SOSTIENE BORDIN: KING CRIMSON, ARENA DI VERONA 8 LUGLIO 2019

SOSTIENE BORDIN: KING CRIMSON, ARENA DI VERONA 8 LUGLIO 2019

SOSTIENE BORDIN: KING CRIMSON LIVE, ARENA DI VERONA 8 LUGLIO 2019

di Cristiano Bordin

Se c’è un gruppo che ha sempre camminato per una strada tutta sua costruendosi un suono dai tanti richiami ma dalla assoluta indefinibilità quelli sono proprio i King Crimson. E il gruppo di Robert Fripp, mutando nel corso dei decenni costantemente pelle ma compiendo il miracolo di rimanere  sempre se stesso, ha tagliato quest’anno il traguardo dei cinquanta  anni. Cinquanta candeline da festeggiare con un tour con la formazione che rappresenta l’ultima versione del  Re Cremisi: tre batterie – Gavin Harrison, Pat Mastelotto e  Jeremy Stacey, impegnato anche alle tastiere – Mel Collins, sax e flauto, Jakko Jaksick, chitarra e voce, Tony Levine al basso e ovviamente sua maestà Robert Fripp alla chitarra.

Una formazione, già protagonista in Italia di altri concerti e di altri tour, lunedì sera ha suonato davanti ad una platea prestigiosa come l’Arena di Verona. Niente tutto esaurito, ma comunque per festeggiare il compleanno del gruppo e del loro  primo album “In the Court of the Crimson King” c’erano circa diecimila persone per un concerto diviso in due set più un bis. In tutto quasi tre ore di musica. Tutte ad un livello altissimo.

Si parte con un dialogo a tre proprio tra i batteristi e poi “Pictures of a city“, brano da “In the wake of Poseidon”, con un riff chitarristico denso, scuro, metallico, quasi cattivo che ritroveremo in altri brani, accompagnato dal sax.  Poi si arriva ad uno dei momenti forse più attesi,  “Epitaph“.

E dopo “Radical action” e una grande versione di  “Islands” si  arriva quasi a concludere la prima parte ma ci sono ancora almeno un paio di  sorprese:  “Cat Food“, complessa e virtuosistica,  e “Frame by frame” .

Un primo set  impeccabile: tante sfumature ma anche un suono coerente che è capace  di costruire e di  spaziare tra paesaggi sonori diversi con la stessa maestria. Fripp è sempre  impassibile e sembra il direttore di un’orchestra che riesce sempre a ritrovarsi anche per i percorsi musicalmente più difficili con una naturalezza incredibile. E forse è proprio questa l’unica definizione possibile per i King Crimson: un’orchestra di musica contemporanea capace di riproporre con uno stile inconfondibile e sempre attuale  perché sempre capace di rinnovarsi, cinquant’anni di musica e cinquant’anni di carriera.

La seconda parte è qualcosa di quasi indescrivibile per coesione e  potenza. Si inizia con una fantastica “Sheltering sky” ed è il suono di “Discipline” a tornare ovviamente in una nuova veste. Succederà anche con “Indiscipline”  e sinceramente per apprezzando moltissimo Adrian Belew le versioni di questi due pezzi non me lo hanno fatto rimpiangere anche se rivederlo a fianco di Fripp per festeggiare i 50 anni sarebbe stata la classica ciliegina sulla torta. Dopo una  stupenda  versione di “Cirkus” arriva “Moonchild”  in una veste rinnovata, costruita sulla nuova formazione e sulle tre batterie e ovviamente “In the Court of the Crimson King“. Il finale è da brivido: prima “Starless” che chiude il secondo set e poi, nel bis,  una più che poderosa “21th Century Schizoid Man” con improvvisazione finale con cui i Crimson terminano la loro esibizione areniana tra gli applausi e un’ovazione generale

Proprio “Starless” sarà poi al centro dei commenti post concerto: una imperfezione di Fripp durante “Starless”, una specie di refuso, diventa motivo di interminabili discussioni in rete. Discussioni che forse dimenticano una frase pronunciata proprio da Fripp in un’intervista “Personalmente non mi importa  quando i musicisti commettono errori. Anzi quello che vedi è la qualità del musicista che risponde all’errore davanti al pubblico“. E la qualità del musicista e del gruppo sul palco è stata incredibile come tutto questo concerto e come lo saranno  sicuramente le  prossime date  di questo tour. Cinquant’ anni di carriera  hanno dimostrato che ci sono più idee in una canzone dei King Crimson che in interi decenni di musica. E questa serata lo ha assolutamente confermato.

Dei King Crimson vi avevo già parlato qui:

https://ildiapasonblog.wordpress.com/2018/06/20/king-crimson-live-in-vienna-december-1-2016/

https://ildiapasonblog.wordpress.com/2017/11/06/king-crimson-live-in-chicago/

https://ildiapasonblog.wordpress.com/2016/04/19/king-crimson-live-in-toronto/

 

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MARCO PACASSONI GROUP  “Frank & Ruth”

MARCO PACASSONI GROUP  “Frank & Ruth”

MARCO PACASSONI GROUP  “Frank & Ruth”

ESORDISC CD, 2018

di Alessandro Nobis

Trovo mortificante che di uno dei protagonisti della musica del Novecento sia per l’aspetto strumentale che soprattutto per quello compositivo se ne parli e se ne “suoni” davvero poco. Eppure Frank Zappa per tutta la sua carriera è stato considerato un genio – spesso scomodo per l’establishment americano -, un grande compositore, arrangiatore e chitarrista e nonostante questo si contano sulle punta della dita omaggi e riletture dei suoi spartiti. In Italia ad esempio, ricordo solamente la rilettura cameristica di “Harmonia meets Zappa” datata oramai 1994 e pubblicato dalla Materiali Sonori. Giunge quindi graditissimo questo “Frank & Ruth” (Ruth è Ruth Underwood) opera del vibrafonista e percussionista (di marimba in particolare) Marco Pacassoni che ridà vita ad alcune delle pagine del songbook zappiano a cavallo del 1970, periodo in cui molte delle composizione del chitarrista davano grande spazio agli strumenti della Underwood.

In “Frank & Ruth” troviamo l’esecuzione con nuovi arrangiamenti di alcune delle migliori pagine zappiane come “Peaches & Regalia” (da Hot Rats), “Blessed Relief (da Grand Wazoo) o “Edchidnas-Arf” (da Waka Yawaka), la straordinaria voce di Pietra Magoni in “Planet of the Baritone Women” (da Broadway the Hard Way) il notevolissimo medley, “Sleep, Pink and Black (the napkins suite)” con l’introduzione della chitarra acustica di Alberto Lombardi ed un pregevole solo di vibrafono di Pacassoni, ed in conclusione una personale rilettura di “Stolen Moments” scritta dal jazzista Oliver Nelson ed eseguita da Zappa sempre in “Broadway”. Su tutte voglio sottolineare l’esecuzione per solo marimba di “The Black Page”, omaggio a Ruth Underwood, figura così importante in quel decennio durante il quale militò nell’orchestra diretta da Frank Zappa.

Gruppo preparatissimo e compatto quello di Pacassoni, con un suono davvero nel solco dello Zappa in versione “studio”; credo che il Genio di Baltimora avrebbe piacere sapere che la sua musica non solo non è stata dimenticata, ma che è ancora eseguita / interpretata con grande rispetto.

E, aggiungo, bene ha fatto la direzione artistica dell’Ancona Jazz Festival ad inserire Marco Pacassoni ed il suo gruppo nel cartellone dell’edizione 2018, il 19 luglio per essere precisi. Se siete da quelle parti, non fatevi scappare il concerto.

Altrimenti cercate questo ottimo “Frank & Ruth”.

www.marcopacassoni.com

www.blueartmanagement.com

www.esordisco.com

 

www.facebook.com/MarcoPacassoniOfficial

 

THE ROLLING STONES “On Air”

THE ROLLING STONES “On Air”

THE ROLLING STONES “On Air”

POLYDOR RECORDS. 2LP, CD, 2CD 2017

di Alessandro Nobis

Narra la leggenda (o racconta la storia) che sul finire degli anni Cinquanta a Dartford, una cittadina della provincia inglese, due imberbi ragazzini aspettassero il titolare di un negozio di elettrodomestici prima dell’apertura per essere i primi a “sondare” le novità a 45 giri di blues, di rhythm’n’blues, di soul che una volta la settimana arrivavano via posta dalla lontana America: Muddy Waters, John Lee Hooker, Wilson Pickett, Wille Dixon, e poi di corsa via a casa con tutto il week end a consumare i 45 giri sul giradischi e soprattutto a provare i brani.

I primi vagiti degli Stones di Keith Richards, Brian Jones e Mick Jagger sono tutti lì, all’insegna della musica nera americana, e queste preziose registrazioni provenienti dagli archivi della BBC e contenute in questi due ellepì sono l’ulteriore testimonianza di tutto questo, nel nome del blues, del soul e del rhythm’n’blues. Dal 1963 al 1965, quindi prima della pubblicazione di “December’s Children”, trentatrè tracce – probabilmente già edite in bootleg vari – di rivisitazioni sincere, riuscite ma tutto sommato abbastanza calligrafiche – come si usava agli albori del British Blues – di Chuck Berry, Solomon Burke, Willie Dixon, Jimmy Reed, Ellis McDaniel a.k.a. Bo Diddley, Wilson Pickett, Hank Snow e Rufus Thomas, le radici dei Rolling Stones sulle quali poi la band inglese ha saputo edificare la sua storia senza mai dimenticarle; solamente tre gli originali, ma sono “(I can’t get no) Satisfaction”, “The Last Time” e “Little by Little”! Da lì a qualche anno gl Stones saranno a Chicago dai fratelli Chess, a registrare con i loro – ed i nostri – eroi…….

Un doppio ellepì CD non solo per i “completisti” per avere un chiaro sguardo su quegli anni nei quali i musicisti inglesi intelligentemente andavano alla scoperta della musica di matrice blues d’oltreoceano.

Tutto sommato invece inutile a mio avviso la versione di un solo CD che contiene il primo dei due dischi. Lasciatela perdere e concentratevi sul doppio.

 

FABIO ROSSI “Rory Gallagher”

FABIO ROSSI “Rory Gallagher”

FABIO ROSSI “Rory Gallagher”

CHINASKI EDIZIONI, 2017. Pagg.110, € 14,00

di Alessandro Nobis

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L’unica volta che sono stato a Ballyshannon, un paio di anni fa, mi sono chiesto come poteva essere possibile che da un piccolo centro della Contea di Donegal, nel nord ovest d’Irlanda, fosse emerso un talento così prodigioso come quello di Rory Gallagher (1948 – 1995). Facile la risposta: la madre lo diede alla luce al Rock Hospital e fu battezzato alla Rock Church, ed in seguito la famiglia si trasferì a sud, a Cork. Ma a parte le coincidenze, nel DNA di Rory qualcosa rimase della tradizione irlandese, come si può ascoltare nelle registrazioni effettuate tra il ’74 ed il ’94 e contenute nel bellissimo postumo doppio CD “Wheels within Wheels”: “Bratacha Dubha”, “She moves through the fair”, “Amazing Grace” registrate con alcuni dei colossi del folk angloirlandese come Martin Carthy, Bert Jansch, The Dubliners e l’arpista Maire Ni Cathasaigh.IMG_2682

Rory Gallagher fu senz’altro uno dei chitarristi ed autori più importanti in ambito blues (soprattutto elettrico ma anche acustico) e se molti dei suoi colleghi (un certo Hendrix in primis) lo consideravano e lo considerano ancora il migliore di tutti qualcosa vorrà pur dire; il suono lancinante della sua Stratocaster, la sua abilità con il dobro, il suo cantare sofferto, la sua fertile vena compositiva e la sua grande capacità di reinventare alcuni dei classici del blues d’oltreoceano sono i punti sui quali la sua carriera si è sviluppata, e questo volume scritto da Fabio Rossi – il primo pubblicato in italiano, e c’è voluta tutta la passione di questo autore romano – va a coprire un vuoto dando la possibilità ai più giovani ed ai fans della prima ora di apprezzare ancor più il talento di questa straordinaria figura.

Una dettagliata discografia, i ricordi di colleghi e quelli dei suoi estimatori presenti ai suoi concerti italiani, lo studio delle rassegne stampa dell’epoca ed una scrittura semplice ma efficace unita ad una notevole raccolta di immagini fanno di questo volumetto un prezioso “corollario” all’ascolto delle registrazioni. A proposito, quella domenica pomeriggio del 20 febbraio del ’72 al LEM, una balera ad una decina di chilometri da Verona, al concerto pomeridiano di Gallagher c’ero pure io; quindici anni, trascinato da un amico, andata e ritorno su un trenino “locale”. Mi ricordo pochissimo del concerto, ma devo aver preso senz’altro una bella botta in testa visto che da quel giorno iniziai a seguire le gesta di quel “bluesman bianco con la camicia a quadri”.

 

 

BIGLIETTO PER L’INFERNO “Vivi. Lotta. Pensa.”

BIGLIETTO PER L’INFERNO  “Vivi. Lotta. Pensa.”

BIGLIETTO PER L’INFERNO  “Vivi. Lotta. Pensa.”

AMS RECORDS, CD – LP 2015

di Alessandro Nobis

Non fosse stato per l’inopinata chiusura nel ’75 della Trident Records (che aveva in catalogo otto titoli tra i quali Dedalus, The Trip, Semiramis, Opus Avantra, Eneide e Claudio Fucci oltre al Biglietto per l’Inferno) e che operava in modo del tutto originale sia nel campo del rock italiano che in quello della musica contemporanea, il gruppo lombardo avrebbe regalato alla musica non solo un album, quello del 74, ma avrebbe potuto ancor più sviluppare il proprio percorso musicale riscuotendo un successo di pubblico e di critica che altri gruppi invece ebbero, come si intuisce ascoltando anche “Il tempo della semina” registrato nel ’75 ma pubblicato solo nel ’92.biglietto-per-l-inferno-vivi-lotta-pensa

Fatta la premessa, e ascoltato questo “Vivi. Lotta. Pensa” anche se con colpevole ritardo, mi viene da dire che l’idea del tastierista Giuseppe Cossa (che suona anche l’organetto diatonico e la fisa) e del batterista Mauro Gnecchi, ovvero quella di riformare il gruppo con l’inserimento di strumentisti legati alla musica popolare per rileggere vecchie scritture con i testi di Claudio Canali (che nel frattempo si è fatto frate) è stata un’ottima idea che non solo ha restituito a nuova vita il Biglietto per L’Inferno (nome per la verità mai dimenticato dagli amanti del cosiddetto progressive rock) ma ha ridato nuova linfa al repertorio – ed ai concerti -, che spazia dai brani dei primi due album già citati con in più l’inedito “Narciso e Boccadoro”.

Oggi il Biglietto oltre ai due musicisti già citati ha in formazione Mariolina Sala alla voce, Pier Panzieri alle chitarre, Carlo Redi al violino e plettri, Renata Tommasella ai flauti, Enrico Fagnoni al basso, e Ranieri Fumagalli alla cornamusa; il gruppo ha naturalmente spostato il baricentro del suono da quello tipico della metà dei Settanta ad un altro più acustico ma per questo non meno affascinante, anzi; se le composizioni hanno retto tutto il tempo passato significa che la loro struttura era valida – ma questo, nel ’74, lo avevamo già inteso – ed è stata per me una sorpresa graditissima ascoltare ad esempio la cornamusa nel brano inedito, e la nuova ed inaspettata veste del lungo brano “L’Amico Suicida” dà l’esatta misura del lavoro che il gruppo lombardo sta facendo in questi anni recentissimi.

Il superbo lavoro di stesura degli arrangiamenti e la scelta di non essere una “Tribute Band” di se stessi ha pagato, perché a mio modestissimo parere questa è musica di alto spessore che va al di là delle “barriere” di genere, e vi confesso concludendo che l’etichetta “rock progressivo” non l’ho mai  intesa né tantomeno condivisa.

Evidentemente “Vivere. Lottare. Pensare.” fa bene alla mente, ed è uno slogan che tutti dovremmo adottare.

http://www.bigliettoperl’inferno.com

 

 

 

 

GRATEFUL DEAD “The Grateful Dead edizione 50° anniversario”

GRATEFUL DEAD “The Grateful Dead edizione 50° anniversario”

GRATEFUL DEAD

“Grateful Dead. 50° anniversario”

Rhino 2CD, 2016

di Alessandro Nobis

Nei primi mesi del 1966 avvenne la metamorfosi: la crisalide THE WORLOCKS si trasformò nella magnifica farfalla GRATEFUL DEAD. Merito di Jerry Garcia, Bill Kreutzmann, Phil Lesh, Ron McKernan e Bon Weir, che si rinchiusero in sala prove per realizzare il loro album d’esordio che sarebbe stato pubblicato dalla Warner il 17 marzo 1967. Nel frattempo molti concerti in clubs o collages ma anche in prestigiose location come il Ballroom Auditorium o il Festival della Controcultura al Golden Gate Park di Frisco il 14 gennaio del ’67.

51tvoqoqhlIl disco che tenne impegnato il quintetto per solo 4 giorni compreso il missaggio, fu registrato “dal vivo in studio” con l’aggiunta di qualche parte vocale e contiene riletture personalizzate – anche se nulla in confronto con quelle eseguite solo una paio di anni dopo dal vivo –  di alcuni padri del blues come Jesse Fuller, Sonny Boy Williamson, Walter Jacobs, Noah Lewis e Reverend Gary Davis oltra ad un paio di brani originali. Nel 2001 venne ne venne pubblicata una versione con 6 interessanti bonus tracks nel cofanetto “The Golden Road 1965 – 1973” ed ora per il 50° anniversario dell’album la Rhino pubblica un doppio CD con la scaletta del disco originale ed il concerto del 29 luglio 1966 al Garden Auditorium di Vancouver, in Canada.

Non sono un Deadhead “d.o.c.” ma credo che questo sia lo show più vecchio della band di Garcia mai pubblicato in modo ufficiale, e già questo farebbe di questa pubblicazione un autentica chicca per i fans dei Dead; per onor di cronaca nel 2013 la Rhino pubblicò un doppio LP in tiratura di 1300 copie, “Rare Tracks and Oddities” risalenti ai primo mesi del ’66 (audio un po’ scarso, insomma per veri Deadhead) ma importanti per capire il punto di partenza di questa leggendaria band californiana.

Ma la domanda sorge spontanea: ma perché diavolo hanno cambiato la copertina, quelli della Rhino? Io, dal canto mio, vi mostro quella originale………

 

LED ZEPPELIN “THE COMPLETE BBC SESSIONS”

LED ZEPPELIN “THE COMPLETE BBC SESSIONS”

LED ZEPPELIN “THE COMPLETE BBC SESSIONS”

Atlantic Records 3CD – 5 LP, 2016

di Alessandro Nobis

Nel novembre di venti anni fa, correva l’anno 1997, con mia somma felicità veniva pubblicato un doppio Cd che conteneva quella che allora si pensava fosse l’integrale delle 6 session che i Led Zeppelin registrarono per la BBC tra il 19 marzo 1969 ed il 1 aprile del 1971 in varie locations andando a coprire storicamente il periodo tra il primo album (marzo 1969 ma registrato alla fine del ’68) ed il terzo, a parte una versione di “Black Dog” che apparirà sul quarto album. Senza mancare di rispetto al periodo successivo – che inizia alla fine del ’71 con la pubblicazione appunto di Led Zeppelin IV –  questi sono gli Zep che preferisco per l’ancora fortissimo legame con la fase Yardbirds di Page, il blues elettrico – molte le “citazioni” dei maestri e le interpretazioni dei classici del blues – e la composizione di “riffs” e di brani indimenticabili che fanno oramai da molti anni parte integrante della storia del rock e che sono stati e sono tuttora il banco di prova per una moltitudine di chitarristi in erba.led-zep-bbc-sessions-packshot

Come detto, i primi due compact contengono materiale già pubblicato nel 1997 in un doppio CD mentre il terzo contiene in realtà brani già apparsi su bootleg: si tratta per lo più di esecuzioni di brani ultraconosciuti degli Zeppelin, ovvero “Communication Breakdown”, “What Is and What Should Never Be”, “Dazed and Confused”, “White Summer“, “What Is and What Should Never Be”,”Communication Breakdown”, “I Can’t Quit You Baby” di Willie Dixon, “You Shook Me” di Dixon e J.B. Lenoir e “Sunshine Woman”, brano mai pubblicato dal quartetto ma noto ai fans più sfegatati della band inglese. Gli ultimi tre in particolare provengono da una registrazione captata da una radio AM, quindi la qualità non è la stessa, invece ottima, di tutto il resto. Nel libretto allegato – che riporta le note già apparse nel ’97 – la minuziosa cronologia degli “eventi”.

Per chi se lo può permettere, è stato anche pubblicato un megacofanetto con 5 ellepì……………

Procuratevelo, gli Zeppelin dal vivo di quegli anni erano straordinari, ruvidi, arcigni e innovativi.