SUONI RIEMERSI: CONSOLI & LEOPIZZI “Nierika”

SUONI RIEMERSI: CONSOLI & LEOPIZZI “Nierika”

SUONI RIEMERSI: CONSOLI & LEOPIZZI

“Nierika” DDD. CS, LP & CD 1990

di Alessandro Nobis

Questo “Nierika” registrato nell’89 è il primo dei due lavori registrati dal chitarrista Giuseppe Lepizzi e dall’arpista Licia Consoli. Il secondo, “Lighea”, verrà pubblicato nel ’93 sempre per quell’etichetta laboratorio letteralmente inventata da Riccardo Zappa, la DDD acronimo di Drogueria di Drugolo. Studiosi ed appassionati della musica irlandese, i due musicisti facevano parte dell’importante ensemble siciliano Aes Dana trasportando nella musica di “Nierika” e di “Lighea” tutto il fascino delle melodie e della combinazione strumentale arpa – chitarra abbastanza frequente nella musica popolare irlandese all’interno delle loro composizioni, tutte originali. Cristallina la classe di Licia Consoli, vicina alla perfezione la tecnica di Leopizzi, sempre alla ricerca del suono, appunto, “perfetto”, ricerca che lo motivò a lasciare la professione medica per il suo strumento.

R-6964748-1432137238-5674.jpegA quasi trent’anni dalla sua incisione, la musica scorre fresca mostrando un’intesa invidiabile ed una reciproca attenzione verso l’altro, senza mai ricercare la pura ostentazione del proprio talento individuale. Il brano eponimo, “Sinuosa Marea” con l’intro di chitarra, l’introspettiva “Il nido di Anjsha” disegnano un paesaggio ideale quanto fantastico tra il calore del Mediterraneo ed il verde dell’isola tanto amata da Licia Consoli e Giuseppe Leopizzi. I due lavori del duo restano a mio avviso due delle più preziose gemme del catalogo della DDD; meriterebbero entrambi una ristampa.

L’avventura musicale di Leopizzi si interruppe inopinatamente dieci anni fa, il 1 giugno 2007, per una terribile quanto fulminante malattia che lo portò via alla sua famiglia, agli amici ed a tutti gli estimatori della buona musica.

Un bel ricordo del chitarrista siciliano lo potete trovare in questa pagina di Bloogfolk: http://www.blogfoolk.com/2017/05/in-ricordo-di-giuseppe-leopizzi-dieci.html

 

 

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HOME 4et “Re: Bolling”

HOME 4et “Re: Bolling”

HOME 4et “Re: Bolling”

DODICILUNE RECORDS Ed375 CD, 2017

di Alessandro Nobis

Mi è già capitato, in occasione di una mia recensione di un lavoro del pianista Ran Blake, di accennare a quella corrente del jazz che naviga tra il classicismo e la musica afromericana e che chiamato “Third Stream” o, come mi piace chiamarlo, “jazz cameristico”. Ne fanno parte vere icone del jazz come il MJQ, il già citato Ran Blake ed anche Charles Bolling, francese, che alla metà degli anni settanta conobbe un successo planetario con la sua musica, piuttosto bistrattata dagli allora numerosi cultori delle avanguardie, americana ed europee. Ma in realtà era un compositore di valore, ma purtroppo le sue composizioni sono rimaste nell’oblio per molti anni ed ora grazie ai quattro affiatati musicisti del “Home 4et” (Stefano Saccone ai flauti, Enzo Orefice al pianoforte, Marco De Tilla al basso e Lorenzio Petruzziello alla batteria) riprendono pieno vigore grazie agli arrangiamenti che danno un importante tocco personale e di originalità alle composizioni di Bolling. Rispetto degli spartiti con l’aggiunta di tocchi improvvisativi che rendono originale e degno di molta attenzione questo “Re: Bolling”, un lavoro che si ascolta con grande piacevolezza anche da parte di chi – come chi scrive – è più attento ai sussulti delle avanguardie della musica jazz e contemporanea. Ma, lo ripeto, tanto di cappello al Home 4et per avere riscoperto Bolling e per averlo re-interpretato (forse quel “Re” del titolo a questo di riferisce) in modo rispettoso, personale ed intelligente.

http://www.dodicilune.it

DALLA PICCIONAIA: FOLKEST 2017, SPILIMBERGO 8 / 9 / 10 luglio 2017

DALLA PICCIONAIA: FOLKEST 2017, SPILIMBERGO 8 / 9 / 10 luglio 2017

DALLA PICCIONAIA: FOLKEST 2017, SPILIMBERGO 8 / 9 / 10 luglio 2017

di Alessandro Nobis

IMG_2374Alla fine Spilimbergo si attraversa a piedi in pochi minuti; si entra dall’antica porta della Torre Occidentale in via Roma, si visitano un paio di piccole chiese di origine medioevale, si attraversa quindi Piazza Garibaldi e si esce dalla Torre Orientale oltre la quale ci sono la splendida Piazza Duomo e più avanti il Castello. Questo piccolo centro del pordenonese però oltre alla bellezza ed agli scorci che offre il suo centro storico, ospita l’Associazione Culturale Folkgiornale che da oltre trent’anni organizza FOLKEST, probabilmente uno dei più longevi festival europei legati alla musica popolare. Resistere tutto questo tempo non deve essere stato facile, in passato la direzione artistica godeva di finanziamenti e sponsorizzazioni oggi impensabili, e pertanto vanno fatte le lodi ad Andrea Del Favero e Gianni Martin per la passione e competenza che mettono per ottimizzare il budget portando FOLKEST non solo a Spilimbergo e in buona parte del Friuli, ma anche nelle vicine Croazia e Slovenia. L’associazione Folkgiornale sta inoltre compiendo uno sforzo notevole ed assolutamente condivisibile di coinvolgere per quanto possibile persone ed associazioni locali nell’organizzazione e realizzazione del Festival, anche se, va detto, domenica 10 parecchi negozi della via principale erano chiusi “per turno”, invece di essere aperti vista l’affluenza del pubblico……

Un vero peccato di presunzione che molte amministrazioni dei comuni friulani declinino l’offerta di partecipare a Folkest, ma questo è un fenomeno che conosciamo bene anche dalle mie parti, a Verona; si preferisce coltivare il proprio minuscolo orticello che spesso dà frutti di scarsa qualità che guardare alle iniziative di ampio respiro che promuovono nel miglior modo un territorio più ampio e ricco di storia, arte cultura ed enogastronomia. Ma tant’è, questo la classe politica, non solo friulana ovviamente, offre al momento.

Dunque dal 22 giugno al 27 luglio si parla di tradizione a nord est declinata in molte delle sue sfaccettature: nomi noti ed altri molto meno noti, i vincitori del complesso concorso SUONARE A FOLKEST che impegna gli organizzatori sin dall’inverno precedente, iniziative “a latere” comunque legate al mondo della cultura tradizionale.

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FESTinVAL

Ho trascorso tre giornate a Spilimbergo, tra visite mattutine alla bella ed altrettanto cruda esposizione della fotografa  di “nera” Letizia Battaglia nelle sale del Castello, alla struggente mostra “Palmira ad Aquileia” ed ancora alla città fortificata dai veneziani di Palmanova, tutte località facilmente raggiungibili dalla sede principale di FOLKEST. Naturalmente il piatto forte è stata la musica, ed in questi tre giorni (“FOLKEST IN FESTA A SPILIMBERGO”) ce ne è stata tanta e di qualità, con gruppi stranieri ed italiani che si sono esibiti nelle tre piazze del centro storico: Piazza Garibaldi, Piazza Duomo ed in quella più piccola nei pressi della Torre Orientale. Vista la concomitanza di alcuni eventi, posso raccontarvi innanzitutto della produzione esclusiva presentata sul palco di Piazza Duomo, realizzata dalla scuola di musica “Gottardo Tomat” e dedicata alla rilettura di uno degli album più significativi della canzone d’autore americana, ovvero “Tapestry” di Carole King: la Tomat Band formata da docenti ed allievi si è dimostrata ampiamente all’altezza della situazione sia per la preparazione dei musicisti che per l’approccio al repertorio, ed il risultato è piaciuto al pubblico ed anche agli addetti ai lavori presenti. Sul palco della Torre Orientale ho assistito all’esibizione di Swingari, sempre travolgenti nella loro proposta di musica klezmer condita di swing; una solida ritmica ed il clarinetto di Vincenzo Panebianco in grande spolvero.

Per la serata di domenica era difficile fare una scelta tra le proposte serali, c’era da scegliere tra lo straordinario quintetto irlandese dei Cuig ed il concerto di Jenny Sorrenti con i Saint Just. Alle 18:30 ho assistito all’esibizione del gruppo Overfolk con le loro danze popolari che hanno visto anche la sempre gradita partecipazione del pubblico; è stata anche l’occasione per loro di presentare il festival da loro organizzato nella Valtramontina (“FESTinVAL”, ai primi di agosto http://www.protramontidisotto.it), ed alle 21:15 sul palco sono saliti gli irlandesi Cuig, senz’altro la miglior giovane band di musica tradizionale proveniente dall’Irlanda, una preparazione di primo livello, arrangiamenti efficaci che hanno estasiato il pubblico in tutti i loro concerti italiani e che due anni fa ebbi la fortuna di conoscere al William Kennedy Piping Festival di Armagh, in Irlanda del Nord.

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JENNY SORRENTI e SAINT JUST

Ma vengo al concerto serale dei Saint Just e Jenny Sorrenti in Piazza Duomo, una vera sorpresa per me: musica progressive di gran livello, la voce di Jenny Sorrenti ancora calda e splendida. La cantante napoletana ha scelto dei musicisti di primo livello, ed il repertorio è stato una cavalcata tra i brani più significativi dei Saint Just – da riascoltare i loro due album usciti nei primi anni settanta – vicino ad altri come “Vorrei incontrarti” di Alan Sorrenti (tratto da “Aria”) e lo splendido inserto di “A great gig in the sky” di floydiana memoria, eseguito alla perfezione da Jenny Sorrenti. Presto inciderà un lavoro con il fratello, aspettiamoci cose grandi …………., le loro voci ci sono mancate per troppo tempo.

Lunedì sera ho concluso la mia permanenza in quel di Spilimbergo con l’atteso concerto dei Fairport Convention ancora in piazza Duomo con la loro più recente line-up (Gerry Conway, Chris Leslie, Dave Pegg, Simon Nicol e Ric Sanders), e visto che quest’anno è il cinquantesimo anniversario della pubblicazione del loro primo album, il repertorio non poteva non comprendere alcuni dei capolavori incisi in quei magnifici anni. Tre su tutti: “Who knows where the time goes” di Sandy Denny, il sempiterno tradizionale “Matty Groves” e “Meet on the ledge” scritta da un ancora imberbe Richard Thompson. Che dire dei Fairport, inventori del folk elettrico in terra d’Albione? Sono sempre loro per fortuna, gli anni passano ma la verve, la professionalità e le emozioni che sanno regalare sono di un altro livello; “fanno sempre le stesse canzoni” qualcuno dice, e meno male, dico io, che tengono vivo il ricordo di questi brani manifesto del folk elettrico e del patrimonio tradizionale inglese (vedi il siparietto di Chris Leslie in occasione di un breve distacco della corrente durante il quale si è esibito al violino in un paio di danze Morris dei Cotswolds).

Dopo la metà di luglio FOLKEST in sposta a Capodistria con i concerti di Teresa De Sio e di Ron.

 

ISTAMPITTA “Danses Florentines du Trecento”

ISTAMPITTA “Danses Florentines du Trecento”

ISTAMPITTA “Danses Florentines du Trecento”

ALPHA CLASSICS CD, 2003, ristampa 2017

di Alessandro Nobis

Queste nove “Istampitte” appartenevano alla fine del XIV° secolo ad una sconosciuta famiglia nobile fiorentina e, chissà per quali vie e vicende, arrivarono al British Museum di Londra, dove tuttora sono conservate; erano danze tramandate oralmente dal XII° secolo, e di esse ne esistono parecchie interpretazioni riportate su disco, sia ad opera di musicisti legati al mondo classico che  tradizionale, soprattutto inglese. Henri Agnel, suonatore di liuto arabo e di cittern, è di nascita francese ma è vissuto molto in Marocco, dove ha assimilato suoni e musica del mondo arabo andaluso; questa sua frequentazione e questo suo vivere due mondi culturali e musicali così diversi lo ha portato a sviluppare una modalità di esecuzione di queste danze medioevali del tutto originale, interpretandole in modo “libero” – in realtà sui manoscritti medioevali le indicazioni non sono proprio restrittive – affiancando ai suoi strumenti altri come l’indiano ghatam ed il brasiliano udu – percussioni vasiforme -, lo zarb iraniano, il quinton – violino a cinque corde ed il bansura – flauto di canna indiano. Come si vede una lettura ad ampio respiro, quella di Agnel, che lascia aprire le nove danze a brevi interventi solistici degli strumenti usati nella registrazione e suonati da Michael Nick, Herni Tournier, Djamchid Chemirani e Idriss Agnel.

L’ascolto si rivela incredibilmente affascinante e rivelatore di un mondo musicale che – sebbene siano passati settecento anni – si conferma fresco, vivo, attuale e tutt’altro che assimilabile ad un intoccabile e sepolto mondo da tenere nelle teche. Un repertorio che lascia – se lo si vuole – ampia libertà esecutiva, della quale Henri Agnel e i suoi compagni ne godono – e fanno andare in sollucchero chi l’ascolta – pienamente.

 

CHIARA PAPA “(Donne)”


CHIARA PAPA “(Donne)”


CHIARA PAPA “(Donne)”

DODICILUNE / FONOSFERE, CD, 2017

di Alessandro Nobis

Un disco monografico. Un disco dedicato alle donne da una donna. Musica che trasuda sincerità, amore verso il repertorio della tradizione, qualunque essa sia e da dove provenga. Nove storie di donne narrate da una voce suadente accompagnata da una strumentazione minimale supportata da un sapiente e mai invasivo uso delle sovraincisioni: Chiara Papa racconta con il suo canto e suona dulcimer, chitarra ed ukulele in modo essenziale (ma non banale), come una vera folksinger sa fare, porgendo queste storie con delicatezza e passione. Qui ho trovato le tradizioni delle diaspore sefardita e di quella arbëresh in Italia, del centro e sud America, della lontana Russia, d’Albania e della Catalunya; ho trovato la nostalgia della terra madre (“Bukura More” significa “Bellissima More”, “Ti lasciai/ e mai tornai / Di là ho mio padre / Di là ho la mia madre / Di là c’è mio fratello”), lo sfruttamento (“Duerme Negrit”, “Devi lavorare anche se non sei pagata / Anche se ti è morto qualcuno / Anche se sei malata”), il medioevo catalano (“El Testament d’Amelia”, la regina che gelosa della propria figlia l’avvelena), l’abbandono forzato della propria terra e la rassegnazione di dover morire altrove (“Arvoles Lloran por Lluvia”, tradizione sefardita).

Ho trovato infine tanta, ribadisco, sincerità ed anche semplicità – che sarà sicuramente ancora più evidente dal vivo – nel proporre questi repertori al pubblico degli addetti ai lavori ma soprattutto a chi non li conosce, ed in questo mi sembra di poter segnalare la potenza didattica e l’attualità di questo “Donne”, considerato che le tematiche affrontate sono a tutt’oggi purtroppo attualissime.

 

BAD BLUES QUARTET “Bad Blues Quartet

BAD BLUES QUARTET “Bad Blues Quartet

Recensire un disco di blues elettrico, per di più italiano, a due giorni dalla scomparsa del chitarrista Rudy Rotta non è per me facile, visto che lo conoscevo da molti anni ed avevo sempre apprezzato la sua musica e la sua generosità sul palco. Gli voglio dedicare quindi questo articolo. Credo avrebbe apprezzato il BBQ.

BAD BLUES QUARTET “Bad Blues Quartet

AUTOPRODUZIONE CD, 2017

di Alessandro Nobis

Bad Blues Quartet è una formazione cagliaritana – e quindi non c’è solo Andrea Cubeddu nel blues isolano – che propone un vigoroso e sanguigno blues elettrico nel segno di quello d’oltreoceano. Mettete nel lettore il CD e ascoltate subito i quattordici minuti di “Me and My David’s Blues” e capirete quello che sto dicendo, slow blues di ottima fattura con i fantasmi di Steve Ray Vaughan e del migliore “Southern Rock” che vanno e vengono nel vostro salotto; Federico Valenti e la sua chitarra la sanno lunga, hanno imparato bene la lezione dei grandi chitarristi e con i suoi compagni di viaggio – Simone Arca al basso, Frank Stara alla batteria e l’incisiva e convincente voce di Eleonora Usala – ha saputo dare vita a questo davvero buon lavoro d’esordio.

Poi si rimette il cd dall’inizio, nell’ordine concepito dai quattro ed ecco lo shuffle compatto di “Illusion’s Song”, il rock blues di “The Shelter”, l’omaggio al gigante SRV con la lunga “Behind The hat”, il bell’arrangiamento dello spiritual “Go Down Old Hannah”, con la prima parte a cappella (come da manuale) e la seconda con lo swing condotto dalla chitarra resofonica di Valenti. Un disco interessante, coraggioso – come detto otto brani su nove sono originali –  che mi auguro possa avere una diffusione all’altezza della qualità della musica. Buone notizie dalla Sardegna.

ww.badbluesquartet.com

 

 

 

GIULIO STERMIERI “Stopping”

GIULIO STERMIERI “Stopping”

 

GIULIO STERMIERI “Stopping”

AUAND CD, 2017

di Alessandro Nobis

Pianista attivo sullo scenario italiano da parecchi anni, il modenese Giulio Stermieri ha pubblicato per l’attiva etichetta Auand – una delle più apprezzate labels italiane – questo ottimo “Stopping” in compagnia del contrabbassista Giacomo Marzi e del batterista Andrea Burani. Un disco che vuole – e lo è in effetti – essere un doveroso omaggio ad alcune delle figure che più hanno influenzato il jazz moderno ma che non necessariamente hanno in comune con Stermieri lo strumento, il pianoforte. musicNaturalmente il trio non gioca a ripetere i temi ed a riproporre arrangiamenti scritti da altri, ma rivisita in modo creativo ed intelligente i temi scritti via via da Ornette Coleman, Carla Bley, Thelonius Monk e Paul Motian con uno stile pianistico ispirato dichiaratamente da Paul Bley e quindi capace di passare dal più raffinato lirismo all’improvvisazione quasi “radicale” con una sezione ritmica sempre efficace che dà comunque in ogni situazione un contributo essenziale: ascoltate ad esempio il sapiente contrabbasso di Giacomo Marzi nell’intro alla monkiana “52nd Street Theme” – il brano più significativo di questo lavoro – e le delicate pennellate di Andrea Burani che dialogano con il pianoforte nella spettrale “Once Around The Park”.

Un trio compatto, con un forte senso del “suonare insieme” nel rispetto reciproco delle personalità e delle proprie “storie” musicali; la scelta di registrare in una sola giornata si è dimostrata ottima, previlegiando la spontaneità alla ricerca spasmodica della “perfezione” sonora. Bel disco.