FRANCESCO CALIGIURI ORCHESTRA “Arcaico Mare”

FRANCESCO CALIGIURI ORCHESTRA “Arcaico Mare”

FRANCESCO CALIGIURI ORCHESTRA  “Arcaico Mare”

DODICILUNE RECORDS. CD, 2020

di alessandro nobis

Il fiatista cosentino Francesco Caligiuri nel 2017 aveva pubblicato l’ottimo “Olimpo” (https://ildiapasonblog.wordpress.com/2017/07/22/francesco-caligiuri-olimpo/) registrato in completa solitudine e due anni dopo, alla testa di un quintetto l’altrettanto significativo “Reinassance” (https://ildiapasonblog.wordpress.com/2019/05/10/francesco-caligiuri-quintet-renaissance/); da poche settimane ha pubblicato sempre per la Dodicilune Records questo “Arcaico Mare” cambiando ancora formazione e decidendo di comporre per un’orchestra di undici elementi che si distingue per la presenza di un quintetto di ottoni e per la presenza di due voci che si affiancano alla sezione ritmica. Le onde stilizzate della copertina, la produzione dello storico Festival Jazz di Roccella Ionica e lo spartito scritto dall’indimenticato Maestro George Russell su commissione dello stesso festival fanno pensare al Mediterraneo, ma ancora di più fanno pensare al mare come vettore di culture diverse in terre diverse e lontane come quella afroamericana e quella del lontano nord. E questo lavoro di Caligiuri raccoglie frammenti di diverse storie di popoli, li interiorizza e li presenta con una veste musicale omogenea, raffinata, coerente e convincente.

Certo, affiancare il medioevo nordico alla contemporaneità ed ai grandi padri della musica afroamericana non é certo facile, tutt’altro, ma provate ad ascoltare la “modernità” di “Völuspà“, l’inizio della narrazione della creazione del mondo fatta da una veggente ad Odino con le voci di Federica Perre e di Alessandro C. Scanderberg e l’apertura della “tromba marina” di Giuseppe Oliveto, che muta “in contemporary  jazz orchestrale” con un lungo solo al baritono di Caligiuri, o “La Follia” di Russell introdotta al piano di Giuseppe Santelli e con le voci evocative che ti riportano sulle sponde del mare ed ancora la “marcetta” che introduce “Rocellanea” di Paolo Damiani e Gianluigi Trovesi che ti trasporta per alcuni istanti nelle feste paesane ed al suono delle bande – patrimonio culturale italiano e fucina di jazzisti e non solo -, e qui voglio evidenziare lo splendido, lungo ed efficace quanto raro in ambito jazz solo di flauto diritto del leader. Nel suono dell’orchestra gioca un ruolo decisivo la sezione degli ottoni e gli arrangiamenti sempre accurati e calibrati; insomma anche se ascolti dei super classici come “Fly me to the moon” o “Nostalgia in Times Square” trovi sempre qualcosa che li differenzia dalla “semplice” proposta calligrafica, ora per il duetto vocale nella seconda accompagnato dai fiati ad esempio o per i sempre misurati ed efficaci soli (quello di pianoforte, di tromba e di contrabbasso nella prima).

Bellissimo lavoro, il mare ha trasportato a riva frammenti di culture diverse e qualcuno (Francesco Caligiuri) ha saputo ordinarli e ridare loro vita, disco da ascoltare e riascoltare.

http://www.dodicilune.it

CHRIS HORSES BAND “Dead End & a Little Light”

CHRIS HORSES BAND  “Dead End & a Little Light”

CHRIS HORSES BAND  “Dead End & a Little Light”

C.H.Band ·A-Z Blues Made In Italy. CD, 2019

di alessandro nobis

La copertina di Antonio Boschi

Per raccontare le proprie storie o per raccontare storie di altri ogni musicista sceglie il linguaggio più adatto alla sua personalità, alle sue passioni. Cristian Secco, a.k.a. Chris Horses scegli quello del più robusto, ispido e sanguigno rock americano riportandoci per gli otto brani di questo convincente “Dead End & a Little Light” ai tempi della Capricorn di Macon, Georgia. Solo per questo “Chris” ed i suoi compagni di viaggio (il bassista Marc “Don Quagliato, il batterista Marcu T, il chitarrista Mattia “Reez” Rienzi ed tastierista e fiatista Giulio “Snap” Jesi) vanno ringraziati se non altro da quelli che “quel suono” hanno lungamente amato: va sottolineato che questa non è una tribute band o una cover band, sia chiaro, questo è un quintetto che fa della coesione sonora, della tecnica e dell’ispirazione il suo marchio di fabbrica e le scritture di “Chris Horses” sono caratterizzate da riff molto pregevoli (“In Silence” con una graffiante ed incisiva chitarra elettrica che mantiene alta la tensione per tutto il brano, il ”Southern Rock” di “A Little Light” con la voce che canta all’unisono con il sax) ma anche da ballate elettroacustiche di pregevole fattura come “Lost” e “This Old Town” scandita dagli arpeggi di chitarra e con la credibilissima voce del leader e con il flauto traverso che mi ha riportato piacevolmente al suono della ……………….. (sapete, non mi piace fare citazioni, ma dai, questa è facile facile).

La strada metafora della vita (“Ma da qualche parte, in qualche modo, dobbiamo andare / quindi è meglio percorrere la nostra strada” di “In Silence”), l’inquietudine (“Così tanti pensieri da pensare / se continuo così, credo che affonderò”, “Dead End” ed anche “Sono stanco di sprecare il mio tempo / ho solo bisogno di un po’ di luce” di “A little Light”) ed anche l’indifferenza e la delusione di “This Old Town” (“Amo questo paese così tanto da odiarlo / Ha preso di me più di quanto avessi / ora devo andare / forse non tornerò, non so”) sono temi comuni anche nella letteratura musicale d’oltreoceano ma sono sentimenti della condizione umana e quindi universali. Bravo Cristian Secco & C. a saperli descrivere in modo così diretto e semplice. Un bel disco, una sorpresa per me.

ALESSANDRO BERTOZZI “Trait d’union”

ALESSANDRO BERTOZZI “Trait d’union”

ALESSANDRO BERTOZZI  “Trait d’union”

LEVEL 49 RECORDS, 2020

di alessandro nobis

Questo “Trait d’Union” è il primo lavoro del sassofonista Alessandro Bertozzi che ho l’occasione di ascoltare e la musica che ha composto e registrato in compagnia di Pap Yeri Samb (voce), Andrea Pollione (tastiere), Alex Carreri (basso), Maxx Furian (batteria) ed Ernesto da Silva (percussioni) tiene coerentemente fede al titolo, una linea di unione tra l’Europa, l’Africa Subsahariana e la musica afroamericana; qui del mondo africano ce ne è in abbondanza e non solamente perché Da Silva viene dalla Guinea Bissau (ma è percussionista apprezzatissimo nel nostro Paese oramai da molto tempo) e Pap Yeri Samb dal Senegal ma anche perché Bertozzi ha calato la sua passione e la sua conoscenza per il clima sonoro africano scrivendo questi otto brani che, come detto profumano dell’Africa di oggi. “Samaway” ad esempio, è ricco di tradizione nella voce solista e negli arrangiamenti vocali ma anche di spunti jazzistici con gli interventi del piano elettrico e del sassofono che ad essere franco mi ricordano piacevolmente quelli di Napoli Centrale, “Tuuba” si apre con i suoni etnici di Da Silva e Pap Yeri Samb per diventare un robusto e ricco brano soul con i breaks di Alex Carreri, “Melodies Bewewing” che chiude il disco è un brano dal largo respiro, una ballad con la voce che diventa strumento solista che espone il tema assieme al sax (significativo il lungo solo) e “Reguid Pad”, un’altra ballad che presenta un bel solo di basso elettrico con le percussioni che stendono un morbido tappeto oltre naturalmente al bel tema esposto dal sempre ottimo sax del leader della band.

Pubblicato dalla piacentina Level49, “Trait d’union” è in conclusione un disco convincente, un interessante melting pot musicale che mi ha piacevolmente conquistato ascolto dopo ascolto. Fatevi conquistare anche voi

http://www.alessandrobertozzi.it

http://www.level49.it

MASSIMO BARBIERO · GIOVANNI MAIER “Gojn’”

MASSIMO BARBIERO · GIOVANNI MAIER “Gojn’”

MASSIMO BARBIERO · GIOVANNI MAIER “Gojn’”

Bandcamp, 2020

di Alessandro Nobis

Contrabbasso e percussioni formano senz’altro una delle accoppiate più interessanti in ambito della musica improvvisata – ne avevo già parlato in occasione di una recensione del lavoro di John Edwards e Mark Sanders (https://ildiapasonblog.wordpress.com/2016/06/14/john-edwards-mark-sanders-jems/)– e questo lavoro del percussionista Massimo Barbiero e del contrabbassista Giovanni Maier, che segue “CODE TALKER”, pubblicato dalla MONKRECORDS nel 2011non fa che confermare la mia convinzione. Si tratta di quindici dialoghi serrati, espressivi e ricchi di spunti tra due dei migliori strumentisti ed improvvisatori del jazz italiano, tra due musicisti che spesso collaborano anche in situazioni più strutturate (vedi Enten Eller) e che hanno dato vita a queste creazioni spontanee, a queste quindici “Gojn’” con una modalità che può essere definita “in remoto”, termine molto usato in questi mesi …….. A questo proposito ci ha detto Massimo Barbiero “Considerato che Maier abita a quattrocento chilometri da dove vivo io, ad Ivrea, abbiamo pensato di registrare il disco ognuno a casa propria. Si definivano alcuni parametri, registravo il mio contributo e Giovanni aggiungeva il suo. Questo è potuto accadere soltanto perché tra me e Maier ci sono una lunga amicizia e grande stima”. In effetti questo processo creativo da “remoto” non si avverte minimamente ascoltando la musica, sembra effettivamente registrato in “presenza”.

Il fatto che Massimo Barbiero sia molto più che un batterista ma sia a totale e perfetto agio anche con il suo arsenale di percussioni che conosce in ogni loro angolo (marimba, vibraphone, tympani, steel drum, gongs) e che Giovanni Maier abbia una tecnica sopraffina e che sfrutti ogni parte del suo contrabbasso suonato con l’archetto e con il pizzicato non fa che aumentare il potenziale sonoro dei due musicisti al quale vanno aggiunte le capacità di interlocuzione durante tutti i movimenti in cui il disco è suddiviso. L’accoppiata vibrafono – contrabbasso pizzicato nel brano iniziale, la marimba – contrabbasso con archetto nell’intensa traccia nove, la steel drum nella coloratissima tre ed infine i gongs dell’introspettiva dodici con il contrabbasso pizzicato e suonato con l’archetto son solo alcuni frammenti di un lavoro importante, pensato in modo profondo e concretizzato.

“Gojin’” al momento è disponibile solo su Bandcamp, ma confidiamo nel futuro prossimo …..

https://massimobarbiero.bandcamp.com/album/gojn

https://massimobarbiero.bandcamp.com/album/code-talker

GEORGES RAMAIOLI “La Prateria”

GEORGES RAMAIOLI “La Prateria”

GEORGES RAMAIOLI  “La Prateria”

Edizioni Segni d’Autore. Volume 21×30 cm, 2020

di alessandro nobis

Si conclude con “La Prateria” la cinquina di volumi pubblicati da “Segni d’Autore” con le sempre evocative ed efficaci illustrazioni che accompagnano la sceneggiatura del francese Georges Ramaioli; 

ricordo che per “I Racconti di Calza di Cuoio” la casa editrice per questa edizione ha scelto intelligentemente di seguire la cronologia degli eventi1, che dal 1757 conducono agli inizi del diciottesimo secolo anziché la successione della loro pubblicazione2avvenuta tra il 1826 ed il 1841, come riportato in calce a questo articolo.

Qui si concludono le avventure terrene di Nathaniel “Natty” Bumpoo alias “Long Carabine”, ”Occhio di Falco”, ”Calza di Cuoio” ed ancora “Cercatore di Piste” o “Uccisore di Daini”) cresciuto con i Delaware lontano dalla prateria centrale, e vanno di scena le prime carovane di migranti – siamo nel 1804 – che tracciano con i loro carri nuove piste nella prateria sconfinata ed ancora immacolata, attraversano fiumi ed incontrano inevitabilmente le popolazioni nomadi dei nativi, la “cultura del bisonte”, alle prese con contrasti reciproci acutizzati sempre più dal ridursi dei loro territori di caccia e “di vita”; è il territorio dei Pawnee, gruppo originario nel nord est e riposizionatosi nelle pianure del di oggi Nebraska che si scontrano violentemente con i Sioux, considerati “meno che serpenti”. Appaiono i primi fucili arrivati dagli spagnoli che occupavano l’area del Rio Grande imbracciati dai Pawnee, interi gruppi familiari vendono i loro averi e partono verso un futuro incerto, molto incerto e per certi versi simile a quanto accaduto durante i terribili anni della Depressione quando a migliaia migrarono in cerca di fortuna fuggendo dalla fame verso la frontiera, che anche allora era rappresentata dalla California.

I romanzi di James Fenimore Cooper hanno contribuito a far conoscere l’epopea della Frontiera in modo diretto (Cooper aveva avuto contatti diretti con gli Oneida, gli Irochesi e gli stessi Pawnee) a numerose generazioni di lettori senza i luoghi comuni e le distorsioni retoriche della stragrande maggioranza dei film di ambientazione western del novecento, e questa avvincente serie pubblicata da Segni D’Autore può essere un nuovo punto di partenza per le generazioni di lettori più giovani.

1ordine cronologico degli avvenimenti (1757 – 1804)

“Il cacciatore di daini” – 1757 (S. d’A., 2016)

“L’ultimo dei Mohicani” – 1757 (S. d’A., 2016)

“La Staffetta / Il Lago Ontario”– 1759 (S. d’A., 2017)

“I Pionieri” – 1793 (S. d’A., 2019)

“La Prateria” – 1804 (S. d’A., 2020)

2ordine cronologico della pubblicazione dei volumi di James Fenimore Cooper:

“Il cacciatore di daini” (“The Deerslayer / The First Warpath”)  – 1841

“L’ultimo dei Mohicani” (“The last of the Mohicans”) – 1826       

“Il Lago Ontario” (“The Pathfinder / The Sea Inland”) – 1840

“I Pionieri” (“The Pioneers / The Sources of Susquehanna”) – 1823

“La Prateria” (“The Prairie”) – 1827

Ho raccontato alcuni dei precedenti volumi qui:

“L’Ultimo dei Mohicani” (https://ildiapasonblog.wordpress.com/2017/02/26/georges-ramaioli-lultimo-dei-mohicani/)

 “Il Lago Ontario”(https://ildiapasonblog.wordpress.com/2017/11/29/georges-ramaioli-il-lago-ontario/)

“I Pionieri” (https://ildiapasonblog.wordpress.com/2020/01/31/georges-ramaioli-i-pionieri/)

ROBERTO OTTAVIANO “Extended Love & Eternal Love: Resonance & Rhapsodies”

ROBERTO OTTAVIANO  “Extended Love & Eternal Love: Resonance & Rhapsodies”

ROBERTO OTTAVIANO  “Extended Love & Eternal Love: Resonance & Rhapsodies”

DODICILUNE RECORDS. 2CD, 2020

di alessandro nobis

Roberto Ottaviano rappresenta un importante segmento dello sviluppo del jazz nel nostro continente che dalla metà degli anni Sessanta ha saputo in qualche modo staccarsi e compiere un percorso indipendente pur mantenendo contatti e collaborando con alcune comunità dei musicisti afroamericani. Ho ascoltato con attenzione e quasi con timore revenziale, da semplice ascoltatore, queste nuove composizioni del sassofonista pugliese che con quelle di Giovanni Maier (contrabbassista, lo ricordo con l’ensemble Enter Eller di Massimo Barbiero), Giorgio Pacorig e Zeno De Rossi (pianista e batterista rispettivamente, due musicisti che fecero parte dell’interessante progetto El Gallo Rojo) ed a quella del clarinettista Marco Colonna costituiscono il corpus di questo monumentale doppio CD. I due dischi ci raccontano lo status quo del progetto musicale di Ottaviano ed ascoltando la musica contenuto mi è parso di cogliere gli aspetti che caratterizzano la storia di questo sopranista sopraffino (scusate il gioco di parole), le sue influenze e soprattutto la sua grande capacità – che è da sempre una sua caratteristica – di interiorizzare la musica dei Maestri partendo da questa per comporre nuova musica.

Resonance / Extended Love”, ideato per ottetto e “Rhapsodies / Eternal Love” scritto per quintetto offrono entrambi a mio modesto parere spunti che lasciano intravedere chiaramente alcuni spunti della musica di Ottaviano. L’ottetto di “Resonance” è in realtà un doppio quartetto di colemaniana memoria ma con due pianoforti al posto delle trombe, ed offre spunti che caratterizzano la musica dell’area mediterranea (l’introduzione di “Dedalus” ricorda le improvvisazioni dell’oud, o almeno così ho percepito) ed in “Revelation” si respira aria del miglior jazz di marca inglese (vedi anche l’incipit di “Homo Sum”) con gli interventi tippettiani dei pianoforti sulla precisa ed espressiva doppia sezione ritmica sempre perfettamente calibrata e misurata, viste le personalità dei suoi componenti (Hamid Drake, Zeno De Rossi, Danilo Gallo e Giovanni Maier); incisivo anche “Resonance” con i due contrabbassi che aprono e con l’inconfondibile suono del Rhodes di Giorgio Pacorig (significativo il suo solo alla la conclusione del brano) che preannuncia il tema esposto da Ottaviano e dal clarinetto di Marco Colonna. “Rhapsodies”, per quintetto (Ottaviano, De Rossi, Maier, Pacorig e Colonna) contiene nove composizioni ed anche qui si possono leggere le influenze di Ottaviano, quasi degli omaggi ai suoi – ma non solo suoi – “padri musicali”: il respiro coltraniano di “Adelante” che apre il disco, gli spunti colemaniani di “Ergonomic”, la immaginifica ballad “Monkonious”, l’interesse verso la musica africana con l’arrangiamento del tradizionale Yoruba (etnia presente nel West Africa)  “Ijo Ki Mba Jo” traslato sapientemente dalla cultura orale al jazz e lo swing di “Mad Misha”, omaggio – miu par di capire – ad un altro protagonista del jazz europeo, l’olandese Misha Mengelberg scomparso nel 2017.

Mi fermo qui, assieme alle mie capacità di analisi.

L’album è dedicato ad un gigante del jazz, Keith Tippett che in questo 2020 ci ha prematuramente lasciato; un breve incontro mi fece capire come fosse uomo di grande gentilezza, e come musicista riporto le sagge parole di Roberto Ottaviano: “La musica di questo album è dedicata alla memoria del mio grande amico, mentore e inesauribile fonte di ispirazione come musicista e come uomo”.

Keith Graham Tippett (1947 – 2020). R.I.P.

AB QUARTET “I bemolle sono blu”

AB QUARTET  “I bemolle sono blu”

AB QUARTET “I bemolle sono blu”

TRJ RECORDS. CD, 2020

di alessandro nobis

E’ sempre un gran piacere ascoltare musicisti di area jazz che vanno a cercare spunti per il loro percorso musicale nella musica definita “classica” del ventesimo secolo, ancor più se gli autori esplorati fanno parte delle correnti “europee” e se i musicisti sono italiani. E questo è esattamente il caso del ABquartet, che va a cercare spunti e stimoli nel meraviglioso universo di Claude Debussy celebrando il centenario della sua morte con la registrazione, avvenuta nel 2018, di questo significativo “I bemolle sono blu” stampato dall’etichetta mantovana TRJ: il pianista Antonio Bonazzo, il clarinettista Francesco Chiapperini, il contrabbassista Cristiano Da Ros che avevo già incontrato in occasione della sua collaborazione con Val Bonetti (https ://ildiapasonblog.wordpress.com/2015/12/27/simone-valbonetti-cristiano-da-ros/) ed il batterista Fabrizio Carriero propongono non tanto una rilettura “in tinta di jazz” degli studi, dei preludi e delle “serenade” che il compositore francese compose nella seconda decade del ventesimo secolo, ma si mettono molto più in gioco scegliendo dei frammenti di questi capolavori del pianismo in senso lato con arrangiamenti che lasciano ampio spazio all’improvvisazione che i quattro dimostrano di conoscere profondamente. Lo Studio “The Five Notes / Pour les cinq doigts d’aprèe monsieur Czerny”, 1915) ad esempio, una volta esposto il breve tema si sviluppa con spazi dedicati al free vicino ad altri più vicini al linguaggio della musica afroamericana con la sequenza delle cinque note che si rincorrono per tutto il brano, e la lunga “Disharmonies / Etude 10 pour les sonorités Opposeés” sembra quasi una profezia di Debussy, uno spartito lasciato in memoria in attesa che venga riletto e sviluppato cento anni dopo visto come il linguaggio del jazz di adatti alla perfezione a questo “pensiero musicale” di inizio novecento.

Un lavoro che mi par di poter definire davvero significativo, un’altra interessante tappa per la “Third Stream” della musica afroamericana.

TRJ Records Largo Chiese,25 46041 Asola (Mantova) IT

tel. 0376.711868 fax. 0376.712217 

Web: http://www.trjrecords.it

Mail: info@trjrecords.it 

LUCIA PICOZZI “Into the Box”

LUCIA PICOZZI “Into the Box”

LUCIA PICOZZI “Into the Box”

ALBERO MUSICALI. CD, 2016

di alessandro nobis

Lucia Picozzi, pianista classica ma devota alla fisarmonica, ha registrato questo notevole “Into the Box” nel 2016 riuscendo ad evitare tutti i luoghi comuni che segnato la tortuosa strada dei suonatori di questo straordinario strumento che nel secolo scorso, ed anche in questo, ha regalato agli appassionati vette altissime come quelle segnate da Gorni Kramer, Gianni Coscia e più recentemente da Fausto Beccalossi, Guy Klucevsek, o Thomas Sinigaglia per citare quelli più coinvolti nel mondo che orbita attorno alla musica afroamericana.

Per la tastiera della sua Soprani Lucia Picozzi sceglie invece un’altro percorso cercando di affiancare repertori ed autori diversi e riuscendo nell’impresa di rendere il suo progetto omogeneo grazie alla sua sensibilità, al gusto ed alla sua tecnica di primissimo livello. Dall’ascolto si evince che i suoi interessi vanno da quello per la tradizione musicale di matrice celtica (suona stabilmente con Inis Fail) della quale rilegge tra gli altri una scoppiettante hornpipe, “Fisherman’ hornpipe” ed una pacata esecuzione del jig “Irish Washerwoman”,  per la migliore canzone d’autore riuscendo a dare pieno significato alla splendida “Il Suonatore Jones” di De Andrè e soprattutto per la grande tradizione “a ballo” del repertorio del suo strumento: il vals musette “Speranze perdute” di Alessandro Morelli abbinato a “Clavietta Musette” è la traccia che mi ha dato la chiave di lettura di questo lavoro), i due valzer del compositore udinese Giovanni Venosta (“Valzer di Vera Zasulic“ e “Franska Valsen”) sono tra i brani più significativi del disco e la melodia alloctona dal sapore argentino come “Ausencia” (spartito di Goran Bregovic che registrò con Cesaria Evora) si inserisce inaspettatamente alla perfezione nel progetto.

Se in passato avete “litigato” con la fisarmonica, questo disco saprà riconciliarvi con questo strumento. Garantito.

KRISHNA BISWAS “Maggese”

KRISHNA BISWAS “Maggese”

KRISHNA BISWAS “Maggese”

DODICILUNE RECORDS. CD, 2020

di Alessandro Nobis

Ad un anno dalla pubblicazione di “Radha” per RadiciMusic la Dodicilune inserisce nel suo prezioso catalogo la ristampa del disco del chitarrista Krishna Biswas con un titolo diverso, “Maggese”, modificandone la sequenza dei brani e cambiando la copertina, stavolta con una splendida fotografia che sembra far voler dire al musicista fiorentino “Fermi lì, fatemi suonare la MIA musica”.

Se desiderate fuggire anche per qualche ora dai cliché rassicuranti della chitarra acustica, uscite dalla vostra “confort area” e lasciatevi andare: molto probabilmente la musica di Krishna Biswas vi sorprenderà offrendovi una visione della chitarra che si distacca parecchio dal fingerpicking e del flatpicking che siamo abituati ad ascoltare e ad apprezzare.

Sarà per inconsuete accordature, per il suo background musicale, per la sua sopraffina tecnica legata alla chitarra classica, per la sua voglia di sperimentazione, per la curiosità verso l’improvvisazione, ma questo “Maggese” conferma quanto detto per il precedente “Panir” (https://ildiapasonblog.wordpress.com/2018/01/17/krishna-biswas-panir/),ovvero che ci troviamo di fronte ad un grande talento che merita l’attenzione del mondo musicale acustico nel senso più ampio del termine, e bene fa la Dodicilune a seguirlo nel suo percorso.

“Maggese” conta quindici brani la cui struttura fa riferimento a Krishna ed a Radha (rispettivamente anima universale rappresentata dai brani più dinamici ed individuale rappresentata invece da quelli più intimistici), e le scritture “istantenee” che più mi sono piaciute sono le improvvisazione di “Maggese” e di “Dicembre”, il complesso “Radura” strutturato in tre parti ed infine la tecnica tapping di Baliset.

Biswas padroneggia con grande capacità diverse tecniche sullo strumento, alcune ortodosse altre meno, ma la sua dote che più emerge da un ascolto attento è la capacità di combinare i diversi stili adattandoli alla perfezione al suo talento compositivo e, come detto, anche improvvisativo.

www.dodicilune.it

DOMENICO CERASANI “Francis Cutting – Lute Music”

DOMENICO CERASANI “Francis Cutting – Lute Music”

DOMENICO CERASANI “Francis Cutting – Lute Music”

BRILLIANT RECORDS, CD 2020

di alessandro nobis

Il liutista di origini abruzzesi Domenico Cerasani, dopo lo splendido lavoro dedicato a Pietro Paolo Raimondi (https://ildiapasonblog.wordpress.com/2018/10/13/domenico-cesarani-the-raimond-manuscript/) ci regala un viaggio monografico nella musica di Francis Cutting, compositore e strumentista inglese vissuto nella seconda metà del sedicesimo secolo e conosciuto per la qualità e la bellezza della sua musica, uno dei primi liutisti inglese dei quali si conoscono nome e vicende biografiche, quasi un passaggio, forzando un poco il ragionamento, dalla “leggenda” degli sconosciuti precursori alla “storia” documentata.

Domenico Cerasani ci racconta Francis Cutting in modo estremamente espressivo e profondo compiendo il miracolo di far isolare la mente durante l’ascolto alla ricerca di ricostruire gli ambienti elisabettiani dove questa bellissima musica veniva suonata: non si tratta di un’operazione asettica o di archeologia perché essa ha attraversato i secoli sì nelle raccolte a stampa ma anche incuriosendo le menti migliori di altri mondi musicali. L’esempio a cui faccio riferimento è la sua variazione di “Greensleeves”, una broadside ballad (ovvero stampata su quelli che vengono definiti “fogli volanti”) trascritta per liuto da John Dowland, coevo a Cutting, capace di entrare nei “mondi” del recupero della tradizione (“Morris On”), del jazz (è uno dei grandi classici di John Coltrane), del rock (la versione alla chitarra di Jeff Beck è considerato un autentico “Step” per i chitarristi acustici). Mi hanno saputo emozionare in particolare anche l’interpretazione di “My Lord Willoughby’s Welcome” (attribuita anche a Dowland) e le arie “a danza”: Pavane e Gagliarde, come quella dedicata al poeta, navigatore ed esploratore Sir Walter Raleigh che dedicò un territorio nordamericano – la Virginia – alla Regina Elisabetta.