CABEKI “Da qui i grattacieli erano meravigliosi”

CABEKI “Da qui i grattacieli erano meravigliosi”

CABEKI “Da qui i grattacieli erano meravigliosi”

LADY BLUNT RECORDS. LP, 2020

di Alessandro Nobis

Chitarrista, sperimentatore, inventore e compositore, Cabeki ha pubblicato qualche mese or sono questo suo quarto ellepì nella sua discografia solista iniziata una decina di anni fa; un disco che un ascolto attento può far rilevare le diverse influenze che hanno giocato un importante ruolo nella sua formazione di musicista, impegnato anche come collaboratore in progetti altrui, e soprattutto la sua capacità di costruire un progetto e di creare un universo sonoro significativo, interessante, originale e soprattutto in grado di essere proposto nelle performance live. Anche se la sua musica non può essere definita “ambient” tout-court il processo realizzativo a mio avviso può essere complanare a questa in modo particolare alla costruzione su vari strati musicali che vengono individuati dal sapiente utilizzo sia dell’elettronica che dei suoni acustici prodotti dalle sue chitarre. L’obiettivo è quello di creare una musica descrittiva di paesaggi immaginari e nel caso di questo lavoro futuribili visto che essa porta in un futuro non troppo lontano nel quale le strutture architettoniche d’acciaio si staglieranno nelle sky-lines urbane a testimonianza di un’era – forse – passata.

In “Steli di Cristallo” trovate frammenti dello stile chitarristico di John Fahey, musicista che sempre più appare fondamentale nella formazione di musicisti al di fuori della cerchia del puro fingerpicking -, in “Al futuro” la sperimentazione di nuovi suoni – e qui mi torna in mente il lavoro di Hans Reichel con il suo daxofono e di Paolo Angeli – combinata con il mondo della chitarra classica proposta con una esecuzione dal sapore “decadente”, e nel brano eponimo caratterizzato da un delicato quanto appropriato uso della ritmica elettronica e da una melodia evocativa che evoca paesaggi post “Blade Runner”.

Sensazioni positive e richiami sonori dovuti a cinquanta anni di ascolti nei quali ho attraversato molteplici stili, epoche, storie musicali e vite di musicisti ed il fatto che Cabeki consapevolmente o no abbia riacceso alcuni flash nella mia memoria è un fatto assolutamente positivo visto che questi fanno parte di un lavoro del tutto convincente e ripeto originale in un momento storico dove il conformismo musicale e l’autoreferenzialità pare siano i diktat imperanti.

Complimenti ad Andrea Faccioli, a.k.a. Cabeki, la strada è quella giusta.

Contatti
Francesca Serotti: francesca@ladyblunt.com

Label:

www.ladyblunt.com

info@ladyblunt.com

Cabeki: Bandcamp |Instagram | Facebook

TARKAMPA “Music for an Invisible Movie”

TARKAMPA “Music for an Invisible Movie”

TARKAMPA “Music for an Invisible Movie”

TARKAMPA, 2019

di alessandro nobis

Per quanto personalmente non riesca a digerire il “formato digitale” senza essere supportato da quello fisico, mi rendo ben conto di come moltissimi musicisti e compositori di generi definiti malamente “di nicchia” trovino in questo formato la possibilità di proporre le proprie produzioni ad un costo contenuto senza dover investire nel mercato discografico, sempre che per questi generi musicali ne esista uno, e mancando quasi del tutto (o “del tutto”) anche la chance di vendere i CD ai propri concerti, sempre più rari per questi generi.

Eppure, facendomi forza, spulciando nell’oceano Bandcamp, devo confessare di aver trovato bellissimi progetti di musica spontanea, di jazz, di etnica, di ambient di musica contemporanea come questo di Riccardo Massari Spiritini a.k.a. Tarkampa (https://tarkampa.bandcamp.com/album/music-for-an-invisible-movie, 2019) compositore e pianista italiano adottato ormai da molti anni dalla Catalogna.

Pubblicato, anzi per meglio dire “caricato” nel web a metà dello scorso ottobre, “Music for an Invisible Movie” raccoglie quattro “composizioni” di cui due suddivise in più movimenti alla cui realizzazione ha contribuito oltre a Riccardo Massari (con uno stupendo Steinway del 1913 e sintetizzatore) l’amico di vecchia data Francesco Sbibu Sguazzabia (voci, percussioni, mani e rumori creati all’interno della cassa armonica del pianoforte): la costruzione dei brani è sì dettata dalla creazione spontanea ma, diversamente dai musicisti che praticano l’improvvisazione più radicale qui il processo viene deciso nella fase progettuale fissando alcuni momenti di “incontro” durante le session che per forza di cosa non corrisponderà perfettamente alle esecuzioni dal vivo.  La “composizione” eponima, ad esempio, è divisa in quattro brevi movimenti; dal pianoforte vengono molto efficacemente estratti suoni dalla tastiera e rumori dal suo interno, le percussioni introducono assieme al pizzicare delle corde dei quattro minuti del primo movimento che comprende anche brevi interventi percussivi e fraseggi delicati sulla tastiera mentre le corde vengono sfregate quasi a fare da bordone.

Perfezionato in sede di post-produzione,  “Music for an Invisible Movie” è a tutti gli effetti un lavoro molto interessante che ascoltato più volte ed in modo attento rivela tutta la sua bellezza e la notevole capacità di intesa di Massari e Sguazzabia che sanno tenere alto il livello di ascolto per tutta la durata del “disco”. Ambedue sono figli del clima musicale dell’allora fertile Verona degli anni novanta che produsse una lunga serie di ottimi musicisti alcuni dei quali presero in seguito la decisione di lasciare Verona e l’Italia per altri luoghi dove la possibilità di esprimere la propria arte era maggiore (Riccardo Massari si trasferì a Barcellona, Luca Boscagin in quel di Londra dove si trasferì anche un formidabile bassista elettrico, Silvio Galasso e ricordo anche la carissima Gisella Ferrarin negli Stati Uniti per poi ritornare in Italia), ed il doppio ellepì dedicato a John Lennon prodotto da Il Posto di Luciano Benini, al quale parteciparono Massari e Sguazzabia, è una lucida fotografia di quegli anni (https://ildiapasonblog.wordpress.com/2019/10/15/suoni-riemersi-verona-dedicato-a-john-lennon/).

FEDERICO MOSCONI “Il tempo della nostra estate”

FEDERICO MOSCONI “Il tempo della nostra estate”

FEDERICO MOSCONI “Il tempo della nostra estate”

Slowcraft Records. CD, 2020

di alessandro nobis

Ho cercato di descrivere in altre occasioni i caratteri compositivi e sonori di Federico Mosconi e stavolta, devo dire finalmente, emerge tutto il suo talento di chitarrista acustico che abbinato alla ricerca di suoni elettronici fa di questo “Il tempo della nostra estate” a mio avviso sin qui la sua opera più completa perchè mette in piena luce tutti gli aspetti della sua progettualità sonora e il suo valore di strumentista. I misurati ed efficaci accordi in ”Di Luminosa Calma”, gli arpeggi in “In Silenzio Leggero”, la chitarra che emerge dalla turbolenza elettronica in “Notte Fragile” sono paradigmatici alla musica di questo lavoro suggestivo, a tratti pacato ed a tratti travolgente che lascia all’ascoltatore la voglia di rimettere il disco sul piatto e di riascoltarlo più e più volte.

Il tempo della nostra estate” si compone di sette brani, costruiti con la “solita cura architettonica” da Federico Mosconi che, cosa rara in questo genere musicale, è replicabile anche dal vivo, e questo è un valore aggiunto al lavoro del compositore: un tappeto sonoro stratificato sul quale e nel quale si inserisce mirabilmente il suono della chitarra classica con i due suoni, quello acustico e quello elettronico che si combinano sempre in modo equilibrato. Ho già citato tre dei sette che compongono il disco, ed a questi aggiungerei il lungo e contemplativo brano eponimo composto per solo “suoni elettronici”, aperto da una sorta di “muro sonoro” che pervade i primi due minuti e nel cui sviluppo si inseriscono suoni che vanno a rafforzare la struttura del brano rendendola più intrigante e, azzardo, “cosmica”.

Gran bel lavoro.

www.slowcraft.info

 

 

 

 

 

 

JAMES MURRAY “Embrace Storms”

JAMES MURRAY “Embrace Storms”

JAMES MURRAY  “Embrace Storms”

Krysalisound & Slowcraft Records, CD. 2019

di alessandro nobis

“Embrace Storms” è la più recente produzione del talentuoso compositore inglese James Murray che concretizza il suo pensiero musicale attraverso un sapiente e consapevole utilizzo dell’elettronica: le sue composizioni nascono, si sviluppano, si concretizzano lasciando l’ascoltatore in balìa delle proprie emozioni che si originano dall’attento ascolto di queste due lunghe tracce, “In Your Head” e “In Your Heart”. I sapienti classificano questa musica come “ambient”, ma mi piace piuttosto definirla semplicemente come musica elettronica visto che segue il solco di certa musica sviluppatasi già negli anni settanta e che ha avuto diverse “denominazioni”; che questa musica sia frutto di un approccio consapevolmente improvvisativo, sia progettata anche nei minimi particolari o entrambe le cose ha poca importanza, ciò che più conta è la ricerca dei suoni e la loro combinazione – sovrapposizione e la ricerca del perfetto, godibile e delizioso equilibrio finale raggiungibile a questi livelli solo se padroneggi in modo sicuro e consapevole la tecnologia a disposizione. Qualcuno ha definito la musica di James Murray “caos controllato” e questa definizione forse è la mediazione tra le due modalità a cui accennavo prima.

Embrace Storms - CD #02

Quel che posso dire, da profano, è che questo “Embrace Storms” è un lavoro di grande fascino che cattura l’attenzione dalle prime battute e che ad ogni ascolto ti fa scoprire i suoni “nascosti” ed immaginare le modalità di esecuzione che stanno alla base di lavori come questo.

“Embrace Storms” è una coproduzione tra le etichette Slowcraft e la KrysaliSound ed è disponibile in CD (copie numerate), in formato digitale ed anche in un prezioso LP di 140 g, sempre in una turatura limitatissima.

http://www.krysalisound.com | info.krysalisound@gmail.com http://www.slowcraft.info | slowcraftrecords@gmail.com

https://slowcraft.bandcamp.com/album/embrace-storms https://krysalisound.bandcamp.com/album/embrace-storms

 

 

SUONI RIEMERSI: BENINI·SBIBU·TERRAGNOLI “Tu whit, tu whoo”

SUONI RIEMERSI: BENINI·SBIBU·TERRAGNOLI “Tu whit, tu whoo”

SUONI RIEMERSI: BENINI·SBIBU·TERRAGNOLI “Tu whit, tu whoo”

IL POSTO RECORDS. LP JPR 1114, 1980

di Alessandro Nobis

Poche città come Verona hanno vissuto anni di grande fermento culturale e musicale come quello degli anni Ottanta. Edizioni memorabili di Verona Jazz, locali come il Double Face e naturalmente come “Il Posto” di Luciano Benini, dove sono passati musicisti di grandissimo livello appartenenti ai più diversi generi musicali; grande spazio fu dato anche ai musicisti dell’area veronese che ebbero l’occasione di presentare i loro progetti alcuni dei quali molto, ma molto interessanti. Benini inoltre fondò una propria etichetta discografica, che ebbe purtroppo vita breve ma con in catalogo ottimi lavori come i due album di Beppe Castellani “Italian Standards”, il doppio ellepì dedicato a John Lennon (https://ildiapasonblog.wordpress.com/2019/10/15/suoni-riemersi-verona-dedicato-a-john-lennon/) e questo del trio di Stefano Benini, Francesco Sguazzabia a.k.a. “Sbibu” ed Enrico Terragnoli.

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Un lavoro che dopo trent’anni, tanti ne sono passati dal quel 1989, regge ancora benissimo all’ascolto dimostrando la bontà del progetto – che poi proseguì negli anni – del trio veronese. Un disco registrato senza alcuna post-produzione che contiene nove tracce originali composte collettivamente; tra ancestralità, elettronica ed ambient, la musica scorre via in modo estremamente piacevole, mai autoreferenziale sa ancora trasmettere emozioni a chi ascolta e questo, lo ricordo bene, anche durante le performance live dove il suono dei tre era sempre equilibrato considerato che gli strumenti acustici e l’elettronica non erano mediati da alcuna apparecchiatura digitale ma erano solamente il frutto dell’abilità e della consapevolezza dei musicisti. La purezza di “Hammurabi”, quasi il sigillo di “Tu Whit Tu Whoo” con il pattern dell’arsenale sonoro di Sbibu ed il flauto di Benini che aprono il brano, l’elettronica nel preambolo di “Eyot” con la suggestione dell’evocativo solo del berimbau che duetta con l’elettronica – quasi un dialogo tra l’antichità delle tradizione ed i nuovi suoni – sono solamente due spunti da questo bellissimo lavoro.

Ristampatelo, scriveteci sopra “duemilaventi” e nessuno se ne accorgerà. Tranne noi “diversamente giovani”. Che lo conserviamo gelosamente.

STEFANO BENINI: bass flute, piccolo, flute, devices, FRANCESCO SBIBU SGUAZZABIA: percussion & all sort, ENRICO TERRAGNOLI: electric guitar & devices

 

 

FRANCIS M. GRI “Decays”

FRANCIS M. GRI “Decays”

FRANCIS M. GRI  “Decays”

Time Released Sound. CD, 2018

di alessandro nobis

Così il compositore inglese David Toop (autore tra l’altro di una delle due facciate di Obscure 4, pubblicato nel 1975 dall’etichetta prodotta da Brian Eno) definiva la musica “ambient” nel 1974: “«piuttosto che emergere come una nave sull’oceano, diventa parte di quello stesso oceano. … … Musica che sentiamo, ma che non sentiamo; suoni che esistono per metterci in condizione di sentire il silenzio; suoni che ci rilevano dal nostro bisogno compulsivo di analizzare, incasellare, categorizzare isolare…». Sui concetti allora espressi dallo stesso Toop e da Eno che senz’altro erano dei profondi conoscitori dei teoremi di Riley, di Cage, di Glass o di Karlheinz Stockausen ebbe inizio la “stirpe” dei musicisti europei che si dedicarono a questo nuovo “per le masse degli ascoltatori” idioma, a partire dalla scuola tedesca dei vari Klaus Shultze. Peter Baumann ed Edgar Froese.

Questo lavoro pubblicato nel 2018 da Francis M.Gri si inserisce nella migliore tradizione ambient confermando quello che aveva evidenziato nei suoi precedenti lavori in studio tra i quali cito “Falls and Flares” (https://ildiapasonblog.wordpress.com/2017/11/22/francis-m-gri-falls-and-flares/)  e “B/ue” (https://ildiapasonblog.wordpress.com/2019/07/09/francis-m-gri-b-ue/)e nelle sue performance live come quella veronese al Cohen. Questo suo lavoro, “Decays” presenta quattro composizioni di cui una mi ha particolarmente affascinato, “The Age of Materialism” una suite di tre movimenti: “Anger”, “Anxiety” e “Apathy” complessivamente della durata di una ventina di minuti. a2679409262_16“The Age ….” è una lunga suite che attraverso un attento ascolto ti porta a comprendere la declinazione del linguaggio, il gusto e la ricerca dei suoni e del loro equilibrio che vi sono dietro alla musica di Francis M. Gri e che ne rappresentano i suoi caratteri distintivi, venti minuti che ti trasportano nell’universo della miglior musica ambient che come dice Brian Eno, “porta a cambiare lo stato d’animo di chi ne fruisce”. I suoni cupi dell’intro di “Apathy” seguiti da impulsi “robotici” in attesa dell’intervento degli accordi sulla chitarra – lo strumento “vero” di M. Gri – che creano dei pattern che attraversano la “macchina” e che sono elemento sostanziale nella costruzione e nello sviluppo di questa e delle scritture in genere di questo compositore che assieme ad uno sparuto gruppo di colleghi produce piccoli capolavori sonori in numero limitato di copie, con grande cura al loro aspetto fisico, ma che sono anche reperibili sulle varie piattaforme per il loro download.

https://soundcloud.com/time-released-sound/francis-m-gri-decays-subliminal-violence

https://timereleasedsound.bandcamp.com/album/decays

 

FEDERICO MOSCONI “Light Not Light”

FEDERICO MOSCONI “Light Not Light”

FEDERICO MOSCONI “Light Not Light”

SHIMMERING MOODS RECORDS. CD, 2019

di Alessandro Nobis

La musica ambient è un po’ al di fuori della mia “confort area”, della musica che abitualmente ascolto come forse avrete già intuito se siete già capitati dalle parti di questo blog. A differenza di altri linguaggi musicali pur molto complessi, questa necessita di ancora più ascolti se si vuole minimamente capire la sua essenza, e può condurre chi ne fruisce in modo adeguato in luoghi immaginari che la tua fantasia elabora e crea di volta in volta: insomma si può andare parecchio al di là di un mero “mi piace”.

Questo nuovo lavoro del compositore e chitarrista Federico Mosconi, musicista piuttosto eclettico, è stato realizzato in cinquanta copie fisiche, numerate a mano come manualmente è stato composto il raffinato packaging con una cura ed attenzione che contraddistingue parecchi musicisti che calcano i sentieri ambient. “Al solito” è musica di grande effetto, costruita su più piani e tra i lavori che ho ascoltato rappresenta a mio avviso il lavoro più chitarristico di Mosconi; per questo ritengo che i sei minuti di “Storm not Storm” ed i sette di “Melody not Melody” siano tra le tracce che compongono “Light not Light” quelle che riassumono la storia musicale di questo compositore, ovvero un delicato equilibro tra la chitarra classica, l’elettronica ed i suoni naturali filtrati e modificati dalle “macchine”. In un tempo, il nostro, dove per autodefinirsi musicisti spesso basta saper girare qualche manopola di una qualche diavoleria elettronica, la preparazione, la consapevolezza e la concretizzazione di un’idea e di un progetto mi sembrano aspetti da sottolineare che valgono per Federico Mosconi (tra l’altro eccellente chitarrista classico) e per i musicisti che come lui frequentano questo linguaggio musicale.

Gran bel lavoro.

Le copie fisiche di questo “Light not Light” credo siano esaurite – ma meglio provare a chiedere -, ma le tracce si possono trovare sul sito di Federico Mosconi. Entrambi qui sotto riportati.

Su Federico Mosconi potete leggere qui:

https://ildiapasonblog.wordpress.com/2018/11/02/dalla-piccionaia-the-cohen-underground-2018-2019/

https://ildiapasonblog.wordpress.com/2019/07/09/francis-m-gri-b-ue/

https://ildiapasonblog.wordpress.com/2015/12/31/federico-mosconi-the-soundtrack/

https://ildiapasonblog.wordpress.com/2017/04/14/federico-mosconi-colonne-di-fumo/

https://ildiapasonblog.wordpress.com/2017/10/27/il-diapason-intervista-federico-mosconi-e-roberto-galati/

https://ildiapasonblog.wordpress.com/2019/02/15/gri-mosconi-between-ocean-and-sky/

www.shimmeringmoods.com

https://federicomosconi.bandcamp.com/

 

 

FRANCIS M. GRI “B/ue”

FRANCIS M. GRI “B/ue”

FRANCIS M. GRI “B/ue”

“Krysalis Sound Records KRS 33, CD 2019”

di Alessandro Nobis

L’ultima occasione di parlare della musica di Francis M. Gri su questo blog era stata in occasione della pubblicazione di un interessante lavoro in collaborazione con il compositore veronese Federico Mosconi (https://ildiapasonblog.wordpress.com/2019/02/15/gri-mosconi-between-ocean-and-sky/); qualche settimana fa, precisamente l’8 giugno è stato pubblicato il suo lavoro solista più recente, “B/ue”. E’ importante in questo caso sottolineare la data visto che quel giorno era come ogni anno dedicato in tutto il mondo agli oceani; un lavoro collettivo che celebra l’ambiente marino al quale hanno contribuito oltre a Francis M. Gri che ha composto e suonato la parte musicale Andrea Scodellaro autore dell’artwork (sua la copertina e le nove grafiche contenute nel packaging) e la videomaker Alisa Javits con il suo evocativo, efficace quanto suggestivo video (https://vimeo.com/340761902?ref=fb-share&fbclid=IwAR2aNi61JYW0AnjnbJ4t0uP_LRmkAdd-gFlBqM64ZUr1_6krhIeqAGm-vNA).

La performance di Francis M. Gri consiste in una lunga composizione caratterizzata al solito da una affascinante e complessa musica che mi piace definire “multistrato” nella quale si riconoscono gli elementi che la compongono creati elettronicamente, che comprende suoni “alieni” che ricordano quelli naturali e che mi piace pensare cerchi di definire un ambiente futuribile ma che rischia di diventare reale. Non ci sono voci naturali di animali o rumori della risacca, il tutto è piuttosto “algido” ed asettico, quasi una visione di quello che potrà essere il futuro degli oceani e dei mari interni: una massa d’acqua irrimediabilmente alterata nella sua essenza e priva di vita che altrettanto irrimediabilmente porterà alla progressiva assenza di vita sulla terraferma, visione piuttosto catastrofista condivisa da numerosi studiosi di biologia marina.

Visione che deriva dall’ascolto di questo splendido “B/ue” che dà l’opportunità a chi fruisce della sua bellezza di cercare una personale chiave di lettura di questo lavoro. Questa è la mia.

http://www.krysalisound.com

 

DA REMOTO: DroBro, concerto al MODUS, Verona. 6 febbraio 2019 

DA REMOTO: DroBro, concerto al MODUS, Verona. 6 febbraio 2019 

DA REMOTO: DroBro concerto al MODUS, Verona

“Live al Modus, 6 febbraio 2019”

di Alessandro Nobis

Una davvero interessante performance di Luca Crispino e Teo Ederle, a.k.a. The DroBro (DROne BROthers) si è tenuta nel piccolo ma confortevole teatro MODUS di Verona, a due passi da Piazza San Zeno, nei primi giorni di febbraio e grazie ai due musicisti ho avuto la possibilità di ascoltare a posteriori l‘intero concerto. Musica elettronica, ambient o elettroacustica, tutte e tre assieme probabilmente, nata dall’interazione tra i due esperti e fini musicisti e sviluppatasi “in corso d’opera” come si conviene quando si parla di musica improvvisata; ma intendiamoci subito prima che nasca qualche equivoco dalle parole che ho usato. A differenza dei musicisti che creano la musica elettronica preparandola accuratamente prima della performance, Ederle e Crispino partono da un’idea iniziale attorno alla quale, e dalla quale, creano note, suoni, frasi di basso, accordi di chitarra, melodie che partendo dal loro strumento, la chitarra, si deformano, si dilatano, si reiterano e cambiano forma passando attraverso una serie di attrezzature elettroniche – possiamo chiamarle anche strumenti? – che consentono a chi utilizza consapevolmente, ed è questo il caso dei DroBro, di presentare una musica intrigante ed affascinante, complessa e ricca di spunti; questo anche perché Ederle e Crispino riescono a far passare attraverso le loro menti e la loro strumentazione (che riporto fedelmente alla fine dell’articolo) tutte le esperienze di musicisti e di attenti ascoltatori raccolte ed assimilate nel tempo. Quindi è necessaria un’intesa profonda ed anche una corrispondenza di idee che si vogliono sviluppare durante la performance che si presenta in un continuum, un’intesa che esiste e senza la quale il livello dell’improvvisazione non sarebbe di qualità così eccellente.

La frase di basso che si sviluppa attorno al minuto 21 e che lungamente resta come base per una bella stratificazione di suoni (di chitarra, ritmi elettronici, accordi che si incrociano), l’inizio in chiave ambient sul quale si innestano suoni degli strumenti filtrati sapientemente che portano chi ascolta immediatamente nell’universo sonoro del duo sono solo due momenti che mi piace segnalare.

Una performance che fortunatamente è stata registrata e che meriterebbe a mio avviso di essere pubblicata da qualche etichetta specializzata, ma che purtroppo non ha avuto il riscontro di pubblico che meritava; la curiosità e l’interesse del pubblico verso le avanguardie sono diminuite a Verona nel corso del tempo, ma questo è un discorso che ci porterebbe molto lontano.

TEO EDERLE: chitarra Martin OM Marquis, preamp D-Tar Solstice, compressore JHS Pulp’n’Peel, overdrive Maxon OD9, guit. Synth Boss SY300, Eventide H9, Looper 1 TC Electronics Ditto x4, tremolo EHX Super Pulsar, Boss SL20 Slicer, Bitcrusher Meris Ottobit jr, Delay-looper 2 Strymon Timeline, Reverbero Strymon Big sky, looper 3 EHX 95000.

LUCA CRISPINO: chitarra Fender Jaguar, octaver Boss OC3, comp. Wrampler, overd. Rat, EHX Freeze, Delay Digitech Obscura, Boss ME70, Zoom G50r, Looper TC Electronics Ditto x4.

 

TROPIC OF COLDNESS “Maps of Reason”

TROPIC OF COLDNESS “Maps of Reason”

TROPIC OF COLDNESS “Maps of Reason” (498)

KRYSALISOUND RECORDS KS31, LP, 2019

di Alessandro Nobis

Ecco un “disco”, un vinile da mettere accuratamente vicino a quelli pubblicati dall’inglese Obscure parecchi decenni or sono: si tratta infatti del primo ellepì pubblicato dall’etichetta Krysalisound di Francis M. Gri, la sua trentunesima pubblicazione dall’esordio di questa significativa label specializzata in musica elettronica, elettroacustica o ambient,  decidete un po’ voi come chiamarla.

L’onore della “prima” va al duo formato da Giovanni La Placa e David Gutman, chitarristi ma qui soprattutto “manipolatori” e “creatori” di suoni che letteralmente creano un universo parallelo di suoni elettronici dal grande fascino e complessità; certo le critiche che da sempre, parlo dai tempi della cosiddetta musica cosmica e della musica contemporanea, vengono mosse a questa musica sono il suo presunto algidismo e la supremazia della macchina sull’uomo. Niente di più falso, qui sono l’intelligenza, la profonda conoscenza dello strumento elettronico, la capacità di abbinare e di stratificare i suoni che sono operazioni pensate, ragionate e fissate: qui l’uomo comanda la macchina con il cuore e con il cervello.

E se ascolto dopo ascolto si identificano e si apprezzano i suoni creati da “Tropic of Coldness”, se ascolto dopo ascolto ti accompagnano in mondi musicali che si creano istantanea”mente” significa che il paziente lavoro di Gutman e La Placa – ma anche di altri che in questa occasione non voglio nominare per correttezza – ha prodotto un risultato di tutto rispetto, quattro composizioni suddivise su due facciate tra le quali voglio segnalare la conclusiva “Diving for Pearls” con in apertura i sottili accordi di chitarra stratificati avvolti dal tappeto elettronico dal quale emergono i suoni ambientali delle onde che fluttuano sopra i “cercatori di perle”.

Suggestivo.