IL DIAPASON INTERVISTA THOMAS SINIGAGLIA

Raccolta da Alessandro Nobis

Giovedì 14 settembre parte la prima stagione del Cohen JazzClub, a Verona in Via Scarsellini, e ad inaugurare questi appuntamenti settimanali dedicati al jazz (e dintorni), ci sarà la musica di Thomas Sinigaglia, valente compositore, insegnante, arrangiatore e virtuoso della fisarmonica che presenterà un “solo” recital. Quindi ho colto l’occasione di rivolgere a Sinigaglia alcune domande per conoscere più da vicino la sua attività – o meglio le sue attività – in ambito musicale visto che sono per usare un eufemismo piuttosto diversificate.

  • Thomas, intanto grazie di avere accettato di rispondere a qualche domanda. Leggendo la tua biografia, soprattutto quella che riguarda la tua formazione, salta agli occhi che al Conservatorio di Vicenza hai conseguito il Diploma di Secondo Livello studiando con Salvatore Maiore, Paolo Birro e Pietro Tonolo, tra gli altri. Per non parlare poi di Siena Jazz e di Richard Galliano. Jazzisti quindi……….

Grazie a te, Alessandro. Sì, ho avuto il piacere di studiare con musicisti di notevole levatura. Tengo in particolar modo, e la conservo nel cuore, all’esperienza fatta a Vicenza con Maiore, Birro e Tonolo, persone che ho potuto frequentare per molto tempo scoprendole non solo bravi musicisti, ma anche grandi insegnanti, cosa non comune.

A loro mi ha portato la mia decisione di studiare jazz, effettivamente; scelta affiancata al fatto che da sempre mi ha affascinato l’improvvisazione, e che sentivo di poterla applicare anche ad altri generi musicali che, magari, con il jazz c’entrano poco. Da questo al desiderio di studiare con loro il passo è stato breve!

Sono arrivato, ad ogni modo, con una personalità musicale in parte già formata (ho iniziato a otto anni studiando con diversi insegnanti); quindi ho intrapreso in primis un percorso di decostruzione del mio approccio tecnico e mentale all’improvvisazione e, in seguito, di ricostruzione del medesimo (operazione che sto ancora proseguendo e che è in continua evoluzione). Ho imparato che si deve conoscere davvero bene uno standard, in ogni sua piega, per potersi poi fidare di quella capacità, fondamentale per improvvisare, che è l’ascolto.

Le ulteriori esperienze e frequentazioni, come Siena Jazz, Galliano, Frank Marocco ed altri, mi hanno poi regalato importanti stimoli per ampliare le conoscenze musicali sul mio strumento.

  • Poi hai allargato “il campo”

Io non userei proprio quest’espressione, o perlomeno non in questo modo… Anche se in realtà non so se sia meglio dire che non ho mai ristretto il campo ad un unico genere musicale, o che il jazz ha allargato i propri confini. In qualsiasi caso non mi pongo mai il problema del genere. Cerco semplicemente di suonare la musica che più mi interessa e che mi dà soddisfazione: ad esempio mi piace tanto “Um a zero”, uno choro di Pixinguinha, quanto “Pavane pour une infante défunte” di Maurice Ravel. Inoltre in questi ultimi anni sto cercando di approfondire anche la fisarmonica classica e la sua letteratura contemporanea.

Vedi, ogni genere musicale ha le sue peculiarità, ed è interessante esplorarle per poter entrarci dentro! In modo simile, il fatto di collaborare con altri musicisti di diversa estrazione musicale ti permette di continuare ad imparare, di non rimanere sempre dentro la zona di comfort, dove la musica un po’ va a morire.

  • Sei anche un richiesto musicista “di scena”. Quali le differenze tra l’approccio di questo tipo e quello di strumentista “da concerto”?

Forse la differenza principale sta nel fatto che, nel teatro, la musica assume un ruolo di “supporto”: le esigenze musicali specifiche talvolta non sono soddisfatte perché bisogna rispondere a quelle teatrali. Un po’ per carattere e un po’ grazie a quanto imparato nel corso delle mie esperienze, cerco sempre di “vestire musicalmente” gli attori e la situazione teatrale. Naturalmente suono sempre come in concerto, ma con la consapevolezza che in tali occasioni non sono solo io che sto raccontando.

Poi, come in ogni cosa, più ti trovi a lavorare assieme e più il meccanismo si lubrifica, scorre via liscio, come nel caso della mia lunga collaborazione con il regista Alessandro Anderloni e la cantante Raffaella Benetti: ecco, con loro nel creare nuovi spettacoli, ci si intende subito; sinergia e compassione sono palpabili.

  • Che tipo di strumento utilizzi?

Nella maggior parte dei progetti uso una Victoria sistema pianoforte per la mano destra e bassi standard per la sinistra. È uno strumento a cui sono affezionato (mi è stata regalata dai miei genitori), ha un bel suono, soprattutto le voci in cassotto, un buon range dinamico e un buon equilibrio tra i due manuali (mano destra e sinistra). Mi diverte molto suonarla!

A volte mi capita di usare anche una Lucchini dotata di vibrato tra due voci della mano destra, ovvero quel registro tipico da fisarmonica popolare (richiama anche il musette francese) che in alcuni contesti serve.

  • Il fatto che tu sappia spaziare in modo intelligente tra diversi generi musicali ti ha portato a collaborare con musicisti di diverse provenienze culturali. La songwriter cubana Sorah Rionda, ad esempio.

L’incontro è stato fortuito, un contatto passato a Sorah tramite un amico comune, ingegnere del suono. Oltre al jazz amo molto la musica sudamericana, in particolare quella brasiliana e argentina, quindi, di fronte alla proposta di partecipare al suo progetto Hebra de luz insieme al percussionista Filippo Dalla Valle, ho accettato subito! Il repertorio è molto bello, spazia dal cantautorato cubano di metà Novecento (alcuni brani sono di suo zio, Graciano Gómez) a brani dell’Ottocento spagnolo, fino a canzoni originali della stessa Sorah. In questo caso ci sono sia parti scritte, sia parti in cui improvvisiamo.

L’anno scorso siamo stati invitati al Festival Internazionale “Les Joutes Musicales” di Correns, Francia, dove il progetto è piaciuto molto per la sua originalità.

  • Tra i numerosi progetti che hai in cantiere, ce n’è qualcuno al quale tieni particolarmente?

È difficile scegliere… Sicuramente tengo molto al progetto in solo, perché mi mette alla prova e mi dà la possibilità di far conoscere la fisarmonica, quella fisarmonica che va oltre la musica popolare. Mi piace usare effetti particolari come il bellow shake, la percussione della cassa e dei registri (nella musica contemporanea sono molto frequenti) e spesso  sono una scoperta per le persone che non conoscono bene lo strumento. Tra l’altro ho in cantiere proprio la registrazione del disco in solo, con l’aggiunta di altri brani, originali e non, oltre a quelli del mio repertorio.

Quindi spero di poter incidere presto anche i pezzi che ho scritto per quartetto (fisarmonica, violino, violoncello e pianoforte), una sorta di “chamber jazz”, jazz cameristico.

Ci sono poi altri progetti a cui già partecipo con gioia e soddisfazione, e che mi auguro di proseguire con intensità sempre maggiore: solo per citarne qualcuno, il duo con la violinista Maria Vicentini, il flautista Stefano Benini (nei prossimi mesi registreremo il primo disco in duo) e il Trio campato in aria con il trombonista Mauro Ottolini e il violinista Daniele Richiedei. E altri ancora…!

  • In Italia il tuo strumento, almeno in ambito jazzistico, è conosciuto soprattutto grazie a Gianni Coscia e Gorni Kramer e di recente, almeno secondo il mio parere, anche Vince Abbracciante sta facendo un bel percorso. Quali i musicisti che più ti hanno influenzato?

Ho iniziato a scoprire il jazz nei primi anni Novanta, ascoltando inizialmente il trio di Jarrett  e di Oscar Peterson e poi i primi dischi di Galliano; quest’ultimo, in quanto fisarmonicista, ha rappresentato per alcuni anni un riferimento imprescindibile per lo strumento (ecco perché tra i miei studi c’è una master class proprio con lui!).

Successivamente l’apprendimento in conservatorio mi ha aperto altre porte, facendomi affezionare molto alla corrente del Cool Jazz, in particolare a Tristano e Konitz. Grazie a  loro e ai miei docenti ho capito quanto sia molto più bello suonare “non preparati”, cioè  senza avere un repertorio di frasi fatte (i famosi “pattern”) da  snocciolare  durante  il  solo: comporre in tempo reale, é sicuramente più faticoso e rischioso, ma può dare molte, moltissime soddisfazioni!

Un notevole input mi è poi venuto ascoltando e trascrivendo le composizioni di Frank Marocco, un fisarmonicista che insieme a Art Van Damme ha fatto la storia della fisarmonica  jazz dagli anni Cinquanta in poi.

  • Al Cohen presenti un recital in completa solitudine. Ci puoi anticipare il programma, almeno a grandi linee?

Vista la predilezione per il jazz e l’America latina il programma si snoderà attorno a questi due poli.

Eseguirò anche due brevi pezzi per clarinetto e pianoforte del clarinettista-compositore Paquito D’Rivera che ho da poco adattato per sola fisarmonica (una sorta di omaggio per il suo sessantanovesimo compleanno, lo scorso giugno).

Poi tutto non si può svelare… Di sicuro vorrei divertirmi! E far divertire con me chi verrà al concerto e avrà voglia di ascoltarlo. Come si fa con tutte le cose “belle”: con il corpo, e con il cuore.

http://www.thomassinigaglia.it

foto: gas.dellaira@yahoo.it

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