RITORNO A GEMONA

di alessandro nobis

Tre settimane or sono mi trovavo nella splendida Spilimbergo in quanto parte della giuria del Premio “Alberto Cesa 2020” nell’ambito dell’edizione “quarantadue” di Folkest. Da qui si può raggiungere agevolmente la città di Gemona e l’area che nel 1976 venne colpita per ben due volte in maniera devastante dal terremoto. Per me, un viaggio di un’ora che mi ha riportato nel lontano ieri ……..

La visita a Gemona ed a Buia è stato un improvviso ma anche inevitabile appuntamento con il mio lontano passato, un viaggio doloroso e ricco di emozioni che mi ha catapultato a quel novembre di quell’anno quando, studente del primo anno di Scienze Geologiche, andai in missione con altri colleghi di corso accompagnati dal Docente di Geografia a compiere dei rilievi sulle montagne appena dietro Gemona1; si pernottava a Udine lontano dalle zone dell’epicentro, per quattro giorni ogni mattina ci si recava in quei luoghi così segnati dagli eventi sismici e la sensazione che si provava man mano che ci si avvicinava a Gemona era quella di entrare sempre più nel centro del cratere, nel centro della distruzione e del dolore quasi ci si addentrasse in un girone dantesco.

Più di quarant’anni sono passati, ma è bastato solo percorrere le strette ed erte vie che portano al ricostruito e bellissimo Duomo gotico romanico per scatenare un turbinìo di ricordi legati a quei giorni, ricordi di un paese sostanzialmente raso al suolo, di case crollate, di persone “spaesate” alla ricerca di oggetti sopravvissuti e di amuleti da portare nelle tendopoli temporanee, ricordi di centinaia di militari di leva e di civili di ogni età, di emigrati tornati dai Paesi più lontani per andare in soccorso della propria gente che si prestavano con grande spirito di abnegazione e di collaborazione all’opera di rimozione delle macerie che avevano ri-occupato ogni via e vicolo, brolo o cortile per la seconda volta dopo la tremenda scossa di maggio.

Alle generazioni successive restano soprattutto le memorie custodite dai genitori e dai nonni, gli articoli sulla stampa, i video della cineteca RAI ed anche i cartelloni sistemati nelle vie di Gemona con le foto di come era “prima” e di come è “adesso”; c’è anche un piccolo museo iconografico ed un bel laboratorio didattico, allestito in collaborazione con l’ I.N.G.V. per gli scolari e gli studenti più grandi.

“Mandi” dicono salutandoti da quelle parti, siamo nelle “mani di Dio” dicevano allora; oggi a ricordare quei giorni del ’76 ci sono le persone di mezza età e gli anziani che hanno avuto la forza e l’attaccamento alla propria terra di restare a Gemona, a Buja ed in tutta la cosiddetta area dell’epicentro. Hanno davvero poca voglia di fare due chiacchiere e quelle poche parole che riesci a scambiare ti danno la sensazione di cercare di invadere anche solo parzialmente i loro più oscuri e intimi ricordi e non solo perché la gente friulana è gente di poche parole, così come dicono: un professore in pensione al bar della piazzetta di fronte al municipio mi ha raccontato al bancone del bar, davanti ad un caffè, che qui a Gemona quasi ogni famiglia ha delle croci nel proprio cuore che nasconde gelosamente, aggiungendo che il dolore che si percepisce leggendo “San Martino al Carso” di Giuseppe Ungaretti, ispirata da avvenimenti accaduti un secolo fa non molto lontano da qui, appare adesso quasi profetico ……

Gemona, non credo ci rivedremo.

1L’idea era quella tentare di cartografare i nuovi movimenti franosi innescati dalle scosse del 6 maggio e del settembre di quell’anno controllando il movimento di sensori (semplici paletti di legno conficcati nel terreno) che altri studenti avevano sistemato nel passato mese di maggio.

2 pensieri su “RITORNO A GEMONA

I commenti sono chiusi.