IL DIAPASON INTERVISTA ROBERTO MENABO’

Raccolta da Alessandro Nobis

Sabato 13 maggio alle 21:30, sarà ospite del Cohen a Verona (www.cohenverona.it) Roberto Menabò, studioso ed interprete del blues acustico ma anche autore e finissimo interprete dello stile finger picking. Ha pubblicato una discografia ragionata di John Fahey (2002) per la Lapis Lapsus Edizioni e “Rollin’ and Tumblin’ – Vite affogate nel blues “ per l’Arcana e la sua discografia comprende “A bordo del Conte Biancamano” (1985), “Laughlin the blues” del 1995 ed “Il profumo del vinile” (2001): come si vede sono ben sedici anni che non pubblica un disco completamente nuovo (e poi scopriremo il perché del “completamente nuovo”) ma in ogni caso è molto tempo che non tiene un concerto a Verona. Ecco quindi una buona occasione per rivolgergli qualche domanda ed anche per riascoltare – sabato sera – la sua preziosa chitarra e le storie che racconta nei suoi concerti.

  • Ascoltando la tua musica – e lo dico da non musicista – mi sembra di capire che hai dei chiari punti di riferimento, John Fahey o Robbie Basho per esempio. Ma se torniamo indietro di qualche altro decennio, diciamo al blues pre-bellico, quali sono gli autori che ti hanno più indirizzato per l’elaborazione di un tuo stile personale ed in quali termini?
  • Il primo fra tutti, quello che ho tentato di imparare per anni è stato Mississippi John Hurt, è stato lui ad aprirmi la mente su come si poteva suonare la chitarra arpeggiata in modo diverso. A sedici anni io volevo suonare la chitarra elettrica: Hendrix, Bloomfield, Gallagher, Cipollina erano i miei idoli e poi ascoltai lui in un vecchio lp e fu la rivelazione di un mistero. A quei tempi tablature, video, scale pentatoniche erano fantasia, c’era solo un acetato che suonavi centinaia di volte ed era immensa la gioia quando riuscivi, a modo tuo, capire come stava eseguendo il brano
  • Mi sembra che la tua tecnica sia più legata ai musicisti che ho citato prima che, assieme al repertorio, ti differenziano molto da altri tuoi colleghi: mi vengono in mente Giovanni Unterberger, Andrea Carpi, Maurizio Angeletti e più recentemente Franco Morone, Walter Lupi e compagnia bella
  • Si, è vero, quando si ama nell’età giovanile e in modo maniacale il blues dopo, con gli ann, il tocco e il timbro rimangono, magari nascosti o inconsapevoli, ma sempre lì pronti ad uscire dalla memoria. Poi l’ascolto di Fahey, l’altra grande mania, mi ha fatto scoprire una chitarra diversa, melodica, ardente, facile ed ironica
  • Discograficamente parlando, nonostante la tua – possiamo dirlo – lunga carriera, hai prodotto poco, molto poco. Colpa anche del circuito musicale italiano o è una scelta dettata da ………… pigrizia o poco interesse verso questo aspetto puramente commerciale?
  • Si la mia carriera è lunga, ma sempre ai margini, negli anni sessanta sarebbe stata underground. Sono un po’ un orso, per campare faccio l’insegnante e non ho voglia di scontrarmi con le parrocchie culturali e le amicizie dal sorriso facile. Comunque ho fatto così pochi dischi perché non ho mai trovato un produttore, perché i dischi si vendono se fai tanti concerti, perché costa farli e devi ridurre sul bilancio della famiglia, perché bisogna avere la stoffa per fare e rifare le telefonate giuste ripetute e così via: preferisco fare una passeggiata nei boschi con il mio cane e improvvisare sulla chitarra.ma se ci fosse l’occasione ne farei tanti come anche di concerti
  • Di recente hai ripubblicato “A bordo del Conte Biancamano” con altri brani inediti. Ce ne vuoi parlare?
  • Il Conte Biancamano è uscito nel 1985 quando di dischi di sola chitarra acustica se ne facevano pochi. I pezzi risentono dello stile American Primitive Guitar, termine coniato da John Fahey. Poi la chitarra acustica è diventata quasi una moda sempre più difficile, a volte esagitata, alla ricerca della meraviglia e quasi da “paura”. Allora mi è venuta la voglia di riproporre il vecchio album, con nuova veste, libretto e copertina inserendo dei pezzi incisi qua e là negli anni, in particolare alcuni brani popolari italiani. Devo dire che, pur fra un pubblico di nicchia, il lavoro piace, soprattutto tra i giovani che ascolatno una chitarra diversa.
  • Hai sempre inserito nei tuoi lavori dei brani originali…
  • Si, sempre, anche nei concerti mi piace assolutamente inserire pezzi miei…
  • Manchi da Verona da molto, molto tempo. Quale sarà il repertorio che proporrai al Cohen?
  • E’ un piacere ritornare in città, il pubblico veronese è attento e preparato e ne sa di musica acustica. Senz’altro dei blues che mi servono per presentare i personaggi di Vite Affogate nel blues, ma anche pezzi originali, canzoni, strumentali, SamMcGee, insomma un repertorio un po’ vario e che, un po’ pretenziosamente, chiamo Chitarra Transatlantica.

 

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