URBAN FABULA “Movin’”

URBAN FABULA  “Movin’”

URBAN FABULA  “Movin’”

TRP MUSIC RECORDS. CD, 2020

di alessandro nobis

Il pianista Seby Burgio, il contrabbassista Alberto Fidone ed il batterista Peppe Tringali sono il trio “Urban Fabula” e questo loro recente disco, “Movin’” è l’ottimo risultato del loro processo compositivo collettivo e della sua concretizzazione musicale. A parte la bella rilettura di “Englishman in New York”, che chiude il disco, il trio propone sei brani originali che si possono definire “maistream contemporaneo”, il che sta a significare che i tre hanno ben chiara l’evoluzione della musica afroamericana e compongono tenendo ben presenti i suoi comandamenti riuscendo ad essere originali e non facilmente assimilabili ad altri compositori. E questo, a mio modesto avviso è un gran pregio. Il lungo brano eponimo, ad esempio, richiama l’Africa intarsiando la voce narrante di Yoro Ndao nel jazz con lo splendido duo contrabbasso – pianoforte ed i due significativi assoli accompagnati dal preciso e robusto drumming di Tringali ed anche “Manu”, il brano che più richiama la “Mother Africa” (e qui ci ho sentito l’eredità del pianismo sudafricano di Dollar Brand) aperto dal pianoforte che canta la melodia accompagnata dalla percussione e che si conclude con il coro di bambini diretto da Aurora Leonardi sono il chiaro esempio di questo bel progetto tutto iitaliano a testimonianza del valore che ha raggiunto il jazz nel nostro Paese. Ed infine “Circle”, suddiviso in due parti: la prima, una ballad con il contrabbasso suonato con l’archetto e con il pianoforte e la seconda con l’ingresso della batteria dal ritmo più sostenuto e brillante (la terminologia specifica la lascio a quelli che “se ne intendono”) che conduce alla pacata conclusione del brano, una scrittura le cui variazioni vogliono ricordare i cambiamenti che inevitabilmente si verificano nell’esistenza di ciascuno di noi e che descrivono bene il progetto “Movin’” un concept album dedicato alla vita ed alle sue continue trasformazioni.

IL DIAPASON incontra PEO ALFONSI

IL DIAPASON incontra PEO ALFONSI

IL DIAPASON incontra PEO ALFONSI

“Nubivago”. AZZURRA RECORDS. CD, 2020

di alessandro nobis

D’accordo, nel 2009 Peo Alfonsi pubblicava il primo volume dei lavori per liuto di J. S. Bach arrangiati per chitarra, nel 2015 “O Velho Lobo” un disco con i preludi e studi di Heitor Villa Lobos e “Change of Heart” dove interpreta suoi arrangiamenti degli spartiti di Pat Metheny, ma questo “Nubìvago” pubblicato da poche settimana dall’etichetta veronese Azzurra può essere considerato a tutti gli effetti il primo vero lavoro solista del chitarrista cagliaritano non fosse altro perché le scritture che compongono questo lavoro sono tutte, o quasi, originali. L’uscita di “Nubìvago” è pertanto l’occasione ideale per fare con il chitarrista cagliaritano due chiacchiere sulla sua carriere solista.

– Johann Sebastian Bach, Pat Metheny e Heitor Villa Lobos, seguendo il tuo percorso musicale sembrano essere dei punti fermi del tuo essere musicista e compositore, insomma la conferma di un carattere “Nubìvago”. Ad esempio riascoltando il tuo lavoro di trascrizioni per chitarra del 2009 sembra che tutto quello che è venuto dopo sia stato già detto da Bach quasi trecento anni fa (composte intorno al 1730) nelle sue Suites, nel Preludioe nella Fugaper il liuto, soprattutto se suonate con la chitarra: mi sembrano, detto da ascoltatore, di una modernità sorprendente (ascoltate la Fugadella Suite 997, per fare un esempio, n.d.r.). Ma detto da un musicista, in cosa consiste questa modernità?

– Come ho scritto nelle note di copertina del Cd a lui dedicato cui fai riferimento, la musica di J. S. Bach è probabilmente l’influenza più rilevante di tutta la mia vita musicale. Quali ne siano le ragioni, e quali gli elementi della sua “modernità” come giustamente dici sarebbe troppo difficile dire compiutamente in questa sede. Mi colpisce il fatto che tu ti riferisca in particolare alla Fuga 997 perché è da sempre, insieme con la Ciaccona, la composizione di Bach che amo di più suonare. Posso solo accennare al fatto che, forse, tra gli elementi che rendono la musica di Bach non solo moderna, nel senso di attuale, ma oserei dire eterna vi sia il fatto che per una congiuntura temporale il genio di Bach si sia manifestato proprio quando la tradizione della musica contrappuntistica aveva raggiunto il suo apice. Dopo di lui si poteva solo girare pagina, e così è avvenuto.

Per questo che fortunatamente, pur essendo d’accordo con te sul fatto che in un certo senso “tutto quello che è venuto dopo sia stato già detto”, ciò non ha impedito alla musica, come è peculiarità di tutte le arti, di trovare nuovi modi, tradizioni e stili per ripetere, rinnovandola, la sua parola al mondo.

– A mio avviso la musica di Pat Metheny si caratterizza per una quasi maniacale ricerca dell’aspetto melodico della sua musica ma anche per la sua vicinanza al mondo del jazz più puro e più all’avanguardia colemaniana e improvvisativa. Anche qui hai saputo dare una tua visione personale acustica del suo songbook: quale è stato l’approccio verso la sua musica?

– Ho un debito di riconoscenza infinita verso Metheny, è dal giorno che ragazzino imberbe innamorato del pop-rock distrattamente incappai in “Yolanda you learn” che la mia vita musicale non è più stata la stessa.. quel brano insieme con il “Koln concert” di K.Jarrett aveva gettato il seme del jazz e della musica improvvisata, e quel seme negli anni è diventato un albero rigoglioso e ingombrante nel giardino delle mie passioni musicali. “Change of heart” è nato da questa voglia di pagar pegno da un lato, e dall’altro dalla curiosità di scoprire come – a distanza di almeno trent’anni da quel primo incontro – la musica di Pat Metheny avrebbe potuto ritornare tra le mie dita che nel frattempo avevano incontrato nuovi amori, accettato nuove sfide e – soprattutto – definitivamente abbandonato la tendenza ad imitare le sue!

– Io non sono un musicista, per fortuna del genere umano, ma se ne avessi avuto la capacità e la costanza avrei voluto essere un chitarrista acustico e quindi sarei dovuto passare dalle “forche caudine” di Heitor Villa Lobos. Perché il compositore brasiliano è ancora un punto di riferimento per chi suona la chitarra? Personalmente tu cosa hai visto nelle pieghe nascoste delle sue composizioni?

– “O velho lobo” è il mio omaggio ad uno dei compositori più geniali della storia della musica. Da chitarrista poi, come dici bene tu, la sua opera rappresenta un passaggio imprescindibile. Essermi confrontato con l’integrale delle sue composizioni per chitarra sola è stata una sfida particolarmente difficile e allo stesso tempo stimolante. Difficile perché, pur essendo io un “chitarrista classico”, come si suol dire, cioè proveniente da studi accademici di conservatorio ecc. (e mi preme qui ringraziare il mio adorato maestro Gino Mazzullo senza il quale non avrei  scoperto i tesori di Villa Lobos, né avrei mai potuto serenamente sviluppare e vedere incoraggiate le mie “pulsioni” verso il jazz e le musiche popolari che spesso, soprattutto in quegli anni, venivano viste come il fumo negli occhi dalla stragrande maggioranza degli ambienti “accademici”) ero e sono ben consapevole che con l’integrale di Villa Lobos si sono negli anni cimentati fior fior di virtuosi della tradizione della chitarra classica tali da far impallidire chiunque volesse approcciarsi a questo repertorio con la presunzione di non sfigurare. Sentivo però d’altro lato che qualcosa dello spirito di questa musica poteva trarre giovamento ed illuminarsi di una luce diversa, se osservato e riletto dal punto di vista di un improvvisatore abituato al confronto quotidiano con la musica popolare, il jazz ecc. Quello che ho provato a fare l’ho riassunto in una frase riportata sul cd: “…restituire queste meravigliose pagine di musica alla foresta..” ma è certamente espresso molto meglio, nonché contestualizzato magistralmente nelle note di copertina che accompagnano il cd, firmate da quel luminare in fatto di musica brasiliana che è il mio caro amico e straordinario musicista Gabriele Mirabassi.

– Pur avendo una preparazione classica hai sempre avuto una grande curiosità, conoscenza e rispetto delle altre forme musicali ………

– Questa è forse proprio la chiave che mi ha permesso, come detto sopra, di avvicinarmi con timore solo relativo anche ad opere così imponenti da suscitare una sana e ragionevole soggezione. C’è da chiedersi, in qualità di musicisti, se qualcosa di ciò che facciamo abbia “senso” dopo tutto quello che l’umano ingegno ha prodotto fin qui… Poter partecipare con una piccola goccia all’oceano della creatività umana è possibile o con l’impulso del giovane che cerca una sua collocazione, o con il distacco di chi ha ormai capito che più che la goccia, è l’oceano a contare. Resta il piacere di ammirare, talvolta estasiati, il potere che l’arte umana nelle sue svariate forme ha sempre avuto e sempre avrà, di parlare con mille linguaggi diversi agli stessi meandri non altrimenti raggiungibili dello spirito umano. Tali linguaggi non meritano di essere incasellati secondo principi “gerarchici”, quanto piuttosto di esser avvicinati con curiosità sempre rinnovata e uno sforzo sincero che permetta di coglierne quanto più possibile le specificità.

– Anche in questo tuo nuovo lavoro, “Nubivago” non sei riuscito – e lo dico in modo ironico – a stare lontano da rivisitazioni di brani altrui: il brano che chiude il disco è un brano beatlesiano, e c’è una citazione “colta” del Coltrane di “Giant Steps” perfettamente “innestato” in una tua composizione, “Passi da Gigante”. La curiosità mi spinge a chiederti qual’é stato il tuo approccio a questi due brani, quando ci si misura con questi autori penso sia facile cadere nella riproposta calligrafica?

– Ebbene si, tra i miei grandi amori ci sono certamente i Beatles… non sempre è facile discernere quanto delle ragioni che ci inducono ad amare alcuni autori in particolare sia dovuto al potere che la musica ha di riportarci a emozioni significative del nostro passato, e quanto invece li ameremmo comunque se anche ci imbattessimo oggi per la prima volta nella loro arte con tutta la nostra storia ed evoluzione personale… Sono domande senza risposta ma posso dire che nel caso specifico dei Beatles sono certo di essere in ottima compagnia nel ritenere che  qualcosa di magico sia effettivamente avvenuto dall’incontro di quei quattro ragazzini di Liverpool, anche al netto di tutti gli aspetti sociologici con cui tutto il “fenomeno Beatles” è inestricabilmente intrecciato.Quanto a Coltrane, i passi da gigante sono, ovviamente, i suoi … quelli di un musicista che non si è mai accontentato dei propri traguardi.

Al di là dell’ineguagliata maestria strumentale, resta ancora più rilevante a mio giudizio la sua testimonianza di vita che lo ha visto porre sopra ogni altro imperativo quello di nutrire la sua ricerca spirituale con sempre nuove sfide e una instancabile esplorazione senza compromessi di nuovi territori.  

– Come racconti nelle note di copertina questa è la concretizzazione, simpaticamente tardiva, di un vecchio sogno, quello di registrare in piena libertà la tua musica. Come nascono le tue composizioni?

– Nascono per lo più casualmente, da un’idea che, chissà bene perché, il mio istinto giudica “degna” di essere seguita e sviluppata. Quell’idea è il seme di tutto il resto, quello che viene dopo è appunto la composizione, ovvero il processo, talvolta anche lungo e travagliato, di sviluppo e “organizzazione” dell’idea originaria.

Di come questa idea originaria – che è il vero inizio e la conditio sine qua non per tutto quel che viene dopo – prenda vita non so proprio dire granché, forse perché in fondo preferisco non sollevare il velo di mistero che l’accompagna e che ancora oggi mi permette di sorprendermi e divertirmi a fare il mestiere che faccio.

– Possiamo dire che questo progetto solistico avrà un seguito e, a proposito di Bach, hai intenzione di registrare un secondo volume dei suoi lavori per liuto?

– Mi auguro che le particolari condizioni in cui siamo precipitati e continuiamo ad essere immersi da ormai un anno abbiano presto fine e che si possa riprendere  a godere di quello che resta comunque il privilegio più bello del fare musica, ovvero il farla insieme. Per questo mi auguro che i miei prossimi lavori possano essere il frutto di collaborazioni con qualcuno dei tantissimi musicisti che stimo e che, come me, in questo momento soffrono la privazione della gioia più grande che la musica sa darci: quella di immergere in un’unica bolla due o più individui diversi, talvolta lontani, e fargli sentire il calore di un unico abbraccio che li unisce.

Quanto a Bach, arriverà un volume 2, prima o poi, ma è sorprendente come davanti a certe sue composizioni che amo e frequento da oltre trent’anni ormai, non mi senta ancora pronto..

MASSIMO BARBIERO “Foglie d’erba”

MASSIMO BARBIERO “Foglie d’erba”

MASSIMO BARBIERO “Foglie d’erba”

AUTOPRODUZIONE. CD, 2020

di alessandro nobis

Questo nuovo significativo lavoro del compositore, batterista e percussionista Massimo Barbiero è il quinto dedicato alle percussioni dopo “Nausicaa” (2009), “Keres” (2011), “Sisifo” (2012), “Simone De Beauvoir” (2014, per solo marimba) e “Mantis” (2015); nella discografia di Barbiero una parte rilevante è quindi dedicata allo studio delle percussioni “in solo” e vorrei rimarcare come la qualità dei lavori in duo e i progetto “Enter Ellen” e “Oldwalla” confermano al di là della ormai “assodata” capacità strumentale una continua ricerca timbrica e compositiva.

In “Foglie d’Erba” l’attenzione è rivolta alle percussioni – e quindi non c’è la batteria – e precisamente al vibrafono, alla marimba, al glockenspiel, ai timpani ed ai gong ed il risultato è ancora una volta affascinante e piacevolissimo all’ascolto.

Barbiero scrive e naturalmente esegue dieci composizioni che riescono evidenziare al meglio le potenzialità sonore degli strumenti che di volta in volta “abbraccia”, senza mai essere autoreferenziale o puramente accademico regalando all’ascoltatore emozioni che raramente invece si ascoltano quando le percussioni partecipano ad uno suono di gruppo dove quasi sempre hanno una funzione – peraltro fondamentale – ritmica. Poi, se mi costringo a segnalare i brani che più mi hanno affascinato, scelgo senz’altro quelli per marimba, ovvero “La Rupe” e “La Chimera” per l’atmosfera quasi primordiale che questo strumento riesce a creare e per il suono che mi ha riportato ad ascoltare “Simone De Beauvoir” e Steve Reich e la sua straordinaria composizione “Six Marimbas”. Inoltre mi sono particolarmente piaciute “La Pioggia”per percussioni “assortite” con il suo avvolgente incedere ipnotico e la breve “Schiuma d’onda”, per timpani; ma tutto il lavoro è piacevolissimo all’ascolto e dà la possibilità – ribadisco – di conoscere in modo profondo sia le potenzialità degli strumenti che di apprezzare la grande passione e dedizione di Barbiero per le percussioni. Disco da avere.

http://www.massimobarbiero.com

IL DIAPASON INCONTRA RICCARDO MASSARI del BIOGRAMMA ENSEMBLE

IL DIAPASON INCONTRA RICCARDO MASSARI del BIOGRAMMA ENSEMBLE

IL DIAPASON INCONTRA RICCARDO MASSARI del BIOGRAMMA ENSEMBLE

di alessandro nobis

Dell’importanza del lavoro del Biogramma Ensemble per ricordare il centenario della nascita del compositore veneziano Bruno Maderna vi ho già parlato qualche tempo fa (https://ildiapasonblog.wordpress.com/2021/01/16/biogramma-ensemble-per-bruno-maderna-voll-1-2-2020/), ma vista la qualità e rilevanza della musica prodotta ho ritenuto opportuno rivolgere qualche domanda all’ideatore del progetto Riccardo Massari che ha per l’occasione composto una parte rilevante de “Per Bruno Maderna”.

  • Perché è così importante ricordare la figura di Bruno Maderna? Che cosa ha lasciato al mondo della musica contemporanea?

Bruno Maderna è uno dei titani musicali della seconda metà del Novecento: mai abbastanza celebrato ed eseguito nel nostro Paese, per questo nell’anno che molti hanno dedicato a commemorare Beethoven (!), mi sembrava urgente celebrare, seppur con un modesto tributo, un fenomeno musicale come quello di Bruno Maderna, un artista, un visionario dal quale c’è ancora moltissimo da apprendere. La sua musica rappresenta brillantemente, il panorama artistico e culturale degli anni in cui ha operato, ma si proietta verso il futuro in modo sorprendente con caratteristiche e scelte spesso più ardite di quanto si compone attualmente.

Maderna possiede grande libertà di idee, padronanza tecnica, forte ed elegante spontaneità del gesto musicale, e una conoscenza profonda della musica dei secoli passati.  Il fatto che dirigesse la propria musica ne fa un musicista completo, che mantiene un rapporto sanguigno e pieno con l’espressione sonora. Il suo poco conosciuto eclettismo lo rende molto attuale come compositore; un musicista che trascriveva i concerti di Vivaldi esortato dal suo maestro Gian Francesco Malipiero, faceva i primi esperimenti elettronici nello studio di fonologia di Milano, dirigeva i classici, e utilizzava l’improvvisazione nelle proprie composizioni…

  • Come nasce l’idea di questo progetto e come hai scelto i tuoi collaboratori? Che cosa li accomuna dal punto di vista musicale?

Questo progetto nasce da conversazioni con gli amici Carlo Miotto e Fabio Zannoni, due grandi conoscitori del lavoro maderniano che hanno fatto molto per Maderna a Verona alcuni anni fa, con “Verona Contemporanea”, un festival aperto, dinamico ed eccezionale che purtroppo dopo tre edizioni di gran successo inspiegabilmente non ebbe seguito.. L’idea nasce nel dicembre 2019 parlando del centenario e ipotizzando una proposta veronese che purtroppo non si poté concretizzare. Considera che la figura di Maderna è molto legata a Verona e sarebbe logico che si fosse fatto qualcosa a proposito. In quei mesi stavo creando partiture grafiche, un tributo maderniano e che chiamo Serenate Spaziali ispirato dalle serenate per un missile e per un satellite del grande maestro; riaprivo la partitura orchestrale di Biogramma e tornavo a capire il Maderna che avevo studiato una ventina d’anni fa. Con il lock-down sarebbe stato difficile realizzare un tributo e pensai di invitare a collaborare alcuni colleghi con un progetto mio creato in studio, che fungesse da “scialuppa di salvataggio”. Tutti reagirono con gran entusiasmo e realizzammo le registrazioni che ho assemblato nei Madernaliae nelle altre composizioni incluse in questi due album.

Il Biogramma Ensemble (così ho chiamato il gruppo) è formato da una decina di musicisti con formazione “anfibia”, sanno leggere e sanno improvvisare magnificamente. Alcuni di loro provengono dalla scena del free delle ultime generazioni qui a Barcellona. Sono accomunati da una profonda coscienza timbrica, da capacità creative come improvvisatori e da una grande preparazione. Molti compongono musica propria fuori dai canoni imperanti. Mi sento estremamente fortunato a collaborare con loro!

  • C’è una parte scritta ed una parte improvvisata in questo lavoro, e questo rispetta perfettamente i dettami di Maderna. In un inserto “vocale d’archivio” si sente il compositore veneziano dire “dovete improvvisarla da voi senza note” ……. Quanto era importante per lui – e quanto lo è per te – la pratica improvvisativa in un contesto di musica contemporanea?

Quella espressione di Maderna citata riassume molto bene un aspetto del suo lavoro diretto coi musicisti, cosa estremamente affascinante, che mi riporta alla esperienza personale nell’orchestra di Lawrence “Butch” Morris. Quando nel 1996 partecipai a un concerto di Butch come pianista, capii che possono non esserci confini netti tra l’alea, l’improvvisazione e la musica scritta. Capii che l’improvvisazione (alcuni usano il termine comprovisation unione di composition e improvisation, oppure “composizione in tempo reale”) è un potentissimo motore musicale, e che quindi “scrivere tutto” può essere un gesto pedante, che chiude possibilità creative e che quindi limita la musica. Ci sono sezioni di Biogramma per esempio che possiedono molte analogie con la musica di Butch (Morris, n.d.r.) … L’improvvisazione serve ad aprire il linguaggio musicale, a mettere in comune cose che non lo erano, a generare nuove dimensioni sonore, a fare dell’alchimia sonora; siamo troppo abituati ad associare l’improvvisazione al jazz o ad altri generi tradizionali che rispondono a linguaggi musicali chiusi e a scatole di mercato molto definite.

  • Ho trovato interessante l’uso dell’elettronica, ed addirittura in un brano sostituisce l’arpa prevista dalla partitura.

Maderna fu un pioniere dell’elettronica negli studi di Milano, quindi le mie investigazioni elettroniche non potevano mancare… e poi come non cedere alla tentazione di aggiungere l’elettronica alla Serenata per un missile…! In mancanza dell’arpista abbiamo due sintetizzatori analogici russi Lyra8 che sono sicuro sarebbero piaciuti moltissimo al nostro Maderna. L’elettronica aiuta a percepire i suoni più convenzionali (un violino, un clarinetto, un piano) in modo completamente nuovo … Nel caso di queste Serenate Spaziali l’ho voluta utilizzare per “inclinare il piano di ascolto” sul quale poggiano gli strumenti classici.

  • Quali sono gli aspetti del lavoro di Maderna che hai voluto maggiormente evidenziare nelle composizioni che a lui hai dedicato?

…. sicuramente quelli che mi influenzano di più come la libertà nell’uso del serialismo, il magnifico lirismo mediterraneo (Biogramma  appunto nel solo di corno inglese per es.)  e poi la forza sonora fatta di colpi e silenzi infiniti (ascoltate Stele per Diotima )… ma anche l’ironia giocosa di pezzi come le serenate (oserei dire post-Satie!). Dall’assolo di corno inglese di Biogramma infatti (girato e rigirato con le antiche tecniche del contrappunto) nasce gran parte del materiale melodico dei Madernalia,e dalla Serenata per un missile ha origine il progetto delle mie Serenate Spaziali  come partiture visuali e pezzi di musica elettroacustica allo stesso tempo.

  • Nella mia recensione scritta a proposito dei due volumi de “Per Bruno Maderna” mi sono augurato di vedere anche la realizzazione fisica del lavoro, su compact disc o su vinile. Hai previsto questa eventualità?

Sarebbe certamente magnifico stampare questo lavoro su vinile (preferisco di gran lunga i “vecchi” LP come oggetti rispetto al compact disc), anche in una tiratura ridotta, ne varrebbe la pena, come per alcune altre mie produzioni recenti che hanno ricevuto un certo riscontro (come le Ligetian Variations) ed infatti lo sto valutando. Attualmente come sai la situazione discografica è piuttosto complicata. Molta gente neppure possiede un lettore CD o un piatto per i dischi a casa. Quindi sembra assurdo pure distribuire il proprio lavoro in formato fisico. Anche le vendite on line però sono assurde: mai sarà pagata a sufficienza una produzione di mesi  con quelle poche monete a brano che con un po’ di fortuna riceviamo dalle reti. Bisogna creare prodotti elitari, per collezionisti, dicono alcuni. È giusto? Il vinile purtroppo è poco sostenibile ecologicamente… Un amico mio ricicla vecchie cassette e produce lavori unici su nastro in poche copie…

Che ne penserebbe di tutto questo Bruno Maderna? Forse direbbe che la musica dal vivo è quella che conta, ma il mondo virtuale la sta annullando…

https://spiritini.bandcamp.com/album/per-bruno-maderna-vol-1

https://spiritini.bandcamp.com/album/per-bruno-maderna-vol-2

ALDO BAGNONI “The Connection”

ALDO BAGNONI “The Connection”

ALDO BAGNONI “The Connection”

ALFAMUSIC RECORDS. CD, 2020

di alessandro nobis

Certo che alla fine di questo delirio pandemico che sta lasciando senza lavoro e senza alcun sussidio la maggior parte dei musicisti che provano a vivere di musica, si dovrà prendere atto con ancora più attenzione ed entusiasmo di quanto sia cospicuo qualitativamente e quantitativamente il movimento del jazz italiano: magari dedicando rassegne e festival – a Verona “c’era una volta Jazzitalia” – che mettano in primo piano il valore dei jazzisti nostrani delle passate e delle presenti preparatissime generazioni, non fosse altro per promuovere i loro lavori meglio di quanto sia stato fatto finora e per dare giusto godimento a chi il jazz lo pratica e di conseguenza anche a chi lo ascolta e lo apprezza.

Questo “The Connection” ad esempio, prodotto da Alfamusic, che vede protagonista il quartetto guidato dal batterista e autore Aldo Bagnoni del quale fanno parte Mauro Tre (tastiere), Giampaolo Laurentaci (contrabbasso) ed Emanuele Coluccia (sassofoni e pianoforte in un brano), non solo “esecutori” degli spartiti ma preziosi collaboratori anche nella fase progettuale e creativa di questo bel lavoro. Il jazz che si “respira” qui è quello elettro-acustico nel quale fanno capolino qual e là ed in modo sempre misurato il sintetizzatore ed il Fender Rhodes con il suono così particolare ed indicativo della fase storica nella quale si iniziava ad elettrificare, prima parzialmente e poi completamente, il linguaggio della musica afroamericana: mi riferisco in particolare al groove di “Lipompo’s just arrived”, dedicata a Bruno Tommaso e con richiami alla tradizione lucana ed a “Cappello Eolico” brano dalla grande cantabilità con espressivi assoli di sax tenore e di synth, mentre sul versante acustico notevole l’introspettiva ballad acustica “Heart on the Mountain”.

Musica che viene dal cuore, dalle esperienze personali di Aldo Bagnoni, e che raggiunge anche il cuore chi ha il piacere di ascoltarla, un altro, ennesimo capitolo che ci racconta come il jazz italiano sia più che mai vivo e vegeto in tutte le sue declinazioni.

Sperando in tempi migliori, perché peggiori di questi faccio fatica ad immaginarli.

http://www.alfamusic.com

BIOGRAMMA ENSEMBLE “Per Bruno Maderna vol. 1 & 2”

BIOGRAMMA ENSEMBLE  “Per Bruno Maderna vol. 1 & 2”

BIOGRAMMA ENSEMBLE  “Per Bruno Maderna voll. 1 & 2”. 2020

di alessandro nobis

L’appena trascorso 2020 è stato il centesimo anniversario della nascita del compositore veneziano Bruno Maderna (1920 – 1973). Pochi se ne sono ricordati e tra questi un nugolo di compositori e musicisti – alcuni di base a Barcellona altri di passaggio nella città catalana – che sotto la guida di Riccardo Massari hanno realizzato questi due doverosi e molto interessanti omaggi al genio di Maderna che, lo voglio ricordare, è stato mentore di Luigi Nono ed era solito frequentare figure del calibro di Karlheinz Stockhausen, Oliver Messiaen e John Cage.

Il primo volume contiene i cinque movimenti di “Madernalia” ed altre due composizioni (“Hyperbole Amnesiaca” e “Una passeggiata notturna in Venezia”) di Riccardo Massari con lucide improvvisazioni del Biogramma Ensemble che mettono in evidenza la qualità del gruppo, la capacità di interloquire e di creare musica spontanea e, a questo proposito, le parole “d’archivio” di Maderna che si sentono ad un certo punto (“Dovete improvvisarla da voi senza note”) sono come scolpite nella pietra ed esemplificative della modalità esecutiva del lavoro. Silenzi, inserti con la voce di Maderna (brevi e frasi chiarificatrici d’archivio del modus operandi in fase di registrazione), rumori e suoni si alternano creando un universo sonoro che lascia solo immaginare il suo fascino e la sua intensità nelle esibizioni dal vivo. Con Massari (pianoforte, elettronica e Tarcordium) performano in questo primo volume Marta Oro Amon al violino, Maria Morera alla viola, Fabio Zannoni al flauto traverso, El Pricto al clarinetto e sax, Ferran Besalduch al sax, Diego Caicedo e Tony Peña alle chitarre, Vasco Trilla e Pablo Posa alle percussioni e Josè Guillen ha curato la parte dei suoni elettronici. 

Il secondo volume contiene tre versioni di una composizione risalente al 1969 di Maderna, ovvero “Serenata per un missile” per flauto, clarinetto, violino marimba ed elettronica (che sostituisce l’arpa presente nelle partiture originale) ed una composizione dedicata a Maderna, “Le Serenate Spaziali e del pianeta umano”) ed anche qui una significativa “nuova” esecuzione delle indicazioni di Maderna. In questo secondo volume ascoltiamo la tromba di Feliciano Garcia Zecchin.

Entrambi i volumi sono una perfetta occasione per affrontare il repertorio – e le sue “libertà esecutive” dell’importante compositore veneziano e l’auspicio è quello di vedere questa musica pubblicata fisicamente su compact disc o ellepì; è un lavoro che deve assolutamente avere un supporto fisico per restare nel tempo a futura memoria, sulle piattaforme digitali ho parecchie perplessità. Speriamo che un giorno, magari con il crowfunding ……

Questi i links dove ascoltare e scaricare questi due importanti lavori:

https://spiritini.bandcamp.com/album/per-bruno-maderna-vol-1

https://spiritini.bandcamp.com/album/per-bruno-maderna-vol-2

NĀDA MUSHIN “Tenue”

NĀDA MUSHIN  “Tenue”

NĀDA MUSHIN  “Tenue”

KRYSALISOUND KS44. 2020

di alessandro nobis

Ecco un altro interessante progetto di area “ambient” italiano, pubblicato dall’attiva etichetta Krysalisound che vede questa volta come protagonista il compositore e musicista Paolo Iannantuoni, a.k.a. Nāda Mushin che con questo “Tenue” prosegue la collaborazione con l’etichetta dopo “Mono No Aware”. Vibrazioni cosmiche e meditazione Zen sono le basi sulle quali si fonda la musica di Nāda Mushin che con queste tre tracce (“Foschia”, “Sospeso” e “Bagliore”) presenta il suo universo sonoro pervaso di suoni elettronici e di chitarre filtrate da computer; musica che richiede un attento e ripetuto ascolto per captare ogni singolo suono e l’insieme dei suoni prodotti dalla lucida ed intensa musica contenuta nel CD.

Un “muro” di suoni con inserti di “chitarra”, composizioni che non annoiano mai ma che anzi ti fanno sempre mantenere attento e curioso nel procedere nell’ascolto delle tre tracce; la lunga “Foschia” si caratterizza per il progressivo inserimento di strati sonori e di intensi interventi della chitarra “drone” durante il suo sviluppo e per il ritorno sul finire all’atmosfera iniziale, la più breve “Bagliore” che chiude questa fase del progetto di Nāda Mushin accompagna l’ascoltatore in un universo musicale più pacato, molto ben progettato e costituito da strati via via sempre più sovrapposti attraversati dai suoni penetranti della chitarra per ritornare al punto di partenza, una sorta di cerchio che si può ripercorre più volte, ipnoticamente.

Immagino che la musica di Nāda Mushin sia un equilibrio tra improvvisazione e parti scritte preparate prima della registrazione e, se questo fosse vero, immagino anche il fascino delle sue performance dal vivo. 

https://krysalisound.bandcamp.com/album/tenue

DONATI · COPPARI ENSEMBLE “A Portrait of Radiohead”

DONATI · COPPARI ENSEMBLE  “A Portrait of Radiohead”

DONATI · COPPARI ENSEMBLE “A Portrait of Radiohead”

DODICILUNE RECORDS. CD, 2020

di alessandro nobis

Conosco in modo superficiale la musica dalla band di Thom Yorke, lo confesso, ma dopo avere ascoltato più volte questo progetto dei chitarristi Diego Donati e Stefano Coppari mi devo ripromettere di affrontare la loro musica in modo più approfondito anche se i miei interessi musicali sono parecchio diversi. Si possono descrivere riletture di brani ritenuti standards o che lo saranno nel prossimo futuro come queste scritture contemporanee della band inglese senza aver ascoltato gli orginali? A mio parere la risposta è senz’altro affermativa e del resto da che “jazz è jazz”, numerosissime sono state le riletture di canzoni nate in diversi contesti (mi vengono in mente “Alice in Wonderland” e “Time after Time” di Cindy Lauper).

Mi piace parecchio ascoltare questo ritratto dei Radiohead, mi piace la raffinatezza degli arrangiamenti (sviluppatisi a partire dal duo di chitarre, così doveva essere il progetto originario), la convincente interpretazione vocale di Anna Laura Alvear Calderon, la scelta precisa e sempre appropriata degli interventi del quartetto d’archi che regala alla musica una leggerezza ed una intensità che si mantengono vive dalla prima all’ultima nota. Paradigmatico mi sembra l’arrangiamento che Donati ha pensato per “Paranoid Android” con la prima lunga parte strumentale con un bel solo di chitarra e la seconda, una splendida ballad con un tappeto sonoro degli archi e della chitarra e con una assolutamente efficace parte vocale, ma anche l’introduzione degli archi in “Karma Police” è indovinata e transla la musica dei Radiohead e i testi di Thom Yorke in un altro universo sonoro parallelo più cameristico, più acustico ma con una costante attenzione e rispetto verso i brani originali.

“A Portrait of Radiohead” può far incrociare i fans della band inglese con quelli del jazz che scopriranno di avere diversi punti in comune, i primi inizieranno ad ascoltare un po’ di jazz, i secondi il rock migliore di questi ultimi anni.

Mi auguro infine che qualcuno abbia modo di far ascoltare a Yorke & C. questo lavoro, penso ne sarebbe prima incuriosito e poi affascinato.

www.dodicilune.it

PIPPI DIMONTE “Majara”

PIPPI DIMONTE  “Majara”

PIPPI DIMONTE  “Majara”

AUTOPRODUZIONE. CD, 2020

di alessandro nobis

Chissà da quale tempo e da quale spazio provengono, i legni del pandeiro di Emiliano Alessandrini, dei clarinetti di Mario Brucato, della chitarra e della mandola di Francesco Paolino e del contrabbasso di Pippi Dimonte che danno vita al suono di queste composizioni; fatto sta che nelle mani del quartetto di Pippi Dimonte prendono vita contribuendo con il loro suono alla concretizzazione degli spartiti del contrabbassista che si muovono con grande gusto ed equilibrio tra impulsi jazzistici, contemporaneità ed una ricerca costante della perfetta melodia.

Mi sento di far entrare “Majara” nel novero dei dischi di quella “nuova musica acustica” che rappresenta un efficace e ben riuscito crogiuolo di culture: “Tarassaco” mette in evidenza il calore del contrabbasso che anticipa la pacata melodia con un dialogo tra chitarra e clarinetto, “Fenestrelle” aperta dal duo Dimonte – Paolino è un brano il cui titolo mi ha personalmente evocato il ricordo del carcere piemontese in cui vennero rinchiusi dai Savoia moltissimi militari e “briganti” borbonici e dove emerge il gusto e la tecnica di Alessandrini, il sapore mediorientale di “Grancia” con la mandola in apertura è uno dei brani più significativi di tutto il lavoro che riesce in poco più di cinque minuti ad illustrare in modo organico il progetto di Pippi Dimonte, non lontanissimo da quello altrettanto interessante del “Wood Quartet” di Marco Pasetto ed Enrico Breanza.

In un periodo in cui molti fanno riferimento alla storia della musica rivisitando classici spesso anche in modo indovinato ed originale, fa sempre piacere che c’è un movimento musicale che invece percorre la strada della nuova composizione e della ricerca del suono “perfetto”, e su questa strada c’è la musica di Majara. Fate il possibile per ascoltare questo lavoro, non ve ne pentirete.

Sottolineo infine che “Majara” è un’autoproduzione e sul sito www.majaramusic.comtrovate i vari link per acquistarlo.

SUONI RIEMERSI: BEPPE CASTELLANI 4et “Italian Standards vol. 1 & 2”

SUONI RIEMERSI: BEPPE CASTELLANI 4et “Italian Standards vol. 1 & 2”

SUONI RIEMERSI: BEPPE CASTELLANI 4et “Italian Standards vol. 1 & 2”

IL POSTO RECORDS, 1989, 1990. lp

di alessandro nobis

I due dischi realizzati per “Il Posto Records” a cavallo del 1990 dal quartetto guidato dal tenorista Beppe Castellani con Ares Tavolazzi al contrabbasso, Riccardo Biancoli alla batteria e Giorgio “Cigno” Signoretti alla chitarra sono tra i più significativi progetti nati a Verona in quegli anni ed uno dei primi a rendere finalmente omaggio ai brani di due grandi cantautori italiani come Luigi Tenco e Gino Paoli. A distanza di trent’anni il progetto “Italian Standars” mantiene inalterata la bellezza della musica, la scelta oculata della scaletta ed i preziosi arrangiamenti curati dalla coppia Castellani – Signoretti che lasciavano ampio spazio all’interplay tra i quattro strumenti ed anche all’esecuzioni di assoli sempre di ottima fattura e misurati. Ad esempio la splendida riproposizione del brano di Paoli “Gli innamorati sono sempre soli”: tema esposto dal tenore di Castellani con seguente lungo assolo che introduce quelli di Signoretti e di Tavolazzi e il tenore che chiude il cerchio. Oppure nella seguente struggente e pacata ballad “Mi sono innamorato di te” uno degli high-lights di “Italian Standards” a mio avviso per l’intensità che comunica. Jazz mainstream di eccellente fattura, suonato con grande perizia ed intelligenza che ha saputo translare gli spartiti di Paoli e Tenco nel mondo della musica afroamericana ad un livello inedito per quegli anni. Dispiace solamente che la diffusione di questi due lavori, a mio avviso due perle del jazz italiano, non sia stata al livello della qualità della musica ma, come si dice, “del senno di poi son piene le fosse”. Dispiace comunque.

Le evocative foto di copertina sono di Beppe Castellani, che negli ultimi anni si è dedicato alla fotografia artistica con ottimi risultati (https://beppecastellani.jimdofree.com).

Il progetto “Italian Standards” avrà un seguito nel 1992 con “A new page” pubblicato dalla Modern Times ed accreditato allo Stefano  Benini – Beppe Castellani Quintet con Piero Leveratto al contrabbasso ed il co-leader, Stefano Benini, al flauto traverso.

VOLUME 1: registrato nel maggio 1989.

Lato A

Gli innamorati sono sempre soli (G. P.)

Mi sono innamorato di te (L. T.)

Se sapessi come fai (L. T.)

Lato B

Senza fine (G. P.)

Un giorno dopo l’altro (L. T.)

Volume 2: registrato nel marzo 1990.

Lato A

Ragazzo mio (L. T.)

Tu non hai capito niente (L. T.)

Un uomo vivo (G. P.)

Vedrai vedrai (L. T.)

Ho capito che ti amo (L. T.)