DALLA PICCIONAIA: 24 aprile 2017 BREANZA ZANCHI duo. Verona, Cohen.

di alessandro nobis

E così finalmente è andata in scena al Cohen di Verona la prima delle serate dedicate alla musica afroamericana, la prima di una serie che mi auguro assieme agli appassionati di jazz sia lunga e stimolante. Tutto ha funzionato bene, direi: pubblico numeroso ed attento che ha gradito molto la proposta, musica suonata in acustico, tutto perfetto, una di quelle “ciambelle riuscite con il buco” delle quali il locale di Elena Castagnoli – visto anche il livello della performance dedicata ad Allen Ginsberg, “roba” per palati fini – sembra conservare lo stampo. C’erano sul palco il chitarrista Enrico Breanza ed il contrabbassista Attilio Zanchi, due che non si trovavano lì insieme per caso, ma che da qualche tempo hanno instaurato una fattiva collaborazione – la serata dell’estate scorsa in trio con Andrea Oboe (https://ildiapasonblog.wordpress.com/2016/09/06/dalla-piccionaia-enrico-breanza-trio-j-j-c-30-agosto-2016/)  e quella con il Soundful Quintet alla Fontana ai Ciliegi (https://ildiapasonblog.wordpress.com/2016/02/07/dalla-piccionaia-soundful-quintet/) me lo aveva confermato –  che spero prima o poi dia i suoi frutti con la pubblicazione di un ellepì.IMG_2184

Il duo chitarra – contrabbasso rappresenta forse il jazz più essenziale, pochi si sono cimentati in questo abbinamento, ma mi è parso che il duo – questo duo sentito a Verona – funzioni al meglio; vuoi per la già conosciuta preparazione di primo livello, per l’esperienza personale, vuoi per l’essere sempre al servizio uno dell’altro, per l’”interplay” come dicono i giornalisti specializzati. E naturalmente il repertorio ha pescato nello sterminato repertorio del jazz più classico, dove la melodia gioca un ruolo essenziale e lascia poi ricavare ai musicisti il proprio spazio per inventare, per assecondare, per “giocare” con questo meraviglioso idioma musicale che è il jazz. Ecco quindi la davisiana “Blue in Green” (scritta con il fondamentale apporto di Bill Evans), la shorteriana “Footprints” (altro cavallo di battaglia dei gruppi di Davis con quella frase ripetuta al contrabbasso che la rende immediatamente riconoscibile), l’ellingtoniana “Things aint’t what they used to be”, “You don’t know what love is” (standard anni ’30 cantato anche dalla divina Billie Holiday) ed una interessante quanto bella intepretazione di “Norwegian Wood” del songbook beatlesiano. E poi un paio di originali, “PSN” e “Primavera” di Enrico Breanza. Bella serata. Prossimo appuntamento con jazz al Cohen sarà venerdì 5 maggio con il trio TERRENI KAPPA (Pighi – Crispino – Zantedeschi).