SUONI RIEMERSI: KEVIN CONNOLLY “Ice Fishing”

SUONI RIEMERSI: KEVIN CONNOLLY “Ice Fishing”

SUONI RIEMERSI: KEVIN CONNOLLY “Ice Fishing”

WEATHERVANE RECORDS, cd,  2015

di Alessandro Nobis

Purtroppo della canzone d’autore americana e dei suoi autori in Italia se ne sente troppo poco parlare dopo la fortunata stagione di Carlo Carlini, quando con grande passione e competenza cercava di organizzare – e organizzava –  tour di musicisti sconosciuti e noj. Di personaggi come Ellis Paul, Cormac McCarthy, Richard Shindell o Ray Bonneville se ne sente quasi mai parlare, come anche di Kevin Connolly, bostoniano, che molti anni fa non solo era ospite di rassegne o festival ma spese parte della sua vita stabilendosi sul suolo italico per qualche tempo. Mi è capitato tra le mani questa sua ultima produzione (non per caso, eh, l’acquistata sul suo sito internet) di tre anni fa, “Ice Fishing”, pubblicata tre anni fa ma praticamente sconosciuta in Italia che non fa che confermare lo stile tipico di Connolly, il suo raccontare storie (stavolta sono quattordici) tra semi-acustico ed elettrico, la sua notevole capacità di osservare “gli umani” e di raccontarli con i suoi testi e la sua musica.

In “Ice Fishing” c’è la collaborazione con il fratello Jim, polistrumentista, che da’ un forte contributo sia in termini di ispirazione “fraterna” che nel suono (Jim suona contrabbasso, pianoforte, banjo, percussioni, melodica e canta pure); i ricordi di “My Brother and me”, l’intimità di “Ice Fishing”, gli incontri con le varie umanità alla “Bus Station”, la solitudine “acustica” di “Suitcase and Rifle” suonata con una National ed accompagnata da un bel video (vedi link).

Un altro gran bel disco questo di Connolly, un’altra conferma di come la scena cantautorale di Boston e del New England sia ancora vivissima e capace di regalare storytelling musicali come queste quattordici tracce. Spero di rivederlo presto in Italia, sarà difficile, ma sognare costa poco.

https://www.kevinconnolly.com/video

 

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TERRA PANE LAVORO  “Canti contadini d’amore e lotta”

TERRA PANE LAVORO  “Canti contadini d’amore e lotta”

TERRA PANE LAVORO  “Canti contadini d’amore e lotta”

KURUMUNY cd, 2017

di Alessandro Nobis

Questo significativo lavoro nato sotto la direzione musicale di Rocco Nigro che coinvolge un consistente numero di musicisti riguarda tematiche, come si evince dal titolo, legate alla dura vita nelle campagne, al lavoro, alla situazione dello sfruttamento bracciantile, alle lotte contro il latifondo ed all’emigrazione nel salentino; tematiche che all’”epoca dei fatti” – ovvero dalla fine del XIX° secolo fino al primo dopoguerra – sembravano destinate all’oblio sono drammaticamente ritornate ad essere attuali viste le condizione di lavoro alle quelli sono costretti sia parte delle popolazioni autoctone che le migliaia di persone emigrate dall’Asia e dall’Africa, subsahariana e non.

E’ un disco veramente ben concepito e realizzato, ed un attento ascolto dei testi – intelligentemente riportati nella inlay card – possono “far male” anche alle coscienze più attente a queste tematiche, ripeto attualissime. Si parte da Gallipoli 1 maggio 1891, Festa dei Lavoratori: il Prefetto di Lecce con un’ordinanza vieta di manifestare in piazza, vieta gli assembramenti, niente cortei ma i socialisti salentini con la scusa della celebrazione della festa di San Giuseppe fanno suonare alla banda e ad un corteo “spontaneo” una canzone clandestina il cui testo era stato fatto distribuire nella totale clandestinità. “Vogliamo lavorare otto ore al giorno / e passare in libertà tutto il resto della giornata”, dice il testo cantato da Dario Mucci con Rachele Andrioli e Antonio Castrignanò, “Sulle terre incolte d’Arneo / Noi porteremo la vita ed il lavoro / darem la terra a tutti coloro / a cui per anni l’agrario negò” urla invece “La ballata delle terre occupate”, terre in mano ai latifondisti e lasciate incolte di proposito, “Aprite tabacchine che state chiuse / un poco d’aria entri per queste ragazze / che per la puzza muoiono rinchiuse / don Cecco i milioni se li prende e se li porta via” descrive le orribili condizioni delle donne costrette a lavorare a porte chiuse nelle manufatture tabacchi: questa l’aria che si respira ascoltando “Terra Pane lavoro”, l’aria della memoria storica e popolare che ci riporta alle condizioni di lavoro, come dicevo, purtroppo spesso attuali. La raccolta dei pomodori per pochi euro lavorando sotto il sole cocente dall’alba al tramonto, il caporalato, la raccolta della frutta nelle caldissime serre, il lavoro delle sartine cinesi nelle cantine delle città, cosa è cambiato dal 1891? Poco o niente per i braccianti agricoli del gradino più basso della piramide socio economica, ed anche per questo il lavoro coordinato da Rocco Nigro (in origine allegato al volume di Luigi e paolo Chiriatti “Terra Rossa d’Arneo. Le occupazioni del 1949 – 1951 nelle voci dei protagonisti”) è a mio avviso importantissimo, si concentra sulle microstorie della terra D’Arneo per spalancare una luminosa finestra sulle condizioni lavorative di centinaia di migliaia di esseri umani “invisibili”.

Naturalmente per chi vuole aprirla, quella finestra.

http://www.kurumuny.it

 

SUONI RIEMERSI: KORNOG “Ar Seizh Avel”

SUONI RIEMERSI: KORNOG “Ar Seizh Avel”

SUONI RIEMERSI: KORNOG “Ar Seizh Avel / On Seven Winds”

GREEN LINNET, CD,  1985

di Alessandro Nobis

Questo “On Seven Winds” è il terzo album dei meravigliosi Kornog, a mio avviso il più significativo gruppo tra quelli emersi dal fenomeno del folk revival di matrice celtica ed in particolare bretone, con i loro cinque album incisi tra il 1983 ed il 2000 (“Kornog”, 1983 –  “Premiere: Live in Minneapolis”, 1984 –  “Ar Seizh Avel”, 1985 – “Kornog IV”, 1987 ed infine “Korong”, 2000); il loro repertorio fatto di una combinazione di temi a danza e ballate, i perfetti arrangiamenti che rinnovano una tradizione secolare, in una parola il suono d’insieme li rendeva unici, senza contare il livello artistico dei loro componenti ovvero il violinista Christian Lemaitre, il chitarrista Soig Siberil, il flautista Jean-Michel Veillon ed il cantante e suonatore di bozouky, lo scozzese Jamie McMenemy (uno dei co-fondatori anche della davvero leggendaria Battlefiel Band) che in seguito hanno partecipato ad altri progetti musicali di altissimo livello, un nome su tutti Pennoù Skoulm.MI0001957227

La raffinatezza e dolcezza di “Trip to Flagstaff” (scritta a quattro mani da Siberil e McMenemy), i due set di “Gavotte”, (il secondo eseguito dal solo Lemaitre), il Kan ha diskan di “Toniou Bale”,  la danza in 7/16 della danza bulgara “Varbishka Ratchenitza” e la rivisitazione della Child Ballad 59 (Sir Aldingar) cantata da McMenemy che sembra uscita dal repertorio della Battlefield delle origini sono solo alcuni dei tratti più significativi di questo splendido disco di un gruppo che, ne sono certo, ha stimolato molti giovani musicisti bretoni allo studio ed alla pratica della tradizione musicale della Bretagna.

Un disco il cui ascolto dopo trentatre anni mantiene integra la sua bellezza ed il suo fascino.

SUONI RIEMERSI: SKARA BRAE “Skara Brae”

SUONI RIEMERSI: SKARA BRAE “Skara Brae”

SUONI RIEMERSI: SKARA BRAE “Skara Brae”

GAEL-INN, LP 1971, CD 1998

di Alessandro Nobis

Ai tempi della pubblicazione di questo LP del quartetto Skara Brae (il nome del sito neolitico nell’isola di Mainland, la più estesa delle isole Orkneys), le labels irlandesi Claddagh e Gael-Inn come le inglesi Treader e Topic erano all’avanguardia per la ricchezza dei loro cataloghi da un lato attenti alla conservazione della più pura tradizione e dall’altro anche alle nuove tendenze del folk, come si diceva allora, anglo-scoto-irlandese. In particolare l’irlandese Gael-Inn si trovò a pubblicare un disco direi quasi “profetico” per il solco che negli anni successivi venne seguito ed ampliato dai più importanti gruppi irlandesi, come, cito non a caso, la Bothy Band ed in seguito dei Nightnoise. Dei quattro Skara Brae, due infatti costituirono il nucleo di quella indimenticata band (il finissimo chitarrista Michael O’Domhnaill scomparso nel 2006 e la cantante e clavicembalista Triona Nì Domhnaill), la cantante Maighread Triona Nì Domhnaill ebbe una carriera solistica e l’altro chitarrista, Dàithi Sproule – il primo ad applicare le accordature di Davey Graham –  fece parte del supergruppo Altan ed in seguito divenne docente in una università californiana. Registrato in un solo pomeriggio nel 1970 e pubblicato l’anno seguente, il disco evidenzia una cura perfezionistica soprattutto per ciò che riguarda le parti vocali e gli arrangiamenti delle due chitarre, che ricordano quelli degli inglesi Pentangle (il significativo strumentale “Angela”), e la presenza di un clavinet amplificato grazie ad una modifica apportata da Brian Masterson. Il repertorio è cantato esclusivamente in gaelico, lingua imparata nel Gaeltacht del Donegal e consiste soprattutto nell’arrangiamento di canti narratmaxresdefault (1)ivi.

Disco che definirei seminale nello sviluppo del folk revival irlandese, disco anche che testimonia ancora una volta l’assoluta importanza del lavoro di recupero e di attualizzazione che il gruppo di John Renbourn e Bert Jansch iniziò nella seconda metà degli anni sessanta sull’altra sponda del Mare d’Irlanda.

L’ellepì venne ristampato per il mercato americano dalla Shanachie nel 1988 con diversa copertina, il CD dalla Gael-Inn nel 1998 con due brani in più e con ancora diversa copertina: “An Buinneàn Buì” e “ Caitlin Tiriall”, usciti originariamente come singolo nel 1975.

SUONI RIEMERSI: SEAN O’RIADA “Ó Riada Sa Gaiety”

SUONI RIEMERSI: SEAN O’RIADA “Ó Riada Sa Gaiety”

SEAN O’RIADA Ó Riada Sa Gaiety

GAEL INN, LP, 1969. CD 1988

di Alessandro Nobis

Se c’è una figura cardine nella storia della musica irlandese del ‘900 che ha lasciato un’impronta indelebile nello studio e nella riscoperta della tradizione, questa è senz’altro Sean O’Riada; nato a Cork nel 1931 e prematuramente scomparso nel 1971 a soli quarant’anni, negli anni Sessanta del XX° secolo con il suo lavoro di musicista, compositore, arrangiatore e ricercatore ha posto le basi di tutto il fenomeno del folk revival irlandese che da allora ha regalato ai cultori ed agli appassionati di tutto il mondo musiche, gruppi, musicisti che di generazione in generazioni portano avanti con frutti quasi sempre eccellenti questo patrimonio dal valore incommensurabile.6334884.jpg

Questo “Ó Riada Sa Gaiety”, registrato al Gaiety Theatre di Dublino nel 1969 e che contiene brani dalle tradizioni di molte delle Contee irlandesi, è la sua ultima registrazione, nella quale è accompagnato dal Ceòltori Chualann, con numerosi membri dei già allora conosciutissimi Chieftains che a quel tempo avevano da poco pubblicato il loro secondo lavoro, “2”, e che sono stati i prosecutori dell’opera del Ceoltori distinguendosi da tutti gli altri gruppi per l’assenza nella line-up di cordofoni, fatta eccezione naturalmente per l’arpa. Qui Sean O’Riada (clavicembalo) è accompagnato da Paddy Moloney (uillean pipes), Michael Turbridy (flauto), Peadar Mercier (bodhran), Martin Fay, Sean O’Ceallaigh e Sean O’Cathain ai violini, Sean O’Se alla voce, Sean Potts (tin wisthle) e Eamon de Buitlear (fisarmonica) ed il repertorio contiene alcuni brani che possono essere considerati dei veri standard della tradizione irlandese: tra gli altri “Women of Ireland” (utilizzata poi da Stanley Kubrick per la colonna sonora di Barry Lyndon), “Carrickfergus” e “South Wind”.

Indispensabile, direi. Recentemente ristampato con alcuni brani che non erano stati inseriti nel disco originale.

 

SUONI RIEMERSI: GRAZIELLA DI PROSPERO “A E I O U alla scola ‘n ci voglio ‘i più”

SUONI RIEMERSI: GRAZIELLA DI PROSPERO “A E I O U alla scola ‘n ci voglio ‘i più”

SUONI RIEMERSI: GRAZIELLA DI PROSPERO “A E I O U alla scola ‘n ci voglio ‘i più”

FONIT CETRA FOLK 46, LP,  1978

di Alessandro Nobis

aeiou-alla-scola-n-ci-voglio-i-piu.jpgPiù di 300 ore di registrazioni sul campo sono il patrimonio culturale che Graziella Di Prospero – con il suo compagno Giorgio Pedrazzi – ha lasciato ai cultori della tradizione popolare ed agli etnomusicologi; materiale raccolto tra il ’72 ed il ’75 nell’area del Basso Lazio dove era nata nell’estate del 1943 (visse fino al 2013) che naturalmente costituisce un fondo importantissimo per quanti poi si sono incaricati di rivitalizzarlo e riproporlo coinvolgendo anche sui palcoscenici – come molti facevano e la Di Prospero non si sottrasse a questa regola – portatori originali conosciuti nel corso delle sue ricerche.

Registrò tre LP per la fondamentale collana FOLK della Fonit Cetra, mai stampati su CD ed oggetto di collezione da parte degli appassionati; questo “A E I O U alla scola ‘n ci voglio ‘i più” pubblicato nel 1978 è il secondo lavoro (numero 46 della collana) che segue “Tengo no bove se chiamo Rosello” (Numero 32) e precede “In mezzo al petto mio ce stà ‘m zerpente” (Numero 72). Graziella Di Prospero in realtà era ben più di una raccoglitrice ed interprete di musica popolare, visto che nella sua vita fu giornalista, sceneggiatrice di cinema e tv e cabarettista; fu impegnata politicamente nelle file del P.C.I. ed una figura importante nella cultura italiana di quegli anni che arrivò allo studio della tradizione popolare approfondendo sempre più i temi a lei più cari come la condizione femminile nell’ambito lavorativo e più in generale, sociale.

In questo disco presenta con la sua voce profonda ed estremamente efficace canti narrativi, canti fanciulleschi e stornelli (villotte si chiamano nell’area veneta e non solo); tra i più significativi due belle versione di canti legati all’emigrazione e patrimonio dell’Italia settentrionale fino al basso Lazio come “Un bel giorno andando in Francia” (due belle interpretazioni sono anche quelle del Nuovo Canzoniere Veronese e di Franco Morone in coppia con Raffaella Luna che testimoniano la presenza di questo canto in altre zone d’Italia) e la diffusissima “Mamma mamma mamma dammi cento lire”, un canto dedicato al Primo Maggio (“Canta More Primo de Maggio”), una versione dell’ancestrale canto alla zampogna “Arbere Sicche” e gli “Stornelli Anticlericali” che chiudono l’ellepì. Con le ci sono Giorgio Battistelli alle percussioni, Francesco Giannattasio all’organetto diatonico, Francesco Splendori alla zampogna e Marzio Zoffoli al flauto e chitarra.

 

 

SUONI RIEMERSI: VASSAR CLEMENTS & C. “Hillbilly Jazz”

SUONI RIEMERSI: VASSAR CLEMENTS & C. “Hillbilly Jazz”

SUONI RIEMERSI: VASSAR CLEMENTS & C. “Hillbilly Jazz”

Flying Fish Records 101, 1974

di Alessandro Nobis

Trasmessa via radio per la prima volta nel 1923 da una radio texana la musica hillbilly è, come scrive Rick Ulman nel libretto allegato al doppio vinile in questione,  “il risultato dell’interazione tra culture musicali bianca e nera e tra la musica funzionale e non funzionale (al ballo). La sua storia non può essere compresa esaminando indipendentemente ogni suo elemento visto che il suo tratto fondamentale è il suo eclettismo, la fusione, la contaminazione di fenomeni apparentemente così distanti – urbani, industriali e rurali, europei, tex mex e afroamericani, jazz e country.

Detto questo, quello che caratterizza come “fondamentale” questo doppio album pubblicato dalla prestigiosissima etichetta Flying Fish di Micheal Melford, è l’apertura mentale che Vassar Clements dimostra verso altri generi e musicisti che poco o nulla hanno a che fare con la musica hillbilly più pura ed ortodossa: qui si mescola sapientemente l’hillbilly con il Texas Swing di Bob Wills e si convocano in studio, tra gli altri, lo straordinario pedal steel guitarist Doug Jernigan, un chitarrista del tutto poco ortodosso come David Bromberg, il chitarrista Sam Pruett – già con la band di Hank Williams – e J.J. Fontana, batterista alla corte di Elvis Presley negli anni ’50 e ’60. Il risultato è musica che a 43 anni di distanza si ascolta in modo del tutto piacevole e che nel lontano 1974 diede un chiaro segno di come l’ortodossia musicale americana poteva essere demolita (ed i vari David Grisman, Peter Rowan, Jerry Garcia, John Hartford e dischi come “Will The Circle be Umbroken” stano lì a ribadirlo e ricordarcelo). “Take me back to Tulsa”, “Brown’s Ferry Blues”, “Vassar’s Boogie” e “C Jam Blues” sono solo quattro brani che vi voglio segnalare, Unknown.jpegoltre a raccontarvi che come spesso accadeva in quegli anni, la stampa europea del disco (Sonet) ed italiana (Ricordi) grazie alla sciagurata scelta di cambiare la copertina e di mettere in vendita “Hillbilly Jazz” smembrandolo in due volumi riuscirono a rovinare – a devastare sarebbe il verbo esatto – la complessità e l’unicità di questo splendido lavoro di Vassar Clements e della benemerita Flying Fish. Tanto per dire.