ANDREA CUBEDDU “Jumpin’ up and down”

ANDREA CUBEDDU “Jumpin’ up and down”

ANDREA CUBEDDU “Jumpin’ up and down”

Autoproduzione. CD, 2017

di Alessandro Nobis

Dopo l’esordio di Manuel Tavoni ecco un’altra opera prima di un bluesman italiano, Andrea Cubeddu; credo, anzi sono sicuro che Cubeddu sia il primo chitarrista blues proveniente dalla Sardegna che abbia mai ascoltato, forse sarà anche l’unico. Ma detto questo va ben specificato che come prima incisione – autoprodotta – Cubeddu coraggiosamente lascia da parte le rivisitazioni di brani che hanno fatto la storia della Musica del Diavolo preferendo invece cimentarsi nella composizione ed esecuzione di brani scritti di proprio pugno. E già questa sarebbe una motivazione più che sufficiente per avvicinarsi al chitarrista sardo, ma se aggiungiamo la qualità della sua tecnica quando suona la sua Resonator della Dean dal suono sempre affascinante ed ancestrale combinata la sua voce diventa necessario fare almeno un ascolto di questo “Jumpin’ up and down”, che poi so che riascolterete e riascolterete……

Nei testi in inglese si ritrovano quasi le stesse tematiche dei bluesmen anteguerra: l’abbandono forzato della propria casa e famiglia per ragioni economiche, la difficoltà di vivere in una città con ritmi quotidiani agli antipodi di quelli natali, le relazioni amorose difficili e tormentate, le stesse tematiche che Cubeddu ha dovuto affrontare trasferendosi dalla natìa Barbagia a Milano. Ma qualcosa rimane anche esteriormente delle proprie radici, ed ecco che in copertina il chitarrista appare travestito da “mamuthone” bianco con in braccio la maschera di caprone.

Gran bel lavoro: “I Sold My Soul to the Devil”, “Traveller Blues” e “Don’t Love me no more” sono i brani che ripetutamente ascoltato, ma tutto il lavoro è ampiamente “stellato” e consigliato. Ecco, lo volevo dire.

 a.cubeddu@gmail.com

 

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DALLA PICCIONAIA: S. Giorgio di Valpolicella Folk Festival

DALLA PICCIONAIA: S. Giorgio di Valpolicella Folk Festival

DALLA PICCIONAIA: S. Giorgio di Valpolicella FOLK FESTIVAL 30 giugno e 1 luglio 017

di alessandro nobis

Si terrà venerdì 30 giugno e sabato 1 luglio la 1^ Edizione del “SAN GIORGIO INGANNAPOLTRON FOLK FESTIVAL”, la bellissima ed ancestrale perla della Valpolicella sita nel Comune di Sant’Ambrogio.

L’idea nasce da un gruppo di appassionati ed ha trovato subito la disponibilità della locale Pro Loco oltre a quella di numerosi sponsor che appoggiano l’iniziativa: l’obiettivo è valorizzare ulteriormente il patrimonio storico e culturale del borgo valpolicellese proponendo in diversi luoghi musiche adeguate ai luoghi e legate a varie tradizioni musicali ed allo stesso tempo cercando di valorizzare musicisti e gruppi che fanno della loro missione lo studIo e la riproposta del patrimonio tradizionale non veronese.

Ecco che quindi gli organizzatori – Red Zone Art Bar e la Pro Loco – hanno individuato nella Collegiata della Pieve (messa gentilmente a disposizione della Parrocchia), nella piazza del paese che si affaccia sulla pianura ed in alcune corti i luoghi dove proporre i concerti, il primo dei quali si terrà venerdì 30 alle 21 con sonorità provenienti dai Paesi Baschi e nuove composizioni scritte e proposte dal prestigioso duo formato dalla violista Luciana Elizondo e dal chitarrista compositore Balen Lopez De Munain” (qui la recensione di un loro concerto https://ildiapasonblog.wordpress.com/2016/05/27/dalla-piccionaia-luciana-elizondo-e-balen-lopez-de-munain/ ed un’intervista al chitarrista di Bilbao https://ildiapasonblog.wordpress.com/2016/05/18/il-diapason-intervista-balen-lopez-de-munain/): una rarissima occasione per ascoltare la loro proposta.

Nuovo-RetroIl Festival Folk si inserisce in “Corteggiando a San Giorgio”, una manifestazione organizzata dalla locale Pro Loco che ha lo scopo di far scoprire agli ospiti le bellezze architettoniche del borgo e soprattutto delle sue corti che portano il tradizionale nome usato dagli abitanti del paese e che in questa edizione avranno ancora più modo di apprezzarle grazie ai musicisti coinvolti nel Folk Festival. Il 1° luglio, in questi spazi storici sarà possibile effettuare degustazioni di piatti tipici preparati per l’occasione e dei prodotti vinicoli delle cantine che partecipano all’iniziativa e di birre artigianali.

In questa seconda giornata si esibiranno a partite dalle 19:30 il chitarrista Roberto Menabò (intervista https://ildiapasonblog.wordpress.com/2017/05/10/il-diapason-intervista-roberto-menabo/), l’ensemble  Mi Linda Dama con il loro bellissimo repertorio di musica sefardita, ed i gruppi tutti veronesi Contrada Lorì (intervista: https://ildiapasonblog.wordpress.com/2016/02/01/il-diapason-intervista-la-contrada-lori/ e recensione  qui https://ildiapasonblog.wordpress.com/2016/03/01/contrada-lori-eviva-il-mar/) ed infine il quartetto Ballabili ‘900 (https://ildiapasonblog.wordpress.com/2016/04/17/il-diapason-intervista-ballabili-900/)

Per l’occasione il borgo sarà chiuso al traffico.

I concerti di sabato 1 luglio saranno ad ingresso gratuito, per quello di venerdì è previsto un ingresso di € 8,00; vista la limitata capienza della Collegiata, si potranno acquistare i biglietti presso il bar Red Zone Art a San Giorgio e presso il negozio Dischi Volanti, in Via Fama a Verona.

N.B. I concerti del sabato, in caso di maltempo continuato, verranno annullati.

Per informazioni:

RED ZONE ART BAR, Tel. 045/6801269 Piazza della Pieve, San Giorgio di Valpolicella. www.redzoneart.com, www.facebook.com/redzoneartbar, info@redzoneart.com.

PRO LOCO cell. 3348739397 e info@sangiorgiodivalpolicella.it

 

 

SOÏG SIBÉRIL “Habask”

SOÏG SIBÉRIL “Habask”

SOÏG SIBÉRIL “Habask”

Coop Breizh CD, 2017

di Alessandro Nobis

Tutti abbiamo le nostre preferenze: la mia, nella categoria “chitarristi acustici di area bretone”, è rappresentata da Soig Siberil classe 1955, parigino e co-responsabile di alcune delle più fulgide perle che il movimento del folk revival di questa nazione celtica abbia sin qui prodotto: cito solamente Pennoù Skoulm, Kornog e Gwerz. Può bastare? No, perché parallelamente ha svolto e svolge la sua attività solistica ed in piccoli combos con altri chitarristi e con altri strumentisti; è il mio preferito in quanto a mio avviso è il più vicino alla tradizione e per la sua capacità di scrittura di brani che ad essa si ispirano, mantenendo così questo sottile filo che unisce modernità e cultura popolare, oltre ad essere, naturalmente, finissimo e cristallino interprete della chitarra acustica.

Questo “Habask”, a parte qualche intervento del chitarrista Patrice Marzin, è stato registrato in completa solitudine e le dodici tracce sono acquerelli che ci portano ora in Irlanda, ora naturalmente in Bretagna: reels, gavotte, marche vicino ad arrangiamenti di brani altrui come le splendide citazioni di “Both Sides Now” di Joni Mitchell e “The Peaceful Jorney” del gallese Dylan Fowler, altro finissimo fingerpicker compagno di Siberil nel Celtic Guitar Trio (il terzo è lo scozzese Ian Melrose).

Ancora un gran bel disco per Soig Siberil e per la Coop Breizh, etichetta che da decenni segue, promuove e produce la miglior musica tradizionale – e di derivazione – che viene da quella straordinaria terra che è la Bretagna.

 

MISSING IN ACTION: WOOD 3 al COHEN, Verona

MISSING IN ACTION: WOOD 3 al COHEN, Verona

MISSING IN ACTION: WOOD 3 AL COHEN, Verona

di Beppe Montresor

Serata importante quella in programma al Cohen di via Scarsellini stasera alle 21,30 (ingresso libero con consumazione obbligatoria, per chi vuole anche cenare 15 euro prenotazione e info al 347/3234011), per la presentazione del nuovo cd dei Wood 3, uscito a febbraio per la Velut Luna. Tecnicamente si tratta di un esordio di questa sigla che comprende il batterista Andrea Oboe accanto ai due compositori Marco Pasetto (clarinetto basso e ocarina nel brano “Down Spread”) ed Enrico Breanza (chitarra elettrica). Ma il “progetto Wood” che nella sua forma base e sin dalle sue origini s’identifica nel sodalizio Pasetto – Breanza (in questo nuovo album responsabili della composizione di dieci brani su tredici) è un ‘laboratorio’ fecondissimo, avviato nel 1995 (l’album d’esordio, “Strade”, era assegnato al Wood Quartet, con Pasetto e Breanza c’era la sezione ritmica Sabbioni – Zambelli e Mauro Negri ospite speciale), al quale, data la rara combinazione di qualità e quantità della produzione (in varie vesti: dal duo base alla Wood Orchestra per lo splendido “L’attesa” del 2006), sarà un giorno opportuno dedicare magari un saggio o approfondito e corposo compendio. Intanto possiamo senz’altro dire che il laboratorio Wood è tra le realizzazione più significative e sempre di gran gusto di quella scena trasversale, con confini sfumati tra jazz, cameristica, profumi folk (proprio nel senso di tradizione popolare italiana), classica e persino rock. Basti dire che in questo “Wood 3”, oltre ai brani firmati da Pasetto e Breanza (torna, di quest’ultimo, tra l’altro, una nuova versione di “Cinque”, un ‘richiamo’ di continuità con l’album “Lands” del ’96) trovano spazio una “Deus ti salvet Maria”, del barocco settecentesco Bonaventura Licheri, (arrangiamento di Salvatore Maiore, altro prezioso esponente di punta di questa raffinatissima musica “senza confini”) e una convincentissima rilettura della delicatissima (e qui irrobustita) “River Man” del grande cantautore inglese Nick Drake: un poeta della malinconia sottile, cifra stilistica certo non estranea ai Wood, peraltro in questo lavoro a tre più predisposti ad un aggiunta di ritmo, vigore, e alterazioni climatiche rispetto al solito. Permane, comunque, l’altissima qualità e gradevolezza del prodotto, tutto da gustare, e ben fa il critico Angelo Leonardi, nelle note di copertina dell’album, a citare parole di Bill Evans per il quale il jazz è soprattutto faccenda di sentimento, intraducibile con la sola razionalità delle parole. “Wood 3” va assolutamente ascoltato, non spiegato.

SUONI RIEMERSI: Io, Robert Petway (solo una questione di royalties)

SUONI RIEMERSI: Io, Robert Petway (solo una questione di royalties)

Solo una questione di royalties. Non fosse stato per Leonard e Phil Chess, il nome di Robert Petway sarebbe per l’eternità sprofondato nell’oblìo, onorato e ricordato – forse – dallo sparuto manipolo della Compagnia degli Amanti del Blues del Delta.

Faceva un freddo cane a Chicago quel giorno di febbraio del ‘50; McKinley Morganfield aveva appena finito il suo turno come autista, e dopo un paio di uova strapazzate ed una pinta di caffè nero bollente in una bettola della South Michigan Avenue entrò con la sua chitarra al numero 2120, dall’altra parte della strada. Leonard e Phil lo stavano aspettando, assieme a Ernest “Big” Crawford, il contrabbassista che conosceva i due fratelli dai tempi della Aristocrat, prima che i due fondassero la Chess Records. Avevano già avuto delle animate discussioni circa la registrazione che stavano per fare; McKinley voleva portare la sua band nello studio, quella con Walter Jacobs e Jimmy Rogers per intenderci, i due polacchi invece insistevano per il solo accompagnamento del contrabbasso, quello di Crafword ovviamente. Naturalmente ebbero la meglio i proprietari dell’etichetta e così quel giorno McKinley Morganfield registrò un singolo: sul lato A “Rollin’ Stone”, su quello B un blues di Robert Johnson, “Walkin’ Blues”. Una take per ciascun brano, buona la prima e via.

Va da sé che se Muddy Waters avesse dichiarato che il suo “Rollin’ Stone” in realtà era un adattamento di “Catfish Blues” accreditato a “certo Robert Petway” e non una sua composizione, molte cose nella musica dei decenni a venire sarebbero andate diversamente. Questione di diritti d’autore e di royalties, appunto. Di sicuro possiamo dire che Mick Jagger e Keith Richards avrebbero chiamato diversamente il loro gruppo, e così Jann Wenner avrebbe fatto con il suo settimanale musicale.

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C’è un grande appezzamento di terra all’interno di un grande meandro del fiume Alabama, giù a Boykin. Ci abitano e ci lavorano i discendenti degli schiavi portati lì dalla Carolina a metà dell’800 dai loro proprietari, i Pettway. La tenuta fu venduta nel 1845 a Sebastian Van Der Graaff, un benestante avvocato di Tuscaloosa, e quando finì l’epoca dello schiavismo molti rimasero a lavorare nella proprietà mantenendo anche da inquilini il cognome Pettway. Oggi se cercate un Petway, o un Pettway o Pettaway dovete andare laggiù, dove il fiume Alabama scorre tranquillo prima di gettarsi nel Golfo del Messico.

In una delle case isolate tirate su alla bell’e meglio con assi di legno e sollevate da terra con dei blocchi di cemento, il 18 ottobre del 1907 – ma qualcuno giura che fosse il 1902 – si dice nacqui io, Robert Petway.

Il primo regalo che ricevetti, non al mio compleanno e nemmeno a Natale, ma quando le patate erano pronte da raccogliere fu una zappetta. Niente scuola, ma solo lavorare lavorare e lavorare. Unico svago era gettare l’amo nell’Alabama e, d’estate, farci il bagno.

Appena adolescente incontrai un altro tipo, nipote come lui di schiavi africani; abitava anche lui in una stamberga non lontano da quella di Robert. Andavamo tutti e due nello stesso punto a pescare, una spiaggetta all’interno dell’ansa del fiume dove l’acqua scorreva lenta, l’ideale per prendere all’amo qualche pesce gatto, un buon integratore del pasto giornaliero visto che la carne era un lusso e a casa si mangiava quella di maiale sì e no ogni quindici giorni: vegetariani o quasi, ante litteram.

Quel tizio, magro e allampanato, si chiamava Tony, Tony McClennan, per essere precisi. Restammo amici per molti, molti anni scoprendo di avere alcuni interessi, diciamo così, in comune: i cappelli a larghe falde, la musica e poi le donne. Ogni tanto passavano dalle mie parti dei musicisti girovaghi, neri figli di schiavi spiantati cacciati dalle piantagioni che per pochi spiccioli – o per una notte al coperto, o per un pasto – intrattenevano gli avventori delle bettole o suonavano durante le feste del fine settimana: mi ricordo di Blind Joe Smith, che girava con un grosso cane nero, Lame Fred McFarland, lo zoppo che diceva di venire dall’Arkansas e Snake Leo Dittman, che girava con un serpente a sonagli nella borsa. Loro mi insegnarono i primi rudimenti ed io imparavo velocemente, come se quello stavo imparando l’avessi avuto già in testa, e non lo sapevo.

Questa specie di barrelhouse, di juke joint o di stamberga era a tre miglia da casa mia ed a quattro da quella di Tommy. Quando si spargeva la voce dell’arrivo di questi tipi il locale si riempiva: imbroglioni d’ogni tipo, donne di malaffare ed ubriaconi giravano là intorno e si facevano di moonshine, che costava poco, e ascoltavano le loro vite raccontate da altri disperati come loro, che se non altro avevano la capacità di esorcizzare con la musica tutte le loro sfighe ataviche.

Io e Tommy stavamo il più vicini possibile ai musicisti e non ci stancavamo mai di guardare come si muovevano quelle dita sul manico.

Ad un certo punto diventai anche bravo, tanto bravo da suonare la domenica mattina in chiesa quei vecchi spiritual che da bambino sentivo cantare dai nonni e da mamma; da papà no, di lui non ricordo molto, solo che lavorava come un mulo e che morì di febbre spagnola quando avevo circa quindici o sedici anni.

Comunque fu grazie alle funzioni religiose che trovai un modo per rimorchiare le donne: la domenica mattina le ammaliavo con questi canti religiosi, il pomeriggio le accalappiavo con i miei blues scurrili, pieni di sesso, di doppi sensi e di quant’altro. Quello che succedeva dopo, nei campi dietro la stamberga, ve lo lascio immaginare; mi piacevano tutte, magre, grasse, sposate e anche no. Insomma, me la sono spassata laggiù in Alabama.

Un bel giorno mi resi conto che l’Alabama era diventato piccolo per me. E anche per Tommy. Se fossimo restati lì avremmo passato la nostra vita a suonare in quei posti schifosi per nulla, o quasi. Prima o dopo ci saremmo stufati e avremmo ricominciato a lavorare nei campi.

E così ci trasferimmo a Itta Bena, nel Mississippi, e fu lì che conobbi Honeboy Edwards, musicista e uomo straordinario. Lì suonavano anche Booker White, James Son Davis e Kokomo Arnold, suonavano al Three Forks, in quel juke-Joint vicino all’incrocio dove qualche marito geloso avvelenò Robert Johnson. Così dicevano.

Finalmente, nel ’39, ce ne andammo anche da lì e con un viaggio quantomeno avventuroso un po’ a piedi, in treno e poi ancora a piedi arrivammo a Chicago, nell’Illinois. Non mi ricordo quante serate feci nelle bettole e nei bar, mi ricordo però che un bel giorno mi comprai una chitarra National Resophonic ad un banco di pegni, su nel North Side. Divenne per me come un’amante, aveva il suono ed il volume che cercavo e mi accompagnò per tutta la vita. Ci voleva proprio, perchè nessuno mi stava ad ascoltare in mezzo a quella confusione; ma fu in uno di questi locali che casualmente una sera venne Lester, Lester Melrose intendo. Questo tizio bianco, questo Lester Melrose, sarebbe diventato da lì a poco uno dei pezzi grossi del blues di Chicago, qualcuno addirittura andava in giro dicendo che era lui il fondatore del Chicago Blues, anche se gli piacevano di più i suoni acustici di quelli elettrici. Comunque sia venne in questo localaccio del Southside più di una volta e ne aveva del fegato, allora di bianchi in quella zone lì se ne vedevano davvero pochi. ‘Sto tizio mi propose di registrare per lui; io non lo avevo mai fatto, ma qualche giorno prima Tommy MacClennan aveva registrato per lui una dozzina di brani e così accettai. E quel freddissimo 28 marzo del 1941 entrai in una stanza d’albergo dove c’erano una sedia – scomoda, questo lo ricordo bene –  ed un microfono. C’era anche un altro tipo che aveva un contrabbasso, Alfred Elkins mi sembra  si chiamasse.

Il primo brano che registrai fu Catfish Blues, lo avevo pensato quando stavo ancora giù a Itta Bena, quando mi passavo tutte le donne che volevo.

Sì mi piacerebbe, mi piacerebbe essere un pesce gatto

E nuotare in un profondo mare blu

Sono tutto per voi, belle donne, se mi volete pescare

se mi volete pescare, se mi volete pescare

Oh sì, oh sì

Stavo seduto di fronte a lei

Che mi disse “entra, uomo

Mio marito non c’è, è appena andato via”

Oh sì, oh sì

Sai, ci sono due treni che passano da quella stazione lì

Ma nessuno va nella mia direzione

Ma sai, c’è un treno che passa sempre a mezzanotte

Questo passa solo oggi donna, passa solo oggi

Oh sì, oh sì

Questo Melrose ci sapeva fare, era bravo (e dannatamente furbo), mi mise a mio agio e registrammo 8 brani. Invece poi mi fregò: prima di suonare mi fece firmare una carta dove gli cedevo i copyright dei brani, lui mi avrebbe pagato solamente per le sedute di registrazione. Ero così fesso – ma in buona compagnia – che firmai. Con Elkins non ci furono problemi, lui era un buon musicista, si limitò a venirmi dietro e basta. Furono tutte registrazioni “one take and go”, non c’era possibilità di ripetere le canzoni.

Allora era così, non avevo un repertorio fisso, mi piaceva improvvisare le parole; credo di non avere mai cantato una canzone con lo stesso testo due volte. Si usava così, nessuna aveva un blocco notes con la scaletta ed i testi delle canzoni. Era il bello del blues, sapete? In un paio d’ore finimmo di registrare, io tornai nel Southside e non vidi Lester per parecchio. Poi, nel gennaio del ’42 mi capitò di suonare con Tommy in un locale dell’Ottantasettesima Strada. Una rimpatriata e guarda chi ti capita dentro? Lester Melrose. Quando finimmo di suonare, saranno state le due di mattina, venne al nostro tavolo e mi propose un’altra session. Ok dissi, ma stavolta viene anche Tommy. E così il 20 febbraio del ’42 ritornai in quella stanza d’albergo e registrai altri 6 pezzi, uno con Tommy MacClennan. Ad un certo punto mi sembrava di avere finito le idee, e mi venne in mente di avere conosciuto tempo prima Bertha Lee, la moglie di Charlie Patton; era brava a cantare, ma ricordo altrettanto bene che in altre situazioni sapeva fare ancora di meglio……. Bisognava registrare, e mi venne l’idea di scrivere un testo su tutte le “Bertha Lee” che avevo incontrato; la musica poi venne da sola, cambiai l’accordatura e via……. .

Il sistema di pagamento comunque non era cambiato, tutti ripeto tutti facevano così, per questo moltissimi bravi musicisti ad un certo momento smettevano di registrare e sparirono dalla circolazione per almeno vent’anni. O facevi così o niente, e fu così che il mio nome non apparve mai sui 78 giri che Lester mise in commercio, e fu così anche che “Catfish Blues” venne considerato un brano tramandato oralmente e non mio. Fino a quando qualcuno gli cambiò il titolo e si dichiarò come autore del brano.

Poi, sapete come andò a finire. Alla fine degli anni cinquanta questi ragazzi bianchi cominciarono ad interessarsi del blues: Alan Lomax, Bob Koester ed i fratelli Chess furono i primi, poi arrivò Mike Vernon, ed in seguito in Europa molti musicisti iniziarono a suonare il blues che avevano sentito sui 78 giri. Questo interesse fece che molti miei amici musicisti furono trovati a lavorare nelle fabbriche, nei campi, nei dormitori pubblici, qualcuno anche in qualche penitenziario ed ebbero così l’occasione di ricominciare a suonare, anche in Europa, e di fare un po’ di soldi.  Inaspettatamente erano rispettati moltissimo dal pubblico dei bianchi, anzi credo che se non fosse stato per loro il blues sarebbe rimasto nei ghetti neri come il South Side di Chicago. So che lo disse anche B.B. King, ed è una grande verità.

L’immortalità? Meno male che ad un certo punto, negli anni sessanta qualcuno di quei ragazzi conobbe la mia Catfish Blues grazie a Muddy Waters, chiamandola finalmente con il suo vero titolo, il “blues del pesce gatto”: Jimi Hendrix e poi quell’irlandese dalla camicia a scacchi, Rory Gallagher soprattutto.

Le royalties? E quelle chi le ha mai viste!

PETWAY CRUMBCHICAGO, ILLINOIS 28 marzo 1941 (Alfred Elkins, contrabbasso)

Catfish Blues – Ride ‘em On Down

Rockin’ Chair Blues – My Little Girl

Let Be Me Your Boss – Left My Baby Crying

Sleepy Woman Blues – Don’t Go Down Baby

CHICAGO, ILLINOIS 20 Febbraio 1942 (Alfred Elkins, contrabbasso)

Bertha Lee Blues – Hollow Long Blues

In The Evening – My Baby Left Me

Cotton Pickin’ Blues – Boogie Woogie Woman (Tommy MacLennan, voce e Alfred Elkins, contrabbasso)

 

WYNTON KELLY TRIO & WES MONTGOMERY “Smokin’ in Seattle”

WYNTON KELLY TRIO & WES MONTGOMERY “Smokin’ in Seattle”

WYNTON KELLY TRIO & WES MONTGOMERY

“Smokin’ in Seattle”

Resonance Records, LP 180 gr, 2017

di Alessandro Nobis

Potessi salire sull’auto di Emmett Lathrop Brown sulla sua Delorean argento, mi farei portare senz’altro al Penthouse di Seattle a metà aprile del 1966. Per nove sere, ad essere preciso, le nove sere nella quali si esibiva il trio del pianista Wynton Kelly con “ospite” Wes Montgomery, il chitarrista che forse più di ogni altro ha influenzato con il suo stile tutti coloro abbiano in seguito scelto di suonare il jazz con questo strumento. La “molto” benemerita Resonance Records in occasione del Record Store Day ha pubblicato (applausi) questa autentica chicca, una selezione di quelle serate, in particolare quelle del 14 e 21 aprile nella quali appunto il trio di Kelly, con Ron McClure al contrabbasso e Jimmy Cobb alla batteria apriva i concerti che poi avrebbero visto come ospite il sontuoso Wes Montgomery.

Il titolo parafrasa “Smokin’ at The Half Note” uscito per la Verve nel ‘65 e nel quale il contrabbasso era nelle mani di Paul Chambers (era quella la ritmica del Davis di quegli anni); il sodalizio tra Montgomery ed il trio di Wynton Kelly (più Johnny Griffin al sax) era iniziato nel 1962 con “Full House” e per la carriera del chitarrista sarebbe stato certamente molto importante vista la qualità della musica prodotta. Certo, qui il jazz è ai suoi massimi livelli, la sezione ritmica è assolutamente perfetta, il pianismo di Kelly è delicato e profondo, quando si innesta la chitarra di Montgomery la musica vola altissima e pare davvero di una qualità aliena.

Concerto completamente inedito, registrato in modo professionale come detto a Seattle; dieci brani di cui la metà in quartetto (“Oleo” di Rollins, la splendida “O morro nao tem vez” di Jobim, “What’s new?” di Haggart, e tre originali di Montgomery, “Jingles” e due blues d’alta scuola “Blues in f” e di “West Coast Blues”). Grafica d’altri tempi, con inserto ricco di notizie e foto inedite, vinile da 180 g., insomma avrete capito che questo “Smokin’ in Seattle” è una chicca imperdibile sia per appassionati di jazz ma soprattutto per i più giovani che probabilmente si chiederanno da quale altro pianeta venisse Wes Montgomery, che, oltretutto, non sapeva leggere la musica. Non so se mi spiego.

Magici quegli anni, per il jazz …….. Vorrei restare nel 1966, ma mi tocca tornare. Grazie Doc del passaggio.

 

WOOD 3 “Wood 3”

WOOD 3 “Wood 3”

WOOD 3 “Wood 3”

Velut Luna Records, 2CD, 2017

di Alessandro Nobis

wood 3A dirla tutta non mi aspettavo un disco così dalla premiata ditta Pasetto – Breanza (e in questo caso, Oboe). Mi ero così bene abituato al polimorfismo ed al suono dolce e delicato che sin da “Strade” del 1995 aveva caratterizzato il progetto Wood che il non ritrovarmi “quel” suono, “quella chitarra classica” mi ha decisamente colto di sorpresa. Se non vado errato questo è lo step # 7 del duo formato dal chitarrista Enrico Breanza e dal clarinettista Marco Pasetto – che firma metà dei brani -, e con loro stavolta come detto c’è il batterista Andrea Bobo Oboe, già collaboratore di Breanza nel suo progetto Soundful. Quello che soprattutto sembra segnare un punto di svolta è il suono della chitarra scelto, non più quello acustico della classica, ma un suono più deciso, arcigno e spesso distorto dell’elettrica che si fa comunque apprezzare nelle coloriture, nei fraseggi e nel dialogo con i due compagni di viaggio, come ad esempio in “Blue Wood”. Certo che lo coordinate su cui si muove il Wood 3 sono quelle ben conosciute, c’è sempre nelle scritture la ricerca della melodia ed in più ci sono momenti spiccatamente jazzistici ed improvvisativi nei quali Oboe dà un decisivo contributo, come in “Ipotesi” e sul finire della splendida ed originale rilettura di una delle gemme del songbook di Nick Drake, “River Man”. Tutti giocati sulle melodie e sui suoni del clarinetto e della chitarra invece “Il Posto Castello” – dedicato a Luciano Benini ed al suo Club – e “Vaz” (questo composto da Breanza”, e la rilettura in duo di “Deus Ti Salvet Maria” del compositore barocco Bonaventura Licheri mi sembra indovinata.

Insomma una piccola “svolta” che convince in pieno, anche se al primo ascolto – se siete degli aficionados del Wood – vi spiazzerà: ascoltatelo più volte, alla fine lo apprezzerete in tutto il suo valore e bellezza.

http://www.velutluna.it