ENRIKE SOLINIS “Colores del Sur”

ENRIKE SOLINIS “Colores del Sur”

ENRIKE SOLINIS

“Colores del Sur” – Glossa, 2013

PUBBLICATO SU FOLK BULLETIN, 2013

Questo “Colores del Sur” del basco di Bilbao Enrike Solinis – tiorba, chitarra barocca e liuto – è esattamente quello che ti aspetti dal suo ascolto: un entusiasmante viaggio attraverso le musiche per chitarra scritte nel XVI° e XVII° secolo. Un viaggio nel quale si fa accompagnare dall’ottimo ottetto Euskal Barokkensemble, e nel quale affronta i repertori di importantissimi autori per liuto e chitarra come l’iberico Gaspar Sanz (1640 – 1710) ed il veneziano di nascita – ma di famiglia tedesca – Hieronymus Kapsberger (1580 – 1651); oltre a ciò Solinis propone “in solo” alcune trascrizioni per liuto di Domenico Scarlatti, come la celebre Sonata K 380 (addirittura suonata da Toni Pagliuca come “inserto” dal gruppo progressive Le Orme nel brano “Collage” nell’omonimo LP), un “Errekaxilo Fandangoa”, danza popolare basca ed un Makam tratto dalla raccolta del principe – filosofo moldavo Dimitrie Cantemir (1673 – 1723).

Musica popolare, barocco spagnolo ed italiano che mirabilmente corrono fianco a fianco, facendo di questo CD una delle più interessanti incisioni del genere, al pari di quella targata ECM del norvegese Rolf Lislevand, che come lui, ha collaborato con Jordi Savall. Si sarà avvicinato alla chitarra ascoltando i dischi di Paco De Lucia, sarà anche inizialmente stato autodidatta ed infine sarà stato anche espulso dopo tre anni da un Conservatorio diplomandosi poi in quello di Bilbao, ma questo giovane strumentista dimostra con questo “Colores del Sur” di avere i numeri per interpretare questo repertorio con grande gusto e maestria, aggiungendo un tocco personale (come non pensare a ciò ascoltando la sua magnifica re-interpretazione della Jacaras di Antonio de Santa Cruz? E non ditemi che non sentite qua e là la musica andalusa………) a quanto scritto sul pentagramma dagli autori presenti.

Una visione della musica che avvicina questi secoli ai nostri tempi, e non è cosa da poco.

 

DOMO EMIGRANTES “Kolymbetra”

DOMO EMIGRANTES “Kolymbetra”

DOMO EMIGRANTES

“Kolymbetra” – AUTOPRODUZIONE Records, 2014

PUBBLICATO DA FOLK BULLETIN, 2015

Di gruppi che a vario titolo propongono una sorta di viaggio nelle musiche del mare Nostrum ne ho ascoltati di recente parecchi, tutti propongono a livelli diversi una sorta di crociera virtuale con brevi soste nei porti e porticcioli più disparati senza un filo conduttore chiaro.

Questa seconda produzione di Domo Emigrantes viaggia su altri livelli e va oltre: c’è un progetto serio che si propone di andare alla ricerca delle testimonianze lasciate in Sicilia dai popoli e dalle loro civiltà che nei secoli l’hanno occupata, ci sono degli arrangiamenti omogenei e raffinati, una approfondita ricerca dei suoni e degli strumenti. Insomma, Stefano Torre, Filippo Renna, Donato Pugliese, Ashti Abdo e Lello La Porta assieme ad un nugolo di ospiti hanno confezionato un bel disco che, se promosso bene, non farà fatica a farsi apprezzare da stampa e pubblico. Dicono bene le note di copertina quando evidenziano che la Trinacria è sempre stata una sorta di calamita per tutte le civiltà che nei secoli si sono sviluppate nel Mediterraneo. E questo è il pretesto per Domo Emigrantes: fare avvicinare l’ascoltatore anche ad altre culture magari geograficamente più lontane come quella iberica e curda.

Suoni e sapori qui trovano “casa” nella lingua dialettale, attraverso un crogiuolo di strumenti, dalla zampogna a paro al saz al laud cretese, dalla chitarra battente alle percussioni “etniche”. Musiche tradizionali, musiche tradizionali con nuovi testi (Leucade) e viceversa (Canê Canê) e “Terra Matri”, una bella rilettura di “Lu me paesi” di Tony Cucchiara, un altro di quegli autori il cui repertorio andrebbe maggiormente valorizzato ed apprezzato. “Quannu pensu a lu paisi mea / in mezzu a li muntagni c’è sempre u suli / iu vurria turnari”, racconta Cucchiara: il sogno di ogni emigrante.

Concludendo uno dei gruppi più interessanti emersi dal panorama tradizionale – o di derivazione tradizionale – più recente, con i Trinacria, Niggaradio e Majaria Trio. Bel disco.

NASEER SHAMMA “Vjeie De Las Almas”

NASEER SHAMMA “Vjeie De Las Almas”

NASEER SHAMMA, SHARIF KHAN & SHABBAZ HUSSAIN

“Vieje De Las Almas” –  Pneuma Records 1250, 2011

PUBBLICATO DA FOLK BULLETIN, 2011

L’etichetta spagnola Pneuma, che di recente ha cambiato la distribuzione italiana passando all’Egea, ha tra le sue più recenti novità questo splendido CD che va al di là dei consueti sentieri musicali battuti, come quelli della pubblicazione delle Cantigas De Santa Maria o della musica Arabo Andalusa.

Ci troviamo di fronte ad un crocevia musicale raramente battuto, ad un “dialogo” tra due dei cordofoni tipici dell’Asia di cultura araba e di quella di cultura indiana: l’oud – definito da sempre il sultano degli strumenti – ed il sitar, solitamente protagonista della musica più colta di questa regione asiatica, accomunati anche dal grande spazio lasciato all’improvvisazione nella pratica di entrambi. Il tutto supportato dalle tabla “parlanti” del bravissimo Shabhaz Hussain, proveniente dal nord dell’India; importantissimo il ruolo che il percussionista indiano ha nello sviluppo della musica qui registrata nella quale il suo supporto è determinante quanto discreto, un valore che si aggiunge alla magnifica maestria dell’iracheno Naseer Shamma (questo è il suo terzo CD per l’etichetta di Eduardo Paniagua) e del pakistano Sharif Khan.

L’iracheno è anche compositore di tutta la musica qui presentata nella quale l’influsso della cultura araba è sì predominante, ma che grazie al suono ed alla capacità interpretativa ed imporvvisativa di Khan si arricchisce in modo sorprendente regalandoci una fusione culturale che nella realtà non esiste e che ognuno durante l’ascolto può interpretare a proprio piacimento.

Ciò che accomuna i tre strumenti – e lo scrive lo stesso Shamma – è il fascino dell’Oriente, la sua natura gentile, la sua filosofia e la sua anima. Io spero che questo incontro musicale possa diventare anche luogo per un amore reciproco nel quale questo possa elevarsi ancor di più. Il cammino verso l’incontro tra anime diverse non può essere altro che la musica.”

Come non essere d’accordo?

DINDUN “Majin”

DINDUN “Majin”

DINDÙN

“Majin” – Autoproduzione, 2014

PUBBLICATO DA FOLK BULLETIN, 2014

Sarà felice il buon Costantino Nigra di sapere che a più di un secolo dalla prima edizione del suo fondamentale “Canti popolari del Piemonte” – e parliamo del 1888 – c’è ancora chi ne studia a fondo i testi e li confronta con quanto di essi ancora sopravvive nella tradizione popolare dei nostri giorni aggiungendovi melodie raccolte sul campo o studiate in altre pubblicazioni. E sarà ancora più contento scoprendo quanto sia stato portato avanti questo prezioso lavoro di studio e di rielaborazione dagli autori di questo – a mio avviso – bellissimo e coraggioso “Majin”, ovvero la Alessandra Patrucco (voce), Marc Egea (ghironda e flauti) ed il pianista Angelo Conto: musicisti sì con profondo interesse nella cultura popolare, ma con frequentazioni anche in quelle contemporanea, oltre che nei mondi paralleli a quello musicali come quelli della danza o della poesia.

Insomma, considero questo disco una piacevolissima sorpresa che mi ha, ascolto dopo ascolto, rivelato da un lato la ricchezza del patrimonio che le generazioni passate ci hanno consegnato, e dall’altro l’originalità – e consentitemi – anche la genialità della proposta. De-banalizzare una melodia come “Il mio castello” e regalarle un respiro ampio e colto non è una cosa facile, soprattutto non è da tutti: il brano si apre con l’esposizione dell’arciconosciuta melodia ma di seguito voce, pianoforte e ghironda volano in un’altra direzione, verso orizzonti sorprendentemente attuali, costruendo un ponte che da una parte collega il passato e dall’altra fa solo immaginare la riva opposta.

Concludo citando altri due brani che mi hanno particolarmente impressionato – facendo torto però a tutti gli altri: “La soca” e “La bionda di Voghera” arrangiamenti quasi “minimalisti”, altre due perle di questo intelligente disco di esordio del trio Dindùn, gruppo che merita l’attenzione di quanti rivolgono le loro atenzioni alle musiche definite “di confine”.

SALVO RUOLO “Canciari Patruni ‘un è L’Bittà”

SALVO RUOLO “Canciari Patruni ‘un è L’Bittà”

SALVO RUOLO

“Canciari Patruni ‘Un E’ L’Bittà” – CONTRO RECORDS, 2014

PUBBLICATO SUL FOLK BULLETIN, 2014

Le cose le mette in chiaro subito Salvo Ruolo scrivendo sul retro di copertina che – Cambiare padrone non ti dà mai la libertà – parla del nostro west, della nostra epopea, di briganti e partigiani e di anarchici, di unità o malaunità come sostiene qualcuno e di quel Risorgimento in nome del quale si è dimenticato di dare voce ai più deboli. Da nord a Sud di questa Italia senza memoria”.

Sette storie che evidenziano la capacità narrativa di Salvo Ruolo e non solo questa. Anche gli arrangiamenti sono semplici ed allo stesso tempo efficaci e convincenti, insomma un lavoro interessante che si fa apprezzare anche per la capacità di stimolare l’ascoltatore ad approfondire i temi trattati ed anche di allargare l’interesse verso la storia italiana, soprattutto di quella risorgimentale ed in particolare di quella meridionale. Ma si sa, i libri di storia li scrivono i vincitori, ed un altro importante merito di Ruolo è appunto quello di “accendere” una scintilla in chi ascolta il disco.

“Passannanti” (trovate un bel video di questo brano su YouTube) ad esempio: racconta dell’anarchico Giovanni Passanante, autore nel 1878 di un fallito attentato al Re piemontese Umberto I. Fu catturato e condannato all’ergastolo e morì nel 1909 in un manicomio criminale dopo anni di detenzione in condizioni del tutto inimmaginabili. Per dire: era nato a Salvia di Lucania, un punto sulla carta geografica ma, essendo diventato un simbolo della ribellione contro i Savoia, lo stesso Re ne fece cambiare il nome in “Savoia di Lucania”; per la cronaca, un altro anarchico, Gaetano Bresci, riuscì nell’impresa di ammazzare il Re il 27 luglio del 1900. Oppure il brano di apertura “Malutempu”, la storia di Ninco Nanco (Giuseppe Nicola Summa), uno dei briganti più temuti di quegli anni; luogotenente di Carmine Crocco, fu giustiziato con il fratello nel 1864.

Non so, ma visto l’argomento mi viene spontaneo abbinare a questo bel lavoro il romanzo “I sentieri del cielo” del catanzarese Luigi Guarnieri, pubblicato da Rizzoli nel 2008: un autore che per lo stile narrativo e per le immagini che evoca mi ha ricordato il più crudo Cormac McCarthy.

 

www.salvoruolo.it

 

JUNE TABOR “Ashore”

JUNE TABOR “Ashore”

JUNE TABOR

“Ashore” – Topic Records, 2011

 PUBBLICATO DA FOLK BULLETIN, 2011

June Tabor. Con Norma Waterson e Maddy Prior è a nostro avviso la più vera e preparata delle cantanti della più pura tradizione folk britannica; con questo “Ashore” per la leggendaria etichetta Topic torna a pubblicare dopo quattro anni un lavoro che merita la lode piena. Se non altro per avere avuto il coraggio di registrare tredici tracce non solo con arrangiamenti davvero semplici quanto delicati ed efficaci ma anche proponendo un’interpretazione “a cappella” che stupisce per la bellezza ed intensità esecutiva. Insomma un disco che ci riporta a quegli anni in cui si preferiva puntare alla valorizzazione della semplicità della tradizione piuttosto che al tentativo di sfondare sul mercato discografico con arrangiamenti più accattivanti e non sempre interessanti.

Ma, a parte due magnifici strumentali condotti dalla fisarmonica diatonica di Andy Cutting (la danza Morris “I’ll go and enlist for a sailor” e “Jamaica” proveniente dalla raccolta seicentesca “The Complete Dancing Masters” di John Playford) è naturalmente la suadente voce di June Tabor la protagonista assoluta di questo “Ashore”. Due i brani che ci hanno colpito per la loro raffinatezza esecutiva: “The great Selkie of Sule Skerry” – proveniente dalla raccolta di Sir Francis Child (numero 113) e qui in una versione degli anni trenta -, uno struggente canto epico narrativo delle isole Orcadi che ci racconta di una delle figure della mitologia scozzese, il “silkie” (uomo sulla terraferma e foca in mare), con il canto accompagnato intelligentemente – quasi in sottofondo – dal pianoforte di Huw Warren e la “street ballad”, raccolta sia a Glasgow che a Dundee, “The Bleacher Lassie of Kelvinhaugh”, eseguita “a cappella” che consente di apprezzare totalmente la melodia del canto.

Il prestigioso “The Guardian” definisce “magnificent” questo nuovo lavoro di June Tabor. Come non essere d’accordo?

ACCADEMIA MANDOLINISTICA PUGLIESE

ACCADEMIA MANDOLINISTICA PUGLIESE

ACCADEMIA MANDOLINISTICA PUGLIESE

“I suoni del barbiere: mandolini e mandolinisti nella Puglia del primo ‘900”

Digressione Contemplativa, 2CD, 2011

PUBBLICATO SU FOLK BULLETIN, 2012

Direbbe Frau Merkel: “Italiani? Spaghetti, Pizza e Mandolino”. Niente di meglio aggiungiamo noi: sui primi due tutti d’accordo, sul terzo, prima di esprimere un parere, bisogna ascoltare questo magnifico doppio CD giunto nelle nostre mani un poco in ritardo, ma del quale dobbiamo assolutamente parlare. Intanto per l’interessante, lucido ed esaustivo saggio scritto da Fedele Depalma, che ci regala una fotografia della Puglia dei primi del ‘900, della vita sociale attorno alle botteghe dei barbieri ed ai circoli mandolinistici nei quali venivano suonate sì le arie di danza ma anche arrangiamenti di brani operistici. Una caratteristica questa comune anche ad altre zone d’Italia se è vero che a Verona, da dove vi scriviamo, erano presenti circoli mandolinistici e dove, almeno nell’Osteria di Via Duomo, una sera alla settimana fino a pochi anni or sono vi si riuniva un quartetto di suonatori.

Arie d’opera si diceva, ed il primo dei due CD è dedicato appunto a questo repertorio: Verdi, Mozart, Rossini e Mascagni tra gli altri. Una cavalcata sfrenata in questo sterminato repertorio, reso affascinante dai musicisti dell’Accademia che ci riporta ai primi decenni del Novecento quando nei piccoli centri rurali – ripeto non solo pugliesi – era possibile avvicinarsi alla musica operistica solamente ascoltando le trascrizioni per mandolini e chitarra, o per fisarmonica oppure per pianoforte, per chi se lo poteva permettere.

Il secondo CD “Serenate e ballabili”, un titolo che descrive da solo il repertorio incluso: barcarole, polke, schottische, valzer, mazurche che si ballavano, o semplicemente si ascoltavano, nelle botteghe, nelle feste paesane, nelle osterie, negli angoli ombrosi nelle calde estati, vicino a “serenate”, eseguite “su richiesta” nei vicoli e nelle viuzze dei centri abitati dagli stessi barbieri mandolinisti.

L’Accademia Mandolinistica Pugliese (Valerio Fusillo, Sergio Vacca, Fedele Depalma, Antonio Barracchia, Leonardo Lospalluti, Simona Armenise ed Antonio Di Lorenzo) si rivela un fiore all’occhiello della musica acustica italiana, per noi – e speriamo anche voi – una sorpresa graditissima che, ne sono certo, farebbe felice anche l’istrionico David Grisman.

Spaghetti, Pizza e Mandolino, altro che!

SUONI RIEMERSI: MATT MOLLOY “Stony Steps”

SUONI RIEMERSI: MATT MOLLOY “Stony Steps”

MATT MOLLOY

“Stony Steps” – Claddagh records, 1988

PUBBLICATO SU FOLK BULLETIN cartaceo, settembre/ottobre 1988

“Sono nato a Ballaghaderren, nella Contea di Roscommon, ed ho imparato a suonare il flauto da mio padre Jim, che proviene dalla Contea di Sligo. Anche lui era un flautista, come del resto mio zio Matt. A loro volta anche loro impararono lo strumento da loro padre, e così via, all’indietro nel tempo”. In queste poche parole autobiografiche di Matt Molloy, è racchiusa non solo la sua storia di musicista, ma tutta l’essenza della musica tradizionale, tramandata di generazione in generazione e giunta fino a noi. L’Irlanda è sicuramente in Europa una delle poche isole felici dove questa trasmissione di cultura non si è ancora interrotta, anzi. Lo studio della tradizione, e non solo di quella musicale, sta generando nuovi interessi, soprattutto tra i giovani, i quali, dopo aver assimilato gli antichi idiomi, li adattano ai linguaggi musicali moderni più vicini al loro modo di essere irlandesi (un caso per tutti, i Pogues). Ma torniamo a Matt Molloy: questo “Stony Steps” è il quarto album solista di colui che oggi rappresenta certamente il meglio della tradizione del flauto irlandese. Molloy ha infatti militato nei più importanti gruppi del movimento folk quali la Bothy Band, i Planxty e a tutt’oggi è un componente dei celeberrimi Chieftains, custodi della tradizione celtica. La produzione è affidata a Donal Lunny, autore di alcune delle più significative produzioni degli ultimi anni (Christy Moore, Liam O’Flynn, Moving Hearts) ed anche arrangiatore e musicista (suona in Stony Steps il bozouky e le tastiere); i brani sono tutte danze – jigs, reels, slip jigs, air – davvero splendide per esecuzione e per i raffinati arrangiamenti. Molloy si è circondato di ottimi musicisti, in grado di dare un apporto personale all’interpretazione dei brani eseguiti. Oltre al già citato Lunny è presente il chitarrista Arty McGlynn (Patrick Street) con il quale fornisce la base ritmica al flauto di Matt Molloy. Ospiti sono “gli amici di sempre” e cioè Kevin Burke (già con Molloy nella Bothy Band), Sean keane (dei Chieftains) e James Kelly (tutti violinisti) ed i tastierista Michael O’Sullivan. Difficile segnalare i brani più significativi: a nostro parere comunque indichiamo l’aria “O’Rathaille’s Grave” – dedicata al poeta Aodghan O’Rathaille, deceduto nel 1725 – e l’iniziale medley “McFadden Favourite, Sean McGuire’s, Jackson’ Favourite nel quale emergono maggiormente la chitarra di McGlynn ed i bozouky di Lunny. In conclusione, un grand bel disco, del quale dovete immediatamente mettervi alla caccia, che ahimè, prevedo lunga e difficile; non vi sarà facile trovarlo ma, come si dice il gioco vale la candela. Disponibile (incredibile ma vero) anche in CD.

JERRY GARCIA “OLD & IN THE WAY”

JERRY GARCIA “OLD & IN THE WAY”

OLD & IN THE WAY

“Live at the Boarding House – The complete shows” – ACOUSTIC OASIS RECORDS, 2014

“Live at the Record Plant Sausalito, California”. CLONDIKE RECORDS, 2014

PUBBLICATO SU FOLK BULLETIN, 2014

Pubblicati a pochi mesi di distanza uno dall’altro, questi due CD (a dire il vero il primo è un cofanetto di 4 CD) sono la testimonianza di quanto sia stata importante nel panorama della musica definita “americana” questa band, un autentico “Dream Team” del folk e bluegrass da loro stessi definito “progressivo”; cioè lontano mille anni luce da quello più ortodosso della stragrande maggioranza praticato dai musicisti nordamericani. Abbiamo quindi Peter Rowan alla chitarra, David Grisman al mandolino, John Kahn al contrabbasso, Vassar Clements al violino e Jerry Garcia al banjo e voce: a tutto diritto un quintetto di valore eccezionale non solo sulla carta ma anche nella realtà. Un quintetto che, come ebbe a dirmi lo stesso Peter Rowan in occasione di un suo concerto veronese di parecchi anni fa, “era malvisto e maldigerito dai musicisti ortodossi”, non solo per la capacità di improvvisare durante l’esecuzione dei brani, ma anche e forse soprattutto per il loro aspetto: capelli lunghi, camicioni a quadri, jeans sdruciti, eccetera eccetera. Tanto erano malvisti da questi tanto erano amati, anzi adorati, da tutti gli altri, dai Deadheads agli amanti della musica, della grande musica tout court ed anche in Europa erano considerati un gruppo di culto.

“Live at the Boarding House” contiene i due concerti nella loro interezza del 1 e dell’8 ottobre 1973 – parzialmente editi anche qualche anno fa -, mentre il secondo quello del 21 aprile dello stesso anno trasmesso dalla stazione FM KSAN. Musica di grande valore e significato – per quello che rappresentato per i giovani musicisti tradzionali americani -, tra qualche standard come “Muleskinner blues” e “Orange blossom special”, strumentali mozzafiato come “Jerry’s Breakdown”, e numerosi classici come una bella quanto inaspettata versione di “The great Pretender” (sì, proprio quella dei Platters) e l’immancabile “Land Of the Navajo”, cavallo di battaglia di Peter Rowan e “Panama Red” di Garcia, già registrata dal gruppo New Riders Of The Purple Sage del quale il chitarrista – banjoista californiano fece parte all’inizio. Per ciò che riguarda la qualità delle registrazioni, superlativa la prima, molto buona quella del concerto di Sausalito, comunque raccomandati entrambi.

LA MESQUIA “Podre”

LA MESQUIA “Podre”

LA MESQUIA

“Podre” – Musitrad, 2014

PUBBLICATO DA FOLK BULLETIN, 2014

Se l’obiettivo de La Mesquia era quello di riferirsi alla propria storia – musicale e naturalmente linguistica – per poi produrre nuova musica, beh, l’obiettivo è stato centrato pienamente. Lo abbiamo detto altre volte, questo è il migliore dei modi per traghettare suoni e parole verso il futuro, ma questo “Podre” ci ha colpito sin dal primo ascolto per la sua freschezza. Certo dalle valli Occitane – questa l’area dove opera il gruppo – nei decenni passati sono stati molteplici gli esempi lodevoli di recupero e di riproposta, citiamo solo i Lou Dalfin, e questo “Podre” ci aggiorna sul lavoro che questo gruppo di musicisti sta portando avanti. La Valle Stura, la Valle della Bisalta, la Val Grana e la Val Varaita nascondono tesori culturali e naturali purtroppo poco conosciuti che rischiano di venire devastati, ed ascoltando questo disco viene la voglia di partire per il cuneese per conoscere il retroterra culturale che questo straordinario ensemble propone.

Quattordici sono le tracce, tutte originali, e rigorosamente acustica la strumentazione: ghironda ed organetto naturalmente, eppoi violino e viola, flauti, fisarmonica e cornamusa oltre naturalmente alla voce. In tutte c’è lo “zampino” di Remo Degiovanni – come autore di testi e musiche e come co-autore – già fondatore dei Roussinhol e profondo conoscitore e divulgatore della cultura occitana; con lui Chiara Cesano, Manuel Ghibaudo, Francesco Giusta e Luca Pellegrino, strumentisti di prima classe impegnati anche alla stesura degli arrangiamenti.

Una perla è l’unico strumentale, “Suni D’Orelha – Farfoi – Sòre” arricchito dal suono dell’arpa, ma ci sono piaciute particolarmente anche “Poison” con le sue tematiche ecologiste e “Politicants”, che narra la dura vita della gente occitana e dei “politicanti” che arrivano solamente per derubare la terra delle sue risorse e gli uomini dei loro denari.

Un gran bel disco. Val la pena cercarlo.

 

Contatti: lamesquia@virgilio.it