VARIOUS ARTISTS “Canterburied Sounds Volume 1”

VARIOUS ARTISTS “Canterburied Sounds Volume 1”

VARIOUS ARTISTS “Canterburied Sounds Volume 1”

VOICEPRINT RECORDS, CD 1988

Nel 1988 l’inglese Voiceprint sempre attiva ed attenta al panorama musicale inglese legato in qualche modo al jazz, al rock ma anche alla musica improvvisata inizia la pubblicazione di una serie di quattro CD chiamata “Canterburied Sound” (gioco di parole che indica registrazioni “sepolte” rarissime e mai date alle stampe di musicisti del così chiamato “Giro di Canterbury”).

In 1988 the English Voiceprint always active and attentive to the English musical panorama linked in some way to jazz, rock but also improvised music, began the publication of a series of four CDs called "Canterburied Sound" (play on words indicating recordings " buried" very rare and never printed by musicians of the so-called "Canterbury Scene").

Interessante, parecchio intrigante questo primo volume dove si ascoltano le origini di questo “insieme” di musicisti e autori più o meno legati al jazz maistream ma poi capaci di indicare diverse strade musicali che nel tempo li hanno consacrati come autori delle pagine più interessanti e innovative della musica inglese. Le registrazioni qui riportate coprono un arco temporale che dal 1962 al 1968 e si caratterizzano essendo non professionali da una qualità audio che definirei “accettabile” visto il contesto temporale ma da un’importanza storica a mio avviso davvero notevole.

Interesting, quite intriguing this first volume where we hear the origins of this group of musicians and authors more or less linked to mainstream jazz but then able to indicate different musical paths that over time have consecrated them as authors of the most interesting and innovative pages of English music. The recordings shown here cover a period of time from 1962 to 1968 and are characterized by being non-professional by an audio quality that I would define as "acceptable" given the time context but by a truly remarkable historical importance in my opinion.

Sarà una sorpresa per molti ascoltare la rilettura di “Summertime” come è noto brano dei fratelli Gershwin ad opera dei Caravan di Pye Hastings, dei fratelli Sinclair e di Richard Coughlan con un bel assolo all’hammond di David Sinclair, del duo Mike Ratledge · Robert Wyatt che visita il repertorio di Thelonious Monk (“Bolivar Blues“) o del Ratledge d’annata (1964) al pianoforte in “Piano Standards I“. Ci sono naturalmente i seminali  “Wilde Flowers” (Hugh & Brian Hooper, Robert Wyatt e Kevin Ayers) con due demo·tape di “You really Got Me” scritto da Ray Davis dei Kinks e del blues di Dave Clark “Thinking of you Babe” ed il duo Wyatt (chitarra) e Brian Hopper (sassofono) in un brano che sa tanto di improvvisazione informale (“Orientasian“) registrato tra la fine del ’62 e l’inizio del ’63. Infine segnalo il blues elettrico degli “Zobe” di Brian Hopper che suonano “If I Ever Leave You” con la voce e la chitarra di John larner, il trombone di Gordon Larner, l’organo di Frank Larner e la batteria di Ron Huie.

It will be a surprise for many to hear the re-reading of "Summertime" as it is known, a song by the Gershwin brothers by Pye Hastings' Caravan, the Sinclair brothers and Richard Coughlan with a nice hammond solo by David Sinclair, by the duo Mike Ratledge · Robert Wyatt visiting the repertoire of Thelonious Monk ("Bolivar Blues") or the vintage Ratledge (1964) at the piano in "Piano Standards I". There are of course the seminal "Wilde Flowers" (Hugh & Brian Hooper, Robert Wyatt and Kevin Ayers) with two demo tapes of "You really Got Me" written by Ray Davis of the Kinks and Dave Clark's blues "Thinking of you Babe " and the duo Wyatt (guitar) and Brian Hopper (saxophone) in a song that smacks of informal improvisation ("Orientasian") recorded between the end of '62 and the beginning of '63. Finally I point out the electric blues of Brian Hopper's "Zobe" who play "If I Ever Leave You" with John Larner's voice and guitar, Gordon Larner's trombone, Frank Larner's organ and Ron Huie's drums.

Disco importante, il primo di una serie sparita dai radar e mai ristampata come avrebbe invece meritato.

Important disc, the first of a series that disappeared from the radar and never reprinted as it deserved.

1 – CARACAN: FEELIN’, REELIN’, SQUALIN’

2 – WYATT & HOPPER: MUMMIE

3 – DA-DA-DEE / BOLIVAR BLUES :RATLEDGE & WYATT

4 – ORIENTASIA: BRIAN HOPPER / WYATT

5 – YOU REALLY GOT ME: WILDE FLOWERS

6 – THINKING OF YOU BABE: WILDE FLOWERS

7 – MAN IN A DEAF CORNER: BRAIN & HUGH HOPPER

8 – IF I EVER LEAVE YOU: ZOBE

9 – STOP ME & PLAY ONE: WYATT PLUS UNKNOWN GUITAR PLAYER

10 – PIANOI STANDARDS 1: RATLEDGE

11 – BELSIZE PARKED: BRIAN & HUGH HOPPER AND RATLEDGE

12 – SUMMERTIME: CARAVAN

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COLOSSEUM “Live!”

COLOSSEUM “Live!”

COLOSSEUM “Live!”

Bronze Records. 2LP, 1971

di alessandro nobis

Beh, dovessi scegliere il doppio ellepì registrato dal vivo che più ho ascoltato ed amato (e ascolto e amo tuttora) dagli anni della mia adolescenza ovvero da una cinquantina di anni, questo è il “Live” dei Colosseum, in cima alla montagna. E pensare che i musicisti non erano del tutto convinti di pubblicare quei nastri registrati all’Università di Manchester ed al Big Apple di Brighton nel marzo del ’71, ma le cose andarono per nostra fortuna diversamente e la Bronze Records (e la Warner Bros. negli USA) consegnarono alla storia della musica rock questo luminosissino diamante. Scusate la retorica ma veramente questo è uno straordinario disco, la band è all’apice della creatività, la line-up è quella fantastica con Chris Farlowe alla voce, Dave “Clem” Clempson alla chitarra, con John Hiseman alla batteria, Dick Heckstall-Smith ai fiati, Dave Greenslade all’Hammond e Mark Clarke al basso, il repertorio è la visione musicale live dei Colosseum, un rock ad alto tenore energetico intriso di blues con ampio spazio al jamming che sviluppa grandemente i brani del repertorio. Basta ascoltare la progressione di hammond e il dialogo con la chitarra di “Lost Angeles”, composta dopo una permanenza californiana a “Los Angeles” (di Farlowe, Hiseman e Heckstall · Smith) o la potenza interpretativa della voce di Chris Farlowe ed il lunghissimo solo di Clempson in “Skeglinton” di Clampson e Hiseman, brani che occupano ciascuno una facciata di questo doppio ellepì. Altre due perle che “raccontano” della formazione musicale dei membri dei Colosseum sono il celeberrimo brano di T·Bone Walker “Stormy Monday Blues” in delle più convincenti e vigorose versioni in assoluto, la prima parte più simile all’originale e quella centrale con una jam tra Clempson, Farlowe e Heckstall · Smith e la splendida rilettura di “Walking in the Park” composto dall’organista e scopritore di talenti Graham Bond nella cui Organ·Isation molto di quello che riguardo il cosiddetto British Blues ebbe inizio a cavallo del ’60.

Nella versione in CD pubblicata nel 2004 è riportato anche un brano di James Litherland, “I’Can’t Live Without You” (presente nell’antologia “The Collector’s Colosseum”).

Disco memorabile a mio avviso: miracolo irripetibile? Macchè, i due Live registrati nel ’94 a Colonia e pubblicati l’anno seguente stanno lì a testimoniarne un altro, stessa energia, scaletta molto simile, stessa band ancora al “top”: due Cd che testimoniano la chiusura di un’epoca, ed il seguente “Bread & Circuses” del 1997 è la prova del cambiamento. Ne parleremo.

HOT TUNA “Yellow Fever”

HOT TUNA “Yellow Fever”

HOT TUNA “Yellow Fever”

Grunt Records. LP, 1975

di alessandro nobis

Penso che i tre album usciti tra il 1975 ed il 1976 ovvero “America’s Choice”, “Hopkrov“, parte di “Double Dose” e “Yellow Fever” – del quale per il Record Store Day ne è stata pubblicata una versione con vinile naturalmente giallo – spiazzarono non dico tutti · ma quasi tutti · i followers dell’epoca innamorati di quel suono magico elettro·acustico costruito da Jorma Kaukonen e Jack Casady, suono che poi avrebbero ripreso più avanti fino ai nostri giorni. Qui Kaukonen opta per un nuovo suono, più hard, effettato dall’elettronica come non gli conoscevamo con assoli efficacissimi come in “Song for the Fire Maiden” e ingaggia con Casady un batterista incisivo in grado di assecondare questa sua svolta come Bob Steeler, un secondo chitarrista John Sherman (in “Baby What You Want Me To Do) ed il tastierista Nuck Buck (suo è il suono del sintetizzatore in “Bar Room Crystal Ball“).

“Hard Blues”,  “Hard Rock”, “Mainstream Rock” chiamatelo come volete ma questo e gli altri due lavori della tripletta citata in apertura restano a mio avviso degli ottimi dischi; Kaukonen non abbandona le sue origini di suonatore di blues e propone in “Yellow Fever” due rivisitazioni di brani accredidati a Mathis James “Jimmy” Reed (il già citato “Baby What You Want Me To Do) e “Hot Jelly Roll Blues” del misconosciuto bluesman George Carter, vissuto nella prima metà del XX secolo che registrò, questo per la cronaca, solamente quattro brani su 78giri; i due brani aprono “Yellow Fever”, quasi il chitarrista californiano volesse avvisare i suoi estimatori che non aveva abbandonato il blues e che non aveva l’intenzione di farlo ma che aveva trovato un modo diverso (più moderno? più innovativo?) per suonarlo.

Tra i brani di nuova composizione voglio citare “Half / Time Saturation” scritto dai tre Tuna e con notevolissimo assolo “effettato” di Kaukonen ed il conclusivo brano del chitarrista “Surphase Tension” con il fingerpicking elettrico in apertura ed una interessante sovrapposizione di chitarre ma con un andamento che sembra riportare il suono della band a quello dei primi album.

“Yellow Fever” è un album da rivalutare a mio parere. Chi ce l’ha lo estragga dallo scaffale e lo riposizioni sul giradischi.

TEMPEST “Living in Fear”

TEMPEST “Living in Fear”

TEMPEST “Living in Fear”

Island · Bronze Records. LP, 1974

di alessandro nobis

Chiusa l’esperienza in quintetto con le due chitarre di Alan Holdsworth e Ollie Halsall ed il cantante Paul Williams (https://ildiapasonblog.wordpress.com/2022/05/20/jon-hiseman-tempest-bbc-session-1973/), nell’ottobre del 1973 Hiseman ritorna in studio con il fedelissimo Mark Clarke e con il solo Halsall, una formazione in trio quindi per registrare il secondo album, “Living in Fear” che verrà pubblicato nell’aprile del 1974 sempre dalla Bronze Records. All’epoca dei fatti le cronache della stampa specializzata della terra di Albione riportavano commenti piuttosto freddi rispetto di quelli di solo qualche mese prima: “tre ottimi musicisti non fanno una ottima band“, dicevano, una frase “di circostanza” usata spesso.

Degli otto brani equamente suddivisi nelle due facciate, al solito ne segnalo quelli che a mio avviso sono i più significativi: “Waiting for a Miracle” è l’unica oasi di relativa tranquillità in un mare fatto di rock molto arcigno, di riff squadrati, di assoli misurati dove la ritmica dei Colosseum lascia quelle atmosfere facilmente riconoscibili e grazie alla rugginosa chitarra di Ollie Halsall entra nel mondo dei “power trio” nella migliore accezione del termine, e la rilettura “hard” della beatlesiana “Paperback Writer” mi piace ancora, non troppo calligrafica e con un bel solo di chitarra.

Walking down a dusty road” è l’incipit di “Stargazer” scritta da Clarke assieme a Susie Bottomley è il brano che a mio avviso può essere considerato il brano manifesto di “Living in the Fear“, per i breaks di Halsall, per la ricerca sonora delle percussioni di Hiseman mentre “Dance of my Tune” sempre di Clarke · Bottomley è un lungo brano di grande impatto dove il basso duetta con la batteria (fondamentale è ascoltare con attenzione il fantastico drumming di Hiseman) con una parte centrale più lenta che contiene un lungo e prezioso solo di chitarra che conduce via via al gran finale.

Un gran bel disco che si fa apprezzare almeno da sottoscritto ancora oggi, un peccato che la storia dei Tempest finisca qui: i power trio non ebbero grande fortuna, quello di Tim Bogert, Carmine Appice e Jeff Beck potrebbe raccontarci una storia simile ………..

MOVING HEARTS “Moving Hearts”

MOVING HEARTS “Moving Hearts”

MOVING HEARTS “Moving Hearts”

WEA Records. LP, 1981

di alessandro nobis

Per gli appassionati di musica irlandese questo primo ellepì dei Moving Hearts fu una sorta di pugno nello stomaco: vedere Donal Lunny, Dave Spillane e Christy Moore “contaminare” la loro purissima cultura tradizionale con musicisti di ambito rock fece un certo effetto. Per chi invece aveva già conosciuto queste “contaminazioni” nel decennio precedente come quelle provenienti dalla vicina Inghilterra fu una grandissima sorpresa, erano due idiomi che si fondevano alla perfezione dando origine ad uno straordinario nuovo mondo musicale inedito per l’Irlanda che sfruttava tutta l’energia portata non solo dai tre “tradizionalisti” citati sopra ma anche da Noel Eccles, Eoghan O’Neill, Declan Sinnott (gran chitarrista anche acustico che in seguito accompagnerà Moore in numerosi tour), Keith Donald e Brian Calman.

Non è difficile trovare le tracce della tradizione irlandese soprattutto grazie alle pipes di Spillane o della migliore canzone d’autore, ma soprattutto leggendo la scaletta ed i testi è facile comprendere il contenuto fortemente politico che i Moving Hearts hanno voluto dare a questo disco: la travolgente “Hiroshima Nagasaki Russian Roulette” scritta dal songwriter americano Jim Page ci narra naturalmente dell’olocausto nucleare ed ha dei magnifici break di Spillane (il primo piper a decontestualizzare le uilleann dal contesto tradizionale) e Sinnott, le pipes sono protagonista dello strumentale “McBrides“, composizione di Lunny e Sinnott dedicata alla figura dell’attivista pacifista Sean McBride, la splendida rilettura cantata da Christy Moore della “Before the Deluge” di Jackson Browne dell’attivismo ecologista, “Irish Ways and Irish Laws” è un brano di notevole impatto scritto da John Gibbs che ricorda come prima dell’arrivo dei Vichinghi – i primi ad arrivarvi nel 795 – l’Irlanda fosse una terra “libera” con la propria vita e le proprie leggi.

Da segnalare inoltre una rilettura di “Faithful Departed” di Philip Chevron dei Pogues, è la storia d’Irlanda rappresentata dall’emigrazione oltreoceano, dalla disoccupazione e dal secolare conflitto nelle contee dell’Ulster.

Questo disco eponimo degli Hearts rappresenta una sorta di disco “perfetto” dove l’equilibrio del suono tra rock, folk ed anche in qualche misura jazz (i break di Keith Donald) e la forza dei testi è a mio avviso perfetto; uno dei dischi dai quali non mi separerei mai.

SOSTIENE BORDIN: STORMY SIX “Al Volo”

SOSTIENE BORDIN: STORMY SIX “Al Volo”

SOSTIENE BORDIN: STORMY SIX “Al Volo”

COOPERATIVA L’ORCHESTRA. LP, 1982

di Cristiano Bordin

Trovo “Un biglietto del tram” un lavoro particolarmente ben riuscito, difficile da replicare. Ma a me piace moltissimo anche “Al volo”, l’ultimo album in studio e forse i nuovi ascoltatori potrebbero cominciare da lì e sicuramente rimarrebbero sorpresi”.

Franco Fabbri, che degli Stormy Six era il chitarrista e una delle menti musicali, senza dubbio ha ragione. 

Al volo”, uscito nel 1982, è sicuramente un disco che a distanza di tanto tempo è in grado di stupire. Ma è anche un album assolutamente sottovalutato nella discografia del gruppo, passato quasi inosservato al momento della sua uscita: è il loro congedo dopo anni intensi, sul palco e fuori dal palco, ma rappresenta anche un momento importante per la musica italiana degli anni ‘80 e dunque meriterebbe di essere riscoperto.

Gli Stormy Six hanno attraversato un bel pezzo di storia musicale del nostro paese: iniziano negli anni ‘60 tra beat e Cantagiro, rappresentano in pieno gli anni ‘70 con “Un biglietto del tram”, sono tra i protagonisti di Rock in Opposition insieme ad Henry Cow, Etron Fou, Universe Zero, Art Bears e da quel confronto/unione nasce un disco come “Macchina maccheronica”.

Fabbri però aveva vissuto un’altra stagione prima di formare gli Stormy Six, con gli Stregoni: con loro ha accompagnato come gruppo spalla addirittura i Rolling Stones durante un loro tour italiano negli anni ‘60. 

E nelle file della band sono passati nomi illustri: se guardiamo le formazioni dei loro album – uno diverso dall’altro – nell’esordio, “Le idee di oggi per la musica di domani”, al basso troviamo ad esempio Claudio Rocchi.

Oggi Fabbri è un affermatissimo musicologo con una lunga ed interessante bibliografia, si è a lungo occupato dal rapporto tra musica e tecnologia e insegna all’università; il cantante Umberto Fiori è invece considerato tra i più importanti poeti italiani di oggi.

Ma torniamo a “Al Volo”, un album che rappresenta in pieno il tempo in cui esce ma che è in grado in qualche modo di anticipare anche un pezzo di futuro come ci raccontano i testi: spazi vuoti, non luoghi, solitudini.

La banca, la Standa, Piazza degli Affari, per stare al titolo di uno dei brani.

La fotografia di un decennio, quindi, gli anni ‘80.

La musica pesca invece nell’enorme bagaglio dei 5 musicisti che firmano il disco trovando strade magari tortuose, ma senza dubbio nuove per il gruppo: c’è il passaggio all’elettrico e all’elettronica rispetto agli episodi precedenti ma soprattutto c’è tanta voglia di sperimentare, di mescolare le carte, di dare un significato, nei suoni e nell’attitudine, al termine “progressivo”.

Ne esce fuori un album in cui ci sono tracce dei Gentle Giant come dei King Crimson, echi del progetto Rock in Opposition ma anche  suggestioni che rimandano alla nuova scena inglese come gli Wire.

Un bel calderone, insomma.

Non facile da assemblare ma perfettamente riuscito in tutti i suoi episodi.

Il basso rincorso dalla batteria e poi da una chitarra dal suono metallico aprono  l’album con “Non si sa dove stare” che è un po’ il “manifesto” del disco.

 Ma è anche il brano che praticamente tutti gruppi catalogati come new wave o post punk, nati intorno agli ‘80, avrebbero voluto scrivere senza però riuscirci.

Il suono che domina “Al volo” è quello della chitarra-synth- strumento in voga in quel periodo e poi protagonista dell’album solo di Fabbri “Domestic flight” – e il disco ruota intorno a quel suono e al lavoro delle tastiere sempre ben sostenuto dalla ritmica.

Ne escono fuori altri episodi riuscitissimi: da “Reparto novità”, col suo inizio solenne, al crescendo nervoso di “Piazza Affari”, dall’equilibrio elettro/acustico di “Ragionamenti” in cui la voce si prende parte della scena, al suono arioso, quasi pop di “Roma” in cui Fiori dimostra la sua abilità poetica, “Tutti i treni hanno odore di mandarini/ Erano mesi in cui fioriscono anche i pali del telefono/ e sono fresche le gallerie”.

Qualche volta i miei studenti – racconta Franco Fabbri – mi chiedono: “Ma come facevate a suonare pezzi di 10 minuti a memoria senza fermarvi mai?” Ecco, purtroppo, molta musica che ascolto oggi ha un sentore di cameretta, di chiuso, di solitudine

Al volo” invece è un album capace di rappresentare davvero una stagione e un paesaggio, anche umano, ormai totalmente cambiato e dalla direzione segnata: “Mi trovo alla Standa/Non cerco niente” il verso che lo racconta con più efficacia.  

Al volo” descrive il nuovo decennio, il suo brusco ribaltamento rispetto al passato recente, con suoni   che riescono a guardare però sempre al futuro chiudendo un cerchio e un percorso  – che si è riaperto soltanto per una serie di  concerti – reunion – che ha visto gli Stormy Six  sempre e comunque   protagonisti. 

JON HISEMAN’ TEMPEST “BBC Session 1973”

JON HISEMAN’ TEMPEST “BBC Session 1973”

JON HISEMAN’ TEMPEST “BBC Session 1973”

CASTLE · SANCTUARY RECORDS. CD, 2005

di alessandro nobis

Nel 2005 la Sanctuary Records pubblica il doppio CD “Under The Blossom” che contiene i due lavori dei Tempest ovvero “Tempest” del 1973 (https://ildiapasonblog.wordpress.com/2022/03/17/jon-hisemans-tempest-tempest/) e “Living in  Fear” del 1974 entrambi pubblicati originariamente dalla Bronze Records e che soprattutto contiene sette tracce finora ufficialmente inedite (ma presenti nel bootleg “Live in London ’74”, titolo fuorviante oltre che errata data) provenienti dall’archivio BBC; si tratta del concerto della durata di circa un’ora che il 2 giugno 1973 che il quintetto tenne per la BBC RADIO ONE al Golders Green Hippodrome e che quindi presenta un repertorio di brani tratti dal disco d’esordio.

Quintetto perchè l’aspetto più interessante di queste sette brani è la presenza dei due chitarristi Alan Holdsworth e Ollie Halsall che vanno ad aggiungersi naturalmente a Jon Hiseman, Mark Clarke e Paul Williams, una line-up che va ulteriormente ad arricchire le potenzialità espressive dei Tempest soprattutto nelle esibizioni dal vivo. Un esempio può essere la “dilatazione” di “Brothers“, già presente sull’album di esordio con una durata di poco più di tre minuti e qui portata ad oltre un quarto d’ora grazie al notevole interplay tra i due chitarristi che dialogano supportandosi vicendevolmente durate i rispettivi assoli; “Drums Away” è naturalmente un brano creato da John Hiseman, con un solo iniziale che prelude all’esposizione del riff delle chitarre, per poi proseguire lungamente mettendo a mio avviso in evidenza tutte le capacità creative del batterista in questo ambito musicale, un efficace rock blues dal suono molto marcato e piuttosto lontano dalle sonorità dei Colosseum, “Grey and Black” è una ballad eseguita in duo (sempre dal primo disco) con il Rhodes di Ollie Halsall che accompagna la voce di Paul Williams e con un bel arrangiamento per le voci

Insomma un’ora di Tempest dal vivo che fortunatamente oggi possiamo ascoltare con un audio decisamente professionale, un gruppo che avuto una breve durata ma che, in studio e dal vivo, ha sempre soddisfatto i palati più fini; qualcuno rimase stupito dalla svolta “hard” di Hiseman fatto salvo poi, dopo un attento ascolto comprendere ed applaudire …………..

PETER KAUKONEN “Black Kangaroo”

PETER KAUKONEN “Black Kangaroo”

PETER KAUKONEN “Black Kangaroo”

GRUNT RECORDS. LP, CS, stereo8, 1972

di alessandro nobis

In realtà, parafrasando le parole di Bill Graham, i “sex symbol of Scandinavia” sono due, non solo Jorma ma anche il fratello Peter Kaukonen, chitarrista pure lui che nel 1972 per l’etichetta di famiglia dei Jefferson Airplane pubblicava con il suo gruppo questo primo disco, “Black Kangaroo“. La notevole chitarra di Peter la si può ascoltare anche in due pietre miliari della west coast musicale, ovvero “Blows Against the Empire” (una sorta di Arca di Noè del rock californiano) accreditato a Paul Kantner e “Sunfighter” della coppia Kantner / Grace Slick, oltre che in “Manhole” della stessa cantante e nel disco che riunì nell’89 i J. A. per l’ultima volta in studio.

Detto questo, la musica di “Black Kangaroo” a parte i due brani acustici che aprono e chiudono la seconda facciata ovvero “Barking Dog Blues” per chitarra acustica e mandolino (il mandolinista non compare nei credits, forse è lo stesso kaukonen?) e “That’s a Good Question” con il violoncello di Terry Adams è un rockblues d’autore (tutti i brani sono originali) piuttosto robusto con evidenti riferimenti a quello hendrixiano (vedi il brano iniziale “Up or Down” e “Dynamo Snackbar“), eseguito per lo più in trio al quale hanno contribuito tra gli altri il batterista Joey Covington (scomparso nel 2013 e con i Jefferson dal 1969 al 1972), il tastierista Nick Buck (con gli Hot Tuna) ed l’ottimo bassista elettrico Larry Weisberg. Pregevoli il solo di Kaukonen in “What all we know a Love” e l’introspettiva ballad “Billy’s Tune“.

Un disco ed un autore caduti nell’oblio, un vero peccato perchè la vena compositiva e la chitarra di Peter Kaukonen avrebbero meritato altra gloria; il disco venne pubblicato in Cd dal Wounded Knee Records nel 2007 con quattro inediti e lo spot radio promozionale.

RORY GALLAGHER A VERONA “20 febbraio 1972, un marziano atterra al LEM”

RORY GALLAGHER A VERONA “20 febbraio 1972, un marziano atterra al LEM”

RORY GALLAGHER A VERONA “20 febbraio 1972, un marziano atterra al LEM”

di fabio oliosi e alessandro nobis

(scusate il titolo, ma “marziano” e “LEM” si prestavano ad un irresistibile gioco di parole).

A sentire i nostri coetanei ultrasessantenni appassionati “storici” di musica a domanda “sei stato al concerto di Gallagher al LEM” molti rispondono affermativamente salvo realizzare con il senno di poi che i presenti presunti supererebbero di gran lunga la capienza del locale, qualche centinaio di persone; e le “prove” della loro presenza? Beh quelle non ci sono naturalmente, tuttavia un paio di amici con i quali ci si frequentava ai tempi del Liceo Fracastoro andarono a quel concerto e le prove di ciò che scrivo sono le foto scattate (e che testimoniano anche il fatto che non sempre Gallagher indossava una delle sue famose camicie a quadri) e la bacchetta rotta che il batterista Wilger Campbell lanciò tra il pubblico e che uno dei due “Fabio” conserva ancora, almeno spero.

Quell’anno, il 1972, fu un anno importante per il bluesman di Ballyshannon perchè consacrò in modo definitivo la sua immensa caratura di musicista soprattutto nella dimensione live grazie ad una tourneè europea, con Gerry McAvoy al basso  e Wiler Campbell alla batteria, tra i mesi di febbraio e marzo e la conseguente pubblicazione di una delle sue opere più significative, quel “Live In Europe” che presenta brani tra i quali, magari, se ne nasconde qualcuno registrato a Verona. Vallo a sapere! Sognare non costa nulla anche perchè sulla copertina del disco non ci sono notizie al riguardo. Non chiedete della “scaletta” dei brani, a quindici anni le emozioni sovrastano tutto, dico solo che di sicuro quei due set domenicali diedero probabilmente una decisa “svolta” alla vita musicale di qualcuno dei presenti.

Il quotidiano locale “L’Arena” pubblicò due giorni prima a spese dell’organizzatore dell’evento due “moduli”, tutto qua, allora si usava così; aggiungo, per contestualizzare temporalmente l’evento che nei cinema veronesi si proiettava “Il Caso Mattei” di Franco Rosi, la versione integrale di “Conoscenza Carnale” con Candice Bergen e “Sacco e Vanzetti“.

Di seguito riporto un bel ricordo di uno dei due amici che andarono a quel concerto, quello pomeridiano, ricordo condiviso anche dal secondo Fabio, Fabio Bertelli. Io a quel concerto non ero presente, alla richiesta di andare, sebbene fosse una domenica pomeriggio, i miei rispesero con dei reiterati “non se ne parla nemmeno”. Che peccato!

“Nel febbraio del 1972 ho quindici anni. Sono tempi “scatenati” e ne combiniamo di tutti i colori, a scuola la mattina e col “cinquantino” nel pomeriggio. Il mio amico omonimo e compagno di scorribande mi propone di andare al LEM di San Martino Buon Albergo nel pomeriggio di domenica per un concerto di un chitarrista blues-rock famoso che io però non conosco. Beh, finora ho sbirciato solo un paio di numeri di Ciao 2001 e ascolto ogni tanto alla radio “Per voi giovani” ma Rory Gallagher non l’ho ancora “incrociato”. Il mio amico Fabio mi convince ad indossare, come lui, invece della solita maglietta, una canottiera rosa con una grande sigla “CEB” che lui ha dipinto.  Non ho mai saputo cosa volesse dire questa parola o questo acronimo, magari me lo dirà dopo aver letto queste righe, questo mio ricordo personale. Nella discoteca fa molto caldo e rimaniamo in jeans e canottiera “CEB”; magrini tutti e due, facciamo “tendenza” (o forse, impressione o “scaressa” in dialetto veronese) ma noi non lo sappiamo.  Sento che va bene così.  Sento che è solo ora che posso esprimermi in questo modo e lo faccio.

Ho con me una macchina fotografica Voigländer con un cubo-flash montato sopra, regalo di mio nonno Giorgio.

La musica è forte e magica. Rory sorprende e cattura il pubblico.

Consumo buona parte di un rullino da 36 foto.

Usciamo dal concerto carichi di energia e affascinati da quel suono che fa risuonare dentro di me sogni e voglia di trasgressione. (Fabio Oliosi)

Di Rory Gallagher esiste una bella biografia in italiano scritta da Fabio Rossi (https://ildiapasonblog.wordpress.com/2017/10/30/fabio-rossi-rory-gallagher/) della quale ne è stata pubblicata una seconda edizione da Chinaski Edizioni.

PAPA JOHN CREACH

PAPA JOHN CREACH

“Papa John Creach”

Grunt Records FTR 1003. LP, 1971

di alessandro nobis

Grace Slick, Carlos Santana con Greg Rolie e Dave Brown, Jack Casady e Jorma Kaukonen, Jerry Garcia, John Cipollina, Paul Kantner, Joey Covington, Pete Sears sono i musicisti che hanno collaborato alla registrazione di questo primo disco solista del violinista Papa John Creach (1917 – 1994), al tempo membro dei Jefferson Airplane e degli Hot Tuna e con un brillante passato nel mondo del jazz e del blues dove ebbe modo di suonare con Big Joe Turner e T-Bone Walker tra gli altri, fino a quando nel ’70 entrò a far parte dei J.A. con i quali registrò i tre dischi prodotti dalla Grunt Records (“Bark“, “Long John Silver” e “Thirty Seconds over Winterland“) e “Jefferson Airplane” (la reunion dell’88), dei Jefferson Starship (“Dragon Fly“, “Red Octopus“, “Sunfighter” e “Baron Von Toolboth …..”) e degli Hot Tuna (“First Pull Up …” e “Burgers). E’ lapalissiana la considerazione che PJC godeva nell’ambiente westcoastiano a cavallo del 1970, tutti corrono a dare il loro contributo e quello che ne esce è, forzatamente, un disco eterogeneo dal quale però emergono pienamente sia il suo talento come violinista e come cantante che le personalità degli ospiti: “Plunk a Little Funk“, “String Jet Rock” e “Everytime i hear her name” (con sezione fiati) sono in pratica brani degli Hot Tuna (il gruppo è al completo), splendidi anche “Soul Fever” con Garcia alla chitarra e l’hammond di Rolie ma altrettanto interessanti ho trovato il super classico “St. Louis Blues” e “Over the Rainbow” (il passato di Creach che ritorna) e “Down Home Blues” con Carlos Santana alla chitarra e Doug Rauch (della band del chitarrista) al basso.

Su tutto, come detto, la classe cristallina di Papa John Creach che finalmente esprime tutta la sua tecnica e la sua vitalità. Un bel disco, probabilmente il suo più significativo. Non credo, infine che sia stato ristampato in CD.