DALLA PICCIONAIA: Mora & Bronski Live.

DALLA PICCIONAIA: Mora & Bronski Live.

DALLA PICCIONAIA: Mora & Bronski. La Fontana ai Ciliegi, San Pietro in Cariano, Verona. 04 marzo 2017

di Alessandro Nobis

Se qualcuno avesse avuto bisogno di una conferma della genuinità e della concretezza del progetto di Fabio Mora e Fabio Ferraboschi della quale vi avevo già parlato ai tempi ella recensione del loro “2” (https://ildiapasonblog.wordpress.com/2016/05/11/mora-bronski-2/), questa l’ha trovata sabato scorso alla Fontana ai Ciliegi, in Valpolicella: novanta minuti di concerto, oltre ventidue brani in scaletta eseguiti dalla chitarra – e voce – di Bronski e dalla voce di Mora. Mi hanno colpito, anche dal vivo, la solidità della proposta, la verve interpretativa, la scelta di restituire i brani proposti in modo semplice ed allo stesso tempo non calligrafico, senza tanti fronzoli e tecnicismi; ed anche la passione ed il rispetto verso un repertorio senza il quale la musica di oggi sarebbe sicuramente un’altra cosa.

Che siano l’attualissimo work song come “Pay me my money down” (canto degli scaricatori di porto neri della Georgia) o la prison song “Another man done gone” (registrata da Alan Lomax nel ’40 dalla voce di Vera Hall) o lo spiritual “Oh Death” (Leon Chandler, 1920) eseguita a cappella dalla voce di Fabio Mora – cantante dalle grandi doti, sia nel canto che nell’effettistica “naturale” vicinissima secondo me alle prassi esecutive originali -, il livello del concerto è stato costantemente intenso, fitto di richiami alla storia della musica nordamericana. E gli omaggi a Johnny Cash (“Folsom Prison Blues” e “God’s Gonna cut you down”, Elvis Presley (“Lawdy, Miss Clawdy), a Woody Guthrie, al Bob Dylan di “Mississippi” (l’originale lo trovate il “Love and Theft”) ed infine a Jimmy Reed (“baby what you want me to do”) e Willie Dixon (Hoochie Coochie Man) hanno reso questo itinerario nel tempo e nello spazio affascinante e rinfrescante, anche per le scelte esecutive di Mora e Bronski, ripeto senza nostalgia e rimpianto.

Ma la cosa più interessante e stuzzicante è che all’interno di questo turbinìo di “americana”, si comincia ad intravedere un nuovo percorso per Mora e Ferraboschi: brani originali (Caterina della neve” e “Se vuoi andare vai”), la “restituzione” acustica di brani e di autori come i Depeche Mode, l’avvicinamento alla cultura italiana, come la “A Diosa” composta da Giuseppe Rachel, una versione più popolare così diversa da quella di Maria Carta. Ne sentiremo delle belle.

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