IL DIAPASON INTERVISTA LINO STRAULINO

Raccolta da Alessandro Nobis

Uno dei più interessanti musicisti che mi è capitato di ascoltare e di apprezzare – e lo faccio costantemente da quando un amico mi ha fatto sentire “Blue” pubblicato nel 2003 – è il friulano Lino Straulino, già membro fondatore dell’importante ensemble di folk revival La Sedon Salvadie in compagnia di Andrea Del Favero e Dario Marusic. E quale migliore occasione per porgli alcune domande se non quella della pubblicazione di uno straordinario disco per sola chitarra come “Barbad e L’alighe”, stampato solo in 130 copie numerate ma che si è già candidato a diventare un modello per i chitarristi acustici che si ispirano alla musica tradizionale?

  • Il tuo più recente lavoro lo hai dedicato alla chitarra acustica e comprende brani originali, di origine rinascimentale, brani del repertorio popolare inglese e danze tradizionali italiane. Come ti sei avvicinato alla tradizione musicale della tua terra di origine, la Carnia?
  • In realtà, la musica popolare mi girava attorno da sempre, avendo vissuto in una valle carnica fin da piccolo ero costantemente immerso in un mondo di cantori e suonatori tradizionali con repertori davvero sorprendenti
  • Hai registrato anche una coppia di danze tratte dalla raccolta di Giorgio Mainerio.
  • Diciamo che le due danze in questione sono le “danze friulane” che Giorgio Mainerio raccolse nel suo leggendario “primo libro de balli” del ‘500, in realtà ce n’è una terza: l’arboscello (ballo furlano). Delle tre, la celeberrima Scjarazule è sicuramente uno dei brani più importanti e misteriosi di queste terre.
  • Quali le fonti dalle quali hai tratto le danze popolari: scritte oppure orali?
  • Le tre danze italiane a dire il vero le ho recuperate da dei video in rete e poi ci ho costruito su un arrangiamento.
  • Nella tua vita musicale hai affrontato diversi generi musicali, dalla canzone d’autore al progressive alla tradizione popolare in generale, intendo anche celtica. Insomma, sei un musicista eclettico……….
  • Lasciami fare una battuta: perché mangiare solo pastasciutta al ragù tutta la vita? La musica è talmente intrigante che è difficile non farsi ammaliare dalle sue svariate ed invitanti forme, per cui mi sono sempre lasciato guidare dal mio istinto nell’approccio al mondo dei suoni come fa un bambino di fronte ad un negozio di dolciumi, cercando di assaggiare un po’ tutto.
  • Dal punto di vista squisitamente tecnico, quali sono i chitarristi che più ti hanno influenzato? Quelli di scuola anglosassone o americana?
  • Senza ombra di dubbio il mio modo di suonare è figlio dei maestri inglesi in particolare John Renbourn al quale devo moltissimo e senza il quale probabilmente non suonerei come sto suonando.
  • Anche questo nuovo CD è stato pubblicato in un numero limitato – limitatissimo – di copie, rinforzando la tua immagine di “nobile artigiano della musica” e di musicista “di nicchia”. Una tua scelta?
  • Non proprio, direi una scelta forzata; ogni musicista penso gradisca il fatto di far arrivare a quanta più gente possibile la propria musica ma ultimamente sembra difficile poter pensare di vendere anche solo 100 copie di un disco e pertanto la produzione va calibrata su queste taglie purtroppo. Io stesso sto acquistando centinaia di dischi di gruppi e artisti emergenti degli ultimi 4\5 anni ed ho osservato che difficilmente stampano più di 300 copie delle quali un centinaio in tiratura ultra limitata. I supporti nascono già come oggetti da collezione e non di consumo: questa è quello che sta accadendo per le musiche di settore più interessanti.
  • In molti Paesi la cultura popolare è supportata dalle istituzioni locali e nazionali che promuovono – anche se spesso solo in parte – Festival, Rassegne e scuole dove si insegna il repertorio e gli stili della musica tradizionale e comunque finanziano progetti di ricerca negli archivi e sul territorio. Qual è la situazione in Friuli (che ricordo è una regione “a statuto speciale”), è cambiata l’attenzione delle istituzioni verso le tematiche culturali negli anni o è rimasta come in molte altre aree poco o per nulla considerata?
  • Che io sappia a parte Valter Colle e Folkest dischi non c’è molto altro per quanto riguarda questo tipo di documentazione e non credo che abbiano significativi sostegni da parte della regione che anzi sembra molto più attenta a finanziare i grossi concerti estivi che le microrealtà culturali del territorio.
  • Pensi che ci siano ancora aree friulane poco esplorate e studiate dal punto di vista etnomusicologico, o materiale giacente in qualche piccolo archivio nascosto?
  • Sicuramente c’è ancora tanto lavoro da fare dal punto di vista etnomusicologico anche se le fonti con il passare del tempo si fanno sempre più deboli e incerte. La strada da percorrere secondo me è quella dell’analisi dei materiali raccolti durante i decenni. Credo che un’opera di sintesi che tenga conto degli studi fatti finora e dei documenti orali e scritti comparati sia inevitabile per vare un’idea più chiara sul da farsi.
  • Cosa ci dobbiamo aspettare da te in questo 2017? Qualche progetto in cantiere? So che hai scritto – anzi ne ho letto un paio sulla tua pagina di Facebook – una serie di racconti autobiografici. Ne nascerà un libro?
  • E’ un’idea che sto accarezzando da tempo, i racconti sono nati un paio di anni fa e ora rileggendoli mi sembrano ancora freschi e interessanti, pertanto non è escluso che prendano forma in un libro. Ho sempre considerato con sospetto i musicisti che diventano scrittori e viceversa, un po’ come i panettieri che diventano macellai, ma se la cosa nasce spontanea e non indotta credo che si possa tollerare no?
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