IL DIAPASON INTERVISTA ENRICO BREANZA

Raccolta da Alessandro Nobis

Lunedì 24 aprile alle 21, al Cohen di Verona (www.cohenverona.it) da pochissimo inaugurato si terrà il primo di una serie, speriamo lunga, si appuntamenti con il jazz. In questa prima occasione saliranno sul palco del locale di Via Scarsellini il chitarrista Enrico Breanza ed il contrabbassista Attilio Zanchi, prestigiosissimo musicista, compositore e didatta che ricordiamo già con Franco D’Andrea e Paolo Fresu, giusto per fare due nomi. Un abbinamento di strumenti che nella storia del jazz, pur non essendo tanto praticata, ha avuto eccellenti precedenti; ricordo qui Ralph Towner con Gary Peacock (o Glenn Moore), Pat Metheny con Charlie Haden, Jim Hall con Ron Carter (o ancora Haden). Mi sembrava quindi la giusta occasione per fare due chiacchiere con Enrico Breanza, visto che tra l’altro venerdì 12 maggio, sempre al Cohen, si presenterà con una formazione tutta diversa, con Maria Vicentini al violino e Paola Zannoni al contrabbasso.

  • Con Attilio Zanchi lei ha già collaborato nel recente passato, ricordo un bel concerto in Valpolicella con il batterista Andrea Oboe in trio appunto. Qual è l’approccio al jazz per un chitarrista rispetto alla presenza o meno di un batterista in formazione? Voglio dire, c’è maggiore libertà, maggiore interplay, più difficoltà nell’arrangiare i brani?

La formula del trio nel Jazz ha un suo funzionamento ormai classico e mi interessa molto praticarla. In questo caso specifico però mi concentrerò anche sui “vuoti” (ritmici in questo caso) che l’assenza di un batterista lascia. Il ritmo diventa giocoforza più implicito e aumenta il grado di astrazione della musica. In questo modo diventa obbligatorio anche il dialogo con i vuoti, pause e silenzi, attese.

  • Attilio Zanchi ha un fulgido passato ed è uno dei più richiesti contrabbassisti in circolazione. Quando ha avuto l’occasione di contattarlo e quali sono le sue doti di musicista che più apprezza?

La nostra collaborazione è nata inizialmente da un dialogo “epistolare”. E’ un musicista che stimo profondamente e apprezzo il suo lavoro da quando ero adolescente, amo in particolare la sua connessione tra tradizione e sperimentazione.  Qualche anno fa gli chiesi se era disponibile ad ascoltare le mie composizioni per un eventuale progetto comune. Attilio apprezzò il mio lavoro e fu disponibile ad iniziare un percorso assieme. Ho scoperto così un musicista straordinariamente aperto, solido e avventuroso allo stesso tempo.

  • Il repertorio che eseguirete a Verona come sarà composto? Originali o riletture di standard come in occasione del concerto in trio del quale accennavo prima?

Eseguiremo composizioni originali e riletture di brani provenienti dall’area non solo jazzistica. La scelta dei brani è caduta su quelli che valorizzano al massimo il rapporto chitarra – contrabbasso. Ho scelto musica che amo senza pormi più di tanto il problema di una continuità filologica. Sono improvvisazione e l’Interplay a connettere i brani del programma.

  • Pensa che questa collaborazione, intendo in duo, avrà qualche sviluppo “discografico”?

Me lo auguro e ci sto lavorando. Immagino una produzione per trio.

  • Venerdì 12 maggio si presenterà al Cohen invece con un trio più cameristico, se guardiamo la tipologia dei tre strumenti (chitarra, violino e violoncello); Paola Zannoni e Maria Vicentini sono due eccellenti strumentiste, con in più la capacità di adattarsi ai più vari repertori dando sempre un gran contributo in termini di suono e anche di interplay: quale sarà il repertorio che presenterete in questa situazione?

In quell’occasione presenteremo miei brani originali, arrangiati in chiave decisamente molto “classica”, ma con ampi spazi per l’improvvisazione. In questo programma la ricerca è anche quella del suono prodotto dall’elemento naturale del legno. Suono acustico e biologico.

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