GABRIELE DODERO “Natural Wings”

GABRIELE DODERO “Natural Wings”

GABRIELE DODERO “Natural Wings”

Autoproduzione. CD, 2020

di alessandro nobis

Aspettavo al varco Gabriele Dodero dopo l’ottimo esordio di “Stories for a friend” del 2017 (https://ildiapasonblog.wordpress.com/2017/06/24/gabriele-dodero-stories-for-a-friend/), ero curioso per toccare con mano il suo percorso di maturazione e lungo quale sentiero si sarebbe sviluppata la “sua” musica. E ascoltando questo suo secondo lavoro vi devo confessare che la fiducia era stata ben riposta, Dodero confeziona un album lasciando grande spazio si suoi racconti vicino ai quali si incastonano tre omaggi ai suoi – e nostri – eroi ovvero Eric Bibb, Townes Van Zandt e Bob Dylan.

La scenografia, quella musicale, ci riporta nel sud – ovest americano, quello del folk “di confine” e della ballata intimista interpretata con un suono acustico, asciutto, non una nota in eccesso ma suoni essenziali a valorizzare lo spartito e l’altra scenografia, quella testuale, che ci porta a penetrare i sentimenti dell’autore tra riferimenti alle radici con le quali prima o poi si devono i conti, al viaggio verso il “conosciuto” ed lo “sconosciuto”: il duetto con il violino di Stefano Chimetto sul ritorno a casa di “Back to you”, quello con la fisarmonica di confine (Michele Boscaro) di “There’s Still a Way for me”, il non mostrarsi agli altri in modo limpido in “Beautiful Mask” con i soli di chitarra e violino ed il puntuale contrabbasso di Antonio De Zanche.

Non credo di cadere in errore se dico che il riferimento principale che trasuda da questo ottimo “Natural Wings” siano le scritture di Townes Van Zandt e la conferma l’ho avuta ascoltando la toccante e splendida lettura di “Poncho and Lefty”, forse il brano manifesto dell’autore di Fort Worth.

Sembra di stare comodamente su una sedia a dondolo sul portico di una casa di campagna ad ammirare il sole che tramonta ad ovest, ad ascoltare i racconti di Gabriele Dodero. Scegliete voi il luogo, io l’ho già scelto. Provate ad immaginarvi lì …….

www.gabrieledodero.com

gabrieledodero@gmail.com

 

 

 

 

 

 

LA MESQUIA  “L’Arbol”

LA MESQUIA  “L’Arbol”

LA MESQUIA  “L’Arbol”

FOLKEST DISCHI. CD, 2018

Di alessandro nobis

Questo “L’Arbol” è il terzo lavoro dei piemontesi “La Mesquia”, dopo “En Iaire ailamont” e “Podre” (https://ildiapasonblog.wordpress.com/2016/01/15/la-mesquia-podre/)del 2016. Vengono dal Piemonte Occidentale, dalle valli occitane dove è ancora viva la “Langue D’Oc” e dove pervicacemente La Mesquia porta avanti la musica popolare proponendo brani della cultura delle valli occitane e soprattutto scrivendo nuovi repertori con le radici ben fisse nella tradizione a partire da quella linguistica (il disco si apre con un inno alla”Lenga Oc”).

Qui i quattordici brani che compongono sono tutti originali, scritti dal ghirondista Remo Degiovanni ed efficacemente arrangiati da Luca Pellegrino, cantante, fisarmonicista e fiatista (cornamusa, flauti) de La Mesquia: il lavoro di questo e di altri ensemble, ovvero quello di perpetuare i temi e la musica della cultura popolare attraverso uno sforzo compositivo è evidentemente fondamentale per non dimenticare le proprie radici.

Qui si racconta della vita di persone “qualunque”, dei pendolari, del disagio di chi cerca di vivere in montagna, della “parabola” dell’asino costretto a correre per lo sfizio dell’uomo, dell’emancipazione femminile e soprattutto qui si narra la “Istoria de l’arbol secular”, un castagno centenario dall’immenso tronco cavo che durante la guerra ha ospitato fuggiaschi e partigiani, uno dei brani più interessanti dell’intero lavoro, uno splendido arrangiamento strumentale sul quale si racconta questa bellissima storia. Assieme a questo segnalo “Nai nai”, ninna nanna con la splendida voce della cantante sarda Elena Ledda accompagnata dalla fisa di Pellegrino e la boureè “Pastre” guidata dalla zampogna e dalla ghironda.

Musica “importante” quella di La Mesquia, ensemble che valorizza un territorio e gli sforzi dei suoi abitanti per promuoverlo e renderlo vivo come meritano tutte le nostre aree montane.

REMO DEGIOVANNI: ghironde, armoniche a bocca, cori, voce narrante in lingua occitana

LUCA PELLEGRINO: voce, fisarmonica, flauti diritti, cornamuse, ukulele, dulcimer, conchiglia

MANUEL GHIBAUDO: organetto, flauto traverso, cori

ALESSIA MUSSO: arpa celtica, cori

GIORGIO MARCHISIO: contrabbasso

SILVIO CEIRANO: percussioni

info@folkest.com

https://www.facebook.com/LaMesquia/

 

 

 

Succede a Verona: IL VENERDI ULTIMO DI CARNOVALE

Succede a Verona: IL VENERDI ULTIMO DI CARNOVALE

IL VENERDI ULTIMO DI CARNOVALE

Cenni storici su l’origine e celebrazione dell’annua festività ricorrente in Verona

Verona 1847. 15 x 21 cm, Scripta Edizioni, anastatica 2011. € 12,00

di alessandro nobis

Questo volume pubblicato dalla Scripta di Enzo Righetti e Beppe Muraro nel 2011 fu presentato al quartiere di Santo Stefano, a Verona, in occasione di una delle tre edizioni del TREDESEDODESE, una manifestazione le cui intenzioni erano quelle di celebrare non tanto la Festa di Santa Lucia ma la Cultura Popolare. Questa ristampa anastatica è di fatto un libro importantissimo per i cultori di storia locale e per gli etnografi perché fa il punto della situazione del Bacanal del Gnoco nel 1847; un volume che la stampa locale snobbò al momento della sua pubblicazione e di fronte al quale le “istituzioni” non solo mancarono l’occasione di contribuire alla realizzazione del volume ma si dimostrarono indifferenti anche all’acquisto di copie dello stesso (e, in Primis, il Comitato del Carnevale di D’Agostino): peggio per loro.

carnevaleQuesto volume è uno dei pochi (l’unico?) a ricostruire la storia del Carnevale Veronese in modo preciso e completo: come detto questa era la seconda edizione, mentre la prima risaliva al 1818 e rispetto a questa contiene integrazioni grazie alla scoperta di nuovi documenti in corso d’opera che non trovarono spazio nella prima.

Il volume è suddiviso in sezioni: la prima è “Cenni storici su l’origine e celebrazione dell’annua festività ricorrente in Verona il venerdì ultimo di Carnovale”. E’ la parte più interessante del volume, e si tratta della “Relazione di Alessandro Carli alla Municipale Amministrazione di Verona” che riporta con grande precisione la composizione della sfilata dei carri, una “Nota delle spese occorrenti per la funzione del Venerdì Gnocolare, apparenti dai registri pubblici”, un articolo datato 5 febbraio 1812 del Giornale dell’Adige. “Poesie varie” si chiama la parte seguente che comprende le 20 “Maccaroniche” del Marchese Francesco Dionisi scritte nel 1789 alla quale segue un supplemento di una sessantina di pagine contenente anche un con saggio bibliografico ed alcune “Stanze” e “Sonetti” in dialetto veneziano tratte dalla Raccolta stampata in Verona da G. B. Saracco nel 1953. Si tratta di documenti che vennero in possesso dell’autore durante il lavoro di stampa che, come viene riportato “gli vennero per buona ventura alle mani alcuni scritti non prima veduti, che gli parvero poter far seguito convenevole al suo libro, e li ha perciò qui riuniti come supplemento al medesimo

Naturalmente non si può riportare indietro l’orologio del tempo e ricostruire il Carnevale come era in origine, sarebbe un’operazione del tutto anacronistica, sciocca e dinutile, anche perché le origini del Bacanal sono legate a tempi di grande povertà e carestia; si può, anzi penso si debba non dimenticare la storia di questa festa che a Verona davvero pochissimi conoscono, e questo volume, se fosse stato accolto con entusiasmo e diffuso dalle istituzioni comunali avrebbe senz’altro contribuito a questo.

Mi dicono dalla regia che l’editore conservi ancora delle copie in magazzino ………

 

 

TERRA MATER “Terra Mater”

TERRA MATER “Terra Mater”

TERRA MATER  “Terra Mater”

Velut Luna. CD, 2018

di alessandro nobis

Questo è il lavoro d’esordio di un quintetto di base a Verona che affronta in modo serio e davvero convincente il repertorio della musica antica e di quella etnica di area mediterranea; è anche un doveroso tributo al lavoro dell’Ensemble faentino “Musica Officinalis” di Gabriele Bonvicini, Catia Giannessi e Igor Niego (tra gli altri), citato “ufficialmente” nei ringraziamenti. Il nome del gruppo ricorda infatti il loro lavoro d’esordio “Aqua Mater” e nel repertorio di questo bel lavoro sono compresi due brani compresi in quel disco, ovvero il tradizionale turco “Lunga Nahawand” e la Cantiga de santa Maria 339 “En Quanta Guisas”.

Detto questo, tutto il lavoro si ascolta in modo del tutto piacevolissimo, la scelta del repertorio e gli arrangiamenti scelti oltre alla cura dei suoni e della strumentazione rivela una preparazione sì accademica ma anche rivolta allo strumentario etnico dell’area mediterranea, mediorientale e dell’Asia Centrale sulla linea del lavoro ad esempio della famiglia Paniagua, con Luis anche lui citato nelle note di copertina. Dalla Spagna medioevale di Alfonso X El Sabio si arriva all’area irano anatoliche passando per l’Africa berbera, la costa libanese ed i balcani meridionali della Grecia e Macedonia. La separazione nel canto “Ayrilik” brillantemente cantato in azero da Angela Centanin con un beò arrangiamento per la viola di Irene Benciolini, il ritmo dispari macedone di “Antice” con l’intro di oud (Ruben Medici) in coppia con la viola ed il delicato ritmo sostenuto dal tamburo a cornice di Nicola Benetti e l’intervento di Francesco Trespidi alla musette, e qui è davvero intrigante l’arrangiamento e la strumentazione scelta (l’oud al posto del bozouky, la musette in sostituzione della gaida) che trasformano la danza macedone in una palesemente spostata più a levante. E poi non voglio tralasciare la Cantiga già citata in apertura proveniente dalla fondamentale raccolta dei miracoli della vergine Maria raccolta dal Re Alfonso X, con la parte strumentale interpretata in una modalità più “solenne” vicina alla musica medioevale piuttosto che alle sonorità più etniche come nella versione di Eduardo Paniagua nel CD “Cantigas De Murcia”.

Gran bel disco d’esordio.

 

TERRA MATER:

Angela Centanin: voce

Irene Benciolini: violino e viola

Ruben Medici: oud, chitarra, banjo mandolino, viola e violino

Francesco Trespidi: oud, darabukka, riq, musette, kaval, bansuri, low whistle, flauto diritto

Nicola Benetti: fisarmonica, chitarra, daff, darabukka e kantele.

 

www.velutluna.it

https://www.facebook.com/EnsembleTerraMater/

 

 

ANDREA FERRARI “Essential Lines”

ANDREA FERRARI “Essential Lines”

ANDREA FERRARI  “Essential Lines”

DODICILUNE Records ED428. CD, 2019

di Alessandro Nobis

Ance, chitarra, batteria. Tutto qua. Anzi no. Se sai scrivere ed arrangiare non ci sono limiti nel linguaggio del jazz, ed il fiatista / compositore Andrea Ferrari riesce nell’impresa di abbinare i tre strumenti in modo davvero interessante che senza l’apporto del contrabbasso e di un pianoforte sembra difficile far convivere; va ascoltato con attenzione questo “Essential Lines” perché tra le parti scritte  – mi sembra di intuire – e quelle improvvisate, ed i suoni naturali combinati a quelli elettronici la musica che si ascolta è di notevole valore, ricca di spunti e riferimenti, fresca ed originale, ricca di dialoghi che svelano combinazioni sonore rare anche nel mondo della musica afroamericana.

La tessitura di “Old Clogs” con gli intrecci di chitarra e clarinetto basso (significativo il solo) e con la “lieve” batteria che scandisce la cantabilità del tema, l’apertura del clarinetto basso ed il lungo solo chitarristico in “Colors” o ancora la lunga introduzione del baritono che detta il tempo della breve “One Way”, episodio quasi rockeggiante (ascoltare il solo di Zanini), sono secondo me tre dei momenti che offrono la possibilità a chi apprezza il jazz di misurare la rara bellezza di questo lavoro sempre misurato, sempre raffinato, a volte travolgente a volte pacato e mai fuori dal seminato, quel jazz che pur restando nel campo del new mainstream ha la sua identità timbrica, espressiva e compositiva. Mi auguro che questo trio sia una formazione “stabile” e non creata per l’occasione della registrazione di questo “Essential Lines”, perché le prospettive di sviluppo della formazione di Andrea Ferrari ci sono e potrebbero essere interessanti, molto interessanti ……

 

MANDOLIN’ BROTHERS  “6”

MANDOLIN’ BROTHERS  “6”

MANDOLIN’ BROTHERS  “6”

Martinè Records. CD, 2019

di alessandro nobis

Questo “6” è il disco che celebra i quarant’anni (40!) dei Mandolin Brothers, sestetto capitanato da Jimmy Ragazzon e Paolo Canevari che ha attraversato quattro decenni sviluppando sempre più uno stile personale, sì radicato al genere “americana”, ma caratterizzato da una fertile vena compositiva, e lo dicono i dieci brani originali inseriti nel CD oltre ai quali ve ne è uno scritto dal produttore, nientedimeno che Jono Manson.mandolin I brani sono di qualità, il suono è decisamente roots, tutto concorre a fare di quest’album forse il migliore della band ed una delle più interessanti interpretazioni “alloctone” del rock più sanguigno e più legato alle tradizioni che in molti suonano al di là della “grande acqua” ma in che verità in pochi suonano a questo livello, con questa intensità, con questa passione. Per rispetto verso Ragazzon & C. non voglio citare le influenze, i suoni, le note che fanno riferimento ai modelli più nobili di “americana”, e quindi segnalo la significativa ballata acustica “Lazy Day” (“and the memories of a long gone journey / are fillin’ up my mind”) scritta a quattro mani da Ragazzon e Manson, la slide National di Canevari che apre l’ottima “If you don’t stop now” (“This Land is Big Enough / To Travel all night long / to a place unknown before”) o ancora il riuscito riff della bella “A Sip of Life” del cantante, tastierista e fisarmonicista Riccardo Maccabruni e del chitarrista Marco Rovino. Certo, i temi di cui si parla sono semplici, si sono la vastità degli spazi, il ritorno a casa, l’introspezione, il tempo del riposo e delle personali riflessioni nel silenzio della veranda, temi sì cari alla musica americana ma che in realtà riguardano un po’ tutti noi. Non c’è una nota in più, non c’è una nota in meno, disco da cinque stelle.

Vabbè, non è un disco del catalogo Capricorn o Rounder. E allora? Allora ascoltatelo.

www.mandolinbrothersband.com

https://www.facebook.com/mandolin.brothers.band/

 

 

 

 

SUONI RIEMERSI: THE CHIEFTAINS

SUONI RIEMERSI: THE CHIEFTAINS

SUONI RIEMERSI: THE CHIEFTAINS “1”

Claddagh Records. LP,CD, 1964

di alessandro nobis

Questo avrebbe dovuto essere un “once-off album”, ovvero l’unico lavoro pubblicato dal gruppo irlandese ma come racconta Fintan Vallely nel suo prezioso volume “The Companion to Irish Traditional Music” (https://ildiapasonblog.wordpress.com/2016/01/15/fintan-vallely-companion-to-irish-traditional-music/) le cose non andarono proprio così, come la storia ci insegna: “nel lontano 1962 Gorech Browne invitò Paddy Moloney a formare un gruppo per registrare un album per la sua etichetta, la Claddagh Records. Moloney invitò Martin Fay, Sean Potts e Michael Turbridy (che con lui facevano parte del Ceoltóirí Chualann di Sean O Riada, n.d.r.) e David Fallon. Il gruppo, seguendo il suggerimento del poeta John Montague al tempo direttore della casa discografica, si sarebbe dovuto chiamare “The Chieftains””.E questa, amici lettori, è storia.

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Ceoltóirí Chualann

E’ vero che la qualità della registrazione non è eccelsa tant’è che per il secondo album la band si sarebbe trasferita in un più attrezzato studio di Glasgow, ma la musica immortalata qui ha lasciato il segno nel recupero e nella diffusione del folk irlandese prima nella stessa Irlanda e nei decenni successivi in tutto il mondo. Caratteristica la strumentazione priva di un qualsiasi strumento a plettro cercando di concretizzare l’idea di Moloney ovvero quella di ottenere un suono il più possibile “domestico”, il più possibile vicino a quello che all’epoca si poteva ascoltare nelle cucine dei cottage o nei pub; un suono che è sempre stato il marchio dei Chieftains almeno fino all’inizio delle collaborazioni con suoni e musicisti lontani dalla musica tradizionale irlandese a cominciare da Van Morrison o quella con i musicisti cinesi, suono inimitabile ed inimitato visto che i gruppi a loro coevi e quelli di più recente costituzione hanno avuto ed hanno nelle loro line-up strumenti a plettro, come la dottrina Planxty ha insegnato.

“1” è quindi considerato il punto di partenza della cinquantennale carriera del gruppo, ed in esso si nascondono delle gemme purissime come il set iniziale che presenta i vari componenti e gli strumenti da loro suonati e del quale segnalo “Trim The Velvet” dove Paddy Moloney imbraccia un set di uilleann pipes costruito da Leo Rowsome,e il travolgente jig “The walls od Loscarroll”. Disco seminale che ha indicato ed illuminato forse più di qualunque altro il percorso della musica popolare irlandese.

Foto Ceoltori: (http://johnkellycapelstreet.ie/project/sean-o-riada-ceoltoiri-chualann/)

  1. Sé Fáth mo Bhuartha / The Lark on the Strand / An Fhallaingín Mhuimhneach / Trim the Velvet –
  2. An Comhra Donn / Murphy’s Hornpipe
  3. Cailín na Gruaige Doinne (The Brown-Haired Girl)
  4. Comb Your Hair and Curl It / The Boys of Ballisodare
  5. The Musical Priest / The Queen of May
  6. The Walls of Liscarroll Jig
  7. An Dhruimfhionn Donn Dílis
  8. The Connemara Stocking / The Limestone Rock / Dan Breen’s
  9. Casadh an tSúgan
  • The Boy in the Gap
  • Saint Mary’s, Church Street / Garret Barry, The Battering Ram / Kitty goes a-Milking, Rakish Paddy