OREGON “Oregon”

ECM Records. CD, 1983

di alessandro nobis

E’ un po’ il disco che indica una deviazione rispetto al suono iniziale degli Oregon che coincide con l’ingresso nella scuderia musicale di Manfred Eicher produttore di questo e dei due lavori successivi del quintetto americano (“Crossing” dell’85 ed “Ecotopia” dell’87), in precedenza sotto contratto con la Vanguard per la quale aveva registrato alcuni capolavori tra i quali segnalo “Winter Light” (https://ildiapasonblog.wordpress.com/2016/03/29/oregon-winter-light/) dove la ricerca sonora etnica abbinata al linguaggio del jazz trova uno dei suoi massimi episodi; è anche il disco che ha fatto un po’ storcere il naso a qualche critico ancorato al suono della prima fase del gruppo, ma in verità raccoglie sonorità “vecchie” vicino a quelle che concretizzano le nuove idee di Towner & C.. Un cambiamento importante è ad esempio quello che riguarda la sorprendente scelta strumentale decisa da Ralph Towner, ovvero quella di utilizzare il pianoforte ed il synth Prophet 5  e di riservare lo spazio per la chitarra in solo tre brani; è un passaggio importante perchè sposta il baricentro da un suono prettamente acustico ad uno più elettrificato. Laddove “Taos“, “Arianna” e “There was no moon that night” rimandano al classico suono degli Oregon e del Towner solista, “Beacon” con Moore alla viola si caratterizza dal suono del Prophet e dalla consueta capacità improvvisativa del gruppo e l’iniziale “The Rapids” con il pianoforte ed il soprano di McCandless è interessante per la sua cantabilità. Fondamentale e peculiare del suono “Oregon” è qui come in tutte le produzioni è l’apporto della tavolozza delle percussioni di Colin Walcott, che purtroppo l’anno seguente a queste sessions perse la vita in un incidente stradale determinando l’ingresso nel gruppo di Trilok Gurtu, non un clone di Walcott ma batterista – percussionista di grandissima levatura come testimoniano tutte le sue collaborazioni a cominciare da quella con John Mclaughlin e Kay Eckhart.

“Oregon” non è a mio avviso il miglior lavoro di Towner & C., ma otto stelle su dieci le merita tutte.