I MAESTRI INVISIBILI “Cuori Felici”

I MAESTRI INVISIBILI “Cuori Felici”

I MAESTRI INVISIBILI “Cuori Felici”

SPLASC(H), CD 2018

di Alessandro Nobis

Franco Cortellessa e Nicola Cattaneo sono a mio avviso tra i più significativi musicisti della scena chitarristica in circolazione, e se alla loro pregevolissima tecnica, alla loro cultura musicale ed alla notevole capacità compositiva – tutte le dodici tracce sono scritte a quattro mani, tranne una di Cortellessa – si capisce facilmente come questo loro nuovo lavoro sia un’autentica perla, uno dei più interessanti lavori di musica acustica ascoltato di recente; un plauso quindi alla storica etichetta milaneseSplasc(H) che lo ha pubblicato.

“Cuori Felici” è un disco piuttosto eterogeneo negli stili musicali che via via scorrono durante l’ascolto; personalmente vi ho riscontrato rimandi alla tradizione classica dei compositori del Novecento, a quelli più vicini al jazz (la bellezza della melodia dello stile di Towner, con il quale hanno collaborato in passato), vi ho trovato rimandi al chitarrismo di Fahey fino all’improvvisazione più radicale. “Bassa marea” e “Così cantan tutte”, due chitarre classiche alla ricerca della melodia perfetta, il disegno di una nuovi terreni musicale di “Minimal Xango” con il charango ed i puntuali ed efficaci vocalizzi di Alessandra Lorusso (che aveva collaborato anche nel precedente “Narra Fantasmi”), il serrato dialogo tra le due chitarre ed i soli in “Dislivelli”, l’improvvisazione e lo sviluppo del brano conclusivo, “Sin Luna”.

Musica non facilissima ma che ascolto dopo ascolto rivela nei suoi angoli più nascosti la bellezza delle composizioni e l’efficacia delle esecuzioni.

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ADRIANO CLEMENTE “Cuban Fires”

ADRIANO CLEMENTE “Cuban Fires”

ADRIANO CLEMENTE “Cuban Fires”

DODICILUNE / FONOSFERE FNF114. CD, 2018

di Alessandro Nobis

Del compositore ed arrangiatore Adriano Clemente avevo già parlato in occasione dei due precedenti ottimi lavori, il primo dedicato al ”suono” di Charles Mingus (https://ildiapasonblog.wordpress.com/2016/08/11/adriano-clemente-the-mingus-suite/) ed il secondo alla musica cubana, pubblicato nel 2017 (https://ildiapasonblog.wordpress.com/2017/03/20/adriano-clemente-havana-blue/). Ora la Dodicilune / Fonosfere pubblica il seguito di “Havana Blue”, ovvero questo significativo “Cuban Fires” nel quale i suoni cubani e quelli africani del Golfo di Guinea si mescolano e rendono davvero lapalissiana la connessione tra le due sponde dell’Atlantico. La lunga composizione “Fuochi Cubani” suddivisa in due parti che apre e chiude questo nuovo eccellente lavoro di Clemente, è dedicata al trombonista Eduardo Sandoval; qui i fiati cubani, le percussioni africane e caraibiche trovano un perfetto equilibrio con il pianoforte ed il canto yoruba grazie ad un arrangiamento che lascia vedere ed immaginare la storia della musica cubana degli ultimi quattro secoli. Il “resto” del disco sono sei composizioni, scritture che omaggiano i ritmi latini tra mambo, salsa e guajira sempre scritti, arrangiati ed eseguiti con grande rispetto delle radici; insomma siamo lontani dalla musica cubana da “cartolina”, ma adiacenti a quella di Marta Valdes, Mauro Bauza o dei musicisti riscoperti da Ry Cooder. Musica che scalda l’anima ed il cuore subito al primo ascolto, ma che al secondo si rivela in tutta la sua profondità e bellezza. Vien voglia di partire …….

Le musiche di Clemente sono eseguite dall’Akashmani Ensemble, ovvero Thommy Lowry alla tromba, Eduardo Sandoval, trombone, Michel Herrera ed Emir Santa Cruz, ance, Alejandro Falcòn, pianoforte, Roberto “El Chino” Vàsquez, contrabbasso, Eduardo Silverio, Deivys Rubalcaba e Degnis Bofill, percussioni e batteria.

OFFICINA ZOE’ “Incontri live”

OFFICINA ZOE’ “Incontri live”

OFFICINA ZOE’ “Incontri live”

KURUMUNY 2CD, 2018

di Alessandro Nobis

Ad un anno di distanza dal precedente ottimo “Live in India” (https://ildiapasonblog.wordpress.com/2018/06/06/officina-zoe-live-in-india/), Officina Zoè pubblica un doppio lavoro per la Kurumuny, una raccolta di brani registrati dal vivo dal 2001 al 2015, quindici anni di storia di questo straordinario gruppo pugliese durante i quali ha avuto la avuto l’occasione di dividere il palco e di entrare in perfetta sintonia con alcuni dei musicisti più prestigiosi del mondo della musica tradizionale e di quella afroamericana; una sintonia costruita sulla potenza del suono, sulla ricerca e riproposizione, sull’affiatamento e sulla credibilità costruita nel tempo, una sintonia dove Asia, Africa, Europa ed America si incontrano con suoni, voci, melodie, strumenti che fanno di questi due CD una grande festa di “World Music” nella sua più profonda accezione.

Ci sono Mamani Keita dal Burkina Faso, l’Egitto di Mazaher e la Turchia Meccan Dede, ma naturalmente poi ogni gaudente fruitore di questi “Incontri” sceglie i suoi eroi preferiti, pertanto io vi segnalo i due brani (soprattutto il significativo spiritual “By the river of Babylon” che chiude il secondo CD con il maliano Baba Sissoko ed il jazzista Famoudou Don Moye (il batterista dell‘AEOC, quello più vicino alle origini della music afroamericana), quelli con la cantante lappone Mari Boine Persen (splendido il tradizionale “Gilvve Gollat”) che duetta con il violino di Giorgio Doveri ed infine le voci ancestrali e gli archi e di Hosoo & Transmongolia in “Hartai Sarlag” che magicamente duettano con i suoni ed il vocalizzo mediterraneo.

Felici “Incontri” davvero, ed anche felici ascolti.

BARRY & LAURA KERR “CASTOR BAY”

BARRY & LAURA KERR “CASTOR BAY”

BARRY & LAURA KERR “CASTOR BAY”

AUTOPRODUZIONE. Cd, 2018

di Alessandro Nobis

Nonostante la globalizzazione ed i grandi siti di commercio elettronico diventa sempre più complicato tenersi informati sulle piccole produzioni musicali, spesso di micro etichette se non di vere e proprie autoproduzioni. Così se un tempo era relativamente semplice conoscere l’attività di musicisti ed i relativi lavori grazie a riviste specializzate ed ai negozi che trattavano dischi di importazioni, ora che i negozi sono spariti – o quasi – restano i social network che “comunicano” uscite discografiche di artisti o gruppi; nell’ambito della musica tradizionale irlandese e di area celtica poi questa situazione si amplifica, almeno per noi appassionati del genere.

a3036738453_10Di questo primo e significativo lavoro di Barry e Laura Kerr per esempio ho avuto notizia in modo del tutto casuale appunto su di uno di questi social network,  avendo anche la possibilità di partecipare con una piccola quota al suo finanziamento: disco pubblicato secondo i tempi previsti e consegnato altrettanto puntualmente.

Registrato nel Gaeltacht di Dingle, “Castor Bay” non aggiunge niente di particolarmente nuovo al panorama della valorizzazione della tradizione musicale d’Irlanda ma conferma – e vi pare poco –quanto sia viva la passione delle giovani generazioni verso le radici e la preparazione musicale sempre di livello notevolissimo. Laura Kerr, violinista e Barry Kerr, piper, chitarrista, cantante e suonatore di bozouky sono musicisti di ottimo livello originari della Contea di Armagh con un’invidiabile affiatamento e con una notevole capacità di suonare trattando il materiale tradizionale con grande perizia, freschezza e spontaneità facendo apparire semplice un repertorio invece complesso e variegato con la collaborazione di Trevor Hutchinson e Donogh Hennessy (Lunasa), e di Ryan O’Donnell. Due ballate dalla Contea di Tyrone, nelle restanti tracce tutto l’arsenale delle danze popolari irlandesi: jigs, planxty, reels, marches, due di origine bretone, insomma una festa ascoltare questo “Castor Bay” per chi ama la musica tradizionale. Una boccata di aria pura e fresca in questa calda estate mediterranea.

Laura Kerr e Barry Kerr saranno presenti alla prossima edizione del William Kennedy Piping Festival, ad Armagh, in Irlanda, e non poteva essere altrimenti.

http://www.barrykerr.com

SUONI RIEMERSI: MIKE HURLEY “First Songs”

SUONI RIEMERSI: MIKE HURLEY “First Songs”

SUONI RIEMERSI: MIKE HURLEY

“First songs” LP Folkways / Smithsonian, 1964 / 2010

Nell’era di Internet capita ancora di avere per le mani con un paio di anni di ritardo dischi ri-pubblicati – come questo di Mick Hurley – e misteriosamente materializzatisi in uno dei pochissimi negozi indipendenti d’Italia.

I primi anni sessanta furono anni epocali per la riscoperta della tradizione folk americana e per le nuove generazioni di folksingers. Alcuni diventarono celeberrimi, altri meno, qualcun altro venne spazzato via da tragiche vicende umane: molti invece proseguirono le loro oneste carriere musicali partecipando ai festival, suonando nei piccoli club, componendo canzoni e ballate incise su LP – e CD – fuori dai circuiti della distribuzione discografica. Come Micheal “Mike” Hurley, della Pennsylvania, classe 1941 il cui esordio “First Songs” del ’64 per la prestigiosissima Folkways Records è stato ristampato dalla benemerita Smithsonian Institution con una copertina fedelissima all’originale. Autore, chitarrista e grafico (le copertine dei suoi successivi lavori le disegnò lui stesso) Hurley racconta qui i primi anni della sua carriera, ostacolata da gravi problemi fisici che senz’altro gli impedirono di imporsi nel panorama del Greenwich Village, – in quel tempo fucina ricchissima di talenti, musicali e non solo – ma anche di cattive compagnie (“youngster” con pessime abitudini, dice lui stesso) che certamente non lo favorirono.

Pochi semplici accordi, una voce molto espressiva seppur giovane, la convinzione di possedere la capacità di raccontarsi e la tenacia di riuscirci nonostante le avversità della vita.

Questo “First Songs” sembra un’istantanea dell’aria che si respirava in quegli anni, prima che l’inferno vietnamita portasse via una generazione di giovani americani (e vietnamiti).

Ebbene, lo è.

Alessandro Nobis

Riccardo FRATTINI e Gabriele BOLCATO “Lost Town: chi ha ucciso il jazz?”

Riccardo FRATTINI e Gabriele BOLCATO “Lost Town: chi ha ucciso il jazz?”

Riccardo FRATTINI e Gabriele BOLCATO “Lost Town: chi ha ucciso il jazz?”

Transfinito Edizioni. Volume + CD. 180 pagine. 2018.

di Alessandro Nobis

Vittorio è un giovane studente bolognese appassionato più di jazz che di giurisprudenza, più della musica di Chet Baker che di Procedura Penale. Ha studiato al Conservatorio la musica del grande musicista americano, e la sera suona nei club fino a quando un bel giorno di maggio lascia Bologna per recarsi in Olanda dove a Laren, non distante da Amsterdam, il suo idolo terrà un concerto il giorno 13 (parliamo dell’anno 1988) con il sassofonista Archie Shepp: la perfetta ed unica occasione per avvicinare il trombettista al quale Vittorio aveva in mente di regalare una sua composizione, “Levante”, il brano che apre il Cd allegato a a “Lost Town”. Due stili, quello cool di Baker e quello più legato al free di Shepp, a confronto e previste, anzi attese, scintille musicale che da illuminare a giorno la notte olandese; ma quella sera il concerto non si terrà, il corpo di Chet Baker verrà trovato invece steso sul marciapiede davanti al Prince Hendrik, l’albergo dove aveva preso in affitto una camera.image.png

“Lost Town: chi ha ucciso il jazz?” da pochi mesi pubblicato, è la cronaca di un evento mai avvenuto attorno al quale Vittorio ci racconta non solo si sé stesso, delle poche ore trascorse ad Amsterdam ma anche della vita di Chet e del jazz, di quello suonato nei club e di quello di Miles Davis, è la cronaca del tentativo di ricostruire gli eventi che portarono alla misteriosa sparizione di alcuni nastri registrati e pronti per essere pubblicati che si trovavano nella camera di Baker. Di più non posso dire … Più storie che si incontrano e che si sovrappongono raccontate in modo avvincente e fluido, un volume che si fa leggere tutto di un fiato e che fa tristemente ripensare alle vicende umane attraversate da quello straordinario strumentista-cantante dalla vita tormentata oltre ogni possibile immaginazione ma straordinariamente illuminata da una musica bellissima, cristallina e così apparentemente lontana dalla vicenda umana.

Allegato al volume un CD con undici tracce originali e naturalmente ispirate dal lavoro di Chet Baker e dal disco “Chettin’” di Bolcato nel quale il trombettista nel 2013 ripercorse la carriera artistica di Baker fissandone alcuni punti. Da queste Silvano Mastromatteo – pianista che suona nel quartetto di Bolcato assieme a Nicola Monti al contrabbasso e Davide Leonardi alla batteria – ha tratto e quindi sviluppato alcuni spunti creando “Lost Town”. Percorso di scrittura musicale piuttosto inusuale, siamo naturalmente nell’alveo del mainstream, che ha prodotto un jazz godibilissimo che si fa ascoltare con attenzione sia che lo si faccia indipendentemente o accompagnando la lettura del volume; naturalmente a mio avviso, vista la qualità della musica, consiglio a tutti entrambi gli approcci.

A Verona il volume è reperibile presso la libreria Pagina Dodici di Corte Sgarzerie, a due passi da Piazza Erbe.

CONVERGENZE PARALLELE “Chi Tene ‘O Mare”

CONVERGENZE PARALLELE “Chi Tene ‘O Mare”

CONVERGENZE PARALLELE “Chi Tene ‘O Mare”

DODICILUNE / CONTROVENTO CTV156 CD, 2018

di Alessandro Nobis

Confesso di conoscere poco, veramente poco, la musica di Pino Daniele e lo dico in tutta sincerità senza fare lo snob: non ho mai ascoltato un suo ellepì intero. Giusto quei tre – quattro brani che spesso passano alla radio o alla televisione, ma ascoltando questo bel lavoro a lui dedicato mi sono reso conto che in questo frangente questa mia mancanza potesse rappresentare un vantaggio potendo ascoltare le sue composizioni senza dover paragonare gli originali alle riletture di questo interessante quintetto tutto italiano Convergenze Parallele. Insomma, si trattava di addentrarsi in questo songbook “partenopeo” come si fa con le riletture in chiave jazz di autori americani così tanto “battute” dai musicisti d’oltreoceano ed europei.

Nove i brani scelti dal quintetto, tutti caratterizzati da arrangiamenti anche parecchio diversi tra loro ma che sempre mettono in risalto la bellezza delle scritture originali che si prestano perfettamente al mondo del jazz al quale Pino Daniele spesso veniva associato dai critici e non solo per il suono così malleabile, preciso, cantabile e spesso swingante della sua chitarra ma anche per lo spazio lasciato ai compagni che via via lo hanno accompagnato nella sua carriera purtroppo finita così presto.

In particolare di questo lavoro ho trovato affascinanti gli arrangiamenti della rilettura di “Sulo Pe Parlà” con la sempre precisa, duttile e potente voce di Emilia Zamuner accompagnata dal bandoneon di Pablo Corradini, di “Anima” splendida interpretazione per sola voce che si sviluppa poi in un’esecuzione in quartetto, di uno dei più popolari brani del songbook di Pino Daniele, la ballad “Quanno Chiove” con un bel solo di Lorenzo Scipioni al contrabbasso e di sassofono di un altro ospite, Domenico Verrucci ed infine “Je sto vicino a te”, per i significativi soli di Paolo Zamuner al pianoforte e della voce di Emilia Zamuner, che liberatasi dalla struttura dei versi, affronta un “solo” che dà la misura della preparazione tecnica ed improvvisativa della cantante partenopea.

Un altro “colpo” riuscito alla Dodicilune Records, in questo frangente per la “linea editoriale” Controvento: gli estimatori di Pino Daniele gradiranno, gli appassionati del miglior jazz anche.