DALLA PICCIONAIA: un anno senza Pino Carollo

E’ giusto domani un anno che Pino Carollo se ne è andato.

Mi piace ricordare la sua figura di autore, docente, inventore e performer che così pochi riconoscimenti ha avuto dalla città dove ha lungamente vissuto e operato, Verona. Non desidero ricordare qui la sua bio – bibliografia, queste parole vogliono solo essere un piccolo ricordo di Pino. Grazie a Patrizia, sua compagna, ed agli amici che gli hanno voluto così amorosamente dedicare un momento di riflessione.

Personalmente avevo incontrato Pino, qualche anno fa, ai tempi del Comitato TREDESEDODESE, tentativo di celebrare la cultura popolare nei suoi vari ed intriganti aspetti nei giorni di Santa Lucia nel quartiere di Santo Stefano a Verona, non troppo lontano dalle luci effimere delle feste dicembrine. Ma questa è un’altra storia. Sta di fatto che grazie al puntuale suggerimento di Andrea Materassi – che nel Comitato rappresentava l’Associazione Giochi Antichi – mi ero messo in contatto con Pino, che non conoscevo, e da subito mi aveva colpito il suo entusiasmo, la sua pacatezza, i toni sempre gentili e cordialità; in seguito di lui avevo imparato a conoscere e apprezzare moltissimo la sua capacità di autore, narratore e performer. Ricordo con molto affetto le sue telefonate nelle quale sapeva darmi (sempre) preziosi consigli per portare avanti l’idea del TREDESEDODESE e mi incitava a proseguire nonostante le oggettive difficoltà che incontravo via via. Non ci sono riuscito, scusami Pino.

Penso che i numerosi Assessori alla Cultura che si sono seduti nelle varie giunte sullo scranno in questione poco o nulla abbiano indagato le realtà culturali cittadine, preferendo invece assistere all’andirivieni di “richiedenti” alla ricerca di finanziamenti per le più disparate e spesso validissime iniziative culturali; naturalmente in fila mi ci metto pure io, eh! L’avessero fatto, oltre a trarne giovamento e arricchimento personale, si sarebbero tra gli altri imbattuti in Pino Carollo, autentico tesoro di creatività. Ma è andata così, Verona non ha meritato il suo talento e lui ci ha lasciato qua da soli, a lottare contro i mulini a vento.

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Pino. (Patrizia Cipriani scrive)

Se penso, le rivedo. Belle. Sottili,  agili, affusolate e morbide,  piene di forza.

Le sue mani.

Quelle che hanno dato l’anima a dipinti, oggetti, scene, sculture, macchine teatrali, burattini, marionette. Nel corso dei lunghi anni della nostra unione non ho più rivisto muovere oggetti inanimati in quel modo speciale, rendendo tutto cosa Viva.

Anche il tocco delle mani sugli strumenti musicali era speciale, dalla chitarra al contrabbasso, fino ai tanti strumenti creati per rappresentare le sue storie. Era un tocco unico che non so spiegare, ma che ti rimaneva dentro.

Mani operose, sempre in cerca di qualcosa (e dire che Pino amava scherzosamente definirsi Libero Pensatore!).  L’ho visto  innumerevoli volte usare ogni tipo di colore: Terre, gessi, olio, acrilici, acquerelli, matite, carboncino, grafite.

Pino amava progettare nel dettaglio i suoi lavori, dandone immagini nitide e precise.

Migliaia di immagini hanno descritto anche i sogni, sua prima fonte di ispirazione per le tante storie che ha creato.

E poi ha scritto, ha scritto tanto.

Nel corso del tempo l’operosità delle sue mani è stata a volte frenetica, alla ricerca dei materiali più  diversi e appropriati per rappresentare i suoi lavori teatrali: legno (tanto), colle di ogni genere, spago, stoffa, creta, pasta di legno, pellame, plastica, materiale di risulta, gelatine di ogni genere, radici, zucche, pietra, paglia e altri elementi naturali.

La passione per gli elementi che trovava in natura e che trasfigurava creativamente con la sua arte, gli è certamente derivata da tutto quello che ha vissuto frequentando i boschi dell’Alto Adige – dove era nato – nella sua infanzia.

A fargli da guida nel suo apprendistato fu la nonna materna, che lo conduceva, gerla in spalla e bastone, fino sui ghiaioni più scoscesi a stanare le vipere, intimandogli di rimanere immobile, per mostrargli come ci si doveva comportare nel caso ne avesse incontrata qualcuna lungo il suo cammino. Apprese molto anche da quella zia “mezza santa mezza stría”, custode di antiche sapienze sull’utilizzo di erbe e balsami che sapevano curare.

Le sue ultime creazioni Pino le ha fatte con i suoi studenti dell’Accademia, spingendo la sua ricerca verso il teatro delle ombre, creando effetti tridimensionali, splendidi e sorprendenti, anche qui utilizzando i materiali più diversi.

Il tocco delle sue mani era lieve, delicato ma potente. Fino alla fine.

E’ una delle cose che porterò con me.

Per sempre.

PINO 02 (1).jpg(Maurizio Gioco scrive). Ho conosciuto Pino Carollo verso la fine degli anni novanta. Nacque da subito una serie di collaborazioni che sfociarono in interventi di animazione teatrale per il Comune di Verona, nei sette musei cittadini.  Credo che fosse attratto dalla mia “istintività “  e dalle mie creazioni, che in quel periodo spaziavano dalla pittura alla realizzazione di personaggi- burattino antropomorfi con l’utilizzo di materiali naturali.

Pino era speciale nella realizzazione degli spettacoli. Iniziava a documentarsi attingendo da fonti storiche e su queste costruiva narrazioni e accadimenti, inserendo talvolta fatti quotidiani; annotava a penna, con scrittura minuscola, tutte le sequenze, che arricchiva con tantissime note.

Dava molta importanza agli oggetti da usare in scena, che caricava sempre di valore simbolico. L’attenzione verso il mondo del bambino, il sogno, la favola, erano per lui capisaldi essenziali. Mia figlia, che allora era piccola, era talmente affascinata dal suo modo di raccontare che quando ci trovavamo a passare dei momenti insieme, nella grande casa di Montorio, rimaneva incantata e non voleva nemmeno mangiare per rimanere ad ascoltarlo. Il suo mondo magico interiore si esprimeva nelle atmosfere oniriche che creava ricorrendo, spesso, ad effetti di luce. Amava la notte e il suo buio, e negli spettacoli la realizzava e animava con effetti sorprendenti. Profondo conoscitore del teatro di figura e della tradizione burattinesca ma grande innovatore, soprattutto nel linguaggio con cui cercava di parlare all’animo dei bambini.

Memorabili i suoi dolcissimi personaggi, in particolare il cagnolino Poldo. Pino ha sempre vissuto circondato da amici cani, a cui sicuramente raccontava per primi le sue storie.

Lo spessore di Pino nel mondo del teatro di figura non ha solamente avuto un rilievo locale, è stato in contatto con le personalità italiane del settore. Con Maria Signorelli (fondatrice in Italia dell’Unione Internazionale della Marionetta – Unima) ha collaborato e realizzato la più importante mostra di burattini nella nostra città, presso la Gran Guardia, nel 1997; è stato in rapporti di amicizia con Otello Sarzi, altra figura fondamentale nel teatro dei burattini.

Tra gli spettacoli che abbiamo fatto insieme mi ricordo nell’anno duemila “La storia della più vecchia cantina di Verona” ambientata sotto terra, agli Scavi Scaligeri. Il racconto finiva con un poeta che per la fame “gha fregà e magnà  una galina” e poi addormentatosi ha sognato una città meravigliosa, tutta per sé.

La scena si concludeva con Pino che, avvicinandosi, gli sussurrava nell’orecchio “Guardiamo al futuro poeta, guardiamo su in cielo, guardiamo le stelle!”.

Ciao Pino, grazie per i ricordi che ci hai lasciato…

(Andrea Materassi scrive). Ciao Pino, è stato un privilegio lavorare con te. Venivi in bottega a chiedermi cose che non esistevano ……. Poi le abbiamo fatte per chi sa e vuol vedere. Il tuo era un bisogno impellente di esprimere l’assoluto.

Ehi, Pino (Piero Angelo Ottusi scrive)

Il tuo nome mi torna alla mente nei momenti in cui mi sto divertendo con i miei attrezzi da scultore.

Mi fa sorridere. Non di labbra. Di anima.

Ti trovai su di un vecchio palcoscenico intento alle tue macchinerie da mandare in scena. Io timido nel presentarmi. Mi era stato vivamente consigliato quell’incontro da vissuti teatranti che avevano già condiviso il lavorare con te.

Ma le macchine devono dipingere una storia, un’emozione”. Mi dissero quei tuoi occhi di colore indescrivibile.

Diventammo immediatamente Lucignolo e Pinocchio.

Non ho mai capito bene chi l’uno, chi l’altro.

Nei mesi a venire iniziammo a parlare di storie che ancora storie non erano. Lasciavamo la fine alla fine . Ad un “chissà, vediamo poi”.

La sensazione di scambiarci di ruolo, ogni tanto. Una sfida leggera e garbata dettata da gesti, ascolti di colori mescolati a  profumi di legni.

Si rideva. Di risate serie.  Cose mica da ridere.

Pino Pinocchio Lucignolo,

Io me ne torno tutti i giorni nel mio laboratorio.  Prima di entrare,

chiudo gli occhi ed ascolto per un istante.

Gli odori di colle, di truciolo e cuoio sono racconti. Che sanno di te.

Che non hanno, e non cercano ancora, un finale.

Ciao Pino.

Piero.

 

 

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