DALLA PICCIONAIA: MICHAEL “BLACKSMITH” COWELL

Mena, Arkansas ( ..… – 1935)

di alessandro nobis

C’è una busta ingiallita dal tempo in cima alla scaffalatura dedicata allo Stato dell’Arkansas a Washington, alla Biblioteca del Congresso; è una busta voluminosa custodita gelosamente in una scatola assieme a fotografie di famiglia e di ambiente, contratti di proprietà agricole ed immobiliari, un registro delle nascite e delle morti, documenti contabili della famiglia MacFarland e del loro emporio. E’ il risultato delle ricerche condotte per una vita intera da tale Frank MacFarland, residente nella contrada di Mena e studioso della storia della Contea di Polk – qualcuno lo definirebbe “localista” – che dedicò il suo poco tempo libero a ricostruire la vita del paese dove la sua famiglia si era trasferita dalla costa est due generazioni prima e dei personaggi che lo popolarono, o almeno di quelli che qualcosa di interessante avevano fatto o detto. Mena ed Hatfield erano – e lo sono ancora – due piccoli centri non lontani dal confine con l’Oklahoma attraversati da una rotabile frequentemente percorsa soprattutto a cavallo del 1900 per via di un ponte coperto sul Mountain Fork che collegava i due Stati. Ma, e vengo al dunque, oltre ai documenti descritti prima donati alla Library of Congress dalla vedova MacFarland, nella busta si trovano due manoscritti che riportano frammenti di altrettanti canti, forse due worksongs e due spirituals probabilmente raccolti e trascritti con discreta precisione – anche se la firma è pressoché illeggibile – dal pastore battista di Hatfield direttamente dalla voce dell’informatore Micheal “Blacksmith” Cowell di professione fabbro, almeno così si legge in altro foglio di piccole dimensioni. Cowell era un afroamericano, la data della sua morte riportata sulla nuda pietra tombale riporta la data del 1935 ma non quella di nascita, che aveva proseguito l’attività del padre – nato schiavo in uno Stato schiavista – in un’officina sulla Main Street ai margini dell’abitato di Hatfield; nella busta c’è anche una foto, forse ritrae lui, forse il padre, non ci sono annotazioni o date, resta – e resterà fitto – il mistero.

Non è difficile immaginare Cowell che canta a piena voce rabbiosamente seguendo il ritmo del maglio della sua officina, e nemmeno immaginare il Pastore che si ferma ad ascoltare ed a cercare di trascrivere i versi di quei canti che, come da prassi nella musica “orale” cambiavano a seconda dell’umore di chi li cantava.

Sul primo foglio l’incipit è “One of these mornings” ed i primi dei pochi versi trascritti sono “Thank God Almighty we are free at last / I am gonna put on my two wings and try to fly”, sembra una lezione diversa di “Free at last” del repertorio del “Freedon Trail”, ovvero del percorso verso la libertà che gli schiavi cercavano di seguire per ottenerla negli stati del nord, percorso che veniva chiamato anche “The Underground Railroad”. Sul retro due versi che recitano “No more auction block for me, non more, no more /No more auction block for us, many (hundreds) gone” probabilmente riferito alla messa all’asta degli schiavi nelle piazze dei mercati. Il secondo foglio, con vistose macchie nerastre che ricoprono quasi completamente il testo su un lato, sono riportate poche parole, sembra “Pay me or go to jail / Pay me, pay me” una work song probabilmente, forse la stessa “Pay me” che Alan Lomax raccolse a metà del ‘900 da un portuale a Savannah, Georgia mentre sul secondo lato, più leggibile, è quasi certamente stato trascritto un canto di lavoro dei lavoratori neri delle campagne perché dice “Bring me little water, Mary / Bring me little water now / Bring me little water, Mary / Bring me little water right now”.

La vicenda di Michael Cowell e della famiglia MacFarland è solamente un piccolissimo frammento della storia degli afroamericani di questa parte d’America; la Biblioteca del Congresso di Washington contiene tesori inestimabili per la storia americana, per la storia della nazione e per quella delle comunità che lì vivono. Di questi faldoni pieni zeppi di documenti se ne contano a centinaia, quasi tutti da esplorare con la pazienza di un archeologo “da biblioteca”, e molti di questi provengono dall’Europa. Chissà, un giorno ….

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