MISSING IN ACTION: “Luigi Tenco” di Michele Piacentini, Ed. Imprimatur.

MISSING IN ACTION: “Luigi Tenco” di Michele Piacentini, Ed. Imprimatur.

MISSING IN ACTION: “Luigi Tenco” di Michele Piacentini Ed. Imprimatur. Libreria Feltrinelli, Verona

di Beppe Montresor 

luigi_tenco_fronte_low “Una via di mezzo tra biografia e réportage”, per sottolineare la grandezza di un artista che nella sua canzone parlava di “amore, libertà e democrazia”. Così Enrico de Angelis, alla Libreria Feltrinelli, ha cominciato la presentazione di “Luigi Tenco”, di Michele Piacentini (Imprimatur, 158 pagine, 14 euro), portavoce della famiglia degli eredi del cantautore piemontese e figlio di Tullio Piacentini, uomo di cinema – oltreché antifascista storico –  che a metà anni ’60 girò alcuni filmati musicali (due dei quali con Tenco, “Ho capito che ti amo” e “Io lo so già”) destinati ai cinebox, e sorta di antesignani dei futuri videoclip. Al di là della sua vicinanza con la famiglia Tenco (cioè Graziella, moglie del fratello di Tenco Valentino, e i suoi figli Patrizia e Giuseppe), Piacentini ha assicurato di aver scritto il libro in totale autonomia, con l’idea prioritaria di ‘ripulire’ la figura di Luigi da tutte le falsità e i luoghi comuni (per esempio la ‘leggenda’ del cantautore triste e depresso per antonomasia) che a lui sono stati associati dopo la sua morte al Festival di Sanremo. Naturalmente anche se la presentazione del libro (come una conversazione in serata con Enrico de Angelis e Margherita Zorzi allo Speziale di via Venti Settembre) è stata inserita in una serie di eventi in tutta Italia e a Parigi allo scopo di ricordare vita e compleanno di Tenco – che cade il 21 marzo – più che la sua scomparsa nel gennaio 1967, non si è potuto fare a meno di discutere anche della sua tragica fine, qualificata formalmente dagli atti di polizia come “insano gesto”. Piacentini nel libro ha evidenziato, in totale oggettività, le tante ovvie discrepanza nelle indagini, chiaramente sostenendo l’idea che il “biglietto d’addio” di Tenco trovato nella sua camera da Dalida fosse in realtà un atto di denuncia del guazzabuglio di losche manovre di vario tipo che circolavano dentro e attorno al Festival di Sanremo. Se non si può provare  che Tenco sia stato fisicamente assassinato quella notte tra il 26 e il 27 gennaio, certamente da quel momento è stato immediatamente messo in atto un suo omicidio metaforico da i tanti che hanno tentato di ‘liquidarlo’ come un atto compiuto da un uomo infelice, depresso, squilibrato, forse alterato da abuso di alcol e droghe. Niente di tutto questo in una persona anche al Festival estremamente lucido, analitico, e tutt’altro che sprovveduto, anche se profondamente sincero, onesto, altruista, generoso, intriso di quegli ‘antichi’ valori contadini con cui era stato cresciuto tra i vigneti di Ricaldone, lontano dai vizi, dall’affarismo e dai compromessi (anche con certa malavita) dello show business. Tenco era assolutamente deciso alla pubblica denuncia di tutto questo, idea naturalmente non tollerabile da chi, anche molti suoi colleghi che si sono definiti ‘amici’, di questo sistema era parte attiva o comunque non avversa. Piacentini ha parlato di “colpevoli omertà” o di volute ‘distorsioni’, per diversi motivi, anche da parte di Mogol, Lucio Dalla, Gino Paoli, Bruno Lauzi, solo per citare celebri personaggi della canzone che, pur sapendo, hanno sempre preferito tacere; mostra invece comprensione per Dalida, che a suo giudizio non avrebbe mai superato il senso di colpa per non essere stata, in quel momento, completamente a fianco di Luigi, dalla cui battagliera onestà era pure sinceramente affascinata.

 

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