SUONI RIEMERSI: KING CRIMSON “Live in Newcastle 1972”

CK CLUB 48 CD, 2019

di Alessandro Nobis

Ho veramente grande apprezzamento per quello che i KC hanno realizzato negli ultimi anni, ed anche mi ha entusiasmato l’idea di presentare dal vivo con un  line-up  a 7 brani più recenti e meno recenti del loro cinquantennale songbook; pur tuttavia il periodo che personalmente ritengo più interessante dal punto di vista musicale è quello di “Lark’s Tongues in Aspic” e questo perché il quintetto diretto da RF (con Bill Bruford, David Cross, John Wetton e Jaime Muir) pur muovendosi nei territori del rock rappresentava ai quei tempi il punto più vicino al jazz inglese di quegli anni ed in particolare alla frangia degli improvvisatori radicali dei vari Derek Bailey, Evan Parker e compagnia bella; solamente, sempre secondo il mio modesto parere, gli Henry Cow di Fred Frith avevano saputo fare di meglio osando addentrarsi in quei meravigliosi ed inesplorati territori; territori che in realtà i KC avevano in parte già affrontato, a mio avviso ad esempio nella parte centrale di “Moonchild” nel loro esordio in studio.

Fripp aveva conosciuto il percussionista Muir assistendo ad un suo concerto in duo con Derek Bailey (un duo che le 1981 avrebbe poi inciso il meraviglio so “Dart Drug” per la Incus) ed in seguito ebbe la geUnknown.jpegniale idea di ingaggiare il musicista: peccato che alla fine delle sessioni di registrazioni il geniale percussionista lasciò il gruppo.

Questo di Newcastle fa parte della serie di concerti che i KC tennero prima di entrare in studio – altri vennero inseriti nel box dedicato a LTIA, e la scaletta comprende l’esecuzione dei brani, con lo stesso ordine, che sarebbero poi stati pubblicati nella versione in studio, fatta eccezione per due lunghe e straordinarie improvvisazioni, la prima a seguire “Book of Saturday” e la seconda che prende vita alla fine di “Easy Money”. Mentre la prima vede un lungo solo di Fripp con il gruppo che lo asseconda, nella seconda emerge tutto il talento e la creatività spontanea di Muir che in almeno otto dei diciassette minuti dell’improvvisazione, a tratti supportato dal violino di DC (musicista cresciuto nell’ambito della musica contemporanea), collega il linguaggio rock crimsoniano con il mondo della Company. Il suono di Muir naturalmente pervade tutto il concerto con le sue coloriture e con il suo ampio arsenale strumentale e con il suo talento che gli permette di mettere il suo suono nel posto migliore dove possa essere.

La qualità della registrazione, per chi ascoltava i bootleg su vinile degli anni Settanta, è decisamente buona; si tratta di un documento storico assolutamente da avere e che richiede un indispensabile quanto attento ascolto per apprezzare in toto i KC targati Jaime Muir.

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