e Lurie non era semplice, erano i classici due galli nel pollaio: Lurie percorse la strada del cinema soprattutto con Jarmusch – “Stranger than paradise” e “Down by law” con Benigni, poi approdò in tv e ora si dedica alla pitturama ma in seguito una malattia lo costrinse ad abbandonare il sax e la musica.

Negli anni sono passati sul palco dei Lounge Lizards moltissimi altri musicisti: Marc Ribot e John Medeski tra gli altri ma il loro approccio sul palco però lo racconta bene  Arto Lindsay in un’intervista: “Il fatto è che il pubblico dell’arte era troppo facile per noi  e sembrava apprezzarci a prescindere Mentre in  un posto come il CBGB dovevi sudare per guadagnarti attenzione e rispetto. Noi alla fine suonavamo rock’n’roll questo voglio che sia chiaro. Si, magari era una musica più storta e aperta della media ma tuttora mi considero un musicista rock’n’roll o “popular” che è meglio. Miles Davis la chiamava “social music” e penso sia un termine bellissimo“.

THE LOUNGE LIZARDS:

Basso – Steve Piccolo

Batteria – Anton Fier

Sassofono – John Lurie

Chitarra – Arto Lindsay

Tastiere – Evan Lurie

Produttore – Teo Macero

Registrato negli studi della CBS a New York il 21,22,28 e 29 luglio 1980. 

FRANK GET BAND “False Flag”

FRANK GET BAND “False Flag”

FRANK GET BAND “False Flag”

TM Production. CD, 2020

di alessandro nobis

Ascoltando la musica che esce da questo notevole “False Flag” intriso di rock americano e di blues elettrico ti viene da pensare ai panorami dei sobborghi di Atlanta, delle highways che attraversano l’immensa piana del Mississippi o alle città texane circondate dal deserto. Nulla di tutto questo, Frank Get e la sua band fanno propri i suoni più viscerali del nordamerica per raccontarci, in lingua inglese, della storia e della gente della sua terra, la bellissima Trieste con i suoi confini, quello “di terra” e quello “di mare”, da sempre terra di contrasti anche forti, di incontri e di una cultura cosmopolita che non sempre è stata valorizzata pienamente, una terra da sempre contesa per la sua posizione strategica. Comunque, ribadisco, bellissima.

C’è il rock di impronta sudista di “Tramway’s Tales”, la storia del vecchio tram di Villa Opicina che arranca sui binari combattendo strenuamente con la bora triestina (“Ora sei di nuovo fuori servizio / solo per le stranezze delle leggi / e noi abbiamo pagato il riscatto / e ci dicono che così tornerai in servizio”), ci sono “Freedom Republic” (“Dopo trentacinque giorni gloriosi / il nostro sogno è volato via / eravamo pochi e male armati / ma la nostra resistenza fu così fiera”) convincente ballata acustica che racconta la rivolta del 1921 del popolo del quartiere multiculturale di San Giacomo, uno degli highlights di questo lavoro la storia di Anton Dreher inventore della birra “Lager” ed il robusto rock blues di “What’s the Patriot”, storia del nonno di Frank Get combattente con l’esercito austroungarico nella Grande Guerra e che si domanda l’utilità della guerra – domanda universale e perennemente senza risposta – (“Vorremmo vivere in un mondo migliore / siamo finiti in Nord Europa / a combattere un nemico che non abbiamo mai conosciuto”).

Frank Get (voce e plettri )assieme a Marco Mattietti e (batteria), Tea Tidic (basso e voce) sono un trio tosto e con le idee chiare, un chiaro progetto la cui origine risale a qualche decennio fa, quattro per essere esatti, e che mi auguro possa proseguire a lungo per la sua originalità e schiettezza musicale. Per come la vedo io, però, sarebbe stato bello, stampare nel libretto allegato al CD anche la traduzione in italiano dei testi, ne sarebbe davvero valsa la pena.

Comunque, a scanso di equivoci, un gran bel lavoro. Go on, Frank.

CHRIS HORSES BAND “Dead End & a Little Light”

CHRIS HORSES BAND  “Dead End & a Little Light”

CHRIS HORSES BAND  “Dead End & a Little Light”

C.H.Band ·A-Z Blues Made In Italy. CD, 2019

di alessandro nobis

La copertina di Antonio Boschi

Per raccontare le proprie storie o per raccontare storie di altri ogni musicista sceglie il linguaggio più adatto alla sua personalità, alle sue passioni. Cristian Secco, a.k.a. Chris Horses scegli quello del più robusto, ispido e sanguigno rock americano riportandoci per gli otto brani di questo convincente “Dead End & a Little Light” ai tempi della Capricorn di Macon, Georgia. Solo per questo “Chris” ed i suoi compagni di viaggio (il bassista Marc “Don Quagliato, il batterista Marcu T, il chitarrista Mattia “Reez” Rienzi ed tastierista e fiatista Giulio “Snap” Jesi) vanno ringraziati se non altro da quelli che “quel suono” hanno lungamente amato: va sottolineato che questa non è una tribute band o una cover band, sia chiaro, questo è un quintetto che fa della coesione sonora, della tecnica e dell’ispirazione il suo marchio di fabbrica e le scritture di “Chris Horses” sono caratterizzate da riff molto pregevoli (“In Silence” con una graffiante ed incisiva chitarra elettrica che mantiene alta la tensione per tutto il brano, il ”Southern Rock” di “A Little Light” con la voce che canta all’unisono con il sax) ma anche da ballate elettroacustiche di pregevole fattura come “Lost” e “This Old Town” scandita dagli arpeggi di chitarra e con la credibilissima voce del leader e con il flauto traverso che mi ha riportato piacevolmente al suono della ……………….. (sapete, non mi piace fare citazioni, ma dai, questa è facile facile).

La strada metafora della vita (“Ma da qualche parte, in qualche modo, dobbiamo andare / quindi è meglio percorrere la nostra strada” di “In Silence”), l’inquietudine (“Così tanti pensieri da pensare / se continuo così, credo che affonderò”, “Dead End” ed anche “Sono stanco di sprecare il mio tempo / ho solo bisogno di un po’ di luce” di “A little Light”) ed anche l’indifferenza e la delusione di “This Old Town” (“Amo questo paese così tanto da odiarlo / Ha preso di me più di quanto avessi / ora devo andare / forse non tornerò, non so”) sono temi comuni anche nella letteratura musicale d’oltreoceano ma sono sentimenti della condizione umana e quindi universali. Bravo Cristian Secco & C. a saperli descrivere in modo così diretto e semplice. Un bel disco, una sorpresa per me.

ALESSANDRO BERTOZZI “Trait d’union”

ALESSANDRO BERTOZZI “Trait d’union”

ALESSANDRO BERTOZZI  “Trait d’union”

LEVEL 49 RECORDS, 2020

di alessandro nobis

Questo “Trait d’Union” è il primo lavoro del sassofonista Alessandro Bertozzi che ho l’occasione di ascoltare e la musica che ha composto e registrato in compagnia di Pap Yeri Samb (voce), Andrea Pollione (tastiere), Alex Carreri (basso), Maxx Furian (batteria) ed Ernesto da Silva (percussioni) tiene coerentemente fede al titolo, una linea di unione tra l’Europa, l’Africa Subsahariana e la musica afroamericana; qui del mondo africano ce ne è in abbondanza e non solamente perché Da Silva viene dalla Guinea Bissau (ma è percussionista apprezzatissimo nel nostro Paese oramai da molto tempo) e Pap Yeri Samb dal Senegal ma anche perché Bertozzi ha calato la sua passione e la sua conoscenza per il clima sonoro africano scrivendo questi otto brani che, come detto profumano dell’Africa di oggi. “Samaway” ad esempio, è ricco di tradizione nella voce solista e negli arrangiamenti vocali ma anche di spunti jazzistici con gli interventi del piano elettrico e del sassofono che ad essere franco mi ricordano piacevolmente quelli di Napoli Centrale, “Tuuba” si apre con i suoni etnici di Da Silva e Pap Yeri Samb per diventare un robusto e ricco brano soul con i breaks di Alex Carreri, “Melodies Bewewing” che chiude il disco è un brano dal largo respiro, una ballad con la voce che diventa strumento solista che espone il tema assieme al sax (significativo il lungo solo) e “Reguid Pad”, un’altra ballad che presenta un bel solo di basso elettrico con le percussioni che stendono un morbido tappeto oltre naturalmente al bel tema esposto dal sempre ottimo sax del leader della band.

Pubblicato dalla piacentina Level49, “Trait d’union” è in conclusione un disco convincente, un interessante melting pot musicale che mi ha piacevolmente conquistato ascolto dopo ascolto. Fatevi conquistare anche voi

http://www.alessandrobertozzi.it

http://www.level49.it

GRATEFUL DEAD “WORKINGMAN’S DEAD 50th ANNIVERSARY EDITION”

GRATEFUL DEAD “WORKINGMAN’S DEAD 50th ANNIVERSARY EDITION”

GRATEFUL DEAD “WORKINGMAN’S DEAD 50th ANNIVERSARY EDITION”

Warner Bros Records, 1970. Rhino Records, 3CD 2020

di alessandro nobis

La copertina originale

Tra i dischi registrati dai Grateful Dead in uno studio, quello che personalmente preferisco è il loro quarto pubblicato nel 1970, ovvero “Workingman’s Dead” ed il motivo è molto semplice; è senz’altro il loro album più legato alle loro radici musicali, al folk, al country, al blues e dedicato ai lavoratori: contiene brani come “Casey Jones” (la storia di un macchinista che guida un treno sotto l’effetto della cocaine). “New Speedway Boogie” (dedicata all’incerto futuro di un cercatore d’oro) e “Cumberland Blues” (un minatore che scende in galleria per 5 dollari al giorno) che la band di Jerry Garcia & C. hanno spessissimo inserito nelle loro davvero leggendarie performance live. Per celebrare il cinquantesimo anno da quel 14 giugno 1970 la Rhino e la Warner pubblicano il vinile in picture disc e soprattutto un triplo CD che, oltre al disco originale al quale sono state aggiunte sei tracce dal vivo (1969 e 1970), contiene la registrazione il loro concerto del 21 febbraio 1971 a Port Chester nello stato di New York con in scaletta cinque brani contenuti in Workingman’s Dead. Per chi non conosce questo capolavoro deadiano l’occasione è ghiotta davvero vista la presenza della registrazione live finora inedita. E come in nessun altro disco dei Dead emerge così forte la “fratellanza” spirituale con gli altri musicisti della Bay Area che a cavallo del ’70 era così forte con gli impasti vocali così vicini alle esperienze di CSN&Y e la presenza di un ipotetico anello di congiunzione rappresentato qui da “Dire Wolf” e da “Teach your children” su “Deja Vu” di Crosby & C.: ancora una volta l’arrangiamento delle parti vocali, la magica steel guitar di Garcia, il carattere acustico del brano ed inoltre la presenza di David Nelson in “Cumberland Blues”, uno dei musicisti che contribuì alla nascita dei New Riders of the Purple Sage, gruppo nato appunto da una costola dei Grateful Dead e che nel 1969 aveva visti nella line-up ancher Phil Lesh e Mickey Hart (“Before Time Began” registrazione live pubblicata dalla Relix).

L’edizione De Luxe di “Workingman’s Dead” contiene come dicevo l’ottimo (l’ennesimo ottimo) concerto di Port Chester, un’occasione da non perdere soprattutto per chi non conosce il lato “americana” di Jerry Garcia & C.

Lato 1

  1. Uncle John’s Band– 4:42
  2. High Time– 5:12
  3. Dire Wolf– 3:11
  4. New Speedway Boogie– 4:01

Lato 2

  1. Cumberland Blues(Garcia, Hunter, & Phil Lesh) – 3:14
  2. Black Peter– 5:41
  3. Easy Wind(Hunter) – 4:57
  4. Casey Jones– 4:24

Brani inediti:

  • “Dire Wolf” recorded June 27, 1969, at Santa Rosa Veteran’s Memorial Hall, Santa Rosa, CA
  • “Black Peter” recorded January 10, 1970, at Golden Hall Community Concourse, San Diego, CA
  • “Easy Wind” recorded January 16, 1970, at Springer’s Ballroom, Gresham, OR
  • “Cumberland Blues” recorded January 17, 1970, at Oregon State University (Gymnasium), Corvallis, OR
  • “Mason’s Children” rec. Jan. 24, 1970 at Civic Auditorium, Honolulu, HI 
  • “Uncle John’s Band” recorded October 4, 1970, at WinterlandSan Francisco, CA

Edizione per il 50° Anniversario (CD 2 & 3)

February 21, 1971 (Set 1) – Capitol Theatre — Port Chester, New York

1.“Cold Rain and Snow” (traditional, arranged by Grateful Dead)7:36
2.Me and Bobby McGee” (Kris KristoffersonFred Foster)7:33
3.“Loser” (Garcia, Hunter)6:54
4.“Easy Wind”8:49
5.Playing in the Band” (WeirHart, Hunter)5:25
6.Bertha” (Garcia, Hunter)6:13
7.Me and My Uncle” (John Phillips)3:56
8.“Ripple” (false start)1:09
9.Ripple” (Garcia, Hunter)5:24
10.Next Time You See Me” (Earl ForestBill Harvey)4:39
11.Sugar Magnolia” (Bob WeirRobert Hunter)6:08
12.“Greatest Story Ever Told >” (Weir, Hunter)4:09
13.Johnny B. Goode” (Chuck Berry)3:42
1.China Cat Sunflower>” (Garcia, Hunter)6:20
2.I Know You Rider>” (traditional, arranged by Grateful Dead)4:29
3.“Bird Song” (Garcia, Hunter)6:17
4.“Cumberland Blues”4:55
5.I’m a King Bee” (Slim Harpo)7:32
6.“Beat It On Down the Line” (Jesse Fuller)3:17
7.“Wharf Rat” (Garcia, Hunter)9:46
8.Truckin’” (Garcia, Lesh, Weir, Hunter)8:07
9.“Casey Jones”4:39
10.Good Lovin’>” (Artie Resnick, Rudy Clark)17:00
11.“Uncle John’s Band” 

Formazione

Grateful Dead