IL DIAPASON INTERVISTA “TERRENI KAPPA”

IL DIAPASON INTERVISTA “TERRENI KAPPA”

IL DIAPASON INTERVISTA TERRENI KAPPA

Raccolta da Alessandro Nobis

E’ pronto da pochissimi giorni, e per ora solamente presso l’Associazione Artingegno a Verona in via Ludovico Cendrata 16, è disponibile “Ripples in the Lagoon” l’album di esordio del trio formato da Luca Crispino (contrabbasso), Roberto Zantedeschi (tromba) e Luca Pighi (batteria). Di questo bel disco, del pregevole jazz di nuova composizione che contiene ne avevo già parlato nelle scorse settimane (https://ildiapasonblog.wordpress.com/2016/12/20/terreni-kappa-ripples-in-the-lagoon/), ma per saperne di più sul trio e sulla sua filosofia musicale ho pensato di rivolgere alcune domande ai tre musicisti.

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– Prima ancora di ascoltare la musica mi ha incuriosito subito il nome che avete scelto per il trio. Diciamo che il limite della fantasia dei jazzisti con “Terreni Kappa” si sposta ancora più in avanti……….

Luca Pighi: Il nome è stato tratto dal film Zeder dell’83, di Pupi Avati, dove vengono menzionati i “Terreni Kappa”, terreni “singolari” che hanno la proprietà di reinfondere la vita a chi ne venga a contatto. Nel nostro caso i “Terreni” sono territori di esplorazione dei generi, senza porsi dei limiti ma altresi lasciandosi coinvolgere e dando nuova forma a stili musicali diversi, legando i brani in qualche modo ad uno scenario quasi cinematografico.

– La musica che suonate mi sembra già piuttosto matura per un lavoro d’esordio. Come vi siete incontrati e quando avete deciso di dare vita a questo progetto?

Luca Crispino: Mi sono trasferito da Padova a Verona circa tre anni fa, da qui, per motivi di lavoro, ho ricominciato a collaborare in varie formazioni musicali dove, in base all’occorrenza, mi alternavo tra chitarra e contrabbasso, anche se il mio strumento principale rimane la chitarra. In una di queste formazioni ho avut l’occasione di suonare e conoscere Roberto Zantedeschi e davanti ad una tazza di caffè, poco prima di suonare, nacque l’idea di collaborare per un progetto di musica di nuova composizione. Da lì a poco Roberto contattò il batterista Luca Pighi con il quale suonava già da diverso tempo nella band “Peluqueria Hernandez”. Ci fu subito sintonia ed iniziammo a lavorare all’album

– Tromba, contrabbasso e batteria è un trio inusuale per il jazz. Perché non un pianista?

Luca Crispino: Non è così inusuale, sicuramente non avendo uno strumento armonico il tutto risulta molto più complesso, ma ci ha molto stimolato perché ci ha portato a trovare nuove soluzioni compositive ed interpretative per riempire gli spazi vuoti che a volte si potevano creare, lasciando molto più spazio alla libertà nell’improvvisazione. Un altro motivo è sicuramente la volontà di non voler rovinare un equilibrio che si era andato a creare dal punto di vista lavorativo ed umano

– Nel brano che dà il titolo all’album c’è anche un po’ di elettronica, ben usata e calibrata. Quali sono i vostri trascorsi musicali? Solo jazz o anche altro?

Luca Crispino: Ho iniziato suonando progressive e blues approdando poi al jazz ed alla fusion, anche se in alcune occasioni mi esibisco in performance di musica sperimentale ed improvvisazione. Comunque ascolto i più svariati generi ed essendo di natura una persona molto curiosa cerco sempre di approfondire e suonare cose nuove.

Roberto Zantedeschi: Il mio background è fatto di ascolti principalmente jazz e latin/jazz come Dizzy Gillespie, ed musicisti del mainstream come Miles Davis, Chet Baker, Freddie Hubbard, per poi passare a trombettisti moderni come Tomasz Stanko, Kenny Wheeler e Terence Blanchard che tra l’altro è stato mio argomento di tesi al Conservatorio. Nel brano “Ripples in the Lagoon” emerge la voglia di esplorare nuovi territori con l’ausilio dell’elettronica, e questo è ciò che da subito ha creato l’intesa tra me e Crispino. Non volevamo però diventasse invadente, ma bensi un valore aggiunto al brano ed alla band. E’ appunto la ricerca compositiva ed improvvisativa che accennava Luca; questo dialogo fra le parti per far in modo che il tutto funzioni e stia in piedi anche con pochi strumenti a disposizione.

Luca Pighi: Il mio percorso musicale, inizia dal rock-progressive, con una band veronese chiamata “Francesco baracca Pilota” nel ’81 dopo un percorso di studi presso l’Accademia di musica moderna a Milano. Successivamente ho avuto modo di suonare in molte band veronesi e non, spaziando dal soul, R’nB al funk, con cantanti come Kay Foster e Ginger Brew e musicisti del calibro di James Thompson e Gianluca Tagliavini. Dal 2004 sono percussionista del gruppo “Peluqueria Hernandez”, band nella quale ho avuto modo di conoscere Roberto

– Ho apprezzato molto il fatto come le composizioni siano tutte originali. Quali sono state – se ce ne sono state – le fonti d’ispirazione per i due compositori, Luca Crispino e Roberto Zantedeschi? In certi momenti mi sembra di ascoltare certe atmosfere jazz che vengono dal nord, o mi sbaglio?

Luca Crispino: E’ difficile spiegarlo…..credo che la mia fonte d’ispirazione nasca principalmente dall’unione tra immaginario e stati d’animo, incidentalmente contaminata dai “vapori” dell’epoca in cui viviamo. Il processo di composizione nel complesso si è evoluto in maniera naturale e spontanea ed ognuno di noi ha contribuito nello sviluppo dei brani dell’altro lasciando largo spazio ad improvvisazioni e libertà d’ azione, per questo anche la scelta di registrare in presa diretta e con pochissimi take, agevolando così emotività ed istinto.

Roberto Zantedeschi: Quando scrivo generalmente mi lascio travolgere da un’immagine che mi ha colpito, da un mood particolare o da persone che incontro nella mia vita, cercando appunto di descrivere le emozioni che mi ha trasmesso quel particolare evento.Di sicuro le influenze di un jazz nordico ci sono, di fatto, sono rimasto colpito da una band Norvegese che ho avuto modo di ascoltare in un concerto live l’estate scorsa che utilizzavano molto l’elettronica (anche se forse fin troppo per i miei gusti musicali).

– Il jazz italiano cresce continuamente di livello, eppure ai festival importanti i nomi in cartellone sono sempre quelli. Eppure in parecchie piccole produzioni come la vostra la qualità c’è, ed è anche alta. Avete tutte le carte in regola per uscire dal sottobosco ed emergere a livello italiano e non solo. Come pensate di muovervi? Solo social network – che a mio parere vanno bene per un contatto epidermico – o avete in mente qualcosa d’altro?

Luca Crispino: La musica nell’arco degli anni è cambiata, un musicista al giorno d’oggi oltre che al suonare si deve occupare di tutti quegli aspetti imprenditoriali quali raccogliere i contatti, organizzare le serate, creare la pubblicità e fare un vero e proprio lavoro di marketing. Per quanto riguarda i festival gli organizzatori di quest’ultimi hanno la tendenza, per ragioni commerciali, di andare sul “sicuro” e spesso e volentieri i nomi che appaiono sui cartelloni sono sempre gli stessi, senza nulla togliere all’indubbia qualità degli artisti. Non danno cosi spazio però a nuove proposte, mantenendo la situazione musicale sempre ferma e stagnante.

 

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IL DIAPASON INTERVISTA LINO STRAULINO

IL DIAPASON INTERVISTA LINO STRAULINO

IL DIAPASON INTERVISTA LINO STRAULINO

Raccolta da Alessandro Nobis

Uno dei più interessanti musicisti che mi è capitato di ascoltare e di apprezzare – e lo faccio costantemente da quando un amico mi ha fatto sentire “Blue” pubblicato nel 2003 – è il friulano Lino Straulino, già membro fondatore dell’importante ensemble di folk revival La Sedon Salvadie in compagnia di Andrea Del Favero e Dario Marusic. E quale migliore occasione per porgli alcune domande se non quella della pubblicazione di uno straordinario disco per sola chitarra come “Barbad e L’alighe”, stampato solo in 130 copie numerate ma che si è già candidato a diventare un modello per i chitarristi acustici che si ispirano alla musica tradizionale?

  • Il tuo più recente lavoro lo hai dedicato alla chitarra acustica e comprende brani originali, di origine rinascimentale, brani del repertorio popolare inglese e danze tradizionali italiane. Come ti sei avvicinato alla tradizione musicale della tua terra di origine, la Carnia?
  • In realtà, la musica popolare mi girava attorno da sempre, avendo vissuto in una valle carnica fin da piccolo ero costantemente immerso in un mondo di cantori e suonatori tradizionali con repertori davvero sorprendenti
  • Hai registrato anche una coppia di danze tratte dalla raccolta di Giorgio Mainerio.
  • Diciamo che le due danze in questione sono le “danze friulane” che Giorgio Mainerio raccolse nel suo leggendario “primo libro de balli” del ‘500, in realtà ce n’è una terza: l’arboscello (ballo furlano). Delle tre, la celeberrima Scjarazule è sicuramente uno dei brani più importanti e misteriosi di queste terre.
  • Quali le fonti dalle quali hai tratto le danze popolari: scritte oppure orali?
  • Le tre danze italiane a dire il vero le ho recuperate da dei video in rete e poi ci ho costruito su un arrangiamento.
  • Nella tua vita musicale hai affrontato diversi generi musicali, dalla canzone d’autore al progressive alla tradizione popolare in generale, intendo anche celtica. Insomma, sei un musicista eclettico……….
  • Lasciami fare una battuta: perché mangiare solo pastasciutta al ragù tutta la vita? La musica è talmente intrigante che è difficile non farsi ammaliare dalle sue svariate ed invitanti forme, per cui mi sono sempre lasciato guidare dal mio istinto nell’approccio al mondo dei suoni come fa un bambino di fronte ad un negozio di dolciumi, cercando di assaggiare un po’ tutto.
  • Dal punto di vista squisitamente tecnico, quali sono i chitarristi che più ti hanno influenzato? Quelli di scuola anglosassone o americana?
  • Senza ombra di dubbio il mio modo di suonare è figlio dei maestri inglesi in particolare John Renbourn al quale devo moltissimo e senza il quale probabilmente non suonerei come sto suonando.
  • Anche questo nuovo CD è stato pubblicato in un numero limitato – limitatissimo – di copie, rinforzando la tua immagine di “nobile artigiano della musica” e di musicista “di nicchia”. Una tua scelta?
  • Non proprio, direi una scelta forzata; ogni musicista penso gradisca il fatto di far arrivare a quanta più gente possibile la propria musica ma ultimamente sembra difficile poter pensare di vendere anche solo 100 copie di un disco e pertanto la produzione va calibrata su queste taglie purtroppo. Io stesso sto acquistando centinaia di dischi di gruppi e artisti emergenti degli ultimi 4\5 anni ed ho osservato che difficilmente stampano più di 300 copie delle quali un centinaio in tiratura ultra limitata. I supporti nascono già come oggetti da collezione e non di consumo: questa è quello che sta accadendo per le musiche di settore più interessanti.
  • In molti Paesi la cultura popolare è supportata dalle istituzioni locali e nazionali che promuovono – anche se spesso solo in parte – Festival, Rassegne e scuole dove si insegna il repertorio e gli stili della musica tradizionale e comunque finanziano progetti di ricerca negli archivi e sul territorio. Qual è la situazione in Friuli (che ricordo è una regione “a statuto speciale”), è cambiata l’attenzione delle istituzioni verso le tematiche culturali negli anni o è rimasta come in molte altre aree poco o per nulla considerata?
  • Che io sappia a parte Valter Colle e Folkest dischi non c’è molto altro per quanto riguarda questo tipo di documentazione e non credo che abbiano significativi sostegni da parte della regione che anzi sembra molto più attenta a finanziare i grossi concerti estivi che le microrealtà culturali del territorio.
  • Pensi che ci siano ancora aree friulane poco esplorate e studiate dal punto di vista etnomusicologico, o materiale giacente in qualche piccolo archivio nascosto?
  • Sicuramente c’è ancora tanto lavoro da fare dal punto di vista etnomusicologico anche se le fonti con il passare del tempo si fanno sempre più deboli e incerte. La strada da percorrere secondo me è quella dell’analisi dei materiali raccolti durante i decenni. Credo che un’opera di sintesi che tenga conto degli studi fatti finora e dei documenti orali e scritti comparati sia inevitabile per vare un’idea più chiara sul da farsi.
  • Cosa ci dobbiamo aspettare da te in questo 2017? Qualche progetto in cantiere? So che hai scritto – anzi ne ho letto un paio sulla tua pagina di Facebook – una serie di racconti autobiografici. Ne nascerà un libro?
  • E’ un’idea che sto accarezzando da tempo, i racconti sono nati un paio di anni fa e ora rileggendoli mi sembrano ancora freschi e interessanti, pertanto non è escluso che prendano forma in un libro. Ho sempre considerato con sospetto i musicisti che diventano scrittori e viceversa, un po’ come i panettieri che diventano macellai, ma se la cosa nasce spontanea e non indotta credo che si possa tollerare no?

IL DIAPASON INTERVISTA OTELLO PERAZZOLI

IL DIAPASON INTERVISTA OTELLO PERAZZOLI

IL DIAPASON INTERVISTA OTELLO PERAZZOLI

Raccolta da Alessandro Nobis

Otello Perazzoli, originario della bassa veronese della quale conserva la caratteristica e riconoscibilissima “parlata”, è certamente uno dei più importanti divulgatori della cultura popolare veronese in senso lato, visto che per ragioni professionali ha passato parecchi anni nella parte opposta della provincia, nella Lessinia che fu dei Cimbri.

Mi è sembrato doveroso ed opportuno porgli delle domande riguardanti la sua attività, la sua storia di ricercatore e di divulgatore, parole che definiscono la sua “mission” – come si usa chiamare adesso e lo disco con tono ironico – ma che in realtà definiscono “solo” la sua enorme passione verso la storia e la cultura che le generazioni passate ci hanno regalato e che non dobbiamo assolutamente far cadere nell’oblio. Come ricorda Otello al termine dell’intervista citando Mahler – che non è proprio uno qualsiasi – “la tradizione non è culto delle ceneri, ma custodia del fuoco.

  • Otello, tu sei originario della pianura veronese zona lungamente studiata da Dino Coltro. Come si sei avvicinato e poi appassionato alla cultura popolare, attraverso tuoi familiari o studiando l’opera di studiosi come Coltro?
  • Tutto è nato parecchi anni fa, diciamo una trentina, quando, con un gruppo di amici abbiamo dato vita al Canzoniere del Progno, un gruppo di Illasi ci ricerca ed esecuzione delle cante della tradizione orale. E’ stato allora che ho sentito la necessità e la voglia di conoscere Dino Coltro che tanto a lungo e tanto profondamente aveva studiato la cultura contadina.img_0022
  • Come si è evoluto il tuo approccio e quali sono state le principali attività in questo ambito?
  • Dopo il periodo passato con il Canzoniere del Progno, con altri amici abbiamo dato vita al Cantafilò che, oltre alle cante, propone tutt’oggi anche le danze della nostra tradizione. Nel frattempo sono andato ad insegnare Lettere a Selva di Progno e mi sono accorto che, nella memoria degli anziani, sopravviveva molto del patrimonio orale originale della zona. Grazie agli alunni sono venuto in contatto con i genitori ed i nonni e ciò mi ha permesso di continuare la ricerca sulle tradizioni locali. In quegli anni è iniziata la ricerca sistematica su quanto è stato scritto sul la tradizione orale e mi sono reso conto che , oltre alle circa 10.000 pagine di Dino Coltro,  altro c’era da conoscere e da studiare.
  • Come insegnante hai girato la provincia in lungo ed in largo. Hai avuto modo di incontrare “informatori” dai quali hai imparato cante, filastrocche o storie “popolari, persone alle quali sei rimasto legato, con le quali hai avuto la sensazione di essere sulla stessa “lunghezza d’onda”. Vuoi ricordarne qualcuna?
  • Sono tante le persone a cui sono riconoscente, penso a quelle che mi hanno aiutato a conoscere più da vicino l’anima profonda della montagna veronese e dei quali sono stato orgoglioso di diventare amico (Piero, Ettore, Gildo, Tilio, Agostino, Don Alberto e tanti altri) Li ho conosciuti che erano aventi con gli anni ed ora non ci sono più. Rimane vivissimo il loro ricordo e spesso propongo le loro storie, le cante che mi hanno insegnato, alcuni aneddoti della loro vita negli incontri che faccio in giro per la provincia, e non solo.
  • Da quando hai iniziato il tuo lavoro di docente di lettere, come è cambiato l’approccio tra i ragazzi e le tradizioni della terra dove vivono?
  • Rispetto ai primi anni di insegnamento, circa 35 anni fa, mi sono reso conto che il rapporto degli alunni con l’ambiente andava cambiando. All’inizio, quando si usciva dalla scuola per percorrere i sentieri del bosco lì vicino, erano loro ad indicarmi, in dialetto, il nome delle piante, che mi parlavano del lavoro dei nonni, che sapevano come si fa il formaggio, si prepara la legna per l’inverno, si taglia e si raccoglie il fieno. Poi molto è cambiato, al rapporto con gli anziani si è sostituita la tv, i videogiochi e, tutte quelle piante con tanti nomi particolari sono diventati “pinetti”. E così ho cercato di essere il loro legame con la cultura della tradizione, aiutato in questo nella straordinaria produzione di opere che trattano la Lessinia. Abbiamo cercato nuove cante, formato un gruppo, i Torototei, con i quali andavamo a proporle in tante occasioni, abbiamo cercato nuove fole, consegnate poi ad Attilio Benetti che le ha inserite nelle sue raccolta, abbiamo pubblicato un piccolo volume di fiabe e collaborato ad altre pubblicazioni edite da Taucias Gareida, la casa  editrice di Giazza. Siamo ritornati nei boschi vicini alla scuola per riconoscere e chiamare per nome gli alberi, gli arbusti, i fiori spontanei, siamo stati alla Carbonara preparata ogni anno dal Nello di Giazza ed abbiamo allestito, alla fine dell’anno scolastico, mostre a tema con gli oggetti di uso quotidiano.
  • Selva di Progno è uno dei paesi nei quali hai lavorato, una “terra cimbra”. Quanto è distante il “mondo cimbro” o le sue vestigia “orali” nelle valli della Lessinia e nella memoria delle persone?
  • Ho lavorato per 30 anni a Selva di Progno, il comune più a nord della Val d’Illasi che comprende le frazioni di Campofontana, San Bortolo e Giazza. La lingua cimbra è scomparsa dal capoluogo e dalle frazioni più alte almeno un centinaio di anni fa mentre è resistita solo a Giazza, dove ancora sopravvivono pochi testimoni che ricordano quell’idioma. Difficile stabilire ciò che sia retaggio dei Cimbri nella cultura trasmessa agli alunni.
  • Hai cercato di raccontare la “cultura popolare” nelle classi dove hai lavorato. Quali erano i temi che affrontavi e che più interessavano i ragazzi? Ti è capitato qualche volta che dalle famiglie dei ragazzi “arrivassero” informazioni nuove?
  • Come ho già detto prima, ho sempre considerato mio compito primario quello di far conoscere ai ragazzi l’ambiente fisico ed umano dal quale provenivamo, di trasmettere loro l’orgoglio di tale appartenenza, la bellezza e l’originalità della loro storia e delle loro tradizioni. Il contributo della famiglie è stato fondamentale per le varie ricerche che con i colleghi abbiamo intrapreso. Sono stati raccolti canti che non conoscevo, fole inedite, storie bellissime. Molte delle relazioni che sono nate allora con i genitori continuano tuttora, molti dei ragazzi, alle superiori ed all’esame di maturità hanno presentato relazioni sul loro ambiente, con molti di loro il dialogo continua. E trovo tutto questo per me molto gratificante ed importante.
  • Credo tu non sia esattamente ciò che si definisce un “musicista tradizionale”, ma piuttosto un cantastorie, un divulgatore con l’importante ruolo non di far rivivere filologicamente un mondo che non tornerà più ma quello di fa conoscere che un mondo diverso da questo è esistito nelle passate generazioni………
  • Certamente non posso proprio essere definito un musicista tradizionale, dato che non conosco nemmeno il pentagramma….. Mi va bene la definizione di “cantastorie”, anche se mi sento inadeguato rispetto ai grandi, veri cantastorie che mi hanno preceduto. Mi ritengo un “contastorie” (“racconta storie”, n.d.r.) perché il tempo dedicato ai racconti, alle tradizioni, ai proverbi ultimamente supera quello riservato alle cante. Considero Coltro un “amico da lontano”, come mi scrisse nella dedica di un suo libro, e lo ricordo in ogni occasione. Come scrisse Gustav Mahler “tradizione non è culto delle ceneri, ma custodia del fuoco”. Ecco, nel mio piccolo, cerco di essere nei miei incontri il custode di un fuoco che, spiace constatarlo, si è spento.
  • Quali sono le tematiche che proponi quando con il tuo organetto diatonico viene chiamato a divulgare la tradizione o semplicemente intrattenere il pubblico?
  • I più “gettonati” sono “Il ciclo della vita nei canti, nelle storie, nei proverbi della tradizione orale”, “Riti, miti leggende e cante della cultura contadina”, “lavoro ed emigrazione nelle cante e nelle storie della nostra tradizione”, “Dal Risorgimento alla Costituzione, le cante e le storie del nostro passato”, “ Il filò”, “La vita e l’opera di Dino coltro, amico da lontano”, Cante e storie di cantastorie come “Il ciclo dell’anno nella tradizione orale”,“ Da Santa Lucia alla Veceta, cante, riti e storie legate al Natale, e dintorni”
  • I tuoi contatti?
  • Molti inviti arrivano dalle università del tempo libero della provincia, da associazioni locali come Proloco, Associazioni Alpini, Biblioteche Comunali, dalle scuole materne fino all’università dove per esempio ho proposto il mio repertorio alla cattedra di “Storia dell’educazione”, da privati per particolari ricorrenze, da qualche festa o sagra. Il lavoro non manca perchè grande è la voglia di ricordare un passato vicino ma tanto lontano.
  • Chi fosse interessato a conoscermi mi può contattare su Facebook: il link è https://www.facebook.com/otello.perazzoli?fref=ts

 

 

IL DIAPASON INTERVISTA FAVOLAVA’

IL DIAPASON INTERVISTA FAVOLAVA’

IL DIAPASON INTERVISTA FAVOLAVA’

Raccolta da Alessandro Nobis

Nel fitto programma dell’edizione 2016 del Tocatì  che si tiene a Verona dal 15 al 18 settembre nel centro storico, spicca un appuntamento, quello di giovedì 15 alla Sala Farinati della Biblioteca Civica di Verona con inizio alle 21. “Cecilia Gasdia racconta ……… Immagini da Turandot con i burattini di Favolavà” è un appuntamento a mio avviso fondamentale per gli appassionati di cultura popolare e quindi ho ritenuto opportuno rivolgere alcune domande ad uno dei responsabili di Favolavà, Marco Scacchetti, cogliendo l’occasione anche per parlare dell’attività di questo attivissimo gruppo di burattinai veronesi.

Al Tocatì ci sarà quindi il debutto di questo nuovo allestimento, con una edizione speciale vista la partecipazione di Cecilia Gasdia. Come è nata l’idea di mettere in scena la Turandot di Giacomo Puccini, e come ha accolto la proposta la cantante?

Abbiamo conosciuto Cecilia Gasdia tramite un’amicizia in comune, ci siamo incontrati un giorno, con molta semplicità, nella cucina della nostra amica. Sul bel tavolo di legno abbiamo montato uno dei nostri teatrini più belli ed abbiamo lasciato uscire dalle valigie/teatrino i burattini del Barbiere di Siviglia realizzati con la collaborazione del centro anziani di Cadidavid e da lì è nato il progetto di provare a trasporre l’Opera di Turandot in una rappresentazione con burattini. Cecilia Gasdia ci ha travolto con il suo entusiasmo e la sua generosità, si è da subito resa disponibile alla realizzazione dei preziosi costumi dei burattini, alla supervisione del canovaccio scenico e all’inserimento delle più famose arie musicali dell’Opera.14284849_549048651959150_1350633726_o

Come ho detto nell’introduzione è un appuntamento fondamentale per gli appassionati di cultura popolare. In passato, quando non erano disponibile apparecchi radio, la diffusione delle arie d’opera nelle città, nei paesi e nelle più lontane contrade, era affidata ai suonatori ambulanti ma anche alle compagnie girovaghe e di burattinai. Ritornando alla Turandot, che credo sia sta scelta considerando che ospite di questa edizione del Tocatì è la Repubblica Popolare Cinese, quali sono i quadri che metterete in scena?

E’ stata una elaborazione a quattro mani, io e la mia compagna Emanuela Bonizzato, ci siamo tuffati per giorni nel libretto dell’Opera poi c’è stata la creazione della partitura con i vari personaggi ed abbiamo pensato ad una versione semplice ma emozionante, con  la trama della storia che l’Opera rappresenta. Dovevamo pensare ad un canovaccio per burattini, quindi doveva essere efficace ed espressiva pur rispettando il filo di quello che sempre più diventava una fiaba da raccontare. Poi, grazie a Cecilia, che sarà la narratrice dell’ Opera / fiaba, sono state inserite con un lavoro certosino di registrazione le arie più famose dell’Opera di Puccini. Mi sono sorpreso io stesso, nel vedere come anche con alcuni piccoli burattini, si possa mantenere la forza e la carica emozionale di un’ Opera.

Chi sono gli artigiani che hanno costruito i burattini, la scenografia e preparato i costumi?

Una volta deciso il progetto, io ho realizzato in un paio di settimane le dodici teste dei personaggi, Cecilia, insieme alle costumiste di “Verona Accademia dell’Opera” ha realizzato i magnifici vestiti dei burattini… Io ed Emanuela, con Peppe Follo e Rosella Sterzi abbiamo lavorato sulla rappresentazione con la supervisione di Cecilia che ci ha magicamente trasportati nel mondo di Turandot.  I fondali sono stati dipinti uno da me (la Pagoda) ed uno da Emanuela (interno Palazzo Imperatore).

Avete già in programma altre repliche?

Sarebbe bello poterlo far vedere ancora. L’idea è poterlo rappresentare per i bambini o anche per gli anziani, vediamo intanto come andrà la “prima”. Sarebbe straordinario creare un nuovo filone di Valigie teatrino, con le opere liriche più famose… una sorta di….”Operavà “ ….ci stiamo pensando. L’evento è nato come sostegno di immagini alla narrazione di Cecilia, che parlerà della sua storia artistica e della sua straordinaria carriera… Il nostro incontro spero possa essere momento di scoperta e chissà… per noi è un nuovo prezioso contributo alla nostra “Miniera” di storie che diamo gratuitamente a disposizione delle famiglie che vogliono provare una sera a spegnere la TV e scoprire un modo magico di mettersi in gioco, col sostegno dei nostri teatrini e fiabe in valigia

Al Tocatì presenterete anche una mostra dei Teatrini d’Autore ed un’altra vostra idea, la Valigia del Teatrino delle Fiabe che ha avuto un notevole successo, visto che più di 500 famiglie ne hanno usufruito. Ce ne vuoi parlare?

E’ l’obiettivo principale del progetto: dare dei materiali ai genitori, le nostre valigie teatrino che sono anche realizzate da artisti, quindi arte nelle case appunto, che possano dare uno stimolo nuovo in famiglia, per mettersi in gioco e vivere un’ esperienza di “gioco espressivo condiviso” che è diverso dal gioco competitivo, dal gioco solitario  e dal videogioco. C’è un contesto da ricreare di condivisione… di empatia, in famiglia, nel condominio, in parrocchia al parco….si chiamano gli amici, si prepara quell’evento “magico” che fa si che diventi un’esperienza che resta nella memoria di tutti, a differenza delle storie televisive che non lasciano traccia… La mostra è nata insieme ad Anna Ballini della Galleria d’ arte Incorniciarte che si è attivata per coinvolgere una ventina di artisti  per  dipingere i teatrini che ho preparato per il progetto, a cui sono stati abbinati i burattini che ho realizzato con l’aiuto dei Centri per Anziani del Comune di Verona con cui abbimo promosso il progetto “ I Teatrini d’Autore con le Fiabe del Cuore”… le fiabe appunto scelte dagli anziani…. La stessa cosa ho fatto quest’anno, col progetto “ Baratto della Fiaba” che ha visto una decina di scuole veronesi e della provincia realizzare con me dieci nuove valigie con le nuove fiabe. Tutto questo va ad arricchire la miniera di teatrini a disposizione gratuita delle famiglie… Oltre alla mostra, proporremo degli spettacoli, con i nostri collaboratori Peppe Follo, Rosella Sterzi, Stefania Scalone, Emanuela Bonizzato e dei laboratori in cui i bambini potranno realizzare il loro burattino… aiutati dai volontari del gruppo

Come risponde la città ai vostri interventi?

Sono dieci anni che distribuiamo gratuitamente le valigie presso la sede in via Quattro Rusteghi 14 dove da sempre ci ospita e ci sostiene l’associazione marinamu ensemble a cui siamo grati per aver creduto nel progetto. In questi anni tante famiglie e tante scuole sono venute a prendere i nostri teatrini per creare una festa…. Più di 500 come dicevo, ma molti di questi  vengono un paio di volte l’anno ed ogni evento viene vissuto da 10, 20 persone, cosi nelle scuole… sono tantissimi quindi i veronesi che sono entrati “nell’ orbita fiabesca” di Favolavà.

Quali sono le prospettive del vostro lavoro futuro? So che cercate una sede ed un “teatro stabile”.

Fra tanti grandi sogni che si sono realizzati nel tempo, rimane forte la mia passione per il teatro di ricerca, i grandi maestri che si muovono ancora con incredibile umiltà e passione e che a volte, a Verona, riesco ancora ad applaudire e salutare. Quindi sogno un posto dove poter organizzare rassegne e seminari teatrali, una miniera volante, dove tutti possano venire a prendere le nostre valigie teatrino, dove possa esserci un laboratorio per realizzare le storie ma anche per dare a tutti i bambini la possibilità di creare il loro burattino “la città dei burattini” è il nostro obiettivo futuro, con la possibilità di realizzare laboratori volanti e giochi per far incontrare i bambini…attraverso l loro burattino !!!

Per contattarvi?

Abbiamo un sito, favolava.it dove è possibile vedere le fiabe disponibili e prenotarle e siamo presenti anche su Facebook. Per venire a prendere le valigie è necessario andare in sede presso l’Associazione Marinamu in Via Quattro Rusteghi 14 tutti i MARTEDI’ dalle 17 alle 19.30. Per contattarci: info@favolava.it  oppure Marco Scacchetti  3357291608

 

IL DIAPASON INTERVISTA MAURIZIO GIOCO

IL DIAPASON INTERVISTA MAURIZIO GIOCO

 

Raccolta da Alessandro Nobis

Il Diapason ha incontrato i burattini del TEATROGIOCHETTO, ed ha parlato con loro attraverso Maurizio Gioco, loro creatore e anima. Ma, già che avevo di fronte questo istrionico e creativo artista, non mi sono lasciato sfuggire l’occasione per conoscere meglio lo straordinario mondo dei burattini.

Il mondo dei burattini – ma anche dei pupi – è a tutti gli effetti parte fondante della cosid12985495_10154729984433916_9008182918670678748_ndetta “cultura popolare”, e da tempo immemorabile ha affascinato il mondo dei più piccoli e quello dei “rimasti” piccoli nel cuore. A quando risalgono le prime notizie riguardo il loro utilizzo?

Vorrei intanto fare una distinzione tra Pupi e Burattini che, pur appartenendo entrambi alla cultura popolare, hanno, come dire, preso strade diverse. Intanto i Pupi si sono sviluppati nell’Italia meridionale con un repertorio “alto letterario di derivazione classica, il ciclo carolingio e le vicende dei paladini di Francia”, inoltre per il loro peso: ossatura, armatura ecc… hanno naturalmente deciso di andare verso la terra. Il burattino invece vive sopra la nostra mano, è più etereo…va verso l’alto, parla alla gente in maniera semplice, racconta il quotidiano, i burattini parlano di vita e di morte, di cambiamento e di normalità. Forse sono scesi dalle montagne per stabilirsi lungo il fiume Po, e lì hanno trovato le loro storie, i loro ruoli. Basti pensare a personaggi come Sandrone, Fasolin, Gioppino e tanti altri.

Buona parte del repertorio, diciamo “Classico” coinvolge i personaggi legati alla Commedia dell’Arte e delle fiabe e novelle più conosciute.

Direi che i repertori burattineschi, almeno in origine, erano sganciati da riferimenti letterari.  L’azione, le bastonate che si davano i personaggi, la lotta per procurarsi da mangiare, il rapporto con la magia, le credenze, erano i temi delle storie che suscitavano interesse verso questa forma girovaga di spettacoli tra il popolo. Ovviamente la Commedia all’Improvvisa, già decaduta nel momento di sviluppo di questo teatro, veniva ripresa e si mostrava utile per dialogare con la gente.

Nell’ottocento si scopre la possibilità di portare a livello di strada anche narrazioni di derivazione teatrale, riprendendo ed elaborando il repertorio favolistico ma anche fatti di cronaca e accadimenti dell’epoca. A Verona, per esempio, è stata rappresentata in Piazza Cittadella, con burattini, l’inondazione provocata dal fiume Adige del 1882.

La tua attività di creatore e di animatore mi sembra sia lontana da questi mondi.

Oggi i burattini devono trovare linguaggi più attuali per dialogare con la società. La mia ricerca si muove su due piani: da un lato la scultura (ho abbandonato il burattino grottesco per fare personaggi più simili all’uomo d’oggi), dall’altro la scrittura, cercando di sviluppare temi come il disagio psichico, l’alcolismo, la diversità. Nella rappresentazione sperimento queste nuove idee, anche se mi rendo conto che le cose che funzionano sono le più semplici, e la lotta tra il bene e il male fa sempre trasalire i miei spettatori.

Come ti sei avvicinato al fantastico mondo dei burattini e quando hai iniziato a crearne di nuovi?

Non ho iniziato da bambino, ci sono arrivato più tardi. Verso la fine degli anni settanta ero impegnato in attività ricreative con bambini “difficili” e questo tipo di teatro mi sembrava avere una valenza pedagogica utile per aiutarli; così ho iniziato a costruire le prime teste di cartapesta con loro. In quegli anni c’era molto fermento creativo ed anche nelle scuole si organizzavano laboratori molto interessanti. Ho iniziato poi ad accompagnare una burattinaia nelle feste di compleanno e nelle sagre di provincia, così la mia passione ha preso il volo. Successivamente sono entrato più a fondo in questo “universo” frequentando festival, oggi storici, come “Arrivano dal Mare”, di Cervia, instaurando legami e collaborando con burattinai e compagnie da cui ho imparato dei segreti. Da alcuni anni faccio parte dell’Unione Mondiale della Marionetta – Unima, e questo mi permette di restare in contatto con molte esperienze internazionali.

Se non vado errato sei anche autore della sceneggiatura; a questo proposito, quanto sei legato al testo e quanto invece reciti “a braccio” con un canovaccio appena abbozzato?

Il burattino ha la capacità di improvvisare, vive nel contesto della rappresentazione; sono generalmente due le produzioni che riesco a fare in un anno. Una di derivazione tradizionale che costruisco su canovacci noti, facendo spesso una trasposizione per burattinaio solista, questa mi permette maggiore libertà e più interazione con il pubblico; l’altra di ricerca, più sperimentale, come “la notte di Valpurga”, testo tratto da un romanzo del poeta russo Venedikt  Erofeev, o “Se una marionetta uccide un uomo”, ispirato ad un tragico fatto di cronaca cittadino. Queste sceneggiature sono studiate minuziosamente nella messa in scena, quindi lasciano meno possibilità di variazioni nell’atto della rappresentazione.

Nel tuo spettacolo coinvolgi spesso musicisti come l’organettista Francesco Pagani.

Molti sono i musicisti che in questi anni hanno collaborato con me. Credo che Francesco Pagani (organetto diatonico) e Daniele Pasquali (chitarra e sax) abbiano capito esattamente quando intervenire per sottolineare un momento significativo, per “coprirmi” nei passaggi di cambio scena, per coronare un evento; conoscono le dinamiche di questo teatro e lo impreziosiscono. Non è lavoro facile per un musicista perché, in questa forma di rappresentazione, la musica deve mettersi al servizio del burattino e non veleggiare in autonomia.

Credo che l’organetto sia uno strumento perfetto per i miei personaggi, sono contenti quando lo sentono! E’ uno strumento potente, semplice, che riporta alla memoria cose che forse abbiamo dimenticato ma che sono ancora dentro di noi, come la voglia di ballare. Francesco Pagani ha svolto un prezioso lavoro di ricerca e recupero delle musiche del nostro territorio e questo ci torna spesso utile.

Curiosando sul tuo blog (www.teatrogiochetto.wordpress.com) ho visto che tra i tuoi spettacoli ce ne sono due in particolare che hanno attirato la mia attenzione: quello che riguarda da vicinissimo la Prima Guerra Mondiale e quello che narra le vicende di bravi e briganti veronesi. Ce ne vuoi brevemente parlare?

Il primo è nato nell’anniversario della prima guerra mondiale, con l’idea di raccontare gli eventi bellici filtrati da una storia d’amore. La guerra porta distruzione ma anche rinascita, è un tema sempre attuale. C’è stata molta ricostruzione e cura nella realizzazione dei personaggi. Pensa che il generale Cadorna ha mostrine originali. I vestiti sono stati fedelmente realizzati dopo una ricerca sulle divise militari austriache e italiane e anche gli elmetti, riprodotti in rame da un artigiano, hanno le fattezze dell’epoca.

Il secondo spettacolo nasce da un’idea che mi frullava da molto tempo nella testa, volevo realizzare una sceneggiatura sul brigantaggio delle nostre terre, sui soprusi che i potenti mettevano in atto (altro tema purtroppo sempre attuale!). Così ho recuperato la storia del bandito Falasco e della bella Angiolina, accaduta nella nostra Valpantena. Una rilettura che ha parallelismi con il mondo d’oggi dove chi agisce per conto dei potenti viene colpito, mentre i mandanti restano spesso impuniti.

I tuoi burattini di notte cosa ti raccontano? Quello a cui sei più in sintonia?

Di notte i burattini parlano tra di loro, si raccontano i fatti della giornata, a volte fanno delle feste e alzano il gomito bevendo un po’! Il loro linguaggio non è sempre comprensibile, guardano il mondo da un altro punto di vista; si danno anche delle randellate, ma al mattino sono tutti amici, non portano rancore. Sono generosi perché sempre pronti ad animarsi; mangiano poco, e non hanno grandi pretese. Tutti hanno un nome. Amo molto Arlecchino perché ha un’indole libera e non si lascia sopraffare da nessuno. Ma sono legato anche a Tredenti, ad Anima nel Vento, al Mago, alla Morte e al Diavolo.

Come avviene il processo di realizzazione? Anche tu pensi che dentro ogni pezzo di legno si nasconda un burattino che se ne vuole uscire?

Ogni mio progetto di spettacolo richiede circa un anno per la realizzazione. Dapprima c’è l’idea, che solitamente arriva come un lampo, poi inizio a ricercare materiali sull’argomento che possono essere testi, immagini o anche film e documentari, costruisco così una minima bibliografia. I primi progetti sono disegnati. Steso il copione scritto inizio a realizzare le teste, poi i vestiti. Fino a qualche anno fa quest’ultima fase veniva gestita da mia zia Lina Gioco, sarta professionista. Dopo la sua scomparsa con me lavorano Celestina e Francesca. Quello che dici sul legno lo condivido in pieno. Per anni ho raccolto pezzi di legno e sempre ci vedevo dentro animali, personaggi fantastici con i quali ho ideato anche una storia: “La notte delle radici”. Il legno è un materiale meraviglioso, pieno di vita… noi burattinai la liberiamo!

Come reagisce il pubblico, diciamo così, degli adulti che spesso con la scusa di accompagnare i figli si gustano lo spettacolo?

Mi piace far capire al pubblico che lo spettacolo dei burattini non è solo per bambini. In passato vi assistevano militari, damine, vecchietti e intere famiglie, ovviamente i bambini erano tutti in prima fila.

Anche al fronte, durante la prima guerra mondiale, venivano organizzati spettacoli per sollevare il morale e dare coraggio alle truppe. Purtroppo permane ancora l’idea che i bambini si bevano tutto e spesso gli adulti guardano con distacco le cose rivolte a loro, rimangono in disparte a rispondere al cellulare invece di partecipare e condividere, educando i loro piccoli all’ascolto e alla bellezza delle narrazioni.

Qualche anticipazione su nuove realizzazioni e spettacoli?

Proprio in questi giorni, il 19 agosto, vado in scena con il mio gruppo al Velofestival di Velo Veronese: presenteremo “Le astuzie di Bertoldo”, spettacolo che mescola tradizione e innovazione. Saremo a Malga Vazzo e lo spettacolo inizierà alle 18.

Ho riscritto poi un Antigone, ruolo che vorrei affidare a mia figlia che da qualche anno si è accostata al teatro di figura. Poi nel cassetto ho un testo per burattini scritto da Garcia Lorca, rappresentato una volta nel foyer del teatro Colon, a Buenos Aires; mi piacerebbe crearlo in lingua originale. e sto lavorando anche ad un progetto più sperimentale che prevede una commistione tra burattini e testi poetici, scritti per l’occasione dal poeta Giorgio Maria Bellini  

Personalmente ricordo Nino Pozzo – figura storica del mondo popolare veronese – che con la sua Balilla nera nei primi anni sessanta portava i suoi burattini nei Parchi Giochi di Verona. Tu l’hai conosciuto?

Sono riuscito a vedere un solo spettacolo di Nino Pozzo, alla scuola elementare di San Zeno, durante un Carnevale. Ricordo che mi ha fatto paura!  Più tardi ho visionato dei documentari girati da Remo Melloni, storico del teatro di figura, sul lavoro di Pozzo ed ho capito la profondità della sua poesia. Peccato che i suoi materiali non siano completamente fruibili e valorizzati come dovrebbero. Ma questo fa parte degli enigmi inspiegabili che, purtroppo, sono una costante della nostra città!

IL DIAPASON INTERVISTA BALEN LOPEZ DE MUNAIN

IL DIAPASON INTERVISTA BALEN LOPEZ DE MUNAIN

Il Diapason ha incontrato il chitarrista – compositore di Bilbao Balen Lopez De Munain e gli ha rivolto alcune domande sul suo nuovo progetto con la violista da gamba argentina Luciana Elizondo. Le foto sono di Mario Rota (Luciana Elizondo) e di Giacomo Filipozzi (Balen Lopez).

Venerdi 20 maggio, lei presenterà il suo nuovo progetto che la vede a fianco della violista da gamba Luciana Elizondo. Ce ne anticipa i contenuti?

Suoneremo musica della tradizione basca, brani del mio repertorio e brani scritti da musicisti baschi che appartengono sia alla tradizione che al mondo classico, ed un paio di brani di tradizione ispanica dell’America Latina. E’ un progetto appena nato che ha bisogno sicuramente di tempo per ampliare il repertorio: è un primo passo che spero che col tempo potrà arrichirsi ancor di più.

Luciana Elizondo ha un cognome che tradisce le sue origini basche, anche se è nata in Argentina. Penso faccia parte di una delle numerosissime famiglie che dai Paesi Baschi emigrarono nelle Americhe, ma quale fu il periodo di queste grandi emigrazioni?

10371916_1226482470698450_3801691040756288407_nIn Argentina ci sono moltissimi baschi da tre o più generazioni, con centri culturali dove si insegnano la lingua basca, la cultura, la musica, le danze, la cultura basca in una parola. Luciana Elizondo stessa mi raccontava che aveva insegnato musica nel centro basco di Rosario, la sua città natale. Un suo bisnonno partì dalla Nabarra – credo proprio da Elizondo, un paese molto bello e che si chiama proprio come il suo cognome – per l’Argentina. Parliamo della fine dell’Ottocento, dei primi del Novecento. Partivano sia dai Paesi Baschi francesi che spagnoli, erano generalmente pastori. Allora era un fenomeno molto “normale”, non c’è famiglia nei Paesi Baschi che non abbia parenti in Argentina, tanti tornavano e tanti altri no. Questo anche perché dalle mie parti (Bilbao, n.d.r.) l’eredità paterna andava a un solo figlio, gli altri dovevano crearsi la vita da soli. Ad esempio, è interessante sapere che il fondatore di Buenos Aires fu Juan de Garay, vasco della provincia biscaglina ma questo riguarda piuttosto l’emigrazione coloniale storica, antecedente a quella alla quale accennavo prima. In quella fase i baschi ebbero un ruolo molto importante.

Come l’ha incontrata?

Grazie agli amici del gruppo altamurano Uaragniaun, e in particolare Luigi Bolognese. Due anni fa Luciana e Quito Gato- grandissimo chitarrista argentino – sono stati invitati al Festival “Suoni della Murgia”. Ho avuto l’occasione di vedere qualche video di quella edizione e subito mi ha colpito la sonorità e la sensibilità di entrambi gli artisti.L’ho chiamata e le ho chiesto se poteva essere interessata a fare qualcosa di basco, viste le sue radici. Ci siamo incontrati a Cremona e abbiamo deciso di iniziare a preparare qualcosa.

In comune avete anche una preparazione accademica…………

Si, ma proveniamo da mondi diversi, Luciana lavora nel ambito della musica antica ma con Quito Gato hanno un repertorio basato sulla musica tradizionale dell’America Latina: musica arrangiata molto bene, con un piede nella tradizione e un altro altrove, come piace a me.

A proposito di questo, seguendo i suoi progetti è evidente che lei è molto legato alle proprie radici culturali, ma è altrettanto evidente la sua ricerca di un suono acustico, direi quasi “da camera”. Credo questo sia il tratto nettamente distintivo della sua musica.

Mi piace suonare con gente molto diversa da me, credo sia il modo migliore per imparare e per mettersi sempre alla prova e cercare nuovi stimoli. Per esempio, ho suonato con jazzisti e io non sono un jazzista, con musicisti che appartengono al mondo tradizionale e io non mi ritengo un musicista tradizionale.

Con Luciana Elizondo avete debuttato qualche settimana fa nella bergamasca, e domani sarete a Verona. Possiamo pensare che questo progetto possa continuare nel prossimo futuro?

Mi auguro di si, ma tante volte non dipende solo da noi, viviamo tempi molto strani.

Qual’è il ruolo della viola da gamba sia in fase di ideazione che di esecuzione della musica in questo progetto?

La viola ha un ruolo molto importante. Per me è interessante conoscere le possibilità timbriche e sonore di un strumento così bello come la viola da gamba.

E’ da parecchio che non pubblica un lavoro nuovo. Pensa che questo progetto possa portarvi in sala di registrazione?

Presto per dirlo. Potrebbe essere. Mi piace fare le cose con calma e convinzione. Prima voglio divertirmi e vedere cosa riesco a fare. I dischi servono quando hai un’attività concertistica notevole, non è il mio caso adesso. I dischi poi si vendono ai concerti, altrimenti rimangono in cantina a prendere muffa.

IL DIAPASON INTERVISTA “BALLABILI ‘900”

IL DIAPASON INTERVISTA “BALLABILI ‘900”

di Alessandro Nobis

Ballabili ’90 è il nome di un nuovo progetto musicale che nasce tra Verona e Rovigo. Protagonisti del quartetto, che come leggerete propone un repertorio di melodie ballabili in voga nei primi decenni del secolo scorso, sono Alfredo Nicoletti, Marco Brancalion, Rita e Fiorenza Brizzi.

Vista la particolarità del repertorio, molto interessante e vario che dà una dimensione precisa della musica di quegli anni, ho rivolto ad Alfredo Nicoletti alcune domande. Ecco cosa mi ha risposto:

1 – Come nasce l’idea di costituire un ensemble con repertorio così particolare partendo dal duo Varbondei con il violinista Marco Brancalion?

Con Brancalion avevamo già un repertorio di Bal – Folk, musiche di estrazione popolare legate al ballo, con una predilezione particolare per le danze di coppia, polke, mazurke, valzer, schottish, quello cioè che viene chiamato Vecchio Liscio, l’incontro fortuito con le sorelle Brizzi (chitarra e mandolino) che io conoscevo già, e una prima (bellissima) seduta musicale a casa mia ci avevano convinto a provare a proporre questo repertorio di ballabili legati particolarmente all’inizio ‘900.  

BALLABILI 012 – Quali sono i vostri punti di riferimento musicale?

Le riproposte di questo tipo di musica fatto da gente come Carlo Aonzo, Beppe Gambetta, il loro dischi Serenata e Traversata, i lavori di David Grisman, la vicinanza con vecchi mandolinisti veronesi, con i quali suonavo il venerdì sera all’osteria al Duomo a Verona, e le occasionali suonate, chitarra e mandolino, con Arturo Zardini.

3 – Quali sono le annate in cui questo repertorio diciamo così, vanno per la maggiore?

In Nordamerica erano parecchi i gruppi formati da immigrati italiani che incidevano questo repertorio. Esisteva addirittura una “mercato” discografico specializzato in questo genere di musica “a ballo”.

Le musiche che proponiamo appartengono quasi tutte ai primi anni del ‘900 e sono strettamente legate al repertorio mandolinistico.

4 – Come hai conosciuto Fiorenza e Rita Brizzi?

Le sorelle Brizzi abitavano di fronte a casa mia, da bambino giocavo con Rita, mia coetanea mentre Fiorenza era a scuola con mia sorella.

Il padre di Rita e Fiorenza guidava le filovie e riparava orologi e, come molti in quartiere (Tomba) a quei tempi, era un buon musicista dilettante, suonava il mandolino, alla pratica del quale aveva indirizzato la figlia Fiorenza.

Ci eravamo poi persi di vista per anni fino a un incontro, un sabato mattina, nel cimitero del nostro quartiere dove, dopo aver chiacchierato un po’ avevamo deciso di trovarci per suonare qualcosa assieme.