DALLA PICCIONAIA: DIEGO  ALVERÀ e ROBERTO CALVI raccontano NICK DRAKE

DALLA PICCIONAIA: DIEGO  ALVERÀ e ROBERTO CALVI raccontano NICK DRAKE

DALLA PICCIONAIA: DIEGO  ALVERÀ e ROBERTO CALVI raccontano NICK DRAKE.

COHEN, Verona, 11 novembre 2017

di Alessandro Nobis

Il giradischi ha smesso suonare i “Concerti Brandeburghesi”, la puntina tocca all’infinito contro l’etichetta al centro del disco, ma nessuno alza il braccetto del giradischi. E’ il 25 novembre 1974, la madre trova Nicholas nel letto della sua camera, privo di vita. Questa è l’immagine con la quale Diego Alverà ha scelto di iniziare il suo storytelling sulla purtroppo breve vita di questo straordinario autore che ci la sciato un pugno di diamanti purissimi, le sue canzoni, la sua musica. Alverà sceglie di mettere al centro della narrazione la stanza di Nick, quella che di più di tutti lo ha visto crescere, maturare, comporre, assumere antidepressivi e infine morire. Un racconto ben costruito e che Alverà con la sua solita verve, passione e preparazione ha proposto al pubblico, numeroso ed attento nonostante fosse un sabato sera al Cohen di Verona, dando ragione alla proprietaria della sua coraggiosa scelta. IMG_0029E questa volta, valore aggiunto, c’era anche Roberto Calvi che ha regalato alcune gemme del songbook di Drake, alcune tratte dai suoi dischi ufficiali (tre) come “River Man”, “Pink Moon” e “Man in a Shed”, altre postume al tempo scartate dallo stesso Drake che le riteneva non all’altezza per essere pubblicate, come “Clothes of Sands”: eccellente chitarrista, preciso e calligrafico quanto basta nell’esecuzione delle scritture originali, bravo ed espressivo cantante, Roberto Calvi è piaciuto molto per il suo modo discreto di affrontare un repertorio quasi “intoccabile” e resta la curiosità di ascoltare le “cose sue” come lui stesso le definisce.

Ma da questa serata, davvero ben riuscita, credo che come si dice “possa uscirne qualcosa di grosso” se questi due interventi diventeranno un progetto, come mi auguro: studiare a tavolino come far intersecare la musica con il racconto e la poesia con la prosa può far diventare “Far Leys” una piece teatrale di grande fascino e successo aggiungo, naturalmente se Alverà e Calvi lo vorranno. Insomma, non può esaurirsi qui quest’idea………….

Racconta Joe Boyd nel suo “Le biciclette bianche” edito da Odoya nel 2014, che a fargli conoscere Nick Drake fu Ashley Hutchings, protagonista come musicista, ricercatore, organizzatore di gruppi oltre che come talent scout nell’ambito della musica tradizionale – e non solo – a partire dalla metà dei Sessanta a Londra. Racconta Boyd a pagina 180: “Alla Roundhouse di Londra ci fu una maratona musicale contro la guerra del Viet-Nam (28 febbraio 1968, ndr) alla quale parteciparono anche i Fairport Convention di Hutchings. Finito il concerto Richard Thompson e gli altri se ne andarono ma il bassista si fermò e, verso le tre del mattino, ebbe l’occasione di ascoltare un certo Nick Drake. Mi chiamò il giorno e mi disse che avrei dovuto chiamare – questo qua, un tipo davvero interessante -, furono le sue parole esatte. E mi diede il suo numero di telefono”.

 

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MAURIZIO AGAMENNONE: “Musica e tradizione orale nel Salento”

MAURIZIO AGAMENNONE: “Musica e tradizione orale nel Salento”

MAURIZIO AGAMENNONE: “Musica e tradizione orale nel Salento”

Squi[libri], 2017. Pagg. 382 con 3 CD, € 30,00

di Alessandro Nobis

Nella Collana “Archivi di Etnomusicologia dell’Accademia Nazionale di Santa Cecilia”, la casa editrice romana Squi[libri], ha di recente pubblicato il volume 14 dedicato alla tradizione musicale salentina ed in particolare alle preziosissime registrazione che nell’agosto del ’54 Alan Lomax e Diego Carpitella raccolsero nel Salento ed in altre zone d’Italia. Una collana, quella dell’AEM, che aveva esordito nel 2005 con un altro volume dedicato al Salento, (“Musiche tradizionali del Salento. Le registrazioni di Diego Carpitella ed Ernesto De Martino 1559 – 1960”) e che a mio avviso ha il doppio pregio di rendere pubblici i tesori musicali dell’Accademia da un lato e di dare la possibilità a studiosi, musicisti, addetti ai lavori e più semplicemente a curiosi ed appassionati di leggere ed ascoltare frammenti della polimorfica cultura tradizionale italiana.salento squilibri 01

Ben settantanove i brani raccolti, dei quali 23 erano già stati pubblicati dalla Rounder Records nel 2002 nella serie “Italian Treasures. Puglia: The Salento” per quella che può essere definita una fondamentale opera per la conoscenza di questo patrimonio culturale del Meridione d’Italia non solamente per la parte audio ma anche, e aggiungerei soprattutto, per il carattere allo stesso tempo scientifico e divulgativo degli scritti di Maurizio Agamennone che accompagnano l’ascoltatore in questo viaggio alle origini della musica salentina. Laddove però (nel CD Rounder) le liner notes erano il corollario, seppur chiaro, alle tracce audio, in questo volume rappresentano un importantissimo valore aggiunto; Agamennone si fa quasi “Caronte” in questo viaggio e mi sembra di essere lì, nell’assolata estate del ’54 assieme ad Alan Lomax e Diego Carpitella a girare le masserie, i villaggi, le feste popolare a contatto con uomini, donne e bambini viaggiando su un pulmino cercando di mettere il più possibile a loro agio i portatori persuadendoli a raccontare, e quindi registrare le loro testimonianze. Un volume preziosissimo, come gli altri della collana, un patrimonio svelato finalmente nella sua completezza e nel suo misterioso fascino.

 

SUONI RIEMERSI: SEAN O’RIADA “Ó Riada Sa Gaiety”

SUONI RIEMERSI: SEAN O’RIADA “Ó Riada Sa Gaiety”

SEAN O’RIADA Ó Riada Sa Gaiety

GAEL INN, LP, 1969. CD 1988

di Alessandro Nobis

Se c’è una figura cardine nella storia della musica irlandese del ‘900 che ha lasciato un’impronta indelebile nello studio e nella riscoperta della tradizione, questa è senz’altro Sean O’Riada; nato a Cork nel 1931 e prematuramente scomparso nel 1971 a soli quarant’anni, negli anni Sessanta del XX° secolo con il suo lavoro di musicista, compositore, arrangiatore e ricercatore ha posto le basi di tutto il fenomeno del folk revival irlandese che da allora ha regalato ai cultori ed agli appassionati di tutto il mondo musiche, gruppi, musicisti che di generazione in generazioni portano avanti con frutti quasi sempre eccellenti questo patrimonio dal valore incommensurabile.6334884.jpg

Questo “Ó Riada Sa Gaiety”, registrato al Gaiety Theatre di Dublino nel 1969 e che contiene brani dalle tradizioni di molte delle Contee irlandesi, è la sua ultima registrazione, nella quale è accompagnato dal Ceòltori Chualann, con numerosi membri dei già allora conosciutissimi Chieftains che a quel tempo avevano da poco pubblicato il loro secondo lavoro, “2”, e che sono stati i prosecutori dell’opera del Ceoltori distinguendosi da tutti gli altri gruppi per l’assenza nella line-up di cordofoni, fatta eccezione naturalmente per l’arpa. Qui Sean O’Riada (clavicembalo) è accompagnato da Paddy Moloney (uillean pipes), Michael Turbridy (flauto), Peadar Mercier (bodhran), Martin Fay, Sean O’Ceallaigh e Sean O’Cathain ai violini, Sean O’Se alla voce, Sean Potts (tin wisthle) e Eamon de Buitlear (fisarmonica) ed il repertorio contiene alcuni brani che possono essere considerati dei veri standard della tradizione irlandese: tra gli altri “Women of Ireland” (utilizzata poi da Stanley Kubrick per la colonna sonora di Barry Lyndon), “Carrickfergus” e “South Wind”.

Indispensabile, direi. Recentemente ristampato con alcuni brani che non erano stati inseriti nel disco originale.

 

KING CRIMSON Live in Chicago”

KING CRIMSON Live in Chicago”

KING CRIMSON Live in Chicago”

DGMLIVE, 2CD, 2017-11-02

di Alessandro Nobis

Quasi un “instant live” questo “Live in Chicago” dei King Crimson, registrato alla fine di giugno e pubblicato come edizione speciale della serie “The KC Collectors Club” e, come il precedente “Live in Toronto” (https://ildiapasonblog.wordpress.com/2016/04/19/king-crimson-live-in-toronto/)  rispecchia in modo del tutto fedele lo stato di grazia del gruppo almeno per quello che riguarda le esibizioni dal vivo. Degli scudieri della prima ora del Re Cremisi è rimasto solamente Mel Collins, della terza il bassista Tony Levin (dal 1981), gli altri sono musicisti di altissimo livello che con Fripp presentano una scaletta al solito ben ponderata con numerosi brani che presentano la straordinaria storia di questo gruppo inglese. Direi che “Cirkus” e la splendida rilettura riassuntiva della suite di “Lizard” sono i due brani che da soli danno un senso ed il valore a questa ennesima pubblicazione crimsoniana anche se naturalmente ascoltare questa musica è per me sempre un grande piacere e gusto: i già citati Robert Fripp, Mel Collins e Tony Levin assieme a Gavin Harrison, Pat Mastellotto e Jeremy Stacey (batteria), Jakko Jakszyk (voce, chitarra, flauto) e Bill Rieflin (batteria) sono la “tempesta perfetta”. La band suona che è una meraviglia, gli arrangiamenti con tre batterie rasentano la perfezione ed il suono live rispecchia esattamente quello che noi fans dei KC abbiamo lungamente sognato almeno per tutti gli anni Settanta.

Un editto del sovrano ci racconta che questa sarebbe la quarta e “Definitiva Formazione” dei KC, ma abbiamo sentito almeno già tre volte questa dichiarazione; poco ci importa, fino a quando il gruppo di Fripp ci regalerà musica come questa.

DALLA PICCIONAIA: LELLO PETRARCA 3, COHEN VERONA, 2 NOVEMBRE 2017

DALLA PICCIONAIA: LELLO PETRARCA 3, COHEN VERONA, 2 NOVEMBRE 2017

DALLA PICCIONAIA: LELLO PETRARCA TRIO, 2 NOVEMBRE 2017

di Alessandro Nobis

In effetti la premessa c’era: il CD di esordio “Musical Stories” edito nel 2016 dalla Dodicilune era una delle cose più interessanti in ambito jazzistico che avevo ascoltato e quindi mi aspettavo parecchio dal concerto del pianista casertano Lello Petrarca con Aldo Fucile alla batteria e Vincenzo al contrabbasso al Cohen di Verona. Attese pienamente soddisfatte innanzitutto perché anche dal vivo il trio si é svelato rodato, affiatato, dialogante e perché – al di là della bravura tecnica dei singoli indiscutibile – la musica suonata ha presentato numerose sfaccettature riuscendo a rendere omogeneo un repertorio direi quanto meno policromo. thumb_IMG_2703_1024Qualche brano tratto giustamente da “Musical Stories” (“From Seven to Six” e “Jumps Syncopated”) e l’immortale “Someday my Prince will come” ma metterei in evidenza soprattutto le capacità di Petrarca di andare a cercare nel repertorio classico autori come Claude Debussy, Frederic Chopin ed il meno conosciuto Giuseppe Martucci e trasformare alcune loro composizioni rendendole perfettamente consone alla musica afroamericana e di elaborare brani della tradizione napoletana come “Tammurriata Nera” ed “Era de Maggio” (che faranno parte di un prossimo lavoro del trio) uscendo dalla banalità e dall’esecuzione calligrafica. Brani che mentre ne ascolti l’esecuzione non sei tentato di “fischiettare” il motivetto ma piuttosto sei concentrato nel comprendere ed apprezzare il lavoro di rielaborazione.

Ottanta minuti di ottima musica che ha battuto i sentieri della “Third Stream” e che il pubblico del Cohen ha certamente apprezzato, un trio che merita senza alcuna ombra di dubbio di essere inserito dei cartelloni dei maggiori festival jazz che pullulano nel nostro strano Paese. Direttori Artistici ed esterofilia permettendo, naturalmente.

 

 

EDUARDO PANIAGUA “Cantigas de Murcia”

EDUARDO PANIAGUA “Cantigas de Murcia”

EDUARDO PANIAGUA “Cantigas de Murcia”

PNEUMA RECORDS, CD 1560, 2017

di Alessandro Nobis

Prosegue anche in questo 2017 la monumentale opera con la quale Eduardo Paniagua intende pubblicare l’integrale della preziosissima raccolta delle “Cantigas De Santa Maria”, assemblata da Alfonso X “El Sabio” nel 13° secolo. Questa nuova pubblicazione è dedicata alle “Cantigas de Murcia”, città che, oltre a conservare le viscere del re (il resto del corpo è sepolto a Sevilla),  celebra il 750° anniversario della sua conquista cristiana ad opera appunto da Alfonso X, e contiene nove di queste composizioni che narrano dei miracoli mariani; un’operazione quella di Paniagua dal valore a mio avviso inestimabile, vuoi per l’esecuzione vocale in gallego portoghese che per la ricerca dei suoni e degli strumenti più adatti per rendere credibile ai massimi livelli la riproposizione di questo repertorio medioevale. Strumenti pazientemente ricostruiti a partire dalle indicazioni iconografiche delle miniature medioevali o “cercati” nelle musiche tradizionali del Medio Oriente, del Nord Africa e d’Europa ed affidati nelle sapienti mani di musicisti di grande esperienza, il cui amalgama rende molto plausibile l’ipotesi esecutiva di quel periodo così affascinante e così lontano da noi. Troviamo quindi la gaita vicino all’oud, i flauti vicino al violino medioevale, il qanun a fianco del salterio, il kaval alla vihuela e soprattutto il racconto dei miracoli, come quello narrato nella CSM 339 chiamata “La Nave de Cartagena” che ci racconta del naufragio evitato dalla Vergine Madre (anche se qui viene eseguita solo la melodia) o nella CSM 169 che ci narra della Chiesa di Santa Maria di Murcia, conquistata dai Mori e riconquistata dai Cristiani ma mai distrutta.