SUONI RIEMERSI: PLANXTY “The woman I loved so well”

SUONI RIEMERSI: PLANXTY “The woman I loved so well”

SUONI RIEMERSI: PLANXTY “The woman I loved so well”

TARA Records. LP, 1980

di alessandro nobis

Nel luglio del 1980 i Planxty entrano negli Studi Windmill Lane a Dublino in compagnia di Tony Linnane, Matt Molloy, Noel Hill e Bill Whelan per registrare il loro quinto album“The Woman I Loved so Well”, a mio modesto parere uno dei loro migliori lavori vuoi per la scelta del repertorio, sempre oculata, per lo sguardo alle “collezioni” ottocentesche e per la combinazione di suoni che questi straordinari musicisti riescono a realizzare: un esempio su tutti il reel “The woman I never forgot” suonato da Hill (concertina) e Linnane (violino).

Due le ballate sulle quali mi voglio soffermare: la prima, “True love knows no reason” è una cowboy ballad proveniente dal repertorio del chitarrista e compositore americano Norman Blake che incise nel ’75 assieme ad un altro chitarrista, Charlie Collins con il titolo di “Billy Gray”. E’ la storia di una ragazza di Gantry che si innamora di un fuorilegge (Billy Gray) che come narra il testo viene ucciso da un cacciatore di taglie (“Il vero amore non conosce stagioni o ragioni / la giustizia è fredda come la sabbia della Contea di Granger” così fa incidere sulla tomba di Billy la sua amante); è Christy Moore che “porta” ai Planxty questa ballata americana, ascoltata per la prima volta in un pub di Cork suonata da Noel Shine, e l’arrangiamento “irlandese” mette in straordinaria evidenza il dialogo tra i plettri e soprattutto le uilleann pipes di Liam O’Flynn. Brano straordinario. La seconda è una “murder ballad”, ovvero “Little Musgrave (and Lady Barnard)”conosciuto negli Stati Uniti (e dai fans dei Faiport Convention) come “Matty Groves” (Child Ballads # 81, ROUD # 52); è uno di quei numerosi casi nei quali la melodia è andata smarrita nel tempo nelle isole britanniche ed è stata recuperata oltreoceano da Francis James Child dove è entrata nel repertorio ad esempio di Doc Watson mentre il testo risale al 17° secolo ed è riportato in “English and Scottish Popular Ballads” ed anche nei fogli a stampa detti “broadside held”. E’ la storia di un adulterio dove il marito della donna viene a scoprire la relazione della moglie (Lady Barnard) con un altro uomo (Little Musgrave) ed uccide entrambi. In questa versione dei Planxty cantata da Christy Moore molto interessante è la seconda voce interpretata dalle pipes di O’Flynn.

Disco da scoprire per i nuovi fans dei Planxty e da riascoltare per i “vecchi” amanti del folk revival irlandese. Per me, come detto, un disco strepitoso.

Sui Planxty, qui un altro articolo: https://ildiapasonblog.wordpress.com/2018/09/12/planxty-one-night-in-bremen/

SUONI RIEMERSI: THE BATTLEFIELD BAND “Farewell to Nova Scotia”

SUONI RIEMERSI: THE BATTLEFIELD BAND  “Farewell to Nova Scotia”

THE BATTLEFIELD BAND  “Farewell to Nova Scotia”

Arfolk / Escalibur Records. LP, 1976

di alessandro nobis

Questo è il primo seminale lavoro del gruppo scozzese The Battlefield Band, allora composto da Alan Reid (tastiere), Brian McNeill (voce, violino) e Ricky Stars (voce e plettri) considerato in compagnia di Ossian, Silly Wizard e Boys of the Lough come il più rappresentativo ensemble della corrente musicale che ha saputo rinnovare lo straordinario patrimonio della tradizione musicale scozzese. Ricordo bene i loro concerti nel veronese (a Cadidavid il 30 ottobre del 1981, a Lugagnano l’8 giugno dell’84 ed in città il 9 dicembre dell’anno successivo): grande energia, impatto sonoro straordinario, repertorio scelto in modo preciso e non da ultimo, splendide e molto affabili persone.

Per questo loro primo disco risalente alla metà degli anni Settanta la “band” era in realtà un trio (McNeill e Reid, veri motori del gruppo, poi restarono lungamente nel gruppo), ma la qualità del suono, gli arrangiamenti e la delicatezza nell’esecuzione delle ballad e la purezza nell’esecuzione dei set di danze – scritte originariamente per highland bagpipes – erano qui già ben evidenti, eccome, e la perfetta sintonia tra McNeill e Reid, autentico marchio di fabbrica della band riconoscibile in tutti i lavori seguenti, ha saputo nei decenni accogliere il fior fiore della musica scozzese come Jamie McMenemy e Duncan McGillvray rivitalizzando un repertorio secolare intriso di Storia e di miscrostorie. Si viaggia dalla Scozia all’Irlanda fino alla Nuova Scozia canadese, come lascia presagire il titolo di questo loro album d’esordio.

Da oltre oceano proviene la ballata “Farewell to Nova Scozia”, un adattamento di “The Soldier’s Adieu” pubblicata a Glasgow nel 1903, la storia di un soldato che viene arruolato e lascia la sua terra forse per l’ultima volta per andare a combattere, mentre dallo scrigno musicale irlandese la Battlefield Band propone una ballata molto conosciuta, “Paddy’s Green Shamrock Shore” che racconta dell’emigrazione irlandese oltreoceano dovuta alla carestia che colpì l’isola nel diciannovesimo secolo: molti sognavano di ritornare prima o poi in Irlanda, pochissimi vi riuscirono. Del repertorio scozzese mi sembra importante segnalare il medley strumentale “The Highland Brigade Waterloo / The 74 Highlanders / The 93rds Farewell to Gibraltair”; la prima, un jig scozzese, fu composta da John Gow (1764 – 1826) che ricorda la Brigata scozzese che prese parte alla battaglia di Waterloo (18 giugno 1815) mentre la terza fu composta nel 1848 da John MacDonald per il 93° reggimento dei Sutherland Highlanders. Notevole anche “The Forfar Sodger” (raccolta Roud 2857) scritta da quello che è considerato “il poeta dei tessitori”, David Shaw (1786 – 1856) che ha “cucito” due testi di provenienza diversa, uno irlandese ed uno inglese.

Disco importante perché fondamentale nello sviluppo del “folk revival” della terra di Scozia.

Stranamente, nella discografia pubblicata nel sito del gruppo scozzese, di questo disco e del successivo “Wae’me for prince Charlie” non c’è traccia. Questo per la cronaca.

SUONI RIEMERSI: SCULLION “Scullion”

SUONI RIEMERSI: SCULLION “Scullion”

SUONI RIEMERSI: SCULLION “Scullion”

Mulligan Records 0037. LP, 1979

di alessandro nobis

C’è sempre stata una “linea evolutiva” indipendente nella storia del folk revival irlandese, una linea che parte dai Tír na nÓg e che ha visto negli anni più recenti le esperienze dei Nightnoise, del duo Atlas, dei Moving Hearts o ancora del suonatore di concertina di Armagh Niall Vallely (capace di staccarsi dal mainstream e produrre un eccellente progetto di collaborazione con musicisti iraniani visto al WKPF nel 2019) e dei musicisti che ruotano attorno all’area della Realach Records, per citarne alcuni.

Gli Scullion sono un esempio di quanto detto, e guarda caso il cantante e chitarrista Sonny Condell era uno dei musicisti del duo Tír na nÓg assieme a Leo O’Kelly (splendido il loro disco d’esordio del 1971); bene, nel 1976 Condell incontra il chitarrista Greg Boland, il cantante Philip King ai quali si aggiunge qualche tempo dopo il piper Jimmy O’Brien Moran. Nel ’79 gli Scullion entrano in studio per registrare questo ottimo lavoro e viene chiamato a collaborare tra gli altri il piper Peter Browne; è un disco che pur essendo di matrice cantautorale contiene forti legami con la tradizione musicale irlandese come dimostrano la slow air “World About Collour” eseguita da Browne e l’arrangiamento curato da Philip King di una lirica irlandese del 17° secolo tradotta dall’irlandese ai primi del ‘900 da Frank O’Connor, “I am stretched on your grave” (“Táim sínte ar do thuama” è il titolo originale) incisa anche da Sinead O’Connor e dai Dead Can Dance tra gli altri e “The Fruit Smelling Shop”, un pregevole adattamento di Condell dell’Ulysse di James Joyce.

Sonny Condell è l’autore della maggior parte dei restanti brani, dei quali tengo a segnalare il canto narrativo “The Kilkenny Miners” che racconta delle lotte sindacali dei lavoratori delle miniere di carbone di quella Contea.

Disco davvero eccellente, assolutamente da riscoprire. Una visione “diversa” del folk irlandese.

SUONI RIEMERSI: THE CHIEFTAINS “4”

SUONI RIEMERSI: THE CHIEFTAINS “4”

SUONI RIEMERSI: THE CHIEFTAINS “4”

CLADDAGH RECORDS. LP, CD 1973

di alessandro nobis

Il quarto album degli irlandesi Chieftains è considerato una svolta nel suono e nella storia del gruppo, svolta dovuta all’ingresso dell’arpista Derek Bell con il suo bagaglio classico e con il suo straordinario talento che ha reso qualche modo più soffice il sound dei Chieftains che, lo ricordo, nell’ambito del folk revival irlandese si caratterizzava in quegli anni per la totale assenza degli strumenti a plettro prediligendo il suono del violino (Sean Keane e Martin Fay), delle uilleann pipes di Paddy Moloney, dei flauti (Sean Potts e Michael Turbridy) e delle percussioni di Peadar Mercier.

La copertina Italian del 45 giri “Woman of Ireland” con l’errore nel titolo.

Ascoltate per esempio lo standard “Carrickfergus” introdotto dalla maestosa arpa di Bell un arrangiamento cameristico e la linea melodica vocale è sostituita dall’arpa e dal violino o le composizioni attribuite a Turlogh O’Carolan “Morgan Magan” e “Sláinte Bhreagh Hiulit (Hewlett)”:è la magia del suono dei Chieftains che all’epoca soprese anche il regista Stanley Kubrick che per la colonna sonora del suo capolavoro “Barry Lyndon” scelse la slow air “Mná na hÉireann (Women of Ireland)”,scritta dal grande Sean O’Riada, perfetta per ambientare le vicende narrate nel film grazie alla sua potenza descrittiva e dal suo arrangiamento straordinario, uno dei (tanti) capolavori del gruppo irlandese che aumentò a far crescerne la popolarità.

La seconda facciata si apre con il dialogo tra il bodhran di Peadar Mercier e il tin whistle di Sean Potts che apre “The Mornig Dew” – uno dei cavalli di battaglia live del gruppo – e se cercate altri riferimenti ai maestri irlandesi delle precedenti generazioni ne trovate uno nel set di danze che chiude la facciata, quel “An Suisin Ban (The White Blanket)” che Moloney ascoltò dal violinista Junior Crehan ai funerali di Willie Clancy.

Il quarto ellepì dei Chieftains è considerato uno dei migliori della loro sterminata discografia assieme a “Bonaparte’s Retreat” ed appartiene alla prima fase artistica del gruppo nella quale l’attaccamento alle radici irlandesi era assoluto: poi iniziarono le collaborazioni con artisti “alloctoni” che diedero a Moloney & C. meritati visibilità e successo planetario. “Irish Heartbeat” con Val “The Man” Morrison pubblicato nel 1988 fu una straordinaria eccezione di quel periodo.

QUI UN ARTICOLO SUL PRIMO DISCO DEI CHIEFTAINS: https://ildiapasonblog.wordpress.com/2020/02/05/suoni-riemersi-the-chieftains/

SUONI RIEMERSI: ENSEMBLE ERIU “Stargazer”

SUONI RIEMERSI: ENSEMBLE ERIU “Stargazer”

ENSEMBLE ERIU “Stargazer”

DIATRIBE – RAELACH RECORDS, 2017. CD

di alessandro nobis

Affermare che la musica popolare irlandese è molto legata all’ortodossia interpretativa e che tuttalpiù i musicisti compongono nuovi brani nel totale rispetto dei secolari dettami della tradizione si compie un errore di valutazione ma soprattutto si tralascia di considerare quanti negli ultimi decenni hanno cercato nuovi sentieri: cito gli Scullion e i Tir Na Nog tra quelli della passata generazione, e tra i nuovi il duo Atlas con l’ottimo “Affinity”(https://ildiapasonblog.wordpress.com/2017/01/19/atlas-affinity/), il duo An Tara (https://ildiapasonblog.wordpress.com/2020/09/20/an-tara-faha-rain/), il progetto di Niall Vallely con il geniale ensemble irano-irlandese presentato al William Kennedy Piping Festival di Armagh nel 2019 (https://ildiapasonblog.wordpress.com/2019/12/17/dalla-piccionaia-william-kennedy-piping-festival-2019-parte-2/) e questo straordinario ensemble Eriu che con il questo terzo album, pubblicato nel 2017 dall’etichetta Diatribe in collaborazione con la Raelach, conferma in modo ben chiaro una lungimirante visione caratterizzata da nuove modalità esecutive, da nuove sonorità e dalla vicinanza a certa musica del Novecento in particolare della corrente minimalista. “Stargazer” è una suite in sei movimenti composta da Jack Talty e Neil O’Loclainn su commissione di “The Model Arts Centre” di Sligo, e si ispira alle opere del pittore Jack Butler Yeats (1871 – 1957) nato a Londra ma che ha trascorse l’infanzia ed una lunga parte della sua vita in quel di Sligo.

Già la line-up del gruppo è un’inedita combinazione di strumenti tipici del folk irlandese con altri del tutto estranei ad esso con Neil O’ Loclainn (flauto e contrabbasso), Jack Talty (concertina), Jeremy Spenser (violino), Paddy Groenland (chitarra), Matthew Jacobson (batteria), Matthew Berrill (clarinetti) e Maeve O’Hara (marimba e vibrafono) e la costruzione di “Silvanus / Bowsie”, il brano che apre questo “Stargazer” definisce le coordinate attorno alle quali si muove questo progetto: il contrabbasso detta il ritmo raggiunto dalla marimba e dalla chitarra, un ritmo che prosegue quasi in ambiente minimalista e ad un certo punto lascia il campo al il violino ed  alla concertina che dettano la melodia di una danza popolare ma che riprende alla metà della traccia con cambio di ritmo e di melodia. Uno splendido e intrigante brano “a doppio strato” che a mio avviso identifica alla perfezione la musica di Eriu, che come detto, proietta la secolare tradizione irlandese in un futuro possibile. Ascoltate questo gruppo, ne rimarrete affascinati. 

SUONI RIEMERSI: DAVID POWER “My Love is in America”

SUONI RIEMERSI: DAVID POWER  “My Love is in America”

DAVID POWER  “My Love is in America”

CLADDAGH RECORDS, CD 2005

di alessandro nobis

Ho conosciuto il finissimo piping di David Power ad Armagh durante l’edizione 2019 – l’ultima al momento – del William Kennedy Piping Festival con il suo set in duo assieme al violinista Martin Hayes; va da sé che alla fine del concerto al tavolo del merchandising mi sono procurato una copia di questo brillante lavoro.

DAVID POWER & MARTIN HAYES, #WKPF 2019. FOTO DI ERICA NOBIS

David Power, nativo della Contea di Waterford, con questo eccellente “My love is in America” svelava quindici anni fa in tutto il suo splendore la sua tecnica sopraffina (un esempio? Ascoltate i reels “Jenny Picking Cockles / My Love is in America”), l’intelligenza di orientarsi nello sterminato repertorio della musica irlandese e soprattutto a mio avviso la brillantezza nel suonare “standards” con un tocco personale di una qualità tecnica ed interpretativa rara a trovarsi 

Tra questi voglio citarne due, “The Fox Chase”, riportato per la prima volta su spartito da Henry Hudson vissuto a cavallo del 1800 e presente anche nella raccolta O’Neill (1903), un autentico banco di prova per chi voglia misurarsi con le uilleann pipes ed il set composto dalla slow air “The Bunny Bunch of Roses” che narra di un dialogo affettuoso tra Napoleone Bonaparte e la madre Letizia e ad una hornpipe, “The Sally Garden” che racconta le proprietà del salice, un’ode ai suoi rami che sapientemente intrecciati prendono la forma di ceste di ogni misura.

Seamus Ennis e Leo Rowsome sono egualmente omaggiati da David Power: il primo con l’hornpipe “The Standing Abbey” abbinato al set di danze “Madame Bonaparte” (la consorte di Napoleone), il secondo con il jig “The Boys of the Town” suonato appunto da Ennis alle pipes ma anche dal violinista Kevin Burke della Bothy Band e di Patrick Street.

Musica straordinaria: vera, sincera, che mi ha emozionata e che è arrivata subito al cuore.

SUONI RIEMERSI: P. BRADY · A. IRVINE · P. BROWNE · D. LUNNY · M. MOLLOY · T. POTTS · T. NI DOMHNAILL “The Gathering”

SUONI RIEMERSI: P. BRADY · A. IRVINE · P. BROWNE · D. LUNNY ·  M. MOLLOY  · T. POTTS · T. NI DOMHNAILL “The Gathering”

SUONI RIEMERSI: P. BRADY · A. IRVINE ·P. BROWNE ·D. LUNNY ·  M. MOLLOY  ·T. POTTS ·T. NI DOMHNAILL “The Gathering”

SRUTHÁIN/ GREENHAYS RECORDS. LP, 1981

di alessandro nobis

Nel 1977 Diane Meek, dublinese appassionata di musica tradizionale irlandese e titolare dell’etichetta discografica Srutháin riunisce in uno studio alcuni tra i più significativi esponenti del folk revival irlandese di quegli anni per registrare un disco ma passano però quattro anni prima che venga pubblicato in America dalla Greenhays Records. Non si tratta in realtà di vero e proprio ensemble – in nessuna delle tracce suonano tutti assieme -, ma la musica registrata mette in evidenza la qualità del repertorio e la coesione in tutti i piccoli combo che via presentano materiale di nuova composizione. Insomma, lo spirito ed il sentimento di una “Will the Circle Bill Umbroken” irlandese e, oltre ai nomi che appaiono in copertina vanno aggiunti il batterista Paul McAteer, il chitarrista Arty McGlynn e  la clavicembalista Triona Ni Dhomnaill.

Brani eseguiti in completa solitudine come le due gighe del piper Peter Browne (“Hardinan the Fiddler” dedicata a James H. che nel 1831 pubblicò “Irish Minsterlsy” e “Banish Misfortune” Dalla raccolta di O’Neill) e, tra i canti narrativi, non posso esimermi dal citarne almeno due: la prima interpretata da Paul Brady – Paddy’s Lamentation-, la storia di un irlandese emigrato in America che viene forzatamente arruolato nell’esercito dell’Unione durante la Guerra di Secessione (la leva era obbligatoria per tutti gli uomini tranne che per quelli che potevano permettersi di pagare una tassa di 300 $ e di mandare un altro in loro vece) e la seconda cantata da Andy Irvine, “The Mall of Lismore” che narra la vicenda di una giovane ragazza che si innamora di un altrettanto giovane e focoso soldato venendo così disconosciuta dal padre, che comunque spera di re-incontrare un giorno ……

“The Gathering” è un disco che all’epoca passò quasi inosservato nonostante l’eccezionale livello dei musicisti coinvolti da Diane Meek: un vero peccato perché a mio avviso resta un lavoro significativo che va oltre i capolavori incisi dai gruppi storici del folk revival irlandese di quegli anni, un lavoro dove la collaborazione ed il piacere di suonare e di comunicare emerge a piè sospinto durante l’ascolto.

SUONI RIEMERSI: EDDIE & FINBAR FUREY “The Farewell Album”

SUONI RIEMERSI: EDDIE & FINBAR FUREY “The Farewell Album”

SUONI RIEMERSI: EDDIE & FINBAR FUREY “The Farewell Album”

INTERCORD RECORDS, 2 LP. 1976

di alessandro nobis

Questo doppio ellepì pubblicato dalla tedesca Intercord nel 1976 raccoglie le ultime preziose testimonianze sonore del duo formato da Finbar (Uillenann pipes, voce, chitarra e flauti) ed Eddie Furey (voce, chitarra, mandola e bodhran) con il supporto di Hannes Wader alla voce e chitarra; un disco live ed uno in studio per una delle formazioni che assieme ad altre influenzarono negli anni a seguire il movimento del folk revival irlandese, al di là dell’enorme talento di Finbar come suonatore di uilleann pipes (https://ildiapasonblog.wordpress.com/2019/10/08/suoni-riemersi-finbar-furey-traditional-irish-pipe-music/). Il disco registrato dal vivo fu registrato nel giugno appunto del ’76 al Folk Club di Witten, dodici brani della tradizione irlandese vicino a folksongs del repertorio folk e di autori inglesi: “Lord Gregory” (“The Lass of Roch Royal” Roud 49 e Child 76) è uno degli standards del folk angloscotoirlandese, “From Clare to Here”. Scritta da Ralph McTell, è una canto legato ai sentimenti di un emigrato irlandese a Londra e “Still he Sings” del grande Allan Taylor racconta l’emozione per la nascita del primo figlio, un inno alla vita. Anche il pregevolissimo disco in studio registrato a Neukirchen contiene alcune preziose gemme e si apre con le pipes di Finbar Furey che accompagnano “Pretty Saro” (Roud 417), ballata di emigrazione anglosassone “ritrovata” nei Monti Appalachi da Ceci Sharp; “The Grave of Wolfetone” (la tomba di trova nella Contea di Kildare, a Sallins, è un canto dedicato a Wolfe Tone,  leader della rivolta anti-inglese del 1978 nella quale protestanti e cattolici si ritrovarono fianco a fianco nei combattimenti e tra gli strumentali particolarmente efficaci mi sono sembrati “Carsten’jig” (composto da Finbar e dedicato a Carsten Linde, produttore del disco) e “Graham’s Flat”, un’altra composizione del piper di Ballifermot.

Un doppio ellepì, prodotto in Germania, che fotografa la passione e l’amore verso la musica irlandese che nell’Europa continentale trovò il suo apice in quegli anni, e che ancora continua.

LUCIA PICOZZI “Into the Box”

LUCIA PICOZZI “Into the Box”

LUCIA PICOZZI “Into the Box”

ALBERO MUSICALI. CD, 2016

di alessandro nobis

Lucia Picozzi, pianista classica ma devota alla fisarmonica, ha registrato questo notevole “Into the Box” nel 2016 riuscendo ad evitare tutti i luoghi comuni che segnato la tortuosa strada dei suonatori di questo straordinario strumento che nel secolo scorso, ed anche in questo, ha regalato agli appassionati vette altissime come quelle segnate da Gorni Kramer, Gianni Coscia e più recentemente da Fausto Beccalossi, Guy Klucevsek, o Thomas Sinigaglia per citare quelli più coinvolti nel mondo che orbita attorno alla musica afroamericana.

Per la tastiera della sua Soprani Lucia Picozzi sceglie invece un’altro percorso cercando di affiancare repertori ed autori diversi e riuscendo nell’impresa di rendere il suo progetto omogeneo grazie alla sua sensibilità, al gusto ed alla sua tecnica di primissimo livello. Dall’ascolto si evince che i suoi interessi vanno da quello per la tradizione musicale di matrice celtica (suona stabilmente con Inis Fail) della quale rilegge tra gli altri una scoppiettante hornpipe, “Fisherman’ hornpipe” ed una pacata esecuzione del jig “Irish Washerwoman”,  per la migliore canzone d’autore riuscendo a dare pieno significato alla splendida “Il Suonatore Jones” di De Andrè e soprattutto per la grande tradizione “a ballo” del repertorio del suo strumento: il vals musette “Speranze perdute” di Alessandro Morelli abbinato a “Clavietta Musette” è la traccia che mi ha dato la chiave di lettura di questo lavoro), i due valzer del compositore udinese Giovanni Venosta (“Valzer di Vera Zasulic“ e “Franska Valsen”) sono tra i brani più significativi del disco e la melodia alloctona dal sapore argentino come “Ausencia” (spartito di Goran Bregovic che registrò con Cesaria Evora) si inserisce inaspettatamente alla perfezione nel progetto.

Se in passato avete “litigato” con la fisarmonica, questo disco saprà riconciliarvi con questo strumento. Garantito.

SUONI RIEMERSI: DAVY SPILLANE “Atlantic Bridge”

SUONI RIEMERSI: DAVY SPILLANE “Atlantic Bridge”

SUONI RIEMERSI: DAVY SPILLANE “Atlantic Bridge”

TARA RECORDS LP, CS. 1987

di alessandro nobis

Conclusa l’esperienza con i Moving Hearts, formazione che sapientemente aveva con eccellenti risultati elettrificato il folk irlandese anche con l’inserimento di elementi di diversa provenienza (uno per tutti la rilettura di “Before the Deluge” di Jackson Browne), il piper Davy Spillane pubblica nel 1987 questo suo “Atlantic Bridge” che va oltre il suono degli Hearts allestendo per l’occasione una band davvero stellare per unire idealmente le due sponde dell’Atlantico. Lo fa chiamando in studio alcuni membri della sua ex band (Christy Moore, Noel Eccles ed Eoghan O’Neill) ed alcuni tra i migliori protagonisti del nuovo folk americano come il banjoista Bela Fleck, il dobroista Jerry Douglas ed il chitarrista inglese Albert Lee che con la sua tecnica “chicken picking” (plettro e dita) si inserisce alla perfezione nel gruppo. Ciò che ne esce è musica di grande respiro con gli immancabili e dirompenti riferimenti al folk irlandese (splendido e doveroso l’omaggio al grande piper Jonny Doran eseguita in solo dalle uilleann pipes) e l’arrangiamento di brani lontano dal folk ovvero la rilettura della beatlesiana “In My Life” con la melodia suonata dal low whistle di Spillane e lo shuffle di “Lansdowne Blues” con in evidenza le “blues pipes” e la chitarra di Albert Lee.

Il “resto” è il suono dei Moving Hearts e gli appassionati di questo gruppo ne troveranno abbondanti e brillanti tracce: il dobro di Douglas che introduce le pipes sostenute dal basso elettrico nel brano eponimo composto da Spillane con interventi anche di Bela Fleck, il trascinante “O’Neill Stateman” scritta dal talentuoso bassista con i suoi efficaci “breaks” e, per chiudere “Davy’s Jigs” ovevro la tradizione delle uilleann pipes rivista e corretta da Spillane, più tradizionale nella sua prima metà e più rivolta al futuro (quello che si immaginava nel 1987) nella seconda dove tutta la classe di Albert Lee è in bella evidenza.