DALLA PICCIONAIA: Reggio Emilia, una storia “curiosa”

DALLA PICCIONAIA: Reggio Emilia, una storia “curiosa”

Di seguito pubblico per dovere di cronaca e di informazione uno scritto del violinista Jamal Ouassini, che ricostruisce quanto è capitato a lui a Reggio Emilia nella sua attività di musicista a partire dal 2001. Le parole in grassetto ed in corsivo corrispondono esattamente allo scritto di Jamal. E’ una storia interessante.

DALLA PICCIONAIA: Reggio Emilia, una storia “curiosa”

di Jamal Ouassini

Durante una riunione dei soci dell’associazione culturale Sheherazade di Reggio Emilia, autunno 2001, il presidente Andrea Bonacini, ci parla della finanziaria Mag6, società cooperativa, e della sua amicizia con F.F, consigliere delegato della Mag6. Ci parla inoltre della possibilità di ottenere un prestito per sostenere le spese della sede dell’associazione in via del Guazatoio RE.

Andrea Bonacini, ci chiede di firmare una garanzia per il prestito. Io ho firmato come altri 4 soci. Ho firmato per amicizia e per il fatto che credevo nella collaborazione e nei progetti che mettevamo in agenda!

la mia posizione nell’associazione Sheherazade è sempre stata quella di “direzione artistica”, quindi non avevo nessuna responsabilità amministrativa, nessuna firma in banca e non potevo prendere decisioni finanziarie.

Dal 2002 cominciai ad allontanarmi dalle attività di Sheherazade. La mia attività artistica aveva cominciato a prendere altre direzioni e non potevo più dedicare tempo all’associazione.

Ogni volta che chiedevo informazioni riguardo il nostro rapporto con Mag6 e lo stato del prestito garantito, Andrea Bonacini mi tranquillizzava rispondendo che Sheherazade aveva già restituito il dovuto alla Mag6 e che non devo più pensare a quello, aggiungendo che l’associazione ha tutti i conti in ordine e che siamo in una “botte di ferro”, visto che il consulente finanziario di Sheherazade è “l’amico” F. F.  che è anche consigliere delegato Della Mag6.

Non ho più pensato a quella firma di garanzia. Ho avuto occasione di incontrare diverse volte F. F.  anche se non lo conoscevo bene, ci salutavamo sempre cortesemente. Ora penso che se il sig. F.F.  mi avesse informato sulle difficoltà di Sheherazade a rimborsare il prestito ricevuto, avrei forse potuto intervenire in tempo, evitando ingiunzioni di pagamento, tribunali, avvocati ecc. Probabilmente Mag6 intendeva, come è avvenuto, rivolgersi per le vie legali con pignoramenti presso terzi solo nei confronti di un garante che sono io.

il 28/05/2007 ricevo una raccomandata da Mag6. Fu la prima volta che venni a sapere che quel prestito non fu mai stato rimborsato, nonostante che l’associazione Sherherazade, il debitore principale, era in piena attività.

Il mio primo passo è stato quello di contattare Andrea Bonacini , presidente di Sheherazade, comunicandogli la mia amara sorpresa nel imparare che il debito della Mag6 non era ancora stato restituito. Gli avevo chiesto anche della documentazione contabile che mi permettesse di capire come era la situazione di quel prestito e la sua reazione era stata molto violenta; mi aveva scritto una mail dove diceva: “Jamal tu vuoi sollevare un polverone? io no ti do nessun documento e da oggi non sei più socio di Sheherazad, quindi non hai nessun diritto di controllare!”

Il 14/07/2012 mentre mi trovavo sul treno RE/BO per recarmi all’aeroporto di Bologna e prendere un volo per Palermo dove cominciavo un Tour con la “Med Kreol Orchestra”, il treno deragliò. L’incidente mi procurò 3 fratture vertebrali, con la conseguente cancellazione dell’intero tour e di tutti gli impegni del 2012/13! Ho visto svanire l’unica mia fonte di reddito.

Il giorno dopo, mentre ero a letto impossibilitato di muovermi, suona il campanello, mi alzai e mi affacciai dalla finestra: vidi il Sig. F.F.  della Mag6 accompagnato da un signore. Aprii la porta per farli salire chiedendo scusa che non potevo stare molto in piedi a causa dell’incidente del giorno prima e li feci accomodare in salotto.

Il Signore che accompagnava F.F.  si presentò come Ufficiale giudiziario, spiegandomi che la sua presenza lì era per valutare se ci fossero cose di valore da pignorare per conto di Mag6. Io acconsento ma ebbi la netta sensazione che la cosa lo disturbasse: il fatto di essere lì in cerca di cose da pignorare mentre io stavo in quelle condizioni lo imbarazzava. Espresse anche la volontà di fare presto!

Quando cominciò a compilare il modulo dove dichiarava che non c’erano oggetti o mobili da pignorare, F.F.suggeri con insistenza: “i violini i violini i violini, Jamal ha dei violini di valore!!”, allora l’ufficiale giudiziario rispose imbarazzato che gli strumenti di lavoro non si possono pignorare. A quel punto F. F. vide un liuto appeso alla parete , ed esclamò “e quello?” l’ufficiale rispose: “ma noi come facciamo a valutare questo strumento, cosa è?” intervengo io spiegando che è un liuto arabo e che è di ottima liuteria, (non mi sentivo di nascondere nulla), a quel momento arrivò l’avvocato della Mag6 Signora C.G.,  la feci accomodare in salotto, si sedette ed esclamò “dai Jamal, sei un artista, fai una proposta decente e chiudiamo!

Rispondo: “Signora, la mia risposta è quella di sempre e la conoscete! siamo 4 firmatari, io pago la mia parte dividendo la somma in 4, anche se non ho alcuna responsabilità, ma pago per la mia firma” Mi risponde: “così non va!” firmo il verbale, ci salutiamo e se ne vanno. Oggi mi ritrovo pignorato il risarcimento che l’assicurazione delle Ferrovie ha offerto per le mie cure costosissime (che non potrò seguire)  ed il mancato reddito da lavoro perso per 2 anni e una bella somma dei diritti d’autore.SIAE (glie altri firmatari di Shaherazade? Che fine fanno? Ora io ho pagato, vengo a sapere che Andrea Bonacini è nominato responsabile per la cultura per il PD Reggio Emilia!

Riprendo in mano lo statuto della cooperativa finanziaria Mag6 e mi salta all’occhio l’art. 3 che recita così: “La cooperativa si prefigge lo scopo di promuovere una qualità alternativa della vita e del lavoro nelle forme della cooperazione, dell’autogestione e dell’associazionismo di base. La Cooperativa intende operare per uscire dalla logica del profitto e dello sfruttamento propri dello sviluppo capitalistico, verso una visione dell’economia che tenda ad escludere rapporti di lavoro subalterno e a favorire invece i rapporti di solidarietà e di uguaglianza sociale in un quadro generale di obiezione al sistema vigente. “ Allora mi chiedo se il Sig.F.F.XXXX, membro del Consiglio di Amministrazione della Mag6, se abbia mai letto questo art. dello statuto della cooperativa da lui rappresentata?

Jamal Ouassini.

ADALBERTO FERRARI “Unstable Watercolors”

ADALBERTO FERRARI “Unstable Watercolors”

ADALBERTO FERRARI “Unstable Watercolors”

Dodicilune Records. Ed 430 CD, 2019

di alessandro nobis

Quando prendi la decisione di intraprendere la strada del jazz devi “fare i conti” con la storia della musica del ventesimo secolo: gli autori, le line-up, le sonorità, le combinazioni strumentali, gli spartiti. Il clarinettista Adalberto Ferrari ha alle spalle una formazione classica e jazz, e la “combinazione” timbrica che ha scelto per dare vita alle sue scritture è stata raramente praticata nella musica afroamericana: il trio di Jimmy Giuffre con Paul Bley e Steve Swallow nei primi anni sessanta (1961) ha dato una lezione di come si possa combinare la musica afroamericana, il nascente free jazz e la classica europea del Novecento.

Questi “Acquerelli instabili” pubblicato dalla Dodicilune sul finire del 2019 è una raccolta di nove brani originali e di una brillante rilettura di un classico ellingtoniano, “Moon Indigo”; facile ascoltare la musica e fare riferimento alle sfumature degli “acquerelli” citati nel titolo, mai come in questo caso definibile come emblematico.

E’ musica di grande bellezza, cameristica, cantabile e “leggera” che riflette come spesso accade il personale itinerario nel mondo della musica di chi la scrive e naturalmente dei compagni che questi sceglie, tutti con una preparazione davvero di livello notevole. Ci sono l’intelligente ed inedita rilettura del già citato Ellington per solo clarinetto basso (uno degli high-lights del disco, a mio parere), la pacatezza delle ballad come “Pensiero” (un altro high-lights) guidata dal clarinetto con lo splendido pianoforte di Antonio Zambrini (evocativo il solo solo) e con il contrabbasso Marco Ricci che delicatamente accompagna Ferrari, la melodia neo-folclorica di “Sud” che si spezza per poi riprendere il “filo” con in mezzo un emblematico quanto serrato dialogo tra i tre musicisti, la purezza di “Lontano” con il contrabbasso che accompagna il clarinetto ed il flauto traverso di  Zambrini.

Disco importante, uno dei più suggestivi del catalogo Dodicilune.

 

 

 

EUGENE CHADBOURNE with DUCK BAKER and RANDY HUTTON “The Guitar Trio in Calgary 1977″

EUGENE CHADBOURNE with DUCK BAKER and RANDY HUTTON “The Guitar Trio in Calgary 1977″

EUGENE CHADBOURNE with DUCK BAKER and RANDY HUTTON

“The Guitar Trio in Calgary 1977”

EMANEM Records. CD, 2019

di alessandro nobis

Queste registrazioni provenienti dal lontanissimo 1977 danno finalmente luce al talento ed al gusto di Duck Baker nella sua “versione” di improvvisatore radicale, lontano quindi dalla musica irlandese, scozzese, americana, jazz, e blues per le quali è probabilmente più conosciuto ed apprezzato; qui in compagnia di due altri talentuosissimi chitarristi e improvvisatori come i canadesi Eugene Chadbourne e Randy Hutton, Baker sfoggia invece tutta la sua capacità di dialogo, di creatività e di controllo istantaneo del processo improvvisativo.

Onestamente debbo dire che non è un disco facilissimo da ascoltare ma una volta compreso il processo creativo in atto non si possono non apprezzare le trame creative che si creano durante le performance. Sette degli otto brani provengono dal concerto di Calgary del 27 febbraio del ’77, mentre l’ottava e lunga traccia (oltre 27 minuti) era stata già pubblicata dalla Parachute nel medesimo anno. L’ascolto delle metamorfosi di “Cards” di Roscoe Mitchell eseguita in solo da Chadbourne e di “Ornette Mashup” scritta a quattro mani da Coleman e Charlie Haden (qui all’opera il trio al completo) sono una sorta di manifesto di come partendo da uno spartito si possa essere originali nell’interpretazione e nell’approccio stilistico; “White from Foam” è una travolgente performance solista di Baker con la sua chitarra con le corde di nylon, “Mary Mahoney” del duo Chadbourne – Baker è un “quasi blues” serrato e comunicativo dialogo che contribuisce a dare la misura del fascino dell’improvvisazione musicale che suonata a questi livelli tecnici ed ispirativi può veramente essere considerata a pieno diritto come una delle componenti più importanti di quella che nel XX° secolo veniva chiamata “musica contemporanea”.

Una preziosa testimonianza, speriamo ne seguano altre di questo livello.

 (https://ildiapasonblog.wordpress.com/2016/07/02/duck-baker-trio/)

(https://ildiapasonblog.wordpress.com/2016/11/16/duck-baker-outside/)

(https://ildiapasonblog.wordpress.com/2017/05/03/duck-baker-shades-of-blue/)

(https://ildiapasonblog.wordpress.com/2017/05/19/duck-baker-the-preachers-son/)

(https://ildiapasonblog.wordpress.com/2017/08/25/aa-vv-pareto-sketches-compositions-for-guitar-by-duck-baker/)

(https://ildiapasonblog.wordpress.com/2018/03/10/duck-baker-plays-monk/)

(https://ildiapasonblog.wordpress.com/2018/05/16/duck-bakerles-blues-du-richmond-demos-and-outtakes/)

(https://ildiapasonblog.wordpress.com/2019/05/07/duck-baker-plymouth-rock/)

(https://ildiapasonblog.wordpress.com/2019/08/20/duck-baker-quartet-coffee-for-three/)

(https://ildiapasonblog.wordpress.com/2019/12/24/duck-baker-when-you-wore-a-tulip/)

CÚIG “The Theory of Chaos”

CÚIG “The Theory of Chaos”

CÚIG “The Theory of Chaos”

Autoproduzione. CD, 2019

di alessandro nobis

CUIG_The+Theory+Of+Chaos_PackshotCi sarà un motivo perché i Cúig sono considerati una delle migliori band (la migliore?) in circolazione in Irlanda. Mi sono fatto la domanda e le risposte che mi sono dato sono molteplici: hanno un gran rispetto verso le proprie tradizioni, sono degli ottimi musicisti, compongono la grande maggioranza di quello che suonano (e sapete quanto il sottoscritto tenga a questo aspetto), preparano arrangiamenti restando perennemente in bilico tra il suono legato alla musica popolare e i diversi idiomi contemporanei. Ancora, il loro suono assomiglia più a quello dei Waterboys (solo il suono d’insieme, beninteso) che a band che hanno elettrificato il folk (in Irlanda, veramente, solo i Moving Hearts hanno centrato l’obiettivo, e l’uso delle pipes di Dave Spillane sembra qui avere ispirato il bravissimo Rónán Stewart, mi par di poter dire).

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THE ICECREAM SESSION. BLED, Slovenia, 2017

E quindi affermo con decisione che questo loro album pubblicato nel 2019 è una delle produzioni più fresche provenienti dall’Irlanda che mi è capitato di ascoltare negli ultimi tempi; il groove (“Patient Zero” e “Before the Flood” per scegliere due brani) è davvero travolgente, il suono compatto ed anche i brani cantati come le ballad “Where to walk” e “Change” si allineano perfettamente allo spirito del sono dei Cúig, e la delicata effettistica sulla chitarra (“Tirolo Nights”), la batteria, il pianoforte, gli archi si inseriscono e interagiscono in modo equilibrato con la storia della musica irlandese.

Magari i Cúig saranno non troppo graditi dagli ortodossi della tradizione, peccato per loro, ma Miceál Mullen (Banjo e Mandolino),  Rónán Stewart (Violino, Uilleann Pipes, Voce), Cathal Murphy (chitarra, percussioni), Eoin Murphy (Button Accordion) e Ruairí Stewart (chitarra) confermano quanto di buono la critica aveva detto del loro precedente lavoro (https://ildiapasonblog.wordpress.com/2016/09/19/cuig-new-landscapes/) e vi assicuro che anche dal vivo lo spettacolo non solo è godibilissimo ma oserei dire imperdibile.

In Italia i Cúig sono rappresentati da

GEO Music

Email:info@geomusic.it

Web: www.geomusic.it

 

 

 

 

 

 

 

 

 

GABRIELE DODERO “Natural Wings”

GABRIELE DODERO “Natural Wings”

GABRIELE DODERO “Natural Wings”

Autoproduzione. CD, 2020

di alessandro nobis

Aspettavo al varco Gabriele Dodero dopo l’ottimo esordio di “Stories for a friend” del 2017 (https://ildiapasonblog.wordpress.com/2017/06/24/gabriele-dodero-stories-for-a-friend/), ero curioso per toccare con mano il suo percorso di maturazione e lungo quale sentiero si sarebbe sviluppata la “sua” musica. E ascoltando questo suo secondo lavoro vi devo confessare che la fiducia era stata ben riposta, Dodero confeziona un album lasciando grande spazio si suoi racconti vicino ai quali si incastonano tre omaggi ai suoi – e nostri – eroi ovvero Eric Bibb, Townes Van Zandt e Bob Dylan.

La scenografia, quella musicale, ci riporta nel sud – ovest americano, quello del folk “di confine” e della ballata intimista interpretata con un suono acustico, asciutto, non una nota in eccesso ma suoni essenziali a valorizzare lo spartito e l’altra scenografia, quella testuale, che ci porta a penetrare i sentimenti dell’autore tra riferimenti alle radici con le quali prima o poi si devono i conti, al viaggio verso il “conosciuto” ed lo “sconosciuto”: il duetto con il violino di Stefano Chimetto sul ritorno a casa di “Back to you”, quello con la fisarmonica di confine (Michele Boscaro) di “There’s Still a Way for me”, il non mostrarsi agli altri in modo limpido in “Beautiful Mask” con i soli di chitarra e violino ed il puntuale contrabbasso di Antonio De Zanche.

Non credo di cadere in errore se dico che il riferimento principale che trasuda da questo ottimo “Natural Wings” siano le scritture di Townes Van Zandt e la conferma l’ho avuta ascoltando la toccante e splendida lettura di “Poncho and Lefty”, forse il brano manifesto dell’autore di Fort Worth.

Sembra di stare comodamente su una sedia a dondolo sul portico di una casa di campagna ad ammirare il sole che tramonta ad ovest, ad ascoltare i racconti di Gabriele Dodero. Scegliete voi il luogo, io l’ho già scelto. Provate ad immaginarvi lì …….

www.gabrieledodero.com

gabrieledodero@gmail.com

 

 

 

 

 

 

LA MESQUIA  “L’Arbol”

LA MESQUIA  “L’Arbol”

LA MESQUIA  “L’Arbol”

FOLKEST DISCHI. CD, 2018

Di alessandro nobis

Questo “L’Arbol” è il terzo lavoro dei piemontesi “La Mesquia”, dopo “En Iaire ailamont” e “Podre” (https://ildiapasonblog.wordpress.com/2016/01/15/la-mesquia-podre/)del 2016. Vengono dal Piemonte Occidentale, dalle valli occitane dove è ancora viva la “Langue D’Oc” e dove pervicacemente La Mesquia porta avanti la musica popolare proponendo brani della cultura delle valli occitane e soprattutto scrivendo nuovi repertori con le radici ben fisse nella tradizione a partire da quella linguistica (il disco si apre con un inno alla”Lenga Oc”).

Qui i quattordici brani che compongono sono tutti originali, scritti dal ghirondista Remo Degiovanni ed efficacemente arrangiati da Luca Pellegrino, cantante, fisarmonicista e fiatista (cornamusa, flauti) de La Mesquia: il lavoro di questo e di altri ensemble, ovvero quello di perpetuare i temi e la musica della cultura popolare attraverso uno sforzo compositivo è evidentemente fondamentale per non dimenticare le proprie radici.

Qui si racconta della vita di persone “qualunque”, dei pendolari, del disagio di chi cerca di vivere in montagna, della “parabola” dell’asino costretto a correre per lo sfizio dell’uomo, dell’emancipazione femminile e soprattutto qui si narra la “Istoria de l’arbol secular”, un castagno centenario dall’immenso tronco cavo che durante la guerra ha ospitato fuggiaschi e partigiani, uno dei brani più interessanti dell’intero lavoro, uno splendido arrangiamento strumentale sul quale si racconta questa bellissima storia. Assieme a questo segnalo “Nai nai”, ninna nanna con la splendida voce della cantante sarda Elena Ledda accompagnata dalla fisa di Pellegrino e la boureè “Pastre” guidata dalla zampogna e dalla ghironda.

Musica “importante” quella di La Mesquia, ensemble che valorizza un territorio e gli sforzi dei suoi abitanti per promuoverlo e renderlo vivo come meritano tutte le nostre aree montane.

REMO DEGIOVANNI: ghironde, armoniche a bocca, cori, voce narrante in lingua occitana

LUCA PELLEGRINO: voce, fisarmonica, flauti diritti, cornamuse, ukulele, dulcimer, conchiglia

MANUEL GHIBAUDO: organetto, flauto traverso, cori

ALESSIA MUSSO: arpa celtica, cori

GIORGIO MARCHISIO: contrabbasso

SILVIO CEIRANO: percussioni

info@folkest.com

https://www.facebook.com/LaMesquia/

 

 

 

Succede a Verona: IL VENERDI ULTIMO DI CARNOVALE

Succede a Verona: IL VENERDI ULTIMO DI CARNOVALE

IL VENERDI ULTIMO DI CARNOVALE

Cenni storici su l’origine e celebrazione dell’annua festività ricorrente in Verona

Verona 1847. 15 x 21 cm, Scripta Edizioni, anastatica 2011. € 12,00

di alessandro nobis

Questo volume pubblicato dalla Scripta di Enzo Righetti e Beppe Muraro nel 2011 fu presentato al quartiere di Santo Stefano, a Verona, in occasione di una delle tre edizioni del TREDESEDODESE, una manifestazione le cui intenzioni erano quelle di celebrare non tanto la Festa di Santa Lucia ma la Cultura Popolare. Questa ristampa anastatica è di fatto un libro importantissimo per i cultori di storia locale e per gli etnografi perché fa il punto della situazione del Bacanal del Gnoco nel 1847; un volume che la stampa locale snobbò al momento della sua pubblicazione e di fronte al quale le “istituzioni” non solo mancarono l’occasione di contribuire alla realizzazione del volume ma si dimostrarono indifferenti anche all’acquisto di copie dello stesso (e, in Primis, il Comitato del Carnevale di D’Agostino): peggio per loro.

carnevaleQuesto volume è uno dei pochi (l’unico?) a ricostruire la storia del Carnevale Veronese in modo preciso e completo: come detto questa era la seconda edizione, mentre la prima risaliva al 1818 e rispetto a questa contiene integrazioni grazie alla scoperta di nuovi documenti in corso d’opera che non trovarono spazio nella prima.

Il volume è suddiviso in sezioni: la prima è “Cenni storici su l’origine e celebrazione dell’annua festività ricorrente in Verona il venerdì ultimo di Carnovale”. E’ la parte più interessante del volume, e si tratta della “Relazione di Alessandro Carli alla Municipale Amministrazione di Verona” che riporta con grande precisione la composizione della sfilata dei carri, una “Nota delle spese occorrenti per la funzione del Venerdì Gnocolare, apparenti dai registri pubblici”, un articolo datato 5 febbraio 1812 del Giornale dell’Adige. “Poesie varie” si chiama la parte seguente che comprende le 20 “Maccaroniche” del Marchese Francesco Dionisi scritte nel 1789 alla quale segue un supplemento di una sessantina di pagine contenente anche un con saggio bibliografico ed alcune “Stanze” e “Sonetti” in dialetto veneziano tratte dalla Raccolta stampata in Verona da G. B. Saracco nel 1953. Si tratta di documenti che vennero in possesso dell’autore durante il lavoro di stampa che, come viene riportato “gli vennero per buona ventura alle mani alcuni scritti non prima veduti, che gli parvero poter far seguito convenevole al suo libro, e li ha perciò qui riuniti come supplemento al medesimo

Naturalmente non si può riportare indietro l’orologio del tempo e ricostruire il Carnevale come era in origine, sarebbe un’operazione del tutto anacronistica, sciocca e dinutile, anche perché le origini del Bacanal sono legate a tempi di grande povertà e carestia; si può, anzi penso si debba non dimenticare la storia di questa festa che a Verona davvero pochissimi conoscono, e questo volume, se fosse stato accolto con entusiasmo e diffuso dalle istituzioni comunali avrebbe senz’altro contribuito a questo.

Mi dicono dalla regia che l’editore conservi ancora delle copie in magazzino ………

 

 

TERRA MATER “Terra Mater”

TERRA MATER “Terra Mater”

TERRA MATER  “Terra Mater”

Velut Luna. CD, 2018

di alessandro nobis

Questo è il lavoro d’esordio di un quintetto di base a Verona che affronta in modo serio e davvero convincente il repertorio della musica antica e di quella etnica di area mediterranea; è anche un doveroso tributo al lavoro dell’Ensemble faentino “Musica Officinalis” di Gabriele Bonvicini, Catia Giannessi e Igor Niego (tra gli altri), citato “ufficialmente” nei ringraziamenti. Il nome del gruppo ricorda infatti il loro lavoro d’esordio “Aqua Mater” e nel repertorio di questo bel lavoro sono compresi due brani compresi in quel disco, ovvero il tradizionale turco “Lunga Nahawand” e la Cantiga de santa Maria 339 “En Quanta Guisas”.

Detto questo, tutto il lavoro si ascolta in modo del tutto piacevolissimo, la scelta del repertorio e gli arrangiamenti scelti oltre alla cura dei suoni e della strumentazione rivela una preparazione sì accademica ma anche rivolta allo strumentario etnico dell’area mediterranea, mediorientale e dell’Asia Centrale sulla linea del lavoro ad esempio della famiglia Paniagua, con Luis anche lui citato nelle note di copertina. Dalla Spagna medioevale di Alfonso X El Sabio si arriva all’area irano anatoliche passando per l’Africa berbera, la costa libanese ed i balcani meridionali della Grecia e Macedonia. La separazione nel canto “Ayrilik” brillantemente cantato in azero da Angela Centanin con un beò arrangiamento per la viola di Irene Benciolini, il ritmo dispari macedone di “Antice” con l’intro di oud (Ruben Medici) in coppia con la viola ed il delicato ritmo sostenuto dal tamburo a cornice di Nicola Benetti e l’intervento di Francesco Trespidi alla musette, e qui è davvero intrigante l’arrangiamento e la strumentazione scelta (l’oud al posto del bozouky, la musette in sostituzione della gaida) che trasformano la danza macedone in una palesemente spostata più a levante. E poi non voglio tralasciare la Cantiga già citata in apertura proveniente dalla fondamentale raccolta dei miracoli della vergine Maria raccolta dal Re Alfonso X, con la parte strumentale interpretata in una modalità più “solenne” vicina alla musica medioevale piuttosto che alle sonorità più etniche come nella versione di Eduardo Paniagua nel CD “Cantigas De Murcia”.

Gran bel disco d’esordio.

 

TERRA MATER:

Angela Centanin: voce

Irene Benciolini: violino e viola

Ruben Medici: oud, chitarra, banjo mandolino, viola e violino

Francesco Trespidi: oud, darabukka, riq, musette, kaval, bansuri, low whistle, flauto diritto

Nicola Benetti: fisarmonica, chitarra, daff, darabukka e kantele.

 

www.velutluna.it

https://www.facebook.com/EnsembleTerraMater/

 

 

ANDREA FERRARI “Essential Lines”

ANDREA FERRARI “Essential Lines”

ANDREA FERRARI  “Essential Lines”

DODICILUNE Records ED428. CD, 2019

di Alessandro Nobis

Ance, chitarra, batteria. Tutto qua. Anzi no. Se sai scrivere ed arrangiare non ci sono limiti nel linguaggio del jazz, ed il fiatista / compositore Andrea Ferrari riesce nell’impresa di abbinare i tre strumenti in modo davvero interessante che senza l’apporto del contrabbasso e di un pianoforte sembra difficile far convivere; va ascoltato con attenzione questo “Essential Lines” perché tra le parti scritte  – mi sembra di intuire – e quelle improvvisate, ed i suoni naturali combinati a quelli elettronici la musica che si ascolta è di notevole valore, ricca di spunti e riferimenti, fresca ed originale, ricca di dialoghi che svelano combinazioni sonore rare anche nel mondo della musica afroamericana.

La tessitura di “Old Clogs” con gli intrecci di chitarra e clarinetto basso (significativo il solo) e con la “lieve” batteria che scandisce la cantabilità del tema, l’apertura del clarinetto basso ed il lungo solo chitarristico in “Colors” o ancora la lunga introduzione del baritono che detta il tempo della breve “One Way”, episodio quasi rockeggiante (ascoltare il solo di Zanini), sono secondo me tre dei momenti che offrono la possibilità a chi apprezza il jazz di misurare la rara bellezza di questo lavoro sempre misurato, sempre raffinato, a volte travolgente a volte pacato e mai fuori dal seminato, quel jazz che pur restando nel campo del new mainstream ha la sua identità timbrica, espressiva e compositiva. Mi auguro che questo trio sia una formazione “stabile” e non creata per l’occasione della registrazione di questo “Essential Lines”, perché le prospettive di sviluppo della formazione di Andrea Ferrari ci sono e potrebbero essere interessanti, molto interessanti ……

 

MANDOLIN’ BROTHERS  “6”

MANDOLIN’ BROTHERS  “6”

MANDOLIN’ BROTHERS  “6”

Martinè Records. CD, 2019

di alessandro nobis

Questo “6” è il disco che celebra i quarant’anni (40!) dei Mandolin Brothers, sestetto capitanato da Jimmy Ragazzon e Paolo Canevari che ha attraversato quattro decenni sviluppando sempre più uno stile personale, sì radicato al genere “americana”, ma caratterizzato da una fertile vena compositiva, e lo dicono i dieci brani originali inseriti nel CD oltre ai quali ve ne è uno scritto dal produttore, nientedimeno che Jono Manson.mandolin I brani sono di qualità, il suono è decisamente roots, tutto concorre a fare di quest’album forse il migliore della band ed una delle più interessanti interpretazioni “alloctone” del rock più sanguigno e più legato alle tradizioni che in molti suonano al di là della “grande acqua” ma in che verità in pochi suonano a questo livello, con questa intensità, con questa passione. Per rispetto verso Ragazzon & C. non voglio citare le influenze, i suoni, le note che fanno riferimento ai modelli più nobili di “americana”, e quindi segnalo la significativa ballata acustica “Lazy Day” (“and the memories of a long gone journey / are fillin’ up my mind”) scritta a quattro mani da Ragazzon e Manson, la slide National di Canevari che apre l’ottima “If you don’t stop now” (“This Land is Big Enough / To Travel all night long / to a place unknown before”) o ancora il riuscito riff della bella “A Sip of Life” del cantante, tastierista e fisarmonicista Riccardo Maccabruni e del chitarrista Marco Rovino. Certo, i temi di cui si parla sono semplici, si sono la vastità degli spazi, il ritorno a casa, l’introspezione, il tempo del riposo e delle personali riflessioni nel silenzio della veranda, temi sì cari alla musica americana ma che in realtà riguardano un po’ tutti noi. Non c’è una nota in più, non c’è una nota in meno, disco da cinque stelle.

Vabbè, non è un disco del catalogo Capricorn o Rounder. E allora? Allora ascoltatelo.

www.mandolinbrothersband.com

https://www.facebook.com/mandolin.brothers.band/