PETE KIRBY · NORMAN BLAKE · CHARLIE COLLINS · TUT TAYLOR

“Brother Oswald”

Rounder Records 0013. LP, 1972

di alessandro nobis

Con Pete “Bashful Brother” Oswald Kirby si entra nella storia del folk americano, quello del Grand Ole Opry e del grande violinista Roy Acuff (1903 – 1992) che lo scelse come dobroista e cantante per i suoi “Smokey Mountain Boys” oltre ad appiccicargli il soprannome di “Bashful Brother”. Kirby, originario del Tennessee, si innamorò dello strumento dopo averlo visto suonare da Rudy Waikiki a Flint, Michigan e da quel momento, siamo attorno al 1930, passò del tempo a suonare come busker a Chicago fino a quando Acuff lo chiamò per un ingaggio, quello definitivo contribuendo con il suo strumento al suono dei “Boys”.

Questa session del 1972 prodotta per la Rounder da Mike Melford che da lì a qualche tempo ebbe l’idea di fondare la Flying Fish Records, vede tre monumenti del folk americano come Norman Blake (chitarra, dobro e mandolino), Tut Taylor (mandolino e dobro) ed un altro membro della cricca Rounder, il chitarrista Charlie Collins che danno un suono acustico, omogeneo che identifica il genere “americana” di quei primi anni settanta segnati da una produzione davvero significativa (un esempio, il triplo album “Will the Circle Be Umbroken”) soprattutto per Norman Blake.

Si apre con la rilettura strumentale di “Wabash Cannonnball” scritta nel 1882 da tale A.J. Roff, qui un autentico florilegio dello strumento dei Dopera Brothers (da qui il nome “DoBro) visto che con l’accompagnamento di Collins tre meravigliosi dobro si alternano nella melodia e nei “soli” e naturalmente da segnalare ci sono anche “Tennessee Waltz” (una hit degli anni ’50 nell’interpretazione di Patty Page) e due tradizionali, “Prairie Queen” e “Song of the Islands”.

Questo “Brother Oswald” va a completare il “trittico” iniziato con “Friar Tut” (Rounder 0011) e proseguito con l’album di esordio di Norman Blake (Rounder 0012): la stessa grafica, gli stessi musicisti, la stessa amicizia, e soprattutto la stessa grande musica “americana”, così la si definisce oggi.